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Incultura e parodia della libertà: i due difetti che ci portano alla deriva

È importante saper guardare in se stessi, per riconoscere i propri limiti e i propri difetti e per cercar di agire su di essi, modificandoli e attenuandoli; e se lo è per il singolo individuo, lo è non meno per i popoli e le società, le quali solo interrogandosi e guardandosi allo specchio, senza veli ipocriti e senza colpevoli indulgenze, possono trovare la forza di sollevarsi dalle loro angustie e difficoltà e tendere a un più sereno domani. Quali sono, dunque, i più gravi difetti del carattere nazionale italiano, in questo preciso momento storico, che dobbiamo assolutamente imparare a riconoscere, se vogliamo sperare di uscire da una crisi sempre più grave, la quale, nelle sue origini, non è solo di natura economica e finanziaria, ma, prima ancora, spirituale e morale? Strano paradosso: nel Paese che ha dato tanta cultura al mondo, il primo di essi è proprio l’incultura, la mezza cultura – e non, si badi, il che sarebbe ancora preferibile, la schietta e franca ignoranza; il secondo, frutto specialmente delle vicende attraverso cui sono nati dapprima lo Stato italiano, monarchico e liberale, indi la Repubblica italiana, repubblicana e democratica, è la falsa presunzione della libertà, ossia la presunzione d’essere un popolo pienamente libero, senza però aver dovuto lottare con le proprie forze per conquistare la libertà, ma ricevendola graziosamente da fortunate circostanze diplomatiche, nel 1861, e da drammatiche, sanguinose circostanze politico-militari, sia interne che internazionali, nel 1945.

E qui ci è accaduto di "scoprire" una straordinaria intuizione nell’opera di uno scrittore svizzero di lingua italiana, assai trascurato, se non proprio obliato, dalla nostra cultura, tanto è vero che è praticamente scomparso dalle antologie scolastiche, dove pure, fino a qualche decennio fa, teneva un posto non disprezzabile: Francesco Chiesa, nato a Sagno, nel Canton Ticino, il 5 luglio 1871, morto a Lugano, vecchissimo e ultracentenario, il 10 giugno 1973. Di lui avevamo già avuto occasione di occuparci, per ricordarne sia la figura, che l’opera letteraria un po’ dimenticata, e per invitare alla lettura quanti non l’avessero incontrato nel loro itinerario culturale (cfr. l’articolo «Una pagina al giorno: L’arrivo dello zio d’America, di Francesco Chiesa», apparso sul sito di Arianna Editrice in data 14/04/2009). Ma c’è un’altra pagina di Francesco Chiesa, che, venutaci fra le mani, ci è apparsa straordinariamente attuale ed acuta, per la comprensione del nostro carattere nazionale, benché egli si riferisse specificamente ai suoi concittadini ticinesi e non alla totalità del popolo italiano; e che vogliamo presentare quale spunto di riflessione per la realtà presente di noi tutti che parliamo la «lingua del sì» e ci confrontiamo con la sfida di un mondo in via di globalizzazione, nel quale rischiamo di fare la fine del classico vaso di coccio in mezzo ad una batteria di vasi di ferro.

Francesco Chiesa è stato, a un certo punto, nei primi anni del XX secolo, in corrispondenza con Giuseppe Prezzolini, uno scrittore particolarmente sensibile al tema dei connazionali viventi fuori dei confini del Regno d’Italia e della difesa della loro cultura e tradizione; corrispondenza che si è concretizzata specialmente intorno alle attività della rivista «L’Adula», fondata e diretta da Teresina Bontempi il 4 luglio del 1912, e uscita in edicola fino al 3 agosto 1935, quando le autorità elvetiche la soppressero con l’accusa di irredentismo, condannando anche la sua direttrice a scontare alcuni mesi nel carcere di Lugano (e sarebbe interessante sapere quanti intellettuali italiani di oggi, specialmente fra quelli che si autodefiniscono progressisti e libertari, conoscono questa oscura vicenda e sanno come la tollerante e pacifica Svizzera ha trattato una sua illustre figlia di lingua italiana, per il "delitto" di aver voluto aiutare i suoi connazionali a mantenere vivo il patrimonio della propria lingua, cultura e identità).

Il 15 agosto del 1912, sul periodico fiorentino «La Voce», il Chiesa rispondeva a un articolo di Prezzolini, auspicante la creazione d’una università italiana nel Canton Ticino, ringraziandolo per la buona intenzione, ma illustrandogli la irrealizzabilità del progetto; e proseguiva facendo una severa disamina del carattere dei Ticinesi suoi compatrioti, non per avvilirlo, ma per individuare le strade d’una possibile rinascita spirituale e culturale (da: A. Chiesa, «Per il Canton Ticino e l’Università italiana»; in: Giovani Bonalumi, «La giovane "Adula" (1912-20)», Chiasso, Elvetica Edizioni, 1970, pp. 143-45):

«Il Ticino è non ignorante, ma incolto, che è quasi peggio. L’ignoranza è un terreno vergine, spesso ricco e profondo, in cui le più delicate sementi possono talora trovare disposizioni pronte e favorevoli. L’incoltura è la solida, impenetrabile sterilità del terreno pago di nutrire qualche fil d’erba. Poco o nulla si legge, in Ticino, dai soliti giornali in fuori. La Biblioteca Cantonale di Lugano, benché abbastanza provvista anche di libri moderni, e ricchissima di opere relative alle belle arti, è frequentata solo da scolari e da stranieri, e quasi ignota alla popolazione luganese. Nessuna biblioteca circolante, nessun circolo di lettura. Alle rare conferenze, poco concorso di gente ticinese: ci vanno piuttosto le tedeschine discese a imparare l’italiano. Alcuni si provarono di tenere pubbliche lezioni di scienza o di arte, e dovettero smettere scoraggiati. Le riviste di coltura che si pubblicano nel Cantone: "Coenobium", il "Bollettino storico", il "Bollettino della Società di Scienze naturali" hanno un numero scarsissimo d’abbonati ticinesi. La prosa delle leggi, dei discorsi, dei giornali, degli affari è per lo più misera, gonfia e rozza. Gli argomenti che più sembrano persuasivi in Gran Consiglio e nella stampa sono spesso tali che anche uno scolaretto ne vedrebbe l’inconsistenza e la stortura. Un solo ticinese, che io sappia, studia presentemente belle lettere. Due o tre soli si laurearono in lettere e filosofia nell’ultimo decennio. Preti e avvocati, questi potenti manipolatori dell’opinione pubblica, forniscono gli esempi più abbondanti e tipici dell’ignoranza nostrana… Sì, l’istituzione di una scuola universitaria potrà, lentamente ma sicuramente, creare nel Ticino le disposizioni che ora mancano a ricevere i germi dell’alta coltura. E anche un’0utilità immediata ne potrà derivare: fornendo ai nostri studenti di legge la possibilità di seguire in lingua italiana e secondo lo spirito italiano quegli studi che l’unificazione del diritto svizzero non permette più di compiere nelle università del Regno.

Ma il Ticino è travagliato anche da una malattia morale, alla cui guarigione non basterà forse la fondazione di un istituto d’alti studi. È la malattia che tentai, alquanto grossolanamente, di determinare dieci ani fa nelle mie "Lettere iperboliche": ma più complessa, più profonda che allora non mi paresse. Il Ticinese vive illuso di essere l’uomo libero per eccellenza: in realtà, egli è il liberto, o il figlio del liberto: il libertino. Con questa aggravante: che non s’è affrancato di propria iniziativa, ma la liberazione gli venne accidentalmente, per opera di forze estranee. Nel 1898, festeggiandosi il centenario dell’indipendenza, il Dr. Agostino Soldati, giudice federale, disse una grande e coraggiosa verità: – Non i Ticinesi conquistano la libertà, ma la libertà conquistò i Ticinesi. – Li conquistò, non li penetrò.

Sì, noi Ticinesi abbiamo tutti i difetti e tutti i vizi della gente libera da poco tempo e non per virtù nostra. La libertà improvvisa e gratuita ci ha ubriacati; e la mala ebbrezza si è risolta nella folle persuasione d’essere un gran popolo, si è sfogata in vane fragorose chiacchiere. I profughi italiani di quindici anni fa (tra gli altri il mio caro amico Rensi) hanno contribuito in buona fede ad infocare il nostro miserabile delirio di grandezza. Ci siamo creduti all’avanguardia delle nazioni civili perché eleggiamo popolarmente i giudici ed il governo, perché possediamo quel bell’arnese di progresso che è il "referendum", perché improvvisiamo in Gran Consiglio, nelle feste di tiro e sui giornali retoriche sentenze intorno ai più delicati argomenti di politica, di economia, di filosofia, di religione. Ci siam creduti arcimoderni arrivando al materialismo ed al positivismo quando quelle due dottrine erano già state sorpassate altrove da parecchi anni. Ci siamo creduti gente dell’avvenire perché qualche nostro soldato ostentava indisciplina; senza riflettere ch’era ribellione d’individui non pervenuti ancora al concetto della vita militare, non già che l’avessero superato. Ci sentiamo trascinati ad esagerar tutto, a trasferire nelle fallaci regioni della lirica, della tragedia, della magniloquenza anche quegli argomenti che dovrebbero essere ragionati con semplici e ferme parole: qualche esempio del nostro esagerato iperbolismo. Ella po’ discernere perfino nel discorso di chi, con molto coraggio e purezza d’intendimenti, ora scrive in difesa della nostra italianità… Poi, di tempo in tempo, negli intervalli del nostro esaltamento, ricompaiono inavvertiti i gesti e gl’istinti dell’antica condizione servile: si scimmiottano le opere e i detti altrui, si scrivono in onore de’ Cantoni Sovrani articoli come quelli che apparvero su quasi tutti i giornali ticinesi in occasione dello sfratto di Olivetti.»

Quante amare verità si possono ricavare, da questa pagina di prosa, non sui Ticinesi soltanto, ma sugli Italiani tutti; e quanta attualità in questa analisi, quale acume impietoso ha guidato la penna di Francesco Chiesa: dettato, lo si sente ad ogni riga, non da livore o dal miserabile piacere di avvoltolarsi nella degradazione del proprio popolo – come oggi è così di moda, non solo fra i cosiddetti intellettuali, ma anche fra gli attori, i comici, i professori, i giornalisti, i cabarettisti, i registi, i parolai, i premi Nobel alla Dario Fo e i cialtroni d’ogni colore e d’ogni tendenza -, ma dalla volontà misericordiosa di dare una scossa salutare e dal desiderio struggente di poter vedere questo manzoniano «volgo disperso, che nome non ha», tornare finalmente, o meglio, incominciare finalmente, ad essere davvero un popolo, una nazione, un destino, e non più una anarchica e demagogica somma di egoismi individuali e d’interessi corporativi.

Punto primo: gli Italiani si credono liberi, anzi, si credono il popolo libero per eccellenza, però manca loro la premessa indispensabile di ogni vera libertà: l’essersela conquistata da soli, nel pieno rispetto di se stessi e senza fare omaggio ad alcun potere estraneo, sia esso politico, finanziario, militare o culturale. Di quale libertà stiamo a parlare, se non ce la siamo conquistata, ma ci è stata data, per non dire imposta, dalle baionette dei vincitori, fra le rovine insanguinate della patria e sulle ceneri fumanti di una atroce guerra civile (a lungo rimossa e negata), anche se, fin dall’inizio, ci siamo prestati all’ignobile commedia di aver fatto tutto da soli, o, tutt’al più, con il modesto contributo di quegli eserciti e di quelle potenze straniere, i quali non certo alla nostra liberazione miravano, ma al nostro completo asservimento, sotto le menzognere apparenze della democrazia e del libero mercato?

Punto secondo: siamo un popolo incolto, nel senso di fornito di una cattiva cultura e non di un’assenza totale di cultura. Come potremmo essere del tutto ignoranti, vivendo nella patria di Dante, di Leonardo, di Michelangelo? Pure, questa nostra mezza cultura è più deleteria della completa ignoranza: perché ci rende presuntuosi, ma senza fondamento, e c’impedisce di comprendere quanto bisogno abbiamo di rifondare una vera cultura, che oggi manca. I nostri studenti di liceo non sanno più tradurre una versioncina di Cesare o un sonetto di Shakespeare; se conoscono la successione delle ere geologiche, o i nomi dei pianeti del Sistema Solare, si grida quasi al miracolo; le loro tesi di laurea sembrano, sovente, delle tesine di scuola superiore. Abbiamo conservato l’eccellenza nell’artigianato e in alcune professioni; ma, quanto all’industria, al commercio, alla finanza, alla politica, i nostri leader sono ormai dei pesi piuma, a corto tanto di preparazione, quanto, e soprattutto, d’idee, i quali, nell’arena della competizione globale, vanno al tappeto per k.o. al primo round contro quasi qualunque avversario (come, del resto, i nostri campioni di calcio strapagati e i loro mediocri commissari tecnici). Vedi Schettino e naufragio della «Costa Concordia», con mare calmo e visibilità perfetta.

Punto terzo: siamo cronicamente in ritardo su tutto, ma ci crediamo all’avanguardia. Scimmiottiamo con sussiego quel che era di moda venti o trent’anni fa nelle capitali dell’Impero mondialista: la City e Wall Street; e intanto non conosciamo passabilmente neppure noi stessi. Non stiamo esagerando: quanti italiani, che sfoggiano velleità culturali, sono stati in devoto pellegrinaggio a Londra, Parigi, Berlino, New York, ma non hanno mai visto Roma, Milano, Venezia, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Firenze? Non liberi, ma liberti; anzi, figli di liberti: libertini. Tale è l’analisi: dura, impietosa, ma necessaria. E ora, che vogliamo fare? Seguitare a piangerci addosso? Far finta di nulla e simulare una libertà, una cultura, una maestria, che non abbiamo affatto? O raddrizzare la schiena e rimboccarci le maniche, ammettendo gli sbagli e facendo un atto di umiltà?

Fonte dell'immagine in evidenza: Foto di Christian Lue su Unsplash

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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