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12 Dicembre 2015Le cose della fede, per Lorenzo Magalotti, non si spiegano con la scienza, ma solo con la fede
Così scrive Massimo Baldini a proposito della posizione di Lorenzo Magalotti sul problema del rapporto tra fede e scienza; e ci sembra che colga perfettamente nel segno (in: M. Baldini, «Magalotti, religione e scienza nel Seicento», Brescia, La Scuola Editrice, 1984, pp. 32-34):
«In molte pagine delle "Lettere familiari" Magalotti si richiama a Sant’Agostino, a San Paolo, ma anche a San Tommaso, di fronte alla scoperta della limitatezza di ogni sapere scientifico, egli afferma che la ragione umana è "un legno" che ha "poca savorra alla gran vela che ci vuole per "passar più avanti in questo pelago" e giungere a "ritrovare" Dio. Infatti, quanti hanno creduto che fosse possibile superare questo mare "per incetta di scienza", ebbene "con tutti i miracoli della loro marineria, non sono arrivati a piantar il loro non plus un dito più in là, di dov’è abile a condursi a nuoto ogni mediocre, e tanto quanto spassionato intelletto; e San Paolo, che ha riconosciuto non pure impraticabile, ma intentabile quest’acqua, ci ha risparmiato la briga e ‘l risico di farne la prova, insegnandoci nel tempo medesimo, che l’unico modo di passarla, è l’addormentarsi sulla riva della fede; mercé che il solo creder quella terra, che né si scopre, né si naviga, e il solo desiderar d’approdarvi, serve d’imbarco sicurissimo per trovarcisi senza sapere il come e il quando felicemente approdati" (da "Lettere familiari", Venezia, 1719, p. 559).
Col solo "capitale" della ragione, per Magalotti, si farà "poco guadagno" relativamente a ciò che concerne la fede, Dio non è "di una statura da poter abitare comodamente ne mezzanini del nostro cervello" (ibidem, p. 65). Di fatto, se volessimo "mirare l’eterno, non bisognerebbe avere gli occhi solamente d’avanti; bisognerebbe, come quegli Animali d’Ezechiele esserne pieno d’avanti e di dietro e da tutte le bande e gettata giù la prospettiva e le scene laterali del Tempo non più vedere per dirittura, ma in tondo" (ibidem, p. 256). Soltanto percorrendo i sentieri della fede l’uomo potrà imbattersi in Dio.
Le argomentazioni dei filosofi e dei teologi non sono altro che ""cicaleggi" Se si desidera cogliere quella "prima certa universalissima verità" che è Dio, occorre muoversi o in una dimensione mistica. "Il raziocinare intorno a Dio – scrive Magalotti – dopo creduto Dio, l’ho per ottimo: innanzi l’ho per pessimo, anzi l’ho per una delle migliori vie e più sicure per assicurarsi di non trovarlo mai, essendo questa una lizza, che non v’è lena di cavallo abile a finir a carriera" (ibidem, pp. 554-5).
I filosofie i teologi possono tutt’al più fornire "un letto di consolazioni intellettuali, dove la nostra infirmità si riposi, per mansuetare la fierezza delli spiriti più repugnanti alla suggezione della fede" (ibidem, p. 154), un letto, questo, tuttavia che sebbene non sia "biasimevole", non è neppure necessario "poiché "fides non habet meritum, ubi humana ratio praebet experimentum". E, del resto, San Tommaso, che "intese meglio di ogni altro questa infermità dell’uomo", e che "andò anche più d’ogni altro alla parata di quella durezza, che il cuore viene a contrarre dalla superbia dell’intelletto sempre mai recalcitrante a ogni cognizione, ch’ei non ricavi dalla propria speculativa" (ivi), riconobbe "l’insufficienza delle ragioni naturali, ch’ei chiama effectus, causae virtutem non quante" ed ammonì "di non mai presumere di poter arrivare con esse all’evidenza de’ misterj da loro esemplificati o adombrati (ibidem, p. 155), e altrove affermò "(coerentemente a quel di san Paolo) quandiu sumus in hoc corpore, peregrinamur a Domino et per fidem ambulamus et non per speciem. Gli articoli della fede non possono mostrarsi dimostrativamente; imperocché la fede è di quello che non è manifesto" (ivi).»
Fonte dell'immagine in evidenza: Foto di Chad Greiter su Unsplash