Marxismo e cattoprogressismo: un caso di trasmigrazione diabolica
8 Settembre 2016
Libera nos dalle teologhe moderniste e progressiste e dalle suore di clausura femministe
9 Settembre 2016
Marxismo e cattoprogressismo: un caso di trasmigrazione diabolica
8 Settembre 2016
Libera nos dalle teologhe moderniste e progressiste e dalle suore di clausura femministe
9 Settembre 2016
Mostra tutto

Il caos si è fatto totale quando è stata rovesciata l’immagine che di sé aveva la donna

Anche di questo dobbiamo ringraziare il Sessantotto, i "figli dei fiori", i Beatles e i Rolling Stones, don Lorenzo Milani e Mario Capanna, la scuola di Barbiana e la Facoltà di Sociologia di Trento: di avere dato la spinta decisiva all’incipiente movimento femminista e di avere con ciò stravolto, forse in modo irreparabile, l’immagine che la donna aveva di se stessa, gettando definitivamente nel caos una società già vacillante sulle proprie basi, e introducendo un ulteriore, gravissimo elemento di dissociazione, di conflittualità permanente, di scontentezza e infelicità esistenziale, andato a sommarsi a tutti gli altri. Tale stravolgimento era già nell’aria e, probabilmente, si sarebbe verificato comunque; ad ogni modo, la cultura e la pratica del ’68 gli hanno fornito l’energia per compiere lo strappo definitivo e per affermarsi pienamente e trionfalmente. Da lì sono partiti il disprezzo e il rifiuto della purezza e della verginità; il disprezzo e il rifiuto del ruolo materno e della vocazione religiosa (con migliaia di suore uscite dai conventi, magari per aderire ai movimenti gay); la rivendicazione del libero sesso e del libero aborto; la pretesa della parità assoluta con l’uomo, premessa per la sua progressiva esautorazione e svirilizzazione (ma i maschietti, in questa fase, hanno fatto molto, se non tutto, da soli…); l’omosessualità e il lesbismo come scelte di vita più coerenti e più consone con l’etica femminista, con la conseguente idolatria per il lesbismo in letteratura, nelle arti, nel cinema e nel mondo dello spettacolo; il rifiuto della famiglia "chiusa" e della "sottomissione" alla figura maschile, in nome della spontaneità, dell’immediatezza, del "qui e ora" come unico orizzonte di riferimento; la codificazione di una nuova tavola dei valori e di un nuovo tipo "ideale" di donna, forte, volitiva, intrepida, e, soprattutto, protesa alla carriera, al potere (anche politico), al successo, all’autoaffermazione in ambito pubblico, culturale, persino religioso (il sogno mai abbandonato delle donne prete, già realizzato in ambito protestante, e, se possibile, delle donne vescovo, forse delle donne papa…).

Gran parte di quelle rivendicazioni e di quelle utopie sono divenute realtà; anzi, in moltissimi casi, la realtà odierna supera, e di molto, perfino le più audaci fantasie di quella stagione. Dalla parità dei diritti e delle "opportunità", si è passati alle "quote rosa", cioè alla imposizione, per legge, non dei migliori, ma degli appartenenti al sesso femminile; dal libero sesso e dal libero aborto si è passati alla libera maternità totale (fecondazione eterologa, anche con lo sperma del marito morto; mamme sessantenni; utero in affitto) e alle libere unioni (matrimonio omosessuale); da una scuola che tenga conto della specificità femminile, si è passati alla femminilizzazione della scuola (pressoché totale alle elementari, sempre più netta alle medie inferiori e superiori); dall’emancipazione nei confronti dell’uomo, al parassitismo economico nei confronti dell’ex marito, sancito per legge (nuova figura della divorziata come mantenuta di lusso); da una visione troppo maschilista del divino (qualcuno si ricorda ancora del film Flavia, la monaca musulmana, con Florinda Bolkan?), a una teologia del femminile che ci ammannisce un Dio donna, un Dio mamma, in aperta polemica con il vecchio Dio padre di medievale e atroce memoria); e così via.

Ora, la domanda che vorremmo fare è se le donne, generalmente parlando, in seguito a questi "progressi", a queste "conquiste", a questi "riconoscimenti", e, soprattutto, dopo avere elaborato una nuova immagine di se stesse, completamente diversa, per non dire opposta, a quella che avevano prima della stagione consumistica e sessantottina (le due cose sono insperabili: il ’68 non è stato il rifiuto del consumismo, come vorrebbe la sua leggenda auto-celebrativa, ma, forse inconsapevolmente, il momento della definitiva introiezione del consumismo nella psicologia delle masse), se le donne, dunque, sono oggi più realizzate, più soddisfatte, più "felici" — per usare una parola grossa — di quel che non fossero, appunto, prima. E la risposta, se si vuole essere onesti, non può essere, in alcun modo, di segno positivo: a meno di voler negare l’evidenza e di proclamare vero, per legge, ciò che la cultura politically correct pretende che sia detto (alla faccia dell’antifascismo come giaculatoria ed esorcismo permanente di questi ultimi cinquant’anni). Qualcuno, tuttavia, potrebbe dire che, se la donna, mediamente parlando, di sicuro non è più felice, e neppure più realizzata, in compenso è divenuta più libera, e, quindi, le lotte femministe non sono state inutili, e dei risultati validi li hanno pure prodotti. Allora vediamo.

Per poter giudicare se un essere umano è realizzato, o più realizzato, di quanto non fosse prima, bisogna innanzitutto capire quale sia la sua natura. Vale sempre la vecchia regola della filosofia classica e di quella scolastica, da Aristotele e san Tommaso: si dice perfetta una cosa che realizza pienamente la propria natura. Pertanto, un essere umano sarà tanto più perfetto, realizzato, e, presumibilmente, felice (nei limiti in cui si può adoperare questa abusata parola) quanto più avrà realizzato la propria natura. E qui cominciano i problemi: perché, appunto, la donna è un essere umano (ci perdonino le femministe questa odiosa espressione di maschilismo linguistico, ancor prima di essere una creatura di genere femminile. La cultura femminista, che tanto ha tuonato contro il sessismo (dei maschi), ha introdotto e codificato un sessismo radicale: l’appartenere al genere femminile, per essa, è anteriore al fatto di appartenere alla specie umana. Russovismo di nuovo conio: essere femmina è secondo natura, essere donna è un prodotto della cultura. La natura è buona, la cultura è cattiva (perché repressiva). Ergo: è bello essere femmina, ma non è bello essere donna, perché essere donna vuol dire pensarsi in funzione dell’uomo (come costola di Adamo), e quindi definirsi sempre per via negativa: quello che essa non è (il maschio) invece che quello che essa è (ma che cosa sarà mai, allora?; mistero).

Quel che vogliamo dire è che la donna non può realizzarsi se pensa se stessa prima come femmina e poi come essere umano di genere femminile. La persona umana comprende il genere, non viceversa: ma anche qui è prevalsa la cattiva lezione di Freud, con il suo pan-sessismo esasperato e paranoico (curiose, però, questa grandi pensatrici femministe: son riuscite a eleggere fra i loro numi tutelari il pensatore, se così vogliamo chiamarlo, più maschilista che mai sia comparso sulla faccia della terra: uno che sosteneva, senza battere ciglio, che tutte le donne sono potenzialmente frustrate isteriche e nevrotiche, perché non hanno il pene e ne sono disperatamente invidiose). Pensandosi anzitutto come femmina, la donna mutila l’immagine che ha di se stessa, la distorce, la stravolge; esattamente come avverrebbe a un uomo, se si pensasse anzitutto come maschio. Fra parentesi, è ben questa la ragione della nevrosi da autoaffermazione del movimento omosessualista dei nostri giorni: il voler imporre la categoria dell’omosessuale come prevalente, perciò come caratterizzante, rispetto ad ogni altra categoria dell’umano, anzi, rispetto all’umano in quanto tale; mentre non si può mai fare una bandiera della parte di una cosa, ma solo dell’intero.

La donna femminista, o erede della cultura femminista, dunque, è una donna a metà, non solo come donna, ma proprio come essere umano: perché non si concepisce come essere umano di genere femminile, ma come femmina, diversa e contrapposta al maschio, contro il quale è in rivolta; ed è in rivolta, per conseguenza, contro la propria fisiologia e la propria psicologia, che la predispongono, fisiologicamente e psicologicamente, alla maternità. Il grembo è diventato, per le femministe, la Grande Trappola: una specie di trabocchetto predisposto dall’uomo per imprigionare e sottomettere la donna. Non stupisce, quindi, che una delle primissime rivendicazioni della cultura femminista sia stata la libertà di abortire: senza di essa, il femminismo si sarebbe trovato nella stessa situazione di una adolescente che rivendica la propria libertà nei confronti della famiglia, ma non dispone delle chiavi di casa per rientrare alla sera quando vuole. La libertà di abortire era, ed è, il necessario strumento per disporre a piacimento della propria sessualità e per svincolarla dallo spettro della oppressione maschile: l’utero è mio e ne faccio quello che voglio io. Inutile dire che era, ed è, anche uno strumento per far vedere al maschio, in questo caso al padre del nascituro, che lui, in queste faccende, conta zero. Come l’antico pater familias, che aveva diritto di vita o di morte sui propri figli, ma a parti rovesciate, ora la cultura femminista, divenuta parte integrante delle leggi statali in tutti i Paesi dell’Occidente, e asse portante del nuovo pensiero sociologico politically correct, riconosce alla donna, e alla donna soltanto, il diritto di vita e di morte sul figlio che ha concepito. Il padre non ha alcun diritto d’interloquire, può solo adeguarsi.

Ora, è chiaro che una donna così proiettata al di fuori di sé, della sua profonda natura, della sua stessa fisiologia (perché la donna soldato o la donna presidente sono un insulto alle proprie funzioni fisiologiche legate al ciclo mestruale), non possa essere realizzata, né soddisfatta, né felice: e lo si vede, fra le altre cose, dal suo comportamento nevrotico, tendenzialmente schizofrenico: vorrebbe decidere, ma poi è presa dal terrore delle decisioni, e le piacerebbe che a decidere fosse qualcun atro; vorrebbe essere forte e aggressiva, ma sogna di essere amorosamente soggiogata e vinta; pretende l’assoluta parità, ma poi si offende se il maschio non le cede il passo davanti all’ascensore, o se l’amico non le paga la consumazione al bar. Vorrebbe tenere l’uomo a distanza, prenderlo al guinzaglio e "usarlo" quando ne ha voglia, ma si strugge sognando l’uomo "vero" che non chiede mai nulla, che la domina, che la soggioga; rimprovera agli uomini di essere deboli e fiacchi, di essere vili e latitanti, di non sapersi assumere le loro responsabilità, ma poi, se incontra un uomo forte, volitivo, decisionista, è afferrata dal terrore di ritrovarsi in cattività, legata, incatenata, prigioniera come il canarino nella sua gabbietta, e vorrebbe fuggire. Insomma, da quando si è affermata la cultura femminista, la donna — generalmente parlando — è divenuta un essere scisso e perennemente tormentato: vuole e non vuole, peggio d’un eterno Amleto in crisi esistenziale.

Certo, molte donne si sono liberate dal marito, e anche dall’idea del marito, e godono i privilegi di una grande libertà affettiva e sessuale. Non hanno più mariti, ma amanti fin che ne vogliono: il guaio è che la generalizzazione di questa "filosofia" ha moltiplicato la figura della rivale. Se, un tempo, molte donne si facevano scrupoli a imbastire una relazione con un uomo sposato, oggi ben poche se ne fanno a tentar di sedurre un uomo che, non essendo sposato, è, a termini di legge, "libero", anche se, in effetti, ha già un’altra donna, o, magari, svolazza allegramente di fiore in fiore, soffermandosi, ogni tanto, un po’ di più su quelli che gli paiono più belli. Una battuta crudele, ma sostanzialmente esatta, dice che le donne, prima del femminismo, avevano un uomo per ciascuna, mentre ora, grazie al trionfo della cultura femminista, spesso e volentieri ne hanno uno in due (o in tre). E così, senza nemmeno rendersene conto, sono ricadute nella schiavitù dalla quale erano fuggite con tanto orrore: nella schiavitù del maschio padrone e sultano, che si destreggia superbamente fra due o tre femmine desiderose di lui, e pronte a mettersi le unghie negli occhi l’una con l’altra, pur di strapparselo di mano. Il maschio, difatti, in quest’ottica, è diventato la preda: ma ogni cacciatore sa che una preda ha tanto più valore, quanto più essa è desiderata, ed è stata inseguita, da numerosi cacciatori. Nessuno vuole una preda facile, che non è stata cacciata da alcuno perché nessuno l’ha ritenuta meritevole di essere cacciata. Ed ecco allora le signore femministe prendersi a colpi di tacco e di borsetta, per sfilare dalle mani dell’altra la preda più ambita, il trofeo che ciascuna di esse vorrebbe poter esibire nel salotto di casa.

Dunque, le donne oggi non sono più felici, e nemmeno più realizzate. Molte sono andate in depressione e spendono gran parte del loro stipendio per pagarsi le sedute dallo psicanalista (direte che questo vale anche per i maschi, ed è vero: il gioco al massacro reciproco ha dato i medesimi frutti per le une e per gli altri). Si guardano allo specchio e non si tollerano: si trovano brutte, grasse, rugose, tristi, amareggiate. E non abbiamo parlato che dell’aspetto relativo all’autostima delle donne; avremmo potuto parlare del loro raddoppiato o triplicato sfruttamento sociale, prese nella morsa fra cose contrastanti: casa, carriera, figli, amanti, utopia e realtà. Il gioco al massacro non è stato solo contro i maschi, ma anche contro se stesse. La donna femminista ha tradito se stessa ed è stata una cattiva maestra per tutte le altre donne. Ha insegnato loro non la dignità, ma la folle pretesa di poter fare tutto da sole, quasi che del maschio, come tale, non vi sia alcun bisogno. Le coppie di lesbiche felicemente sposate, si fa per dire, e felicemente mamme, grazie al ricorso alla fecondazione eterologa, sono il punto d’arrivo di questa impostazione iniziale, i cui presupposti erano già presenti nei primi slogan femministi del ’68, se non prima ancora.

Soluzioni? Nessuna, senza prima un solenne mea culpa e senza scordarsi le follie del femminismo…

Fonte dell'immagine in evidenza: Photo by Wallace Chuck from Pexels

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
Hai notato degli errori in questo articolo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.