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Il cammino verso la liberazione è rimettere la speranza al centro della vita

Ciò che spegne l’amore per la vita è la perdita della speranza, ossia la vita immersa nella disperazione, più o meno tranquilla, più o meno rassegnata. Milioni di persone vivono così, probabilmente la maggioranza, sia che se ne rendano conto oppure no: alcuni, anzi, sono convinti esattamente del contrario: di essere pieni di amore per la vita, solo perché si agitano molto, fanno mille cose e inseguono mille piaceri: essi confondono l’iperattivismo con l’amore per la vita e con la felicità stessa; sono disperati, ma non lo sanno: credono di essere realizzati e felici. Il trucco viene a galla quando s’imbattono in una difficoltà seria, in un insuccesso che mette a nudo la loro fragilità, la loro inconsistenza: allora crollano quasi di colpo, come una casa mal costruita cede d’improvviso per un difetto strutturale, anche senza bisogno di una scossa, pur lieve, di terremoto, ma così, soltanto perché non aveva in se stessa le qualità per reggersi sulle sue fondamenta.

La speranza, dunque, è essenziale per amare la vita e per trovare in essa delle ragioni sufficienti per continuare a vivere: anche pagando il prezzo della sofferenza. Se quel prezzo appare proporzionato al bene che se ne può trarre, nessuno lo riterrà esagerato; ma se quel prezzo appare esorbitante, allora vuol dire che la vita non aveva messo salde radici nel terreno, e che quella persona non aveva coltivato adeguatamente le proprie ragioni per vivere. Vivere e amare la vita dovrebbero essere una stessa ed unica cosa; di fatto, vi sono persone che, pur dicendo di amare la vita, non la amano, perché  non amano se stesse, o non sanno amarsi nella maniera giusta, il che è lo stesso; e vi sono persone che, pur continuando a vivere, dentro di sé hanno deciso di non vivere più, si sono spiritualmente suicidate, e tutto quel che fanno è di seguitare a trascinare il proprio cadavere sulle strade del mondo, giorno dopo giorno, anno dopo anno. 

Amare la vita, d’altra parte, non significa essere attaccati ciecamente ad essa. Il vero amore è sempre desto e consapevole, è sempre un atto volontario e selettivo; non può essere solo una disposizione istintiva dell’animo, perché, se lo è, allora può accadere che, altrettanto istintivamente, esso venga meno, e subentri un cupo fastidio, un rancore, perfino un odio contro la vita. Ma cosa significa amare la vita, senza attaccarsi ciecamente ad essa? Se qualcuno si pone questa domanda, vuol dire che non conosce la differenza fra gustare e apprezzare un buon pranzo, magari in compagnia di cari amici, e non riuscire a staccarsi dalla tavola, volerci restare sempre, voler continuare a mangiare e a bere molto oltre la sazietà, e pretendere che anche gli altri, per compiacerlo, facciano lo stesso: che restino lì, inchiodati sulla sedia, che mangino e bevano senza misura, che non vogliano più alzarsi, né uscire, né dormire, né fare nient’altro, tranne che seguitare a banchettare, rimpinzarsi e chiacchierare all’infinito di qualsiasi cosa. In breve, quelle persone non conoscono la differenza che passa tra essere delle persone socievoli, amanti della compagnia e della buona tavola, e l’essere dei voluttuosi insaziabili, dei golosi e dei beoni sfrenati, dei perdigiorno incapaci di separarsi dalle loro gozzoviglie.

Amare la vita significa, invece, apprezzarla per quel che vale, ma senza assolutizzarla: perché il nostro destino non si compie nella vita terrena, e sarebbe un gravissimo errore quello di scambiare una fase transitoria della nostra esistenza, con la sua totalità: la quale riceve un significato dalla "porta stretta" della morte, e quindi anche dalla capacità di accettare la fine della vita terrena come un qualcosa di naturale, di logico e di necessario, non come una sorta d’incomprensibile ingiustizia che ci deruba di qualcosa che apparteneva a noi soli. In un certo senso, si può affermare che ha imparato ad amare nel modo giusto la vita colui che, pur godendone intensamente e sapendola utilizzare al massimo per realizzare la propria vocazione, è anche pronta a "riconsegnarla" o, se si vuole, a "restituirla", dato che essa non ci appartiene, non ce la siamo data da soli  e nemmeno è in nostro potere di trattenerla con la nostra volontà. Laddove è chiaro che per "vocazione" non intendiamo la soddisfazione di un obiettivo, o di una serie di obiettivi, strettamente e puramente privati, ma la capacità di realizzare nel finito una anticipazione del nostro destino eterno, e di attuare nella sfera personale una qualche forma di bene che non è mai soltanto individuale e individualistica, ma che, in una certa misura, implichi pure il bene dell’altro e il bene del tutto.

Ora, cercare il bene, per sé e per gli altri, significa, evidentemente, cercare il bene maggiore possibile e non tralasciare nulla di ciò che può avvicinarsi ad esso: avere quale meta il Bene assoluto, pur sapendo che, nella dimensione terrena, non si può andare oltre il bene relativo. Nondimeno, ci sono infiniti gradi di bene relativo, che costituiscono, per così dire, una sorta di scala ascendente, dal più basso e meschino, al più nobile ed elevato, vera e propria anticipazione del Bene assoluto, cui l’anima aspira dalle sue più abissali profondità. Nella vita quotidiana, nella famiglia, nel lavoro, tra gli amici, nelle relazioni affettive, nella formazione intellettuale, culturale e spirituale, perfino nello sport, nello svago e nel divertimento, dovremmo sempre aver presente questo obiettivo, tendere a questa meta: il bene maggiore possibile; e, contemporaneamente, evitare con ogni cura tutte le occasioni di male, sia nei confronti di noi stessi, sia nei confronti degli altri. Ed è intuitivo che tendere al bene equivale a coltivare un orizzonte di speranza; rotolarsi nel male, compiacersi nel male, o anche soltanto ignorare il bene, trascurarlo e disprezzarlo, significa rassegnarsi a vivere in un orizzonte di perdita della speranza e di rinuncia alla felicità, cioè in un orizzonte di disperazione.

Mettere la speranza al centro della propria vita è la stessa cosa che intraprendere un cammino di liberazione interiore. Dobbiamo liberarci, infatti, da tutte quelle cose, da quelle situazioni, da quegli atteggiamenti mentali, da quelle abitudini spirituali, che impediscono alla nostra vita di scorrere naturalmente verso il bene, così come i fiumi scorrono naturalmente verso la pace del mare, se un ostacolo non interviene ad interromperne o deviarne il cammino. Dobbiamo partire da una assunzione di consapevolezza: la consapevolezza che, fino a quando resteremo impigliati nel falso pensare, nel falso sentire e nel falso agire, non troveremo mai la nostra strada e non apriremo mai, nella nostra vita, un orizzonte di speranza. Resteremo schiavi e prigionieri delle nostre cieche brame e dei nostri ciechi terrori, come mosche invischiate nella tela del ragno: con la sola, ma notevole differenza, che la mosca, in natura, cade nella trappola tesagli da un altro, mentre la tela nella quale noi cadiamo a capofitto ce la siamo, in gran parte, costruita da noi stessi, con il falso pensare, il falso sentire e il falso agire.

Ma che cosa significa falso pensare, falso sentire e falso agire? Significa che noi, fino a quando non intraprendiamo il cammino della consapevolezza, che è un atto personale che scaturisce dall’intelligenza, è guidato dalla sensibilità e sorretto dalla volontà, non pensiamo, né sentiamo, né agiamo da persone libere, ma da schiavi, cioè alla cieca, disordinatamente, affannosamente e inutilmente: e la prova ne è che non tendiamo per nulla ad avvicinarci al Bene, ma seguitiamo ad andare brancolando avanti e indietro, in quell’incomprensibile labirinto che è la nostra vita. Chi vede il bene, chi lo desidera e lo cerca, non perde tempo nel labirinto, non vi spreca energia, non vi consuma le sue forze migliori, come fanno, al contrario, le persone inconsapevoli, accecate dal loro mondo fittizio di brame e di paure, cioè di passioni disordinate, dominate dall’ego. Il primo passo sul cammino della liberazione, infatti, è proprio questo: individuare l’ego, o meglio, il piccolo e falso ego, capriccioso e tirannico, che noi scambiamo, erroneamente, per il nostro vero io, come il principale ostacolo da rimuovere per incominciare a vedere le cose come realmente sono e per aprire un orizzonte di speranza nel grigiore della nostra esistenza. 

Chi compie questo atto iniziale di liberazione, sbarazzandosi dalla pericolosa illusione che solo soddisfacendo ogni desiderio del piccolo ego meschino troverà il benessere e l’appagamento, si è già messo sulla strada giusta, e si sta già dirigendo verso la realizzazione di ciò che costituisce lo scopo della vita umana. Si tratta di saltare, di tuffarsi. È un atto di fede nella verità della dimensione interiore e nella illusorietà della dimensione esteriore; a trattenerci è la paura di perdere noi stessi, e ciò perché il piccolo io vorrebbe persuaderci che lui e noi siamo una stessa ed unica cosa, mentre lui non è altro che lo scantinato, e, per così dire, non rappresenta che i bassifondi della nostra coscienza e della nostra umanità. Identificarsi con il piccolo io meschino, che sempre vuole o desidera, o teme qualcosa, è un errore gravissimo, che impedisce la consapevolezza e condanna l’anima ad una vita notturna, cieca, tenebrosa, senza mai un raggio di luce che la illumini e la riscaldi, senza mai uno squarcio di verità e di speranza che si apra nel cielo tetro dell’abitudine e della rassegnazione. Molte persone conducono questa vita notturna e sonnambolica, questa magra esistenza da pipistrelli, ma senza la capacità naturale che i pipistrelli possiedono di riconoscere per tempo gli ostacoli: per cui esse vanno continuamente  a sbattere contro tutte le illusioni create dalla loro mente, e ne soffrono: sofferenza che è estremamente reale, nonostante l’illusorietà dei suoi oggetti.

Tutti gli atti successivi nel cammino di liberazione sono una conseguenza di questo primo atto, senza il quale nessun ulteriore progresso sarà mai possibile. Esiste quindi un processo di liberazione affettivo, morale, intellettuale, culturale, e perfino economico, professionale e fisico: in tutti gli ambiti della vita è possibile realizzare un progresso sulla via della consapevolezza, mano a mano che i falsi idoli cadono dai loro piedistalli e la verità si lascia intravedere dietro le loro rovine, accompagnata da un crescente, meraviglioso senso di leggerezza e di naturalezza. Il cammino verso la consapevolezza, infatti, è difficile e doloroso solo all’inizio, o soprattutto all’inizio: quando si tratta di rompere gli schemi, di alleggerirsi della zavorra, di liberarsi da false certezze e false paure. In quella fase, ci si trasforma in maniera tale che gli altri stentano a riconoscerci e ad accettarci: perciò dobbiamo mettere in conto che, a un dato momento, ci troveremo soli, sempre più soli; che non saremo compresi, che non saremo accettati, che non saremo amati dagli altri, a cominciare da molti di coloro che credevamo a noi più affini e più vicini. Ma erano convinzioni illusorie, scaturite appunto dalla nostra inconsapevolezza. Lo schiavo non riconosce nemmeno le proprie catene, quindi non sa di essere schiavo; quando se ne accorge, e prova a liberarsi, viene giudicato con severità dai suoi compagni, i quali lo riterranno un superbo e non gli perdoneranno di vederli per quello che sono in realtà: degli schiavi, tali e quali a lui.

Prendiamo, per esempio, la liberazione intellettuale. Noi siamo schiavi, senza rendercene conto, di modi di pensare che derivano in parte da informazioni sbagliate, in parte da una maniera errata di impostare i nostri ragionamenti. Per il primo aspetto si tratta di "disintossicarsi" dalle fonti d’informazione menzognere: libri, giornali, programmi televisivi, cinema, conferenze, eccetera; per il secondo, di re-imparare a pensare con la propria testa, liberandosi da pregiudizi reali, e non da quelli fasulli: infatti, nulla è più comune del conformista che si crede anticonformista solo perché contesta ciò che la cultura dominante desidera che sia contestato, e rifiuta ciò che essa vuole che sia rifiutato; ma senza rendesi neppure conto di aver subito un lavaggio del cervello e di essere un mistero burattino manovrati da altri, anzi, credendo fermamente di essere una persona sveglia e intelligente, che sa guardare al reale con occhio "critico". Anche la schiavitù intellettuale è un ostacolo verso la liberazione della persona umana, perché non potrà mai dirsi libero un essere umano che sia schiavo, anche solo per un certo ambito, di qualcosa che ignora e che non sa neppure riconoscere. Infatti, noi non siano fatti a comportamenti stagni: e così come soffre l’intero l’organismo, se un organo è in sofferenza, allo stesso modo è schiava tutta la persona, se è schiava la sua capacità di ragionare, e compromessa la sua facoltà di comprendere.

Un’altra forma di schiavitù è quella affettiva. Anche in questo ambito, molte persone sono schiave senza saperlo; oppure lo sanno, ma ritengono che si tratti di un prezzo abbastanza equo da pagare, per esorcizzare la paura della solitudine. Sono schiave di ricatti affettivi, d’illusioni, di dinamiche malate, perfino di violenze fisiche, accettate con rassegnazione: tutto ciò nasce da una bassissima stima di sé, nonché da una sopravvalutazione della minaccia costituita dall’abbandono da parte delle persone care. Chi non si vuole bene, pensa di non avere il diritto a essere trattato bene, o di godere delle cose migliori. E anche l’incapacità di volersi bene ha a che fare con l’ipertrofia dell’ego: un ego che vuole tutto per sé, e un ego che non si ritiene meritevole di nulla, neanche del minimo indispensabile, sono più simili di quel che non si creda: hanno in comune l’esasperazione dell’io, il fatto che il mondo intero ruota intorno all’io, nel primo caso con un segno più, nel secondo con un segno meno. Ce n’è di lavoro, dunque, per chi ha voglia di mettersi sul cammino della liberazione…

Fonte dell'immagine in evidenza: Wikipedia - Pubblico dominio

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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