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La fede corona e illumina la ragione

La teologia esiste perché l’uomo è ordinato a Dio: cioè la sua intera esistenza, la sua intima natura e tutto il suo essere sono fatti in modo tale che solo in Dio egli trova la sua piena ed effettiva realizzazione, e in nessun altro oggetto. Ma l’uomo è una creatura razionale: dunque, in lui il bisogno di Dio, di completarsi mediante il raggiungimento, la conoscenza e il godimento di Dio, non si appagano interamente se non seguendo il più possibile una via razionale. Al tempo stesso, Dio, per definizione, è ciò che trascende tutte le cose di quaggiù in un modo, che sarebbe follia, per una di tali creature, e sia pure la più perfetta e la più intelligente, quella fatta a sua immagine, presumere di poter conoscere o anche solo avvicinarsi al mistero di Dio con le sue sole forze. Dunque, sembra esservi qui una contraddizione: da un lato l’uomo ha bisogno di Dio, e ha bisogno di conoscerlo razionalmente, perché una forma di conoscenza che fosse al di sotto della ragione non lo appagherebbe, né sarebbe degna di lui; dall’altro lato, egli non possiede i mezzi per soddisfare il suo bisogno, in quanto nulla di ciò che egli possa fare o concepire potrà mai anche solo lontanamente avvicinarlo alla meta dei suoi desideri. A ben guardare, però, la contraddizione è solo apparente: l’uomo non può sondare, con le sue sole forze intellettuali, il mistero di Dio, questo è vero, perché esso gli è incommensurabilmente superiore; e tuttavia Dio ha dato all’uomo due strade per soddisfare quel profondo desiderio, l’una naturale, l’altra soprannaturale. La prima è quella indicata dalla ragione naturale: questa può mostrare che non vi è nulla di contraddittorio e nulla di irragionevole nell’idea di Dio, di un Dio che ha dato origine a tutte le cose e che tutte le richiama a sé, in un circolo virtuoso di amore; ma non solo: che il risultato di una ricerca razionalmente condotta non può che condurre a Lui. La seconda via è quella della divina Rivelazione: Dio stesso si è fatto conoscere agli uomini e ha voluto porgere loro un aiuto straordinario affinché la loro ragione naturale potesse innalzarsi più in alto di quanto non saprebbe fare da sola, giungendo fino alla visone di Lui: laddove essa, quanto alle sue possibilità, può arrivare solo fino a un certo punto del cammino.

La teologia mostra, così, la sua duplice natura. Da un lato, essa è quel ramo della filosofia che applica la ragione naturale all’indagine delle cose divine; dall’altro lato, essa svolge la funzione di illustrare e chiarire meglio, alla mente umana, quelle verità della Rivelazione che essa, da sola, stenta a comprendere: beninteso fin dove ciò sia possibile e non oltre; perché neppure con l’aiuto soprannaturale della grazia la mente umana può afferrare sino in fondo il mistero di Dio, e in particolare il duplice mistero della Trinità e quello dell’Incarnazione; ma deve accontentarsi di intravederlo e di intuirlo soltanto, mentre la fede, che si nuove su un altro e più elevato piano di realtà, può mostrarlo in maniera assai più appagante, per via extrarazionale, non però irrazionale. E questa è la via della santità. Non si tratta di un privilegio che Dio concede ai Santi, perché Santi si diventa e non si nasce (cin la sola eccezione della Vergine Maria, nata senza il peccato originale); ma si tratta di una logica conseguenza di una vita eroicamente virtuosa. L’ostacolo principale alla visione del Bene, infatti, è la vita disordinata, resa torbida dalle passioni; ma quando l’anima si purifica e intraprende un cammino esistenziale alieno dai disordini, il suo sguardo interiore diviene più acuto e riesce a spingersi assai più lontano, sino a vedere le cose che, prima, non poteva scorgere, benché le avesse, forse, vicine, a causa della fitta nebbia creata dalle passioni disordinate. Dunque la conoscenza perfetta di Dio — peretta, sempre umanamente parlando: in effetti, si tratta di una visione beatificante, ma fuggevole — è riservata alla santità; al teologo resta l’altra strada, che non è opposta o contraria, ma complementare (ci sono stati dei Santi, come Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino, che erano grandi teologi; ma non dei teologi che fossero divenuti Santi, perché teologi), la strada razionale, guidata dalle due stelle polari della filosofia naturale e della divina Rivelazione.

La teologia, dunque, è una scienza anfibia: in parte sgorga dalle facoltà naturali dell’uomo, dalla sua ragione filosofica; in parte è chiamata a delucidare, sempre per via razionale, quelle verità di ordine soprannaturale che vengono rivelate all’uomo da Dio stesso, perché l’uomo, da solo, non sarebbe capace di innalzarsi fino ad esse. E proprio per questo aiuto chele viene dato da Dio, la teologia si colloca un gradino al disopra della filosofia naturale di tutte le altre scienze, e una società bene ordinata non esista a riconoscere in essa la regina di tutte le scienze; mentre il fatto che, a partire dalla modernità, essa sia stata relegata nelle facoltà ecclesiastiche, la dice lunga su quanto la società moderna si sia allontanata dal Bene supremo, che è Dio per idolatrare le cose del mondo.

Scrive san Tommaso d’Aquino al principio del suo capolavoro, la Summa teologica (I, q. 1, art. 1; traduzione a cura dei frati domenicani, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 2014, pp. 26-27):

Oltre alle discipline filosofiche è necessario ammettere un’altra scienza? Sembra di no. Infatti:

1. L’uomo non si deve spingere verso ciò che supera la sua ragione, così come dice il Siracide (3, 21): "Non cercare le cose troppo difficili per te". Ora, ciò che è di ordine razionale ci è dato sufficientemente dalle discipline filosofiche. Conseguentemente non vi è posto per un’altra scienza. 2. Non vi è scienza che non tratti dell’ente: infatti non si conosce altro che il vero, il quale coincide con l’ente. Ora, la filosofia tratta di ogni ente e anche di Dio, tanto che una parte della filosofia viene denominata teologia, ossia scienza divina, come dice Aristotele (cfr. Metafisica, VI, 1, 18026a, 19). Quindi non è necessario ammettere un’altra scienza all’infuori delle scienze filosofiche.

In contrario: nella Seconda lettera a Timoteo (3, 16) è detto: "Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere, formare alla giustizia". Ora, la Scrittura divinamente ispirata non rientra nelle discipline filosofiche, che sono un ritrovato della ragione umana. Di qui l’utilità di un’altra dottrina di ispirazione divina, oltre alle discipline filosofiche.

Risposta: era necessario per la salvezza dell’uomo, oltre alle discipline filosofiche oggetto di indagine razionale, ci fosse un’altra dottrina procedente dalla divina rivelazione. Prima di tutto perché l’uomo è ordinato a Dio come a un fine che supera la capacità della ragione, secondo il detto di Isaia (64, 3): "Occhio non vide, eccetto te, o Dio, che cosa hai preparato per coloro che ti amano". Ora, è necessario che gli uomini conoscano in precedenza questo loro fine, perché vi indirizzino le loro intenzioni e le loro azioni. E così per la salvezza dell’uomo fu necessario che mediante la divina rivelazione gli fossero fatte conoscere cose superiori alla ragione umana. Anzi, anche su ciò che intorno a Dio l’uomo può indagare con la ragione fu necessario che egli fosse ammaestrato dalla rivelazione divina, poiché una conoscenza razionale di Dio non sarebbe stata accessibile se non a pochi, dopo lungo tempo e non senza errori; eppure dalla conoscenza di tali verità dipende tutta la salvezza dell’uomo, che è riposta in Dio. Quindi, per provvedere alla salvezza degli uomini in modo più conveniente e più certo, fu necessario che sulle verità divine essi fossero istruiti per divina rivelazione. Di qui la necessità, oltre alle discipline filosofiche oggetto dell’indagine razionale, di una dottrina avuta per divina rivelazione.

Soluzione delle difficoltà:

1. È vero che l’uomo non deve scrutare col semplice lume della ragione cose superiori alla sua intelligenza, ma se Dio gliele rivela deve accoglierle con fede. Infatti nel medesimo punto del Siracide si aggiunge (3, 23): "Ti è stato mostrato più di quanto comprenda un’intelligenza umana". E precisamente in ciò consiste la dottrina sacra.

2. La diversità di principi o di punti di vista causa la diversità delle scienze. Una stessa conclusione scientifica può dimostrarla infatti sia un astronomo che un fisico: per es., la rotondità della terra; ma l’astronomo parte da criteri matematici, cioè fa astrazione dalla materia, mentre il fisico la dimostra tenendo contro ella materia (cfr. Aristotele, Metafisica, VI, 1, 1025b, 18-1026a; Boezio, La Trinità, II; Tommaso d’Aquino, Commento al libro di Boezio sulla Trinità, qu. 5, art. 2-3). Quindi nulla impedisce che degli oggetti di cui tratta la filosofia con la luce della ragione naturale tratti anche un’altra scienza che procede alla luce della rivelazione. E così la teologia che fa parte della dottrina sacra differisce secondo il genere dalla teologia che fa parte della filosofia.

Con la sua esemplare chiarezza e con la sua pacata, rigorosa lucidità razionale, Tommaso mostra come la filosofia e la teologia, non che escludersi, si compenetrino a vicenda; e inoltre come la via della ragione e la via della fede concorrano verso la stessa meta, che è Dio, in maniera armoniosa e del tutto appagante per la natura dell’uomo. Dio, sommo Bene, vuol essere conosciuto dall’uomo secondo la sua natura, che è una natura razionale; ma nello stesso tempo vuole che l’uomo si ricordi sempre che egli è creatura, e che la sua ragione ha dei limiti precisi: perciò non deve insuperbire, ma cercare nella teologia il completamento della filosofia, e nella fede il completamento della teologia. Tale è la giusta gerarchia fra queste diverse, ma non contrastanti, forme di conoscenza delle cose divine. Dove è evidente che la forma più alta è la fede: ed è per questo che Gesù, una volta, ha avuto un moto di esultanza, esclamando: Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre: perché così è piaciuto a Te!

Di queste parole, chiarissime e ammonitrici, evidentemente si sono scordati i cattivi teologi della modernità, i quali, gonfi di umana superbia per la propria intelligenza, hanno preteso di capovolgere ciò che i loro predecessori, per secoli e secoli, avevano considerato acquisito, e hanno voluto, niente di meno, rovesciare completamente la prospettiva teologica, ponendo al centro della loro riflessione non più Dio, ma l’uomo. Lo hanno fatto con finta umiltà, asserendo che il mistero di Dio è troppo grande per la mente dell’uomo; ma in realtà accecati dall’orgoglio, perché Dio ci ha offerto i mezzi per giungere alla visione delle cose supreme, ma ha voluto che quei mezzi, a un certo punto, vedessero la fede porsi alla guida della ricerca teologica. Essi, però, la fede l’avevano persa; l’avevano persa, e intanto volevano stordire se stessi e gli altri con vane parole, con formule altisonanti: la svolta antropologica, il silenzio di Dio, il Dio che si nasconde, come a voler giustificare la loro superbia e la loro folle pretesa di rifare daccapo tutta la scienza teologica, come se uomini (e Santi) della statura intellettuale di Agostino e di Tommaso non avessero capito nulla. E così quei nani malefici, quei Rahner, quei Kasper, sono riusciti a cancellare il giusto orientamento delle scienze teologiche, così come dei malintenzionati riescono a cancellare la strada che conduce alla meta, modificando la segnaletica e, se non basta, ponendo delle frasche sul sentiero, in modo che l’occhio del viandante non lo scorga, e imbocchi un’altra strada. Povera teologia! Nelle mani di questi pervertiti, essa, da strumento d’innalzamento della ragione naturale verso le cose divine, è divenuta strumento di confusione, d’incredulità, di dubbio sistematico e di radicale scetticismo. Grazie a loro, la fede di molti credenti è stata infettata; essi, infatti, a partire dal Concilio Vaticano II, sono riusciti a occupare delle posizioni decisive in seno alla Chiesa, sono riuscito a imporre la loro nuova "teologia" nei seminari e nelle facoltà teologiche, e così hanno fatto in modo che due, tre generazioni di preti senza fede, o la cui fede era stata irrimediabilmente minata dai loro presupposti scettici e relativisti, prendessero il posto dei buoni sacerdoti di prima, i quali avrebbero avuto orrore anche solo al pensiero di poter essere di scandalo per la fede delle anime loro affidate. Oggi, invece, si assiste al tristissimo spettacolo di preti, imbevuti di falsa teologia, i quali non si curano affatto di dare scandalo ai loro parrocchiani: trasformano le loro chiese in ristoranti e pizzerie, in sale da ballo e in auditori per conferenze di noti esponenti della cultura di morte, anticristiana e radicali; nei casi più gravi, invitano esponenti delle altre religioni a tenere i loro riti, a esibirsi in danze "sacre", cioè diaboliche, nel mezzo della santa Messa; e alcuni sciagurati osano proclamare in faccia ai fedeli la propria inversione sessuale, rivendicandola con fierezza, o presentano delle coppie omofile e le additano al plauso generale, quali esempi invidiabili di amore e tenerezza "coniugale".Quando tornerà la sana e vera teologia ad essere un sostegno nel cammino della fede, come lo è stata per secoli, e non una pietra d’inciampo? Certo: i cattivi teologi hanno dato il "la"; ma dei cattivi vescovi hanno dato loro spazio, e dei cattivi sacerdoti si sono uniformati alle loro blasfemie e bestemmie. È da lì che vengono affermazione intollerabili come queste: che Dio non è cattolico; che Gesù si è fatto diavolo e serpente; che Gesù fa un po’ lo scemo e che non era uno "pulito"; che le Persone della Santissima Trinità litigano sempre a porte chiuse; che Dio non è più Dio senza l’uomo. Basta: si prova la nausea a continuare. È tempo di reagire: abbiamo sopportato abbastanza. E Dio ci aiuti…

Fonte dell'immagine in evidenza: Foto di Chad Greiter su Unsplash

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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