
Il paradosso della fede: «Timore e tremore» di Kierkegaard
5 Luglio 2007
Travaglio interiore e visione salvifica nelle Confessioni di S. Agostino
12 Luglio 2007Il seguente racconto era stato pubblicato sul mensile «Il Piave» di Conegliano (Treviso) , nel numero 11 (novembre) del 1988, pag. 3, e viene ora riproposto, con qualche lieve modifica, appositamente per i lettori di Edicolaweb.
Era una calda giornata di agosto, un pomeriggio ardente ma non umido, ventilato anzi, in riva al mare, da una brezza tesa e leggera. Lontano mille chilometri dai miei campi verdi e dalle mie montagne, vagavo per le strade e le piazze del centro di Napoli, e compivo frequenti incursioni nei locali aperti – era domenica – per bere una birra che non spegneva mai la mia sete divorante. Era tutto nuovo per me, straniero: il cielo alto e luminosissimo, il golfo dai contorni formosi e raccolti, la parlata musicalissima della gente, l’angolazione della luce sui muri delle case. E pensavo, saturo di ricordi letterari, a Boccaccio e alla splendida corte angioina di re Roberto – splendida, ma già corrotta e decadente -, mentre l’incedere naturalmente elegante di qualche bella ragazza del popolo di faceva subito sovvenire di Fiammetta e delle giovani «regine» del Decamerone.
Nel percorrere una via centrale, non lontano dal Maschio Angioino la cui mole si stagliava poderosa sullo sfondo azzurro e tranquillo del mare, giunsi all’altezza di una chiesa medievale, detta di S. Maria Incoronata. Avevo sentito dire che conteneva dei magnifici affreschi, e, più ancora, ero tentato dalla frescura e dalla penombra che essa sembrava promettere. Scesi i pochi gradini adducenti all’ingresso – stranissima sensazione, come di una discesa entro una «selva spessa e viva», forse il ricordo d’un sogno notturno? -, e varcai la soglia.
L’interno era quasi buio, e così mi parve sul momento. Le due navate (una singolarità architettonca) dalle forme gotiche trecentesche erano come due seni pieni d’ombra e di silenzio, un silenzio palpitante e quasi respirante di una vita misteriosa.
Non c’era nessuno.
Dopo essermi seduto in un angolo qualche minuto per recuperare le forze (camminavo infatti da quasi tre ore) e per abituarmi alla semioscurità, cominciai a percorrere lentamente le pareti, ammirando gli affreschi che decoravano la volta ed i muri. Ad un tratto mi colpì uno splendido ritratto femminile di nobildonna, giovane, raffinata, incoronata di perle, col grazioso nasino all’insù e uno sguardo così acuto e penetrante, ma anche vagamente ironico e malizioso, che sembrava uscire dall’intonaco assai scrostato e rovinato dal tempo, e posarsi su qualche oggetto reale, lì vicino.
Rimasi a contemplare quelle sembianze per un tempo indefinito, conscio di stare ammirando il ritratto della regina Giovanna I d’Angiò, che verso il1350 aveva fatto costruire il tempio in ricordo della sua incoronazione e di quella del secondo marito, Ludovico di Taranto). E ripensavo alla vicenda torbida e tragica di quella sventurata donna, di quella regina troppo bella e troppo giovane – era salita al trono diciassettenne, nel 1343 -, troppo libera e troppo sensuale, sposa di quattro mariti e trastullo di troppi ministri, coinvolta in troppi intrighi e in troppi delitti – a cominciare da quello del suo primo consorte, Andrea d’Ungheria, tratto nella notte dalla camera nuziale e miseramente precipitato dalle mura di un castello. Una donna dal fascino indefinibile e irresistibile che, ad Avignone, presso la corte pontificia, aveva saputo discolparsi così bene dai sospetti di uxoricidio, da muovere a compassione e farsi pienamente assolvere perfino da un tribunale di vescovi tarlati e sospettosi.
Ripensavo a tutto ciò mentre guardavo il suo ritratto, quasi ipnotizzato, quand’ecco mi parve di udire un brusio di voci, come una piccola folla lontana eppur vicina; e, sopra quel brusio levarsi lo zampillo di una risata argentina, ma anch’esso stranamente ovattato e come se provenisse da lontano.
D’istinto mi volsi, supponendo che una comitiva di turisti fosse entrata alle mie spalle mentre stavo così assorto: ma non c’era nessuno. Girai intorno lo sguardo, la chiesa era vuota e silenziosa come quando vi ero entrato. Tornai a fissare la bella immagine della regina e, dopo qualche secondo, udii nuovamente lo smorzato brusio di voci e il limpido, spensierato riso femminile; e un suono gentile di strumenti musicali, d’arpe e di liuti; e inoltre come un rumore di stoviglie e di bicchieri.
Un istante dopo era tutto finito.
Non sapevo che cosa pensare. Confuso, impressionato, dubbioso di me stesso, restavo lì perplesso ed esitante, e pensavo che il clima così diverso in cui mi ero bruscamente venuto a trovare, il calore ardente, la sete e la stanchezza dovevano avermi giocato quello scherzo inusitato. Giunto a una tale conclusione, mi stavo muovendo per uscire, quando un urlo lontano di donna, straziante e carico d’angoscia, mi ferì l’udito.
Mio Dio, la stavano uccidendo!… Stavo rivivendo la sua tragica morte, avvenuta il 22 maggio 1382, strangolata dai suoi carcerieri, per ordine dell’invasore, Carlo III di Durazzo. Sola e senza amici, regina prigioniera senza più regno né sudditi, lei che aveva attraversato la scena della vita circondata da innumerevoli amanti e ammiratori, come fosse stata una festa ininterrotta. Lei che aveva amato la vita e l’amore, fino al punto di perdere – inseguendo il suo piacere – il trono e sé stessa.
Qualche tempo dopo uscii dalla chiesa, turbato e pensieroso.
Avevo ancora quel grido disperato negli orecchi, simile a una suprema invocazione d’aiuto. La luce del meriggio napoletano mi avvolse nel suo biancore abbagliante, in cui si scioglievano le ombre delle cose.
Riteniamo di fare cosa utile ai lettori riportando dalla guida del Touring Club Italiano «Napoli e dintorni», edizione 2005, pp. 258-259, il seguente stralcio sulla chiesa di S. Maria Incoronata, detta anche, semplicemente, Chiesa dell’Incoronata.
"S. MARIA INCORONATA.
"Sul lato opposto di via Medina [rispetto alla Chiesa della Oietà dei Turchini, detta anche dell’Incoronatella], è affiancata dalla chiesa di S. Giorgio dei Genovesi (…). Con portico esterno su colonne, appare a un livello più basso della strada perché tutta la zona fu trasfosmata nel sec. XVI con la creazione della nuova cinta di Castel Nuovo e dei fossati. La chiesa fu fondata, poco dopo la meta del XIV da Giovanna I in memoria dell’incoronazione sua e del secondo marito, Ludovico di Taranto. Venne dedicata alla corona di spine (Raffigurata nel portale) per la presenza di una spina ritenuta della corona di Cristo e donata alla chiesa dalla regina. Passò in seguito ai Certosini di S. Martino che, verso la fine del sec. XVI, la lasciarono in abbandono. Riaperta al culto e ridecorata nel XVIII, è stata oggetto, per buona parte del ‘900, di interminabili restauri (iniziati nel 1925-27 e conclusi nel 1993) che l’hanno liberata dagli edifici che vi si erano sovrapposti, ma anche spogliata di ogni elemento barocco; oggi appare quindi riva d’ogni arredo.
"L’interno mostra un impianto singolare a due navate coperto da crociere che ha dato spunto alle più varie spiegazioni: una è relativa all’adattamento di un edificio preesistente, sede del Regio Tribunale, di cui rimarrebbero la navata maggiore e il portico esterno. Nella prima campata della navata maggiore, affreschi di Roberto Oderisio. Nella volta, Trionfo della religione e I sette sacramenti (danneggiati dal tempo e da incauti restauri), eseguiti nel 1352-54 c.: nel Battesimo si vuole vedere quello di Carlo figlio del duca di Calabria (due figure, di cui una laureata, sarebbero Petrarca e Laura; nella Confermazione la cresima di tre figli di Giovanna I; nella Comunione la figura stessa di Giovanna, nell’Ordinazione la consacrazione episcopale di S. Ludovico d’Angiò da parte di Bonifacio VIII, nella Confessione ancora Giovanna; nel Matrimonio le nozze di Giovanna col cugino; queste identificazioni non hanno, però, alcun fondamento. Più danneggiate le pitture delle lunette, con storie di Giuseppe ebreo, di Mosé e altre bibliche. Il loro soggetto e la datazione più antica (c. 1340-43) sembrano avvalorare la tesi di coloro che ritengono questa parte della chiesa ricavata dall’aula del tribunale. (…)"
Fonte dell'immagine in evidenza: Photo by Wallace Chuck from Pexels