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Il solo movimento che ci può salvare è quello dell’anima verso la pace

Fecisti nos ad Te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te, Domine: ci hai fatti per Te, o Dio, e inquieto è il nostro cuore, finché non trova riposo in Te, scriveva Sant’Agostino per descrivere, con sintesi efficacissima, tutto il travaglio del singolo individuo, ma anche della storia umana, che si dibattono nelle spire delle cose puramente umane, finite, deludenti, mentre aspirano all’infinito e all’eterno, là dove soltanto possono trovare l’appagamento e, quindi, la pace.

Il cuore umano cerca la pace: ne ha un bisogno istintivo, è quello che desidera fin da quando il bambino è appena venuto al mondo e piange e si agita in cerca di qualcosa che lo rassicuri, che lo tranquillizzi e lo soddisfi; poi, crescendo, l’uomo sposta su altri oggetti la sua ricerca, eppure sta cercando sempre la stessa cosa, pur senza saperlo: l’armonia e la pace dell’anima. Si è perfino dimenticato di possedere un’anima, perché la cultura moderna si compiace di rappresentarlo come un bruto, evoluto per caso e disceso dagli alberi, sui quali un tempo abitava, come le altre creature della foresta (o piuttosto fu costretto a discenderne, quando la foresta divenne savana); però l’anima non si è dimenticata del suo bisogno di pace e continua a richiederla con tutte le sue forze, a cercarla con tutte le sue energie.

Invano la psicanalisi freudiana pretende di guarirne i malesseri; non potrebbe mai farlo, perché, negando la sua anima immortale, e riducendo la sua vita interiore a un groviglio d’istinti e pulsioni selvagge, tutte a sfondo sessuale, tutte vergognose e turpi, e perciò inconfessabili, aggrava, semmai, il male, invece di medicarlo; e, inoltre, non ha alcuna risposta da dare all’angoscia, nessuna soluzione alle contraddizioni: mette l’uomo, nudo, umiliato, di fronte alla bruttezza di quelle pulsioni, alla oscenità di quegli istinti, e poi gli dice: E adesso, caro mio, veditela un po’ tu. Puoi scegliere, si fa per dire, fra la nevrosi dell’auto-repressione, comportandoti da brava persona e da onesto cittadino; oppure puoi dare sfogo, o cercar di dare sfogo, a quelle pulsioni e a quegli istinti, fino a uccidere tuo padre e violentare tua madre, nel qual caso diverrai un parricida e un pervertito, e sarà la legge degli uomini a occuparsi di te. Io, da parte mia, non saprei che dirti; consigli non ne dò, per principio e per coerenza (dal momento che ogni verità è relativa…). Veditela un po’ da solo, perché ho tanti altri pazienti che aspettano il loro turno, e non poso dedicarti altro tempo. Per me, sei guarito: buona fortuna.

La scienza, da parte sua, ha fallito la grande promessa: le sue scoperte straordinarie si succedono a ritmo impressionante, ma l’uomo, sempre più, si è reso conto che quelle scoperte porteranno, forse, dei benefici all’umanità futura, o all’umanità in quanto specie, ma non migliorano affatto la sua condizione individuale: il singolo essere umano non vive, oggi, più felice, e neanche più sereno, di quanto vivessero i suoi genitori o i suoi nonni; semmai, è vero il contrario, vale a dire che è divenuto più angosciato, più solo, più insicuro, più confuso, più disorientato. Vaga qua e là, si disperde in mille cose, si trascina e si smarrisce in mille progetti; ma, alla fine, la sua anima rimane disperatamente assetata di pace: non l’ha trovata, non vi si è neppure avvicinata un poco; e la scienza, ormai è chiaro, non è in grado di dargliela, perché essa è solo uno strumento, così come lo è la tecnica, la sua figlia più giovane, più arrogante e rumorosa, che lo sta letteralmente sommergendo di gingilli per rendere la vita più comoda, ma solo dal punto di vista materiale — e, non di rado, neppure da quello, perché ad ogni comodità corrisponde un inconveniente, un "effetto collaterale", ancor più molesto della scomodità che è stata rimossa.

Scriveva Fulton J. Sheen, il grande vescovo americano, che non era soltanto un effiace predicatore e un vigoroso apologista, ma anche un buon filosofo, e che, fra parentesi, è stato l’autore più letto in Italia, anche se la cultura dominante nel nostro Paese — tutta laicista, sinistrorsa e anticattolica — non lo ha mai degnato di una benché minima considerazione (da: F. J. Sheen, Il sentiero della gioia (titolo originale: Way to Happiness, Marco Magazine, 1953; traduzione di Sabina Ferretti-Calenda, Napoli, Richter, 1955, pp. 31-35):

Due sono i movimenti che portano alla felicità. Il primo consiste nel ritrarci dall’esterno… da un assorbimento troppo completo delle cose del mondo. Il secondo movimento è molto più profondo: è un’ascesa da ciò che v’è dentro di noi d’inferiore a quel che v’è di superiore, dal nostro egotismo al nostro Dio. L’uomo moderno ha sperimentato il primo movimento; le cose esteriori gli sono divenute altrettante sorgenti d’infelicità. Le guerre, le depressioni, l’insicurezza e la vacuità della vita hanno talmente terrorizzato gli uomini ch’essi hanno tentato d’interrompere i contrasti col mondo esterno e hanno cominciato a cercar soddisfazioni entro l’ambito dei rispettivi ego. Ecco perché la psichiatria sta vivendo una giornata campale: l’anima moderna, allarmata di quel che trova al di fuori, ha abbassato i battenti e ha preso a cercare appagamento nell’analisi del proprio inconscio, delle proprie ansietà e timori, delle proprie fisime e frustrazioni.

Ma un take auto-isolamento può darsi a conoscere come un carcere se l’individuo si è rinserrato da solo col proprio ego, perché a questo mondo non c’è camicia di forza più tirannica di quella dell’essere lasciato a se stesso. La cura non può mai consistere nell’usare uno scalpello psicoanalitico per liberare il pus morale che è all’interno e farlo decorrere: è questo un atto morboso tanto per il paziente quanto per il medico. La cura sta invece nello scoprire perché si sia solitari e si abbia paura della solitudine, giacché moltissime persone hanno paura di sta sole, senza nemmeno sapere perché le spaventi questa prospettiva.

Il problema dei giorni nostri è appunto di trovare la pace interiore, ed è in questo che il secolo ventesimo si differenzia dal decimonono. Cent’anni fa gli uomini, per ottenere risposta ai loro problemi, indagavano il mondo esteriore: adoravano la scienza o la natura, si aspettavano che la felicitò sarebbe venuta dal progresso, o dalla politica, o dai guadagni. L’uomo del ventesimo secolo è invece tormentato riguardo a se stesso: si occupa del problema sessuale anche più che non si occupi del sesso medesimo; si preoccupa dell’atteggiamento mentale da assumere nei riguardi del sesso anche più che non si preoccupi della propria soddisfazione fisica e della generazione dei figli. L’uomo è assorbito dalle proprie valutazioni, dai propri atteggiamenti e stati d’animo.

Sebbene ai giorni nostri si siano scritte molte sciocchezze circa la vita interiore dell’uomo, rimane vero che il secolo ventesimo è più vicino a Dio che il decimonono non fosse: noi viviamo alla vigilia di uno dei grandi risvegli spirituali della storia umana. Talvolta le anime son più vicine a Dio quando più se ne sentono lontane, al punto della disperazione. Un’anima vuota, il Divino può colmarla; una anima tormentata, l’Infinito può pacificarla: ma un’anima orgogliosa, piena di sé, è inaccessibile alla Grazia.

L’uomo moderno è stato umiliato: né le sue orgogliose aspettative in fatto di progresso né quelle in fatto di scienza si sono attuate quali egli le aveva sperate, tuttavia non è ancora arrivato del tutto al puto di umiliare se stesso. È ancora imprigionato nell’ego, e non è in grado di veder nulla al di là. La psicanalisi potrà trivellarlo nell’anima per qualche anno ancora, ma il tempo non è lontano in cui gli uomini moderni lanceranno un disperato appello a Dio per esser tratti dalla cisterna vuota del proprio ego. Ben lo sapeva S. Agostino che disse: "Inquieti sono i nostri cuori finché non riposino in Te".

Ecco perché — sebbene una guerra catastrofica possa minacciarci — i tempi non sono così brutti come sembrano. L’uomo moderno non ha ancora fatto ritorno a Dio, ma per lo meno è rientrato in se stesso: più tardi egli sorpasserà e trascenderà il proprio ego, con quella Grazia divina che perfino adesso va cercando. Nessuno ha mai cercato alcunché senza sapere che esistesse; oggi l’anima frustrata va in cerca di Dio, come si cerca la memoria di un nome u tempo conosciuto. […]

Il nostri mondo esteriore di oggi si trova in disperati frangenti, ma il mondo interiore dell’uomo è lungi dall’essere senza speranza. Il mondo della politica e dell’economia è arretrato rispetto allo sviluppo psicologico degli uomini stessi. Il mondo è lontano da Dio, ma altrettanto non è dei cuori umani. Ecco perché la pace non verrà tanto dai mutamenti politici quanto dall’uomo medesimo, che sospinto a rifugiarsi entro la propria anima dal tumulto che imperversa all’esterno, si trascinerà verso quella felicità per cui fu creato.

È una bella pagina, commossa e profonda, animata dall’ottimismo e piena di speranza; purtroppo, il tempo si è incaricato di mostrare che quell’ottimismo era eccessivo, e che quella speranza – necessaria, forse, per rianimare gli spiriti demoralizzati e prostrati – non era fondata su basi sufficientemente solide. Sono passati più di sessant’anni da quando quelle parole sono state scritte, siamo entrati da più di tre lustri nel secolo ventunesimo, ma il ritorno a Dio di cui parlava Fulton J. Sheen non c’è stato, o, se c’è stato, ha preso strade diverse da quelle che lui auspicava: non il Dio di Gesù Cristo, ma una quantità di divinità neopagane, di forze naturali o, addirittura, di entità astrali o di dubbia provenienza, perfino demoniache, hanno attirato l’attenzione dell’uomo moderno, e ad esse egli si è rivolto per cercare quel sollievo, quell’appagamento e quella pace che sempre gli sfuggono. Molti si sono rivolti all’astrologia, alla chiromanzia, allo spiritismo, alla negromanzia, ai tarocchi, alle tavolette Oujia, al gioco del bicchiere, ai dischi volanti, ad ogni sorta di superstizione, di credulità e di pratica occultistica; e non pochi si sono degradati con la pratica della magia nera, con il satanismo e con l’adorazione del Male. Neppure questi ultimi, tuttavia, anzi, questi ultimi meno di tutti, si sono anche solo avvicinati alla meta: quella di spegnere la sete ardente, tormentosa, di pace interiore, per quanto possano aver goduto di alcuni effimeri vantaggi materiali, ed essersi compiaciuti stoltamente in un senso di vana potenza.

La pace del cuore è la pace dell’anima: cioè una pace profonda, armoniosa, durevole; per giungere a tanto, bisogna assumersi la responsabilità di operare un grosso lavoro su se stessi, sfrondare tutte le cose inutili che vengono dall’ego, ripulire la sporcizia dei bassi istinti, purificarsi nel crogiolo della sofferenza e, soprattutto, compiere un atto di umiltà e chiedere l’aiuto della Grazia, senza la quale noi non possiamo far nulla, se non aggravare i nostri mali e moltiplicare le nostre miserie. Lasciamo che psicologi alla moda e filosofi onnipresenti in televisione ci rassicurino, ci adulino e lusinghino, dicendo che noi siamo meravigliosi così come siamo, che siamo bellissimi, che siamo perfetti, basta che ce ne rendiamo conto, basta che ci liberiamo dai complessi, dalle repressioni, dalle insicurezze: un mare di chiacchiere scellerate, la cui sostanza, turpe e menzognera, è: Sii il dio di te stesso! Fa’ ciò che vuoi! Non avere altra norma di vita che l’inseguimento dei tuoi desideri, quali che siano. Lasciati andare! Segui gli istinti! Costoro vorrebbero riportarci a uno stato non solo pre-cristiano, ma, se possibile, pre-umano, e cioè sub-umano: perché l’uomo, quando vuole farsi il dio di se stesso, diventa la scimmia di Dio, rinunciando volontariamente a essere la sua immagine. Un uomo siffatto, è qualcosa di meno che un essere umano: è un bruto tecnologico e razionale, ma pur sempre un bruto, con l’istinto omicida dei bruti e coi tratti inquietanti d’un demonio. Ed è questo bruto ciò che vogliamo diventare, è in lui che vogliamo rispecchiarci, è su di lui che pretendiamo di fondare il patto con le generazioni che verranno?

Sì: è abbastanza vero che l’uomo moderno è rientrato in se stesso, spaventato e deluso dalle cose esteriori; ma non ha compiuto il passo successivo, quello di aprirsi a Dio, perché l’ego dà ancora sempre e soltanto ego, e dall’ego non si esce con le proprie forze; è una prigione invalicabile, una tirannia spietata: dall’ego si esce solo mediante il dono soprannaturale della Grazia. Ma bisogna chiederla. De profundis clamavit ad Te, Domine; Domine, exaudi vocem meam, fiant aures tuae intendentes in vocem deprecationis meae (Salmo 129): Dal profondo (dell’abisso) grido a Te, o Signore; Signore, ascolta la mia voce, siano attenti i tuoi orecchi alla voce della mia supplica. Questo deve fare l’uomo moderno, se vuol uscire dal fetido pantano nel quale è sprofondato per sua colpa; perché, con le sue sole forze, non ne uscirà mai, anzi, scivolerà sempre più in basso, fino a restarvi seppellito vivo. Sarà capace di un tale soprassalto di consapevolezza e di un simile gesto di suprema umiltà, dopo essersi nutrito di orgoglio così a lungo? Questa è la sfida del tempo presente…

Fonte dell'immagine in evidenza: Wikipedia - Pubblico dominio

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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