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Come l’elezione di F. D. Roosevelt venne pilotata dalla mafia di Lucky Luciano

Il massone Franklin Delano Roosevelt, colui che non seppe portare fuori gli Stati Uniti d’America dalla Grande crisi del 1929 e il cui tanto strombazzato New Deal fu uno spettacolare fallimento; colui che si fece rieleggere presidente per la terza volta, nel 1941, giurando ai suoi concittadini che mai li avrebbe portati in guerra, quando già aveva deciso di fare esattamente il contrario (e lo aveva lasciato capire, se non promesso esplicitamente, a Churchill); ebbene, costui, nel 1932, aveva potuto presentarsi in posizione vincente davanti al suo partito, il Partito Democratico, e, poi, davanti agli elettori dell’intero Paese, anche grazie ad un accordo con la mafia italo-americana capeggiata dal tristemente celebre bandito Lucky Luciano.

Nel 1932 Lucky Luciano, insieme ai suoi fedelissimi Frank Costello e Meyer Lansky, controllava la mafia italo-siciliana e gran parte della malavita organizzata di New York e degli Stati Uniti, avendo eliminato, l’anno prima, il potentissimo boss Salvatore Maranzano (il quale, a sua volta, aveva cercato di farlo assassinare), e avendo imposto una gestione di tipo manageriale, efficientissima e quasi scientifica, di Cosa Nostra e dei suoi affari, puntando in gran parte sul reinvestimento del denaro "sporco" in attività perfettamente legali, il tutto con un’amplissima rete di connivenze e di complicità con vasti settori del mondo degli affari, del sindacato, dell’amministrazione pubblica e della stessa politica.

In particolare, gli uomini di fiducia di Lucky Luciano esercitavano un controllo discreto, ma saldo, sulla Tammany Hall, la potente organizzazione collegata con il Partito Democratico che, a sua volta, e da moltissimo tempo, esercitava una sorta di controllo sulle politiche sociali della città di New York, e poteva muovere sia grosse somme di denaro, sia funzionari di partito e dell’amministrazione cittadina. La corruzione derivante da tale stato di cose era ormai talmente diffusa e così nota, che i giornali stavano conducendo una serrata campagna di stampa per denunciare l’inefficienza, l’inaffidabilità, o peggio, mostrate dall’amministrazione del sindaco Walker, seguendo, in particolare, le mosse di un giudice determinato e tenace, Samuel Seabury, il quale svolgeva una serie di inchieste con l’obiettivo di fare pulizia nella metropoli

Eccome come lo stesso Lucky Luciano ha ricostruito quell’oscuro episodio nelle sue memorie, dettate poco prima di morire (da: Martin A. Gosch & Richard Hammer, «L’ultimo testamento di Lucky Luciano» (titolo originale: «The Last testamento of Lucky Luciano», 1974; traduzione dall’americano di Bruno Oddera, Milano, Sperling & Kupfer, 1975, pp. 188-191):

«Durante la primavera del 1932, gli agenti di Roosevelt si recarono ovunque nel paese tentando di schierare delegati per la sua candidatura alla presidenza. Man mano che la convenzione stava avvicinandosi, Roosevelt si stava assicurando una netta maggioranza. Ma questo non bastava. In base ai regolamenti allora in vigore, avrebbe dovuto avere i voti dei due terzi dei delegati per ottenere la nomina a Chicago, e assicurarseli non sarebbe stato facile. Per persuadere i contrari di essere un candidato davvero sicuro e vincente, gli sarebbe occorso l’appoggio compatto del suo Stato, New York, e non soltanto quello delle regioni interne dello Stato, già schierate a suo favore, ma anche quello della città di New York, dove era la Tammany Hall a fare il belo e il cattivo tempo e dove i sostenitori di Al Smith sembravano compatti"Roosevelt non aveva alcuna probabilità di ottenere i voti dei delegato della città senza accordarsi con la Tammany e nel 1932 gli uomini che dirigevano la Tammany erano manovrati da me e da Frank Costello. Aspettavamo proprio questo, perché ero dominato da una strana sensazione per quanto concerneva Roosevelt. Certo, Smith mi piaceva, ed era l’uomo che volevo, ma non sapeva esprimersi meglio di me, e, in un certo qual modo, mi dispiaceva che alla casa Bianca venisse a trovarsi qualcuno che parlava come un figlio del Lower East Side. Sentivo che forse, al momento deciso, Roosevelt avrebbe finito con il prevalere. lo rispettavo perché apparteneva a quel gruppo di uomini dell’alta società che mi era stato possibile conoscere a fondo a Palm beach e a Saratoga, ed erano persone cole. Eppure, qualcosa nelle ossa mi diceva di non fidarmi di Roosevelt. Ne parlai con Costello e con Lansky e risero di me. Costello disse: "Charlie, tu non sai di che diavolo stai parlando. Sono quotidianamente in contatto con questi politicanti, molto più di te. E posso dirti sin d’ora che Mr. Roosevelt ci tiene a tal punto a diventare Presidente da essere disposto a tutto, compreso baciarti il culo in una vetrina di Macy, se questo potesse giovargli".

Erano sicuri, per conseguenza, che Roosevelt sarebbero stato costretto, in ultimo, ad accordarsi con la Tammany, e pertanto con loro. Quando avesse fatto questo, sapevano esattamente che genere di condizioni gli avrebbero imposto. La corruzione dilagata nella città di New York era arrivata a un punto tale, durante l’amministrazione del sindaco James  J. Walker, che non si poteva più ignorarla. Il giudice Samuel Seabury, un illustre democratico, risultato perdente alcuni anni prima, quando aveva posto la propria candidatura alla nomina governatoriale da parte del suo partito, perché la Tammany gli si era schierata contro, aveva avuto l’incarico di indagare sulla corruzione civica e le sue rivelazioni venivano rese note dai giornali c titoli a caratteri cubitali. […]

"Il solo uomo che potesse mettere le briglie a Seabury era Roosevelt e pensammo che sarebbe stato lui il nostro asso nella manica. Avevamo in tasca quasi tutti i delegati della città alla convenzione e per conseguenza potevamo impedire al governatore di assicurarsi lo Stato di New York; forse questo gli sarebbe costato a nomina… Chi non riusciva a conquistare il proprio Stato faceva la figura del vagabondo. Tuttavia, potevamo soltanto aspettare. Poi, verso la metà di maggio, un tale si fermò al tavolo di Frank, in Peacock Alley, non più di un minuto, con l’aria di essere passato di lì soltanto per caso. Era un grande avvocato che abitava vicino a Roosevelt, nei pressi di Tuxedo Park, e non aveva mai avuto a che fare con noi in passato, né lo vedemmo più in seguito. Si limitò a dire a Frank che avrebbe gradito molto parlare con lui e con me a casa mia, quel pomeriggio alle tre. Frank rispose con un cenno di assenso e ‘uomo se ne andò.

"L’incontro ebbe luogo e si sarebbe detto che fossimo tre uomini di affari impegnati in una conversazione nel corso della quale due sanno quello che l’atro vuole senza doverlo dire ad alta voice. Il sangue di questo signore era così blu che si sarebbe potuto adoperare in una penna stilografica. Disse a Frank: "Lei sa che il governatore ha posto la propria candidatura alla nomina presidenziale". E Frank rispose: "Sì, lo so, Lo leggo tutti i giorni sui giornali". Io dissi allora: "Occorre un mucchio di denaro per la campagna elettorale. Se il suo uomo otterrà la nomina, il che sarà molto difficile, avrà bisogno di soldi a palate per la pubblicità, i manifesti, e così via".

"Quel sangueblù non era un tonto. Disse qualcosa come: "Stiamo tastando il polso ad alcuni di grandi contribuenti per sapere se sarebbero disposti a fare donazioni e ad appoggiare la campagna del governatore". Frank disse: "Non siamo mai venuti meno ai nostri amici, fino ad oggi. Se Franklin Roosevelt otterrà la nomina, venga a trovarci. La porta è sempre aperta".

"Tutto quel menare il can per l’aia mi stava dando la nausea e pertanto misi le carte in tavola. Dissi: "Chiariamo una cosa. Roosevelt ha un amico a nome Seabury che sta rendendo la situazione difficile per certe persone in città. Finiamola quindi di girare alla larga. Se noi consegneremo, e lei sa a che cosa mi riferisco, anche voi dovete consegnare, e anche in questo caso sa di che cosa parlo. Ma voglio vedere subito qualche prova".

Questo bastò. Ci scambiammo strette di mano, sorridemmo, dandoci a vicenda pacche sulla schiena, e l’uomo se ne andò. Mi voltai verso Frank e, prima che avessi potuto aprir bocca, lui si mise a ridere. Disse: "Charlie, sei un abile uomo politico. È un vero peccato che tu sia finito in carcere, altrimenti potrei fare di te un governatore. Credo che il tuo tempismo sia stato perfetto e che otterremo qualche risultato Ma, comunque si possa guardare la cosa, stiamo puntando su entrambi i cavalli in una corda a due. Come potremmo perdere?»

A questo punto, la Tammany si divise: una parte decise di appoggiare Roosevelt, l’altra restò fedele ad Al Smith, l’ex governatore. Tutto sembrava andare come Luciano aveva previsto: ciascuno dei due concorrenti poteva diventare il cavallo vincente per gli uomini di Cosa Nostra. Roosevelt rilasciò una clamorosa dichiarazione, in cui, pur elogiando lo zelo di Seabury, disse che, a suo parere, non esistevano gli estremi per istruire un processo contro Walker e contro gli uomini della Tammany: pareva un regalo fatto a Luciano, una specie di promessa di non luogo a procedere. E si tenga presente che le inchieste di Seabury si erano rivelate così pericolose che gli uomini di Luciano avevano seriamente pensato di assassinarlo, dopo aver tentato inutilmente di corromperlo, offrendogli una bustarella di due milioni di dollari in contanti.

I mafiosi, comunque, non erano gente abituata a fidarsi ad occhi chiusi di chicchessia: rimasero guardinghi sino alla fine, e decisero di appoggiare un proprio candidato solo all’ultimo momento, quando la conta dei voti delle primarie si sarebbe rivelata decisiva. Così, quando si tenne la convention di Chicago, Luciano e Costello vi si recarono entrambi, accompagnati da alcuni dei loro, e presero alloggio nello stesso albergo, occupando alcune camere di lusso: l’uno si presentò insieme al suo vecchio amico, Al Marinelli, capo della Tammany e sostenitore di Smith; l’altro con un suo vecchio amico, Jimmy Hines, sostenitore di Roosevelt. Il loro scopo era di sorvegliare da vicino il comportamento dei delegati democratici e, all’ultimo momento, scegliere il loro candidato e impartire i relativi ordini di scuderia. Sarebbe stato un buon soggetto per una commedia degli equivoci di Shakespeare.

Oltre che di politica, in quell’albergo si parlò moltissimo anche di affari. Fra gigantesche bevute di superalcolici offerti dalla malavita (nonostante vigesse ancora, in teoria, il proibizionismo), e più precisamente dagli uomini di Al Capone, che, in quel momento, si trovava in carcere, vi fu una specie di conferenza ad alto livello delle organizzazioni malavitose per la spartizione delle zone, delle città e dei rispettivi settori di competenza (prostituzione, case da gioco, slot-machines), specie per quanto riguardava la Louisiana e la città di New Orleans, che offrivano un mercato particolarmente promettente. Quando Luciano e i suoi capirono che la vittoria di Roosevelt era pressoché certa, decisero di "scaricare" Smith, ma il boss volle dargli personalmente la notizia che i "suoi" delegati avrebbero votato contro di lui, perché, secondo il codice d’onore mafioso, un vecchio "amico" non meritava di essere pugnalato alle spalle. Nel corso di quel colloquio, che si concluse con uno Smith letteralmente in lacrime, Lucky Luciano, ad una precisa domanda dell’interlocutore, ammise che si accingeva a puntare su Roosevelt in cambio della promessa ch’egli avrebbe "fermato" Seabury.

Fu un grosso errore di calcolo. Roosevelt, vincitore alla convention di Chicago, venne poi eletto presidente degli Stati Uniti, ma non mantenne la promessa, anzi, incoraggiò Seabury a procedere con la massima energia, tanto che il sindaco Walker preferì dimettersi e partire per l’Europa su di un piroscafo (con una ballerina, sua amante) per farsi dimenticare, prima che l’inchiesta lo travolgesse e arrivasse a incriminarlo. Sarebbe tornato qualche anno, a cose ormai dimenticate. Da quel momento, tuttavia, ebbe inizio il tramonto di Luciano. Sarebbe stato un altro magistrato, tuttavia, il procuratore Thomas E. Dewey, a farlo arrestare, il 1° aprile 1936, per sfruttamento della prostituzione, e a riportarlo da Hot Springs, in Arkansas, dove si era rifugiato presentendo la tempesta, a New York. La storia successiva è nota e, comunque, qui non ci interessa.

Qualcuno potrebbe giudicare che, in politica, il fine giustifica i mezzi e che Roosevelt, pur se promise, o fece promettere, qualcosa alla mafia, alla fine si servì dei voti da essa controllati per farsi eleggere, ma poi non si lasciò condizionare. Un simile machiavellismo può incontrare, o meno, la nostra approvazione: per lo storico, quello che è assodato, pur tenendo conto di una possibile vanità di Luciano nel voler ingigantire il ruolo politico da lui svolto, è che all’elezione di Roosevelt quale presidente degli Stati Uniti non furono estranei i maneggi della mafia e di quella parte del Partito Democratico newyorkese che essa, direttamente o indirettamente, controllava, e con la quale era, comunque, in lucrosi e inconfessabili affari.

Quanto al giudizio dello stesso Luciano su colui che seppe giocarlo così bene (e non era cosa da poco riuscire a beffare un uomo scaltro come lui), lo si può condensare in queste sue riflessioni (op. cit., p. 197):

«Naturalmente, Roosevelt era sempre stato un farabutto, ma devo riconoscergli un merito… sapeva essere davvero mellifluo. […]Roosevelt fece esattamente quello che avrei fatto io al suo posto; tutto sommato, non era diverso da me. Io avevo fatto eliminare Masseria e Maranzano per arrivare alla vetta. La mia attività era illegale: violavo la legge. Roosevelt mandò in carcere o schiacciò noi e altri uomini come Hines e Walker. E le sue azioni furono legali. Ma la sostanza rimaneva identica: eravamo entrambi farabutti doppiogiochisti, comunque si possano prospettare le cose. Orbene, io non dico che fummo noi a far eleggere Roosevelt, ma certo gli demmo una buona spinta. Avevo sempre saputo che gli uomini politici erano disonesti; che si poteva comprarli quando si voleva e non meritavano alcuna fiducia. Ma non credevo che fosse così anche per un uomo destinato a diventare presidente degli Stati Uniti. Non avevo mai creduto che la corruzione potesse aprirsi la strada fino alla Casa Bianca. Non avevo mai creduto che un uomo che stava per divenire Presidente fosse capace di piantarti un coltello nella schiena mentre tu non guardavi. Non avevo mai creduto che la sua parola non valesse più di quella di tanti teppisti dei racket. Ma presumo che nessuno dovrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti perché spalleggiato da un gangster.»

Qualsiasi commento a queste parole di Lucky Luciano ci sembrerebbe superfluo.

Fonte dell'immagine in evidenza: Wikipedia - Pubblico dominio

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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