
«Ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie»
3 Marzo 2017
L’uomo è decisione; ma l’uomo moderno vorrebbe tenersi aperte tutte le strade
4 Marzo 2017Quando, cinque anni fa, il mondo cattolico venne messo a rumore da un articolo nel quale il sacerdote Dariusz Oko (docente di filosofia alla facoltà di teologia della Pontifica università di Cracovia, una esperienza pastorale nelle parrocchie di due continenti, Europa e America, e una, stabile, di direttore spirituale dei medici della sua diocesi, in Polonia), molti mostrarono incredulità e pensarono che vi fosse una certa esagerazione nelle sue affermazioni. Apparso dapprima sulla rivista polacca Fronda, poi sulla tedesca Theologiske, l’articolo sosteneva che la Chiesa cattolica è pesantemente infiltrata da una lobby omosessuale, la quale, mediante il ricatto e l’omertà, non solo è in grado d’influenzare e pilotare le carriere, ma anche d’influenzare le posizioni ufficiali e semiufficiali del Magistero in tema di etica sessuale, determinando un progressivo slittamento della stessa dottrina cattolica. Oko aveva coniato una particolare espressione per definire l’operato di queste lobby interne alla Chiesa: omoeresia, cioè una eresia volta a "sdoganare" l’omosessualità dalla condanna tradizionale e favorire il sacerdozio dei preti omosessuali e l’accettazione delle famiglie "arcobaleno", negando che l’omosessualità sia una deviazione dell’istinto naturale, e, pertanto, facendo leva sul "diritto" di ogni persona ad essere pienamente se stessa.
Oggi è sotto gli occhi di tutti come Dariusz Oko avesse visto giusto e come, in soli cinque anni, l’omoeresia si sia talmente diffusa nella Chiesa e nel mondo cattolico, da giungere sempre più vicino all’obiettivo che si era prefisso, snaturando, così, il Magistero e la morale cattolica: perché tale è il risultato quando un’eresia, per quanto ben mascherata, giunge a ottenere un riconoscimento ufficiale, o quasi, ed entra a far parte del bagaglio teologico e pastorale della Chiesa. Notiamo come tutto questo sia avvenuto in concomitanza con l’opera dei vari gruppi di pressione omosessualisti nel contesto della società profana, i quali sono pressoché riusciti, facendo passare il loro sforzi per una "battaglia di civiltà", a derubricare l’omosessualità dal catalogo della deviazioni psicologiche e ottenendo la cancellazione di ogni restrizione nei confronti delle persone omosessuali, in qualsiasi ambito. In base alle leggi e alle normative vigenti, da alcuni anni, nei principali Paesi occidentali, può pertanto accadere che un generale dei marines, oltre a dichiararsi apertamente omosessuale, possa anche, se gli piace, indossare l’uniforme femminile e accavallare le sue gambe pelose, per sottolineare il suo diritto alla propria identità di genere: identità che, in omaggio all’ideologia gender, non solo è soggettiva, ma anche "liquida" e fluttuante, per cui può variare nel tempo secondo i gusti e i capricci di ciascuno, a suo insindacabile giudizio. Notiamo anche, en passant, che tale offensiva delle lobby LGBT è stata preceduta da una silenziosa ed abile manipolazione del linguaggio, avente lo scopo di far introiettare al pubblico concetti in se stessi ambigui o contraddittori e, comunque, ad essa funzionali, ma non rispettosi della verità. La stessa parola omosessualità, per fare un esempio, è una forzatura, un ossimoro, poiché la sessualità è l’incontro dell’elemento maschile e di quello femminile (si pensi alla riproduzione sessuata dei fiori) e quindi si dovrebbe parlare, semmai, di omofilia o di omoerotismo. Ma, ormai, ci siamo arresi tutti quanti alla terminologia imposta da chi vuole sovvertire la nostra percezione della realtà, e quindi stiamo combattendo una battaglia di retroguardia, con strumenti inefficaci, senza credere veramente che il quadro culturale possa venire ormai modificato.
Si prenda, ad esempio, quel che è accaduto l’altro giorno nell’arcidiocesi di Torino, al funerale di Franco Perrello, 83 anni, il primo cittadino di quella città che aveva usufruito della legge Cirinnà sulle unioni civili per "sposare", come impropriamente si dice, il suo compagno "storico", Gianni Reinetti. La funzione è stata celebrata da don Gian Luca Carrega, ufficialmente responsabile, in quella arcidiocesi, della "pastorale per le persone omosessuali". Anche qui notiamo, di sfuggita, che l’aver creato una apposita pastorale per le persone omosessuali nelle varie diocesi italiane e di altri Paesi, in cui la parola chiave è "accompagnamento", rappresenta, di per sé, un cedimento nei confronti delle pressioni esercitate dalle lobby gay, perché sa tanto di "riparazione" nei confronti di persone ingiustamente discriminate; quando invece è noto che proprio la Chiesa cattolica ha sempre mostrato umanità e moderazione nei loro confronti, quando il potere civile e la società laica, nei secoli passati, non mostravano né umanità, né moderazione, ma le perseguitavano a morte: salvo ribadire che l’omosessualità (continuiamo a usare questo termine sbagliato, per evitare possibili, ulteriori confusioni) è un disordine oggettivo della natura, e che la pratica omosessuale è un peccato molto grave per la morale cattolica (non per nulla Dante pone all’Inferno queste anime, compresa quella del suo amato e stimato maestro Brunetto Latini).
Dunque, al funerale del signor Perrello, don Carrega non ha esitato ad affermare, dall’alto del pulpito e con la sua autorità di sacerdote, per giunta di sacerdote "esperto" del problema e particolarmente qualificato a parlare, perché investito dal suo arcivescovo di una funzione particolare:
Tanti pensano che la prima parola da dire, in questi casi, sarebbe "scusa". Scuisa per le disattenzioni, scusa per la freddezza, scusa per le dimenticanze, Ma questo dovrebbe farlo qualcuno più importante di me… [Il vescovo? Il papa? Ai posteri l’ardua sentenza.] Io, invece, ho detto loro "grazie" perché con la loro ostinazione ci hanno permesso di pensare a una Chiesa in grande, accogliente, capace di andare oltre e di non lasciare indietro nessuno.
Ci permettiamo di tradurre in termini un po’ più chiari: bisogna ringraziare i peccatori, perché, ostinandosi nel loro peccato, stanno favorendo la nascita di una chiesa più "grande" e "accogliente", vale a dire una contro-chiesa eretica e blasfema, che legittima il male e benedice il peccato. E notiamo, sempre di sfuggita, che l’idea secondo la quale la Chiesa dovrebbe sempre "andare oltre" (oltre che cosa, se non la morale cattolica?), e "non lasciare indietro nessuno", cioè accogliere tutti, non è cattolica, non è cristiana, e non è in linea, ma in totale opposizione, con ciò che dice e fa Gesù Cristo nel Vangelo: cioè andare dal peccatore per convertirlo e non per rincuorarlo nel suo peccato e incoraggiarlo a perseverare, indurendosi e vantandosi (per dirla con san Paolo) di ciò di cui si dovrebbe vergognare. All’adultera, per esempio, Gesù non ha detto: Ti voglio "accompagnare" nella tua condizione peccaminosa, perché nessuno deve restare indietro, nessuno deve restare escluso dal piano di salvezza di Dio; ma le ha detto: Vai (con le tue gambe, con le tue forze, con il tuo libero arbitrio) E NON PECCARE PIÙ. La Chiesa non è un albergo e i preti non sono "accompagnatori", non sono camerieri che portano ciascuno nella sua stanza, a fare il proprio comodo: questa non sarebbe più, non sarebbe affatto, la Chiesa cattolica, ma un indegno bordello.
Ma non basta. Parendogli di non aver detto abbastanza, e di non essersi speso a sufficienza per la "buona causa", don Carrega si è affrettato a rilasciare una intervista al quotidiano La Repubblica (lupus in fabula…), anche perché, ormai, ogni prete s’inventa la sua teologia e la sua pastorale e si sente investito del diritto/dovere, se ha qualcosa da dire, se ha delle proposte da fare, di montare sulla prima cattedra che gli si offre, o di parlare dal primo microfono che gli viene teso, fosse pure dai peggiori nemici della Chiesa stessa (ma lui non guarda per il sottile, partendo dall’assunto che spesso i cattolici sono le persone meno affidabili e credibili, in pieno stile "bergogliano" e secondo i dettami della scuola del sospetto di marxista e freudiana memoria), e sbandierarle sulla stampa, alla radio e alla televisione, scavalcando bellamente i suoi superiori e senza minimamente darsi pensiero del disagio, dell’imbarazzo, dello scandalo che può dare alle anime dei fedeli. Ma chi se ne frega delle anime dei fedeli? Non certo questi indomiti preti di strada. L’importante è quel che pensano gli "altri", i "diversi", gli "esclusi", eccetera; i fedeli sono solo dei farisei ipocriti e benpensanti. In quella intervista, dunque, don Carrega ha dichiarato che
il riconoscimento di queste unioni (omosessuali) dovrà rientrare nella pastorale ordinaria. (…) Se una persona decide di fare questo passo ossia l’unione civile con una persona del medesimo sesso) credo sia un segno bello, perché ci si assume insieme delle responsabilità pubbliche. E la Chiesa ha sempre incoraggiato l’assunzione di responsabilità. Potrebbe essere anche un segno dello Spirito. (…) Ma come si può sostenere che da un’unione omosessuale non possa scaturire niente di buono? Dobbiamo vincere resistenze e pregiudizi.
Tutto ciò è una apologia dell’eresia, senza freni e senza pudore, con l’aggravante della blasfemia, perché affermare che è lo Spirito Santo (sì, proprio Lui, la terza Persona della Santissima Trinità, dato che è scritto maiuscolo, e non crediamo sia stato un arbitrio del giornalista) ad ispirare le unioni omosessuali, è non solo eretico, ma anche blasfemo. Questo, caro don Carrega, è veramente il peccato contro lo Spirito Santo, che — dice Gesù — "non verrà perdonato", quando tutti gli altri peccati potranno esserlo, beninteso se vi è sincero pentimento. Affermare, poi, che la Chiesa deve riconoscere queste unioni (in che senso? civile o sacramentale? dovrà includerle nel matrimonio cristiano?); che tale riconoscimento dovrà rientrare nella pastorale ordinaria (tradotto: che la Chiesa dovrà riconoscere le famiglie "arcobaleno" al pari di tutte le altre famiglie); che la Chiesa deve lanciare una battaglia contro "resistenze e pregiudizi", ossia deve scardinare e rovesciare il proprio Magistero in questa materia, bencdue volte millenario), tutto questo è indice di una pervicace volontà di sfida e di sovversione verso tutto ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato.
Ora, sappiamo benissimo che don Carrega non è affatto solo; e non vogliamo nemmeno dargli più importanza di quanta ne meriti. Del resto, una chiesa che invoca punizioni contro i quattro cardinali Burke, Brandmüller, Caffarra e Meisner, rei di aver chiesto chiarimenti su alcuni punti di Amoris laetitia; una chiesa che invoca la ri-scomunica per monsignor Williamson, reo di aver espresso una opinione personale (e non ufficiale) su un fatto storico, come il dramma degli ebrei nella Seconda guerra mondiale; ma che moltiplica, in compenso, le "pastorali di accompagnamento" per le persone omosessuali; che invoca (e attua: come il vescovo di Santiago, Julian Barrio) l’ordinazione di sacerdoti omosessuali; che invoca la benedizione dei matrimoni gay (come il vescovo di Anversa, Johan Bonny) non è più la nostra Chiesa, e non è neanche la Chiesa di Cristo. Sia detto per inciso: ci vogliono tremila Carrega per fare il dito mignolo d’un Caffarra, o anche d’un Williamson, non solo come sacerdoti, ma come uomini: per cultura, intelligenza, coraggio e retta dottrina cattolica. Perché una dottrina cattolica esiste; non sta al singolo sacerdote inventarsene una quando gli pare e piace; e un poco di prudenza, prima di esternare dal pulpito, o dalle colonne dei giornali, le loro intemperanze, non guasterebbe. Anche sul piano puramente umano.
Ma torniamo a don Carrega e alla sua particolare teologia e alla sua particolare pastorale. Famiglia Cristiana non poteva certo restare indietro rispetto a La Repubblica: i cattolici avrebbero potuto sentirsi da meno dei laici, dei massoni e dei radicali; sentirsi complessati, brutti e cattivi, poco accoglienti e poco generosi. Ed ecco che sul primo numero di marzo del settimanale cattolico compare un’intervista del prete torinese, nella quale, fra l’altro, questi sembra impaziente perché papa Francesco non è abbastanza rapido e coerente nella lotta contro i "pregiudizi" omofobi. Alla domanda (che non è affatto una domanda): Molti ritengono che, nei rapporto tra chiesa e gay, il pontificato di papa Francesco abbia inaugurato una stagione nuova, l’intervistato risponde: È comprensibile. A dire il vero la posizione di Francesco è in continuità con quello che la Chiesa sostiene da tempo. Sicuramente è cambiato il linguaggio. Sono cambiati atteggiamenti e modi di porsi. Ora il problema è far coincidere le dichiarazioni e le intensioni con atti concreti. Un capolavoro di capziosità: è cambiato il linguaggio, dunque deve cambiare anche la teologia. E invece, ce ne corre: essere accoglienti verso le persone non significa affatto essere tolleranti verso il peccato. Su questo, la dottrina della Chiesa non è mai cambiata e mai potrà cambiare.
E l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, che fa? Davanti al clamore suscitato dalla vicenda, dalla valanga di lettere pervenute in curia per capire come la pensi si è "affrettato" a rispondere che la Chiesa di Torino continuerà a promuovere con saggezza ed equilibrio i suoi percorsi di accoglienza e di accompagnamento per le persone omosessuali che lo desiderano, come per ogni altra persona che vive situazioni particolari di vita coniugale, come i separati, conviventi, divorziati e divorziati risposati. Complimenti, monsignore: lei, che dovrebbe custodire il gregge delle pecorelle, e fare chiarezza in tanta confusione, ha emesso un magnifico ruggito del coniglio…
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