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Don Giussani vide arrivare l’onda della modernità sulla coscienza religiosa, e cercò di porvi riparo

Don Luigi Giussani (nato a Desio il 15 ottobre 1922 e spentosi a Milano il 22 febbraio 2005), ordinato sacerdote nel 1945 dal cardinale milanese Ildefonso Schuster, aveva poco più di trent’anni quando cominciò a insegnare religione nel liceo classico Giovanni Berchet, attirando a sé un certo numero di giovani con la sua forte personalità, e fondando, verso il 1954, insieme a don Francesco Ricci, cappellano a Forlì, il movimento di Gioventù Studentesca, che sarebbe poi sfociato, alla fine degli anni ’60, insieme ad altri gruppi, nella più vasta aggregazione denominata Comunione e Liberazione.

Anche se Gioventù Studentesca si espanse abbastanza velocemente in altre province e regioni, come la Toscana (nella diocesi di Sansepolcro, favorita dal vescovo Abele Conigli), don Giussani non l’aveva concepita e creata come un movimento, ma come una semplice diramazione dell’Azione Cattolica. Tuttavia i suoi metodi educativi erano nettamente diversi da quelli di Azione Cattolica, i cui gruppi maschili e femminili procedevano ancora ben distinti; perciò don Giussani, che nel 1969 aveva lasciato il liceo Berchet per assumere la cattedra di Introduzione alla teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, fu inviato dai suoi superiori negli Stati Uniti, dove rimase circa un anno, ufficialmente per svolgere ricerche sul protestantesimo americano, ma, in effetti, quale forma larvata di "esilio" perché i suoi sistemi educativi avevano suscitato contrasti e polemiche e si credette, allontanandolo da Gioventù Studentesca e affidando la guida di quest’ultima a un altro sacerdote, di placarle più facilmente. In effetti, l’unico risultato di quella separazione temporanea fu che, durante la sua assenza, vi fu una specie di crisi interna al gruppo, che fece emergere due tendenze non conciliabili, l’una fedele alle idee del fondatore, tutta imperniata sulla centralità del Vangelo, l’altra più "progressista" e tendenzialmente laica, la quale intendeva valorizzare al massimo l’apporto degli "uomini di buona volontà" per affrontare i problemi sociali e per creare un mondo migliore, in un certo senso basandosi sulle forze puramente umane. Più tardi, con Comunione e Liberazione, don Giussani non permise che si ripetesse l’errore: volle restare vicino alla sua creatura e guidarne lo sviluppo, così come non aveva potuto fare con la Gioventù Studentesca.

L’intuizione di don Giussani era giusta. Egli aveva visto la marea montante della modernità che si avvicinava, quale effetto del boom economico degli anni Cinquanta, e comprese che, per evitare una completa deriva della società italiana in senso laicista e materialista, che avrebbe tagliato le sue radici cattoliche, bisognava puntare sull’azione in seno al mondo giovanile, e, in particolare, sugli studenti della nascente "scuola di massa" e dell’università. Senza dubbio egli vide e comprese che la modernizzazione rapidissima del Paese, che si sarebbe realizzata in poco più di un decennio, con la piena industrializzazione e con l’insorgere dei fenomeni culturali e spirituali che già avevano accompagnato tali sviluppo nei paesi dell’Europa centro-settentrionale, bisognava affrettarsi a ristabilire un dialogo con i giovani, prima che l’egemonia culturale marxista li attirasse a sé tutti quanti, come già era accaduto con gran parte della classe operaia. La società contadina, antico presidio della cultura cattolica, sarebbe stata ben presto spazzata via dal boom e dalle sue conseguenze, anche psicologiche: abbandono della campagna e della montagna; urbanizzazione selvaggia; migrazioni interne dall’Italia meridionale a quella settentrionale; sfilacciamento progressivo dell’unità familiare, dovuto anche ai diversi ritmi di lavoro nella coppia e all’entrata massiccia delle donne nel mondo del lavoro; diffusione dell’ideologia femminista, eccetera.

Quello che né lui, né altri, avrebbero potuto evitare, fu che all’interno del mondo cattolico e della Chiesa stessa penetrassero proprio quelle idee, e, più ancora, quelle tendenze e quegli stili di vita, di provenienza anglosassone, per arginare e contrastare i quali egli aveva concepito la sua opera educativa in seno alla gioventù studentesca. Era umanamente impossibile, insomma, evitare che una parte, almeno, delle tendenze distruttive e anticristiane della modernità penetrasse, magari sotto mentite spoglie, nell’ambito del cattolicesimo e della prospettiva di vita dei giovani cattolici, anche di quelli che avevano ricevuto una buona educazione religiosa e che militavano nelle organizzazioni e nei movimenti come l’Azione Cattolica o la stessa Gioventù Studentesca. Troppo grande era il potere di seduzione del modello "progressista"; in ambito cattolico, esso era stata preceduto e accompagnato da tendenze assai spregiudicate, come la cosiddetta "teologia negativa" di origine protestante, ma influenzata anche dall’esistenzialismo, secondo la quale il credente deve badare a se stesso, senza aspettarsi che Dio intervenga per risolvere i suoi problemi: anticamera di un vero e proprio ateismo pratico, anche se non ancora riconosciuto come tale, che subdolamente, senza averne troppo l’aria, si insinuava nelle pieghe del pensiero cattolico e vi spargeva copiosi semi di confusione e disgregazione.

C’è un pensiero non cattolico che sta penetrando nel pensiero cattolico, ammonì Paolo VI, poco prima della fine del suo pontificato e della sua vita; ma il fenomeno era giù percettibile nel corso degli anni Cinquanta, e si sarebbe reso pienamente visibile fra le pieghe del Concilio Vaticano II. Quando una parte dei teologi cattolici e perfino dei membri del clero cominciarono a contestare apertamente l’enciclica Humane vitae, o quando apparve, quasi in sfida al Magistero, il Nuovo Catechismo Olandese, vero e proprio equivalente cattolico del Sessantotto "laico", il terreno per una insidiosa rivisitazione interna dei contenuti della fede cattolica era già stato preparato da oltre un decennio di sottile penetrazione e infiltrazione di concezioni teologiche e morali fortemente inquinate dal modernismo americano, dalla teologia protestante ultra-razionalista, da una errata e schematica idea della "inculturazione" del cristianesimo nelle realtà extra-europee, e da una volontà di "dialogo" con le altre religioni e con le altre confessioni cristiane che, un poco alla volta, avrebbe creato le condizioni per il diffondersi di un clima di relativismo religioso, nella stesa catechesi cattolica, quale mai si era visto prima, e quale mai aveva fatto parte del suo bagaglio di pensiero e della sua tradizione.

Senza voler riaprire, in questa sede, una più ampia polemica, giova ricordare che il papa Pio XII aveva anch’egli desiderato convocare un concilio e che aveva accarezzato a lungo questa idea; ma aveva finito per rinunciarvi, allorché si era reso conto, grazie anche ai saggi consigli di alcuni suoi collaboratori, che il momento era pericolosissimo, perché le tendenze semi-protestanti, semi-laiciste e semi-relativiste, delle quali abbiamo fatti cenno, erano già abbastanza forti, anche se non sempre visibili, da poter provocare degli effetti dirompenti; vi erano parecchi vescovi che aderivano a tali tendenze novatrici e che non aspettavano se non l’occasione per aggregarsi in una sufficiente massa critica, capace di spostare nella direzione da loro voluta le linee guida della Chiesa stessa, imprimendo a quest’ultima una evoluzione in senso modernista e progressista e rompendo con secoli di sacra Tradizione. Occorre aggiungere che l’attenzione interessata della stampa e della televisione avrebbe fornito a questo partito progressista in senso all’episcopato cattolico una visibilità e un prestigio sproporzionati ai loro meriti e al loro stesso numero; e che la Massoneria era riuscita da lungo tempo ad infiltrarsi in Vaticano e nelle più alte gerarchie ecclesiastiche, e ora poteva disporre di un congruo numero di aderenti o di simpatizzanti proprio in seno all’episcopato, con lo scopo, tenacemente perseguito, era, del pari, di relativizzare le verità della fede cristiana e di preparare il terreno ad ulteriori, e sempre più caotiche e discutibili, "innovazioni", di tipo teologico e pastorale, come poi si sarebbe visto nell’opera di uomini come Hans Küng o Giulio Girardi, e, con maggiore abilità e prudenza, ma con altrettanta sostanziale spregiudicatezza, di Carlo Maria Martini o di Walter Kasper? Ma il momento cruciale, che ha fatto da cerniera, per l’irrompere di tali tendenze, quello nel quale si è giocata la partita per la strenua difesa di quanto ancora era genuinamente cattolico, non solo nella società italiana (e qui la battaglia fu persa fin dagli anni Settanta, con i referendum sul divorzio e sull’aborto), ma nella stessa cultura cattolica e nella stessa Chiesa cattolica, furono gli anni di Gioventù Studentesca, fra il 1955 e il 1965 circa.

Ha scritto Giovanni Riva nella sua biografia Don Giussani (Milano, Rusconi, 1986, pp. 71-74):

Il contesto internazionale e italiano degli anni Sessanta si avviava ad essere assai diverso dagli anni Cinquanta. I giovani agitavano nuove idee e il futuro dio Gioventù Studentesca sarebbe stato fecondo se ci fosse stata la possibilità di prepararlo; ma si rivelò invece dilacerante per la privazione della sua guida.

Don Giussani, infatti […], lasciava l’insegnamento di religione al Liceo Berchet, mentre la responsabilità di Gioventù Studentesca in diocesi di Milano passava a un altro sacerdote.

Va rilevato però che, inviato don Giussani negli USA, in seno a Gioventù Studentesca un certo sbandamento avvenne. Fu quasi psicologico, prima che teorico e ideale. E ne furono oggetto i giovani responsabili del movimento stesso, cioè coloro che a don Giussani erano stati per anni i più vicini e che, con lui, avevano finora costituito quel clima di letizia e convivenza lucido e fraterno (di "ingenua baldanza") diceva don Giussani) che guidò, di fatto, moltissimi giovani studenti medi, lavoratori e universitari.

L’assioma del "centuplo quaggiù" cominciò ad essere minato: dapprima, lo fu come certezza di fede, psicologicamente; e quindi poi, per essere rivalutato come effetto di una liberazione solo politica, fu ideologicamente strumentalizzato in modo puramente immanentistico. Ciò è rilevabile già nel libretto della "Scuola GS" dell’anno 1966-67, intitolato "La partecipazione alla comunità" e stampato nel settembre 1967: raccoglie appunti dalle lezioni, all’incirca mensili, tenute in quell’anno scolastico.

Già nel titolo, c’è la sottolineatura dell’accentuarsi attivista; una frase della premessa ("Le idee — da sole — non hanno la forza di strapparci all’inerzia"). Era parziale. Interpretava cioè in modo molto più ristretto il pensiero originale di don Giussani, per il quale infatti (che un noto teologo ha caratterizzato come seguace agostiniano della lucidità di Tommaso) l’idea stessa possiede implicazioni metodologiche e pratiche, la verità stessa comprende la propria via operativa: "Il Verbo si è fatto carne" significa che il cristianesimo è un Evento presente nella vita dell’uomo.

La cosiddetta "esperienza della morte di Dio" (erano i tempi in cui si diffondevano quest’idea e questa linea teologica) consisteva nella voluta coscienza della scomparsa di un Dio che venisse a risolvere i problemi e le necessità dell’uomo (di fronte ai singoli problemi, infatti, l’uomo potrebbe, secondo quella concezione, fare soltanto appello alla tecnica, alla scienza, alla propria intelligenza, all’azione politica, eccetera). Non aveva perciò senso altra cosa (dato per scontato l’essere cristiani) che l’approfondimento, di fronte ad ogni problema, della tecnica, della scienza, della politica e così via.

Dio restò a indicare un ambito di idee e di idoli astratti: fu quindi facile, per molti, giungere a trarre la logica conclusione di rifiutarlo, dato che non se ne sperimentava la presenza.

Don Giussani scriverà, nel volume "La coscienza religiosa nell’uomo moderno": "Il termine con cui propriamente si indica questa concezione in quanto resa mentalità sociale attraverso un influsso culturale divenuto dominante tramite il potere politico e l’educazione pubblica, è LAICISMO. Esso è LA PROFESSIONE DELL’APPARTENENZA DELL’UOMO A SE STESSO E BASTA (Cornelio Fabro), della presunzione di un’autonomia totale da parte dell’uomo. Esso è la causa della difficoltà profonda in cui oggi la coscienza religiosa si trova".

Il fatto di Cristo poté allora essere sostituito, nella coscienza di molti cattolici, con ciò che la potenza dell’uomo riusciva a fare, con una salvezza che l’uomo poteva, da solo o in comunità, darsi, con affinamenti tecnici progressivi: la potenza di Dio si esprimeva direttamente nell’uomo senza intermediari, senza la Chiesa e addirittura senza Cristo. Anche il rapporto della comunità cristiana e del singolo cristiano con l’ambiente e con il mondo diventò perciò equivoco: si poté pensare che, per vivere rapporti interpersonali adeguati, fosse sufficiente il buon cuore e che, per cambiare il mondo, occorresse possedere solamente capacità di analisi e di prassi politico-scientifica. Anche in Gioventù Studentesca poté allora farsi strada una riduzione sociologica o sentimentale della vita stessa della comunità cristiana.

Queste riflessioni già andavano facendo don Giussani e altri tra coloro che l’avevano seguito: da esse ebbe inizio, per alcuni ex giessini già adulti, una presa di coscienza e di responsabilità che diventò presto […] operativa.

In seguito, nel novembre del 1967, l’Università Cattolica venne occupata: l’occupazione vide la presenza di giovani studenti un universitari che erano contemporaneamente dirigenti della Gioventù Studentesca milanese. Non fu però il gesto del’occupazione in sé a far emergere con nettezza le divisioni di fondo; lo fu, piuttosto, il dibattito che ne seguì. In esso, si evidenziarono motivazioni diverse e, quasi, due opposte concezioni della vita cristiana.

Non c’è molto da aggiungere a questa ricostruzione e a questa analisi, che pure sono state formulate ben trenta anni fa. Don Giussani era un uomo intelligente e, perciò, anche lucido; del resto, chi voleva vedere, poteva rendersi conto, in quegli anni, che il mondo cattolico era attraversato dalle stesse tendenze e dalle stesse crepe dissolutrici della modernità, che già percorrevano, e avevano sostanzialmente conquistato, la società laica. Il vecchio mondo parrocchiale e rurale, quello di don Camillo, per intenderci, il "mondo piccolo" dell’Italia pre-industriale, era già indebolito nelle sue stesse basi, assai prima che l’onda lunga della contestazione giovanile prendesse forma e si abbattesse con forza, tanto sulla società civile, quanto sui seminari (che si svuotarono quasi d’un colpo), sulle parrocchie, sugli oratori, sulle chiese, e perfino nelle missioni, dove si sarebbe, in parte, intrecciato con le lotte anticoloniali e avrebbe contribuito alla nascita della teologia della liberazione, un ibrido cattolico-marxista la cui presenza non ha ancora finito di creare danni in seno alla Chiesa dei nostri giorni, ripercuotendosi fino ai suoi massimi livelli.

Don Giussani vide arrivare l’onda di marea e fece il possibile per costruire gli argini: per rinsaldare, cioè, nei giovani, la fede e il senso di fierezza per essere seguaci del Vangelo di Gesù Cristo. Di più, probabilmente, non si poteva fare. Quel che è accaduto poi nella sua creatura, Comunione e Liberazione, conferma il fatto che, quando una civiltà vive la fase del cambio di paradigma culturale, è umanamente impossibile evitare che anche quel che viene fatto con le migliori intenzioni, possa poi subire una deriva imprevista e contraria ai desideri iniziali. In altre parole, finché l’ubriacatura non è passata — e, a volte, possono volerci delle generazioni — vano è sparare di agire per un ripristino dei valori stravolti, facendo leva sulla razionalità, sulla tradizione e perfino sul puro e semplice buon senso. Quante sciocchezze, quante pazzie e quante aberrazioni si sono viste, e si vedono ancor oggi, anzi, oggi sempre di più, in nome di una più "vera", più "profonda", più "matura" lettura del Vangelo, che è Parola di Dio e non cambia, non subisce gli sbalzi d’umore degli uomini, non sa cosa siano le mode e le tendenze, ma parla un linguaggio eterno a coloro che sono disposti ad ascoltarlo?

Del resto, gira e rigira, il problema di fondo, ai tempi del giovane don Giussani, così come in questo secondo decennio del terzo millennio, è sempre lo stesso che un teologo "tradizionalista", onesto ed acuto, come padre Cornelio Fabro, grande studioso di Kierkegaard e grande animatore della gioventù, aveva messo sul tappeto, con mirabile chiarezza, nella formula dell’uomo moderno, dell’uomo laicista, che è tale in quanto vuole appartenere a se stesso e basta, ad esclusione totale del divino, e rifiutando, con ciò stesso, il suo statuto ontologico creaturale e i limiti ad esso legati. La nevrosi e l’infelicità dell’uomo moderno, e anche di certi cattolici moderni, nascono proprio da qui. Se ci si vuol mettere al posto di Dio, ci si carica sulle spalle, credendo di liberarsi, un fardello che le esili spalle degli esseri umani non saranno giammai capaci di reggere…

Fonte dell'immagine in evidenza: RAI

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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