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A cosa servono le nostre sventure?

A che cosa servono le disgrazie che ci colpiscono nel corso della vita: sono l’inevitabile pedaggio che paghiamo al caso, al capriccio della fortuna, oppure rivestono un significato profondo, che dovremmo imparare a riconoscere, prima di lamentarcene?

Gli uomini non amano la sofferenza e non vorrebbero essere sfiorati dalla nera ala del dolore; l’ideale, per loro, sarebbe che la loro intera vita scorresse senza incidenti né momenti brutti da passare, che mostrasse loro sempre il suo volto dolce ed amabile.

Non c’è nulla di male, in questo, anche perché con la natura è inutile litigare; e, se la natura umana è cosiffatta, non ha senso prendersela o immaginare come potrebbero andare le cose, se le premesse fossero completamente diverse.

Però, attenzione: una cosa è riconoscere che esiste, nella costituzione umana, una naturale propensione alla gioia e un naturale orrore per la sofferenza; e un’altra cosa, e ben diversa, è dedurne che la vita è ingiusta, o assurda, o entrambe le cose insieme, se ci riserva troppo spesso dei dolori e troppo raramente, a nostro giudizio, delle cose belle.

Inoltre, riconoscere la nostra predisposizione alla gioia non significa che non ci si debba attrezzare in vista dei dolori: psicologicamente, spiritualmente, moralmente – e anche praticamente; non significa che si possa vivere con beata spensieratezza, aspettando ogni volta che i momenti difficili ci caschino addosso, travolgendoci inattesi con tutta la loro forza.

Quando il bambino diventa adulto, si rende conto che, nella vita, vi sono molte cose piacevoli e gioiose, alcuna addirittura sublimi; ma anche dei passaggi ardui, dei momenti di crisi, di scoraggiamento, di angoscia; alcuni bambini, ad esempio quelli che rimangono orfani in seguito a una malattia o a un incidente, lo scoprono anche troppo presto.

Diventare adulti senza cedere alla tentazione del cinismo, senza lasciarsi risucchiare nella cupa spirale del pessimismo e del nichilismo; diventare adulti conservando lo sguardo limpido del bambino, che si stupisce di ogni cosa e s ancora provare gratitudine per ciò che la vita gli dona, imparando, al tempo stesso, ad affrontare il dolore, a farsene una ragione, a filtrarlo e trasformarlo, da veleno, in sostanza vitale per l’anima: questo è il compito che la vita ci presenta, ed è in base ad esso che possiamo considerarci dei riusciti o dei falliti.

È riuscita una vita che abbia imparato a coniugare le ore liete con quelle tristi, e ad attraversare queste ultime senza lasciarsi amareggiare, senza lasciarsi avvilire, senza denigrare se stessa, ma anzi, superando anche le difficoltà con animo grato e fidente, con intatta capacità di elaborare il male per cambiarlo in bene, con inesausta apertura verso l’infinita e imprevedibile ricchezza del reale.

È fallita, invece, una vita che sappia lodare se stessa solo quando le cose vanno bene, ma si chiuda, si sdegni e si scoraggi ogni qual volta le cose non vanno nel senso desiderato; ogni qual volta essa deve misurarsi con il dolore, la solitudine, l’impotenza; ogni qual volta la ruvida carezza delle circostanze metta impietosamente a nudo la fragilità delle nostre sicurezze, delle nostre illusioni, delle nostre menzogne.

È virile ed autentica una vita che sappia dire sì anche al dolore; che sappia abbandonarsi anche alla violenza della tempesta, e non solo distendersi mollemente alla dolce carezza del venticello primaverile; che sappia benedire il gelo e il ghiaccio dell’inverno, e non solo il calore e la luce della piena estate.

Così si esprime Seneca, a proposito di come si debbano affrontare e sopportare le proprie sventure, nelle «Lettere a Lucilio» (titolo originale: «Ad Lucilium epistularum moralium libri XX», libro XVI, lettera 96; traduzione italiana di Giuseppe Monti, Milano, Rizzoli, 1974, 1994, vol. II, pp. 373-74):

«Ti sdegni tanto e ti lagni per qualche avversità; e non ti rendi conto che il male non sta in queste avversità, ma nel fatto che ti sdegni e ti lagni. Vuoi che te lo dica? Secondo me l’unica infelicità per l’uomo è il credere che esista l’infelicità nella natura. Io non riuscirei più a sopportare me stesso il giorno in cui qualche cosa mi divenisse insopportabile. Sono ammalato? Anche questo fa parte del mio destino. Mi si ammalano gli schiavi, sono carico di debiti, mi perseguitano disgrazie, ferite, affanni, paure? Sono cose che capitano. Dico meglio: devono capitare. Non avvengono a caso, ma per volontà divina.

Credimi, quelli che ti rivelo ora sono i miei intimi sentimenti. In tutte le vicende che mi sembrano avverse e dolorose, ecco la regola che mi son fatta: non obbedisco, ma consento alla volontà divina; la seguo spontaneamente, non per necessità. Non mi accadrà mai nulla che io accolga con animo triste e con volto corrucciato; pagherò sempre volentieri il mio tributo. Ora, tutte le cose che provocano i nostri gemiti e i nostri spaventi sono tributi alla vita. E tu, caro Lucilio, non devi sperare e neppure chiedere d esserne esonerato. I dolori alla vescica ti hanno tolto la quiete? Ti sono giunte lettere poco piacevoli? Hai avuto continui guai o, peggio, hai temuto per la tua vita? E non sapevi che tu, augurandoti di giungere alla vecchiaia, ti auguravi queste tribolazioni? Esse s’incontrano tutte durante una lunga vita, così come s’incontrano la polvere, il fango, la pioggia in un lungo viaggio.

"Ma io volevo vivere evitando questi acciacchi." È un linguaggio effeminato indegno di un uomo. Prendi come vuoi questo augurio che ti faccio con affetto, ma virilmente: gli dei e le dee non permettano che tu divenga il beniamino della fortuna. Nel caso che un dio ti consentisse di scegliere, chiediti se tu vorresti vivere in un mercato o in un accampamento. Ebbene, o Lucilio, la vita è un servizio militare. Pertanto gli uomini che, bersagliati dalla sorte, vanno su e giù attraverso vie ardue e faticose, e affrontano rischiosissime spedizioni, sono i coraggiosi che primeggiano nella vita militare. Coloro, invece, che vivono in un putrido ozio e nelle mollezze, mentre gli altri si affaticano, sono sicuri come tortorelle, ma a prezzo del disonore. Addio.»

Invero, la filosofia di Seneca riflette il tipico atteggiamento stoico nei confronti del dolore: una virile sopportazione, più che uno sforzo di trasformazione; quello stesso atteggiamento che lo induce ad approvare il suicidio, quando non vi siano alternative ad una situazione di grave disonore o di perduta della dignità personale.

Non crediamo che sia questa l’ottica giusta per porsi nei confronti del male che turba la nostra vita; né che il piglio militaresco, che lo induce a paragonare la vita ad un servizio militare (e quale servizio militare: quello della superpotenza imperialista del mondo antico, sempre in guerra contro qualcuno per espandersi indefinitamente), sia il modo più saggio di fronteggiare il dolore e la disgrazia, quando essi battono alla nostra porta.

Incominciamo dal concetto di disgrazia: che cos’è, precisamente, una disgrazia?

Fonte dell'immagine in evidenza: Wikipedia - Pubblico dominio

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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