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12 Novembre 2015Vi sono alcuni racconti di marinai — e non solo di marinai – nei quali ricorre un fenomeno particolarmente strano e quasi ineffabile: una specie d’improvvisa, arcana, misteriosa sospensione del tempo, insieme alle normali leggi della fisica; per esempio, una pausa subitanea nel bel mezzo di una tempesta, o l’inattesa irruzione di una moltitudine di uccelli verso la superficie delle onde, nel preciso momento in cui un possente vortice marino è sul punto di rigettare dalle acque profonde degli immensi banchi di pesci.
A volte il racconto proviene da un camionista o da un automobilista che sta attraversando una vasta pianura che si perde all’orizzonte, lungo una strada solitaria: egli dice di aver visto come un improvviso, inspiegabile abbassarsi delle nuvole, fin quasi a toccare il suolo, o, al contrario, un loro brusco squarciarsi, creando una sensazione di sorpresa e di smarrimento, talvolta accompagnata da un sovrumano e inspiegabile silenzio, quasi che sulla natura fosse sceso un sortilegio e gli elementi fossero stati ammutoliti da una sconosciuta e inudibile parola magica.
Altre volte ancora una esperienza di apparente sospensione dello spazio e del tempo ha visto quali protagoniste delle persone che camminavano tranquillamente per la loro strada, lungo un sentiero o un viottolo di campagna, nel mezzo di una brughiera, o di un bosco, o di una catena di colline; oppure che si erano sedute su di una panchina, sulla spalletta di un ponticello, sull’erba di un prato: persone qualsiasi, coppie di sposi o di fidanzati, amici che si recavano a caccia o a pesca, non particolarmente portate verso l’introspezione o la meditazione, e che mai avevano sentito parlare, in vita loro, di deformazioni spazio-temporali, del cono di Minkowski e, meno ancora, delle bizzarre teorie relative all’esistenza degli "universi paralleli".
È accaduto anche che un uomo, o una donna, seduti tranquillamente nella poltrona del proprio salotto, o impegnati a preparare da mangiare, o immersi nella lettura di un libro o d’un giornale, abbiamo notato, d’improvviso, che il loro cane, o il loro gatto, avevano percepito qualcosa, a loro completamente sconosciuto ed invisibile: che l’animale aveva drizzato le orecchie, proteso il muso, interrotto quel che stava facendo; di colpo si era fatto attento, aveva guardato verso un certo angolo della stanza, aveva dato segni di tensione o d’inquietudine; in qualche caso, lo avevano visto rizzare il pelo, o brontolare o miagolare sommessamente, e perfino stringersi al padrone, o, viceversa, fare il gesto di slanciarsi verso qualcosa, di uscire nel corridoio deserto, di spingersi fino alla porta di casa, grattando e uggiolando su di essa.
Codeste sospensioni del tempo ordinario e del normale svolgimento delle cose possono apparire come provenienti dall’esterno o, talvolta, dall’interno: non sempre il soggetto interessato riesce a capire chiaramente se ciò che sta accadendo — o, piuttosto, se ciò che non sta accadendo, o che non sta accadendo così come dovrebbe accadere, e come vorrebbero le leggi della fisica — parta da fuori o da dentro di lui; se sia realmente un fenomeno che coinvolge la realtà del mondo esterno, del mondo fisico e tridimensionale, oppure se corrisponde ad una qualche specie di turbamento psicologico, di sovvertimento dei sensi, di smarrimento della coscienza.
Ecco come lo scrittore-navigatore Tim Severin ha descritto questa fantastica esperienza, vissuta personalmente a bordo del veliero «Brendano», costruito secondo le tecniche nautiche dei Celti nell’Alto Medioevo, durante la sua avventurosa traversata atlantica negli anni Settanta del secolo scorso (da: T. Severin, «Il viaggio del "Brendano"» (titolo originale: «The Brendan Voyage», 1978; traduzione dall’inglese di Elisabetta Stabile Hoepli, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1978, pp. 139-142):
«Il "Brendano" stava andando alla massima velocità, avevamo bisogno di portarci il più possibile al vento per riuscire a imboccare il fiordo di vagar e non essere sbattuti di fianco contro le scogliere di Mykines. Il vento soffiava così violento che il "Brendano", sebbene puntasse verso est, stava andando quasi a nord scivolando trasversalmente sull’acqua.
"Sciogli!" ruggì Edan. Là, mezzo miglio più avanti, c’era una striscia di schiuma dove le onde si rompevano contro una parete verticale di roccia: doveva essere Mykines.
"Mio Dio! Guarda tutti quegli scogli!" ansimò Arthur. Era davvero una visione straordinaria: le nubi erano così basse che potevamo vedere solamente attraverso uno stretto tunnel di 2 metri tra le nubi e l’oceano grigiastro. In tal modo il profilo della scogliera si riduceva a una semplice, indistinta ombra nera dentro la nube e la nostra vista era limitata alla linea frastagliata dell’acqua che si frangeva in giganteschi spruzzi contro la scogliera. In quel preciso istante il "Brendano" si trovò in un vertice che lo risucchiava spingendolo verso la parete di roccia, rallentandone e contrastandone paurosamente la marcia. Ciononostante la tempesta continuava a spingere la barca, seppure con forte scarroccio laterale verso la roccia. Era come scivolare in un tunnel durante un incubo. Non c’era via di scampo: la parte più bassa della nube calò su di noi avvolgendoci inesorabile come la marea. Nessuno parlava più. Sapevamo che la posta si sarebbe decisa nella gara fra il nostro lento progredire e la forte deriva che ci avvicinava agli scogli. Quasi senza respirare guardavamo le grigie scogliere sempre più vicine.
"Credo che ce la faremo" dissi a George pieno di speranza. "Riesco a distinguere l’estremità dell’isola, ancora un quarto di miglio e ne saremo fuori, Vagar è davanti a noi".
George si era issato sul bordo per vedere meglio e faceva avanzare il "Brendano" metro per metro. Edan e Arthur stavano accucciati al centro della barca nelle loro cerate e cercavano di calcolare di quanto progredivamo.
"Mio Dio! Spero che l’albero non se ne vada" mormorò George. "Questo sarebbe proprio la fine."
Diedi un’occhiata in su: l’albero maestro si era piegato più di quanto non avessi mai visto per l’intensa pressione del vento sulla vela maestra che ancora portava un velaccio in basso e uno di lato.
"Dobbiamo lasciare i velacci" disse George. "Abbiamo bisogno di tutta la spinta di cui possiamo disporre per uscire dalla corrente."
"Stai attento all’albero maestro nel punto in cui attraversa il banco" gridai a Boots. "Se comincia a incrinarsi, libera i velacci col coltello."
Questo si avverò pochi minuti dopo: il nostro mondo sembrò fermarsi all’improvviso. Il movimento della barca e le onde cessarono e ci trovammo come sospesi. Per uno strano fenomeno provocato dalla tempesta le onde di marea, invece di muoversi in senso orizzontale, andavano su e giù con un movimento ritmico. Una di queste onde si alzò accanto al "Brendano", sembrò fare un balzo da un lato e precipitò nella sentina apparentemente in senso verticale. L’onda era piccola e innocua ma si riversò su un "Brendano" che sembrava sospeso e immobile ad aspettarla senza beccheggiare né rollare. Temporaneamente le nubi si alzarono di dieci metri o poco più e noi li vedemmo: migliaia e migliaia di uccelli si riversavano giù dalle scogliere di Mykines: gabbiani, urie, gazze marine, procellarie glaciali, sule, puffini, stercorari, rondini di mare. Venivano in folla, uno stormo dopo l’altro, volando in cerchio, calandosi e tuffandosi verso lo strano, tumultuoso mare. Guidati dall’istinto si accingevano a pescare nel momento in cui sapevano che il combinarsi di vento e marea avrebbe portato verso la superficie banchi di pesci.
Ero esterrefatto. Se c’era al mondo un posto che poteva dare l’idea del paradiso degli uccelli, il posto era questo. "È fantastico!" gridai a George superando il rumore del vento.
George a sua volta gridò additando: "Guarda là, a dritta della prua, qualcosa di grosso che salta nell’acqua". Seguii la direzione del suo braccio e vidi a forse 100 metri un gran vortice d’acqua dove questo qualcosa era appena scomparso dalla superficie. Al di sotto si intravedeva una forma enorme che risalì nuovamente sollevandosi sopra le onde. Si poté distinguere chiaramente la massiccia sagoma di una balena, sorgente dalle profondità marine, che saltava in aria come un salmone per ricadere poi pesantemente in un tumulto di schiuma.»
Ovviamente, non è possibile riunire in un’unica categoria tutti i fenomeni di cui abbiamo fatto cenno, ed altri simili; ciascuno di essi andrebbe considerato come un caso a sé, perché questo è il solo modo serio di porsi di fronte a una questione di fatto: andare a vedere concretamente di che cosa si tratta. Resta però l’impressione, crediamo non del tutto infondata, che un filo comune esista tra tutti questi fenomeni; e che essi, pertanto, abbiamo qualche cosa da suggerirci, un invito da rivolgerci, purché noi lo sappiamo cogliere.
Il reale non è solo ciò che percepiamo nello stato di coscienza ordinario; e ciò che ci si rivela in uno stato di coscienza differente, non appartiene necessariamente alla dimensione delle fantasticherie o delle allucinazioni, non è necessariamente, e soltanto, il prodotto di un inganno dei sensi o di una "vacanza" della ragione. Vi sono cose che si cominciano a vedere solo quando gli occhi sono chiusi, e che si incominciano a udire solo quando regna un perfetto silenzio, fuori e soprattutto dentro di noi; cose che la nostra coscienza percepisce solo quando la mente giace, finalmente, in quiete: la nostra mente inquieta, febbrile, sempre in attività, sempre in agitazione, sempre giudicante, sempre persuasa di dover sostenere il mondo intero sopra di sé, e che, se essa si concedesse anche solo una piccolissima pausa, chissà quale mai catastrofe si rovescerebbe sull’universo.
I nostri amici animali, con il loro comportamento singolare; le nostre amiche piante, con il loro improvviso stormire, anche in assenza del vento; il cielo, il sole, la luna e le stelle, il riflesso nell’acqua del fiume, il frangersi delle onde sulla spiaggia, un profumo intenso e inspiegabile che ci investe da chissà quali profondità inesplorate: tutto questo può offrire una serie di ulteriori indizi, può essere di conforto, indirettamente, alle supposizioni che, altrimenti, forse non oseremmo formulare neppure con noi stessi: ma la cosa più importante non è quel che accade all’esterno — e che potrebbe anche avere delle spiegazioni perfettamente naturali, oppure scaturire da una qualche forma di suggestione o da una errata interpretazione dei fatti — bensì quello che si verifica nelle profondità della nostra coscienza, quando le leggi ordinarie dello spazio e del tempo sembrano sospese e quando un anello della ferrea catena delle cause e degli effetti pare essersi, miracolosamente e inesplicabilmente, allentato, lasciando intravedere al nostro sguardo la realtà altra….
Una cosa è certa: si tratta di esperienze privilegiate, di stati di grazia eccezionali, nei quali si dischiudono le porte della nostra prigione e ci è dato intuire, per un attimo, la presenza, al di là dei cancelli e dei muri, di una vastità ignota e inesplorata, di un mondo incommensurabilmente più ricco e più vivo, rispetto al quale il nostro, quello di tutti i giorni, dominato dal Logos strumentale e calcolante, che vuol sapere tutto con le sue sole forze, che vuol dare un nome a ogni cosa, che vuole incasellare ed etichettare e classificare ogni fenomeno, ogni evento, ogni esperienza, una buona volta si sfilaccia e cede il passo ad una realtà ulteriore, ad una dimensione sottile, leggera, ma non per questo meno autentica, anzi, molto più vera e reale di questa, che consideriamo la sola degna di essere vissuta, conosciuta e considerata. E sono attimi che vanno colti al volo, con prontezza, con gioia e gratitudine, perché non sappiamo se e quando torneranno a presentarsi, dal momento che non soggiacciono al volere del nostro Logos, e niente e nessuno potrebbe impartire loro degli ordini, poiché essi vanno e bvengono dove vogliono e quando vogliono, sena badare a nessuno, e tanto meno ai "diritti" che crediamo di accampare sulla conoscenza del reale.
Che cosa è reale? Siamo sicuri di saperlo? Soltanto le cose materiali lo sono? Ma allora il nostro pensiero, la nostra volontà, la nostra memoria, non sono reali? Oppure non possediamo le parole per esprimere certi concetti, anzi, non possediamo nemmeno i concetti per afferrare certe verità, che sono troppo più grandi del nostro abituale modo di porci rispetto al mondo? Se, però, la nostra coscienza è troppo limitata, se la nostra mente è troppo ristretta, se i nostri pensieri sono troppo angusti, come mai ci è talora concesso di avvertire il profumo dell’infinito e dell’assoluto; perché ci viene lascito intravedere, per un attimo, ciò che si trova oltre la cortina, oltre il velo illusorio della realtà di tutti i giorni? Quante cose ci sono in noi, e fuori di noi, che non conosciamo, e alle quali non sapremmo neanche dare un nome; e quanto è buffa la nostra pretesa d’aver capito. Comincia a capire solo chi si accorge della propria ignoranza e pigrizia; solo chi impara a vedere e ascoltare…
Fonte dell'immagine in evidenza: Photo by Wallace Chuck from Pexels