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Francesco, dove stai portando la sposa di Cristo?

Papa Francesco è, essenzialmente, un progressista, nel senso più ovvio e letterale del termine: crede nel Progresso. Crede, cioè, come ci credevano Voltaire, Diderot e gli altri illuministi francesi, che la storia sia migliorabile, che la società vada verso il meglio, beninteso a certe condizioni: fra tutte, lasciarsi guidare e soprattutto "illuminare" da coloro che sanno quale sia la strada da tenere e la meta verso cui dirigersi. Che sono, guarda caso, i progressisti, cioè loro. E qui appare la prima e più evidente delle tautologie che formano la complessa e strana tessitura cerebrale del progressista: la rocciosa convinzione che ciò che egli indica all’umanità sia il Bene, il Bene universale, il Bene di tutti; e che egli solo, e quelli come lui, ne conoscono il segreto, per cui tutti gli altri devono affidarsi a lui e lasciarsi guidare da lui. In fondo, è un fideismo autoreferenziale della più bell’acqua, impregnato di narcisismo e di megalomania: Lasciate fare a noi e non ve ne pentirete; ma non mettetevi di traverso, perché vi spazzeremo via. Anzi, non saremo noi a sporcarci le mani, se non in casi estremi; sarà la storia stessa a farlo. Perché la storia è progresso, e dunque la storia è dalla nostra parte; o, se si preferisce, noi siamo dalla parte della storia. In altre parole: noi non potremmo mai avere torto, noi avremo sempre e soltanto ragione; ad avere torto saranno quanti non fossero persuasi della nostra ricetta, del nostro programma, delle nostre finalità. Essi sono già screditati in partenza, e finiranno nel cestino dei rifiuti della storia.

Una ovvia conseguenza di questa impostazione mentale è che il progressista non capisce, né mai potrà capire, le ragioni del conservatore, o di chiunque non sia interamente e incondizionatamente disposto a lasciarsi guidare da lui e dalla storia (che, come abbiamo visto, sono un tutt’uno), e vanno accolti con fede, come il credente accoglie la Parola di Dio. Il conservatore, del resto, e chiunque si opponga al Progresso, non ha veramente delle ragioni, ma, al massimo, dei subdoli interessi, delle inconfessabili pretese, dei vergognosi privilegi da difendere; ma ragioni, nel vero senso della parola, no, mai. Le ragioni, per definizione, stanno sempre e solo dalla parte del progressista: sono, nello stesso tempo, il suo blasone aristocratico e la prova evidente della giustezza di quel che sta facendo. Infatti è ragionevole mettersi nella sequela del Progresso, e irragionevole intralciarla; non è certamente un caso che gli illuministi abbiano proclamato il culto della Dea Ragione, in luogo di quella irragionevole credenza che si chiama cristianesimo.

Qui, però, si verifica un paradosso: perché, se il progressista non capisce e non capirà mai le ragioni del conservatore, il conservatore può benissimo capire le ragioni del progressista, e, nondimeno, non accettarle e non condividerle, almeno non accettarle o condividerle sino in fondo. In parte, sì, lo può fare: perché il conservatore vede il tutto, passato, presente e futuro (per quanto umanamente possibile), mentre il progressista vede solo il futuro (beninteso, come se lo immagina lui), mentre disprezza e rifiuta di dedicare un solo sguardo all’ignobile passato, e, quanto al presente, lo vede e non lo vede. In effetti, il suo sguardo è talmente proteso in avanti, le sue aspettative ed i suoi desideri sono talmente rivolti al futuro, che il presente, di fatto, gli sfugge, ed egli lo attraversa come un sonnambulo, senza capirlo veramente, senza nemmeno darsi la pena di ascoltarlo. Del resto, perché perdere tempo e dissipare energie, sforzandosi di ascoltare il presente, quando c’è il futuro, così allettante, così "giovane" e vergine, così ricco d’infinite e meravigliose possibilità, proprio lì, dietro l’angolo, dietro la porta già socchiusa? Ancora una piccola spinta, e la porta si aprirà del tutto, e il regno della Felicità verrà finalmente instaurato, con tripudio e soddisfazione generali. Se qualcuno, per caso, non dovesse apprezzarlo, niente paura: a lume di logica, costui non potrà essere che un malato di mente; e allora i progressisti lo affideranno alla scienza psichiatrica per aiutarlo a rinsavire, e, in tal modo, ad apprezzare il Mondo Nuovo. Ammettere che i non soddisfatti siano in possesso delle loro facoltà mentali, è impossibile, perché in contrasto con il dogma progressista. Il progressista, infatti, preferisce mille volte dare torto ai fatti, quando i fatti hanno la spiacevole proprietà di smentire le loro teorie. In altre parole, essi sono dei fanatici, dei fondamentalisti, sono i talebani del Progresso; e guai a chi non s’inchina dinanzi a loro: si tratta di un atto di ribellione e di empietà nello stesso tempo.

Attenzione: non stiamo barando con le carte; non stiamo mettendo a confronto un progressista ottuso ed un conservatore intelligente: no, nessun giochino di questo tipo. Sarebbe troppo rozzo, e decisamente puerile. No: immaginiamo di avere a che fare con due persone intelligenti, l’una progressista, l’altra conservatrice; e gli stupidi, lasciamoli, per il momento, fuori dal quadro. Dunque: noi affermiamo che mentre il conservatore può arrivare a comprendere le ragioni del progressista, questi non arriverà mai a comprendere, e nemmeno a vedere, quelle del conservatore. Perché? Semplice: perché il progressista, per definizione, non ammette altre ragioni al di fuori di quelle del suo dio, il Progresso; mentre il conservatore, se è intelligente, vede sia le proprie ragioni, diciamo quelle della tradizione, sia quelle del suo interlocutore, cioè quelle del progresso (ma con la lettera minuscola, perché egli non lo adora, tutt’altro). Lo si è visto innumerevoli volte. Nella stagione sessantottina, per esempio, il professore conservatore poteva capire quel che volevano gli studenti "rivoluzionari" (e non importa se rivoluzionari da salotto, vale a dire con i soldi di papà e sostanzialmente per gioco, cioè senza alcuna idea di andare sino in fondo, assumendosi anche i sacrifici e le rinunce del vero rivoluzionario). Quel professore, per esempio, era disposto a vedere gli aspetti condivisibili dell’analisi sociale di Marx, nonché la sete di giustizia dei figli del popolo; così come vedeva la bruttura delle multinazionali e l’egoismo delle grandi banche, e non provava alcuna simpatia per il capitalismo selvaggio. Non ne traeva, però, le frettolose e rozze conclusioni che ne traevano gli studenti di sinistra, abituati a semplificare e a schematizzare, sia per mancanza d’intelligenza, sia per mancanza di umiltà, di pazienza, di spirito di sacrificio. Quelli del vogliamo tutto, e lo vogliamo subito non cercavano di capire, volevano solo trovare qualche formuletta preconfezionata da imparare a memoria (prendendola da Marcuse, da Cohn-Bendit, magari anche da Mao Zedong) per potersi lanciare nella loro avventura rivoluzionaria e giovanilistica, spesso estetizzante (la beauté est dans la rue), quasi sempre idiota (vietato vietare!).

E ora torniamo a Francesco. Da buon progressista, egli è salito al soglio pontificio con una idea ben precisa in testa: traghettare la Chiesa, con il vento del Progresso, verso un futuro radioso. Per fare ciò, era necessario sradicarla dalla Tradizione e, fino a un certo punto, anche dalle Scritture: e che altro è la rivalutazione di Lutero, se non una ammissione, a cinque secoli di distanza, che, in fondo, aveva ragione lui a voler leggere e interpretare liberamente la Bibbia? Sempre in nome della ragione, naturalmente; della ragione e della coscienza. Due cose molto, troppo umane. La fede, qui, non ha parte alcuna. E infatti Francesco parla poco di Dio come il creatore trascendente, come il Padre onnipotente, misericordioso ma anche giusto; parla solo della sua misericordia, quasi come di cosa scontata e dovuta, cioè parla di Dio come se il suo dio fosse una proiezione dei suoi ideali umani. C’è un piccolo particolare, tuttavia, del quale sembra essersi scordato: che la Chiesa non è sua; dunque, che non ha alcun diritto di traghettarla, o di portarla, o di trascinarla, proprio da nessuna parte. Non è che la Chiesa deve stare ferma: semplicemente, il papa, così come l’ultimo dei fedeli, come il più umile prete e la più umile suora (uguali a lui davanti a Cristo, nonostante tutto il divismo e l’auto-glorificazione che costituiscono il pane quotidiano di questo pontefice che sbandiera sempre la sua umiltà), devono mettersi nelle mani di Dio, devono affidarsi a Dio, devono lasciare che a condurre la Chiesa ci pensi Lui. Non loro. Non spetta al papa decidere alcunché riguardo alla direzione, alle riforme, o qualsivoglia altra innovazione della Chiesa: ciò spetta a Dio. Il papa è soltanto il custode del gregge; non il suo proprietario. Se lo dimentica, diventa un custode infedele, un lupo travestito da agnello, che, invece di pascere le pecorelle, le mette in pericolo. E Dio sa, purtroppo, quante anime vengono poste in pericolo dal progressismo di Bergoglio. Noi ne conosciamo parecchie, e si tratta di persone eccellenti: il modo di fare di questo pontefice, così traumatizzante, così indifferente verso il turbamento che può causare ai fedeli, e, cosa ancor peggiore, così palesemente compiaciuto del turbamento e del disagio che crea ai suoi, quanto dell’applauso e delle simpatie che riscuote fra gli "altri", i luterani, i giudei, gli islamici, gli atei massoni e radicali, tutto ciò è tale da aver allontanato alcuni fra i migliori dal cattolicesimo, con pericolo delle loro anime. Di questo verrà domandato conto al papa Francesco: gli verrà chiesto di rendere conto fin dell’ultima pecorella che lui ha allontanato dal gregge, che ha praticamene scacciato, e che ha lasciato belare fra le spine, incurante della sua sofferenza, tutto preso dalla smania di rinnovare, di cambiare, di riformare, e dal piacere narcisista di ricevere consensi e acclamazioni da tutte le parti, ma specialmente da chi non è cattolico e da chi non ama, né ha mai amato, la Chiesa cattolica.

Gesù, rivolgendosi a san Piero, per tre volte gli disse: Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle. Chi ama Gesù, pasce le pecorelle del suo gregge: e questo è il mandato specifico del papa. Ma Francesco non ha mai pascolato le pecorelle: le ha sempre scosse, rimproverate, mortificate, accusate d’infinite colpe, le ha turbate con prese di posizione sconcertanti, lontane dal Magistero, contrarie alla dottrina della Chiesa, così come i cattolici l’hanno sempre conosciuta, così come è stata insegnata loro. Papa Francesco voleva far capire che tutta la Chiesa, prima di lui, ha sbagliato? Se era questo che voleva far capire, c’è riuscito perfettamente: e tanto peggio se, con ciò, ha gettato in una drammatica crisi di coscienza milioni di fedeli. A lui che importa? Non ha mai mostrato dubbi o incertezze di sorta sulla bontà del suo modo di procedere; non ha mai mostrato la benché minima disposizione a fare, eventualmente, un po’ di autocritica; non ha mai ascoltato i dubbi e le perplessità delle sue pecorelle, e nemmeno dei suoi pastori. I quattro cardinali che, lealmente e legittimamente, hanno chiesto dei chiarimenti sulla Amoris laetitia alla Congregazione per la Dottrina della fede, aspettano ancora una risposta, da più di quattro mesi. L’unica cosa che si son sentiti dire, non dal papa, ma da un suo fedelissimo — monsignor Pinto, decano della Sacra Rota -, è che meriterebbero di essere privati del cardinalato per lo "scandalo" che hanno dato, redigendo quel documento. Alla faccia della misericordia, della democrazia e della libertà, valori tanto decantati da Francesco, a proposito e a sproposito, nelle sue quotidiane esternazioni. Uno di loro, Burke, ha già sperimentato la vendetta del papa; così come l’hanno sperimentata, e la stanno sperimentato, i francescani e le francescane dell’Immacolata. Se il papa fosse in buona fede, almeno davanti a questo sconcerto, a questa sofferenza delle anime, da lui provocati (e sia pure, ammettiamolo per amore d’ipotesi, involontariamente), se ne darebbe qualche pensiero: ma no, niente del genere. Egli va avanti per la sua strada e liquida con battute sprezzanti la sofferenza interiore delle anime che lui stesso ha confuso, che lui stesso ha gettato nello sconforto e nell’amarezza. Se fosse in buona fede, di ciò si preoccuperebbe, ne avrebbe pena e, forse, un’ombra di rimorso. Tenterebbe di dialogare, di spiegare, di chiarire, di rassicurare; si farebbe sulla porta di casa, come il padre misericordioso. Ma lui non fa, non hai mai fatto un gesto del genere. La sua misericordia è a senso unico: è rivolta solo agli "altri", e, fra i cattolici, a coloro che lo sostengono, che la pensano come lui e che lo ricoprono di lodi smaccate, lusingando la sua vanità. Ma questo, ci sia permesso dirlo — e lo diciamo con timore e tremore — non solo non è cristiano, ma è diabolico; è diabolico vedere che si sta provocando della sofferenza, e non fare il minimo gesto per lenirla, anzi, moltiplicare i gesti che la accrescono. È diabolico questo disprezzo dei fratelli, e, peggio ancora, questa noncuranza per le pecorelle del gregge che gli è stato affidato. Dovunque egli voglia andare, ha già sbagliato, ha già fallito la sua missione, ha già tradito.

E proprio qui si vede la forma mentis del classico progressista. Il progressista vede benissimo — parliamo del progressista intelligente: e papa Francesco lo è certamente — le sofferenze che provoca la sua marcia in avanti, verso le magnifiche sorti, ma non se ne cura: le considera il prezzo inevitabile del Progresso. Il quale, lui lo sa bene, è un dio geloso e, talvolta, crudele: esige le sue vittime. I conservatori, i tradizionalisti, gli oppositori, non meritano di essere compatiti troppo: opponendosi al Progresso, si sono macchiati di sacrilegio, e dunque hanno meritato una brutta fine. Non importa. L’importante è che la marcia del Progresso non si fermi, che la ruota non perda nemmeno un giro. Ma Francesco ha dimenticato la domanda di Gesù a san Pietro: Mi ami tu?, e ha dimenticato che Gesù l’ha ripetuta per ben tre volte. Gesù sapeva bene quanto sia facile, per i suoi pastori, perdere di vista proprio Lui, e innamorarsi di se stessi. Si è mai chiesto, Bergoglio, se Gesù credeva nel Progresso? Perché, da come agisce, pare lo dia per scontato. Ma siamo certi che è così?

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Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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