0704-EliPortogallo - LITURGIA della PAROLA

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LETTURA del VANGELO


4 LUGLIOSANTA ELISABETTA del PORTOGALLO
AGIOGRAFIADal Comune delle sante [per gli operatori di misericordia]:
1 Gv 3, 14-18 • Salmo 111 (112) • Mt 25, 31-46 ►

Prima Lettura • 1 Gv 3, 14-18
18Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.  19Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore  20qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa.  21Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio;  22e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quel che è gradito a lui.  
23Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del  Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il  precetto che ci ha dato.  24Chi osserva i suoi comandamenti dimora in Dio ed egli in  lui. E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha  dato.

VANGELO • Mt 25, 31-46 • Il Giudizio finale
31Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. 32Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, 33e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. 34Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, 35perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, 36nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». 37Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? 38Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? 39Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». 40E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». 41Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, 42perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, 43ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». 44Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». 45Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». 46E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
   

04 luglio • Sant'Elisabetta del Portogallo

BIOGRAFIA • Elisabetta nacque a Saragozza nella Spagna aragonese nel 1271, essendo figlia di Pietro III, re di questo paese. A 12 anni andò in sposa a Dionigi, re di Portogallo, sopportandone la vita sregolata e la dissolutezza. Elisabetta si distinse per la sua opera di pacificazione fra i re di Portogallo, Castiglia ed Aragona. Alla morte del marito si ritirò fra le Terziarie francescane a Coimbra, dove ancor oggi riposa il suo corpo incorrotto. Fu canonizzata da Urbano VIII nel 1625.
MARTIROLOGIO
Santa Elisabetta, che, regina del Portogallo, fu esemplare nell'opera di pacificazione tra i re e nella carità verso i poveri; rimasta vedova del re Dionigi, abbracciò la regola tra le monache del Terz'Ordine di Santa Chiara nel cenobio di Estremoz in Portogallo da lei stessa fondato, nel quale, mentre era intenta a far riconciliare suo figlio con il genero, fece poi ritorno al Signore.

DAGLI SCRITTI...  
Da un "Discorso" attribuito a san Pietro Crisologo, vescovo
Beati gli operatori di pace.
"Beati gli operatori di pace", dice l'evangelista, o carissimi, "perché saranno chiamati figli di Dio" (Mt 5, 9). A ragione fioriscono le virtù cristiane in colui che è concorde con gli altri nella pace cristiana, né si giunge ad essere chiamati figli di Dio se non attraverso il nome di operatori di pace.
È la pace, carissimi, che fa uscire l'uomo dalla schiavitù e gli dà un titolo nobiliare, cambia agli occhi di Dio la condizione di una persona facendo del servo un figlio, dello schiavo un uomo libero. La pace tra i fratelli è volontà di Dio e gioia di Cristo. È perfezione della santità, regola della giustizia, maestra di dottrina, salvaguardia dei costumi, disciplina lodevole in tutte le cose. La pace è per le preghiere un'intercessione, per le suppliche una via facile ed efficace, è l'appagamento pieno di tutti i desideri. La pace é madre dell'amore, vincolo di concordia, segno manifesto di un animo puro, che può chiedere per sé a Dio ciò che vuole. Domanda tutto ciò che vuole e ottiene tutto ciò che domanda. La pace si deve conservare per comando sovrano, perché lo stesso Cristo Signore dice: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace" (Gv 14, 27), che è come dire: Vi ho lasciato nella pace, voglio trovarvi nella pace. Partendosene volle dare quello che desiderava di ritrovare in tutti al suo ritorno.
È di Dio piantare la pace fin dalle radici; del nemico strapparla dalle radici. Infatti come l'amore fraterno è da Dio, così l'odio è del diavolo; per questo l'odio è da condannare sotto tutte le sue forme, poiché sta scritto: "Chiunque odia il proprio fratello è un omicida" (1 Gv 3, 15). Vedete dunque, fratelli carissimi, perché si deve amare la pace ed apprezzare la concordia; sono queste infatti che generano e nutrono l'amore. Sapete poi che, secondo l'Apostolo, "l'amore è da Dio" (1 Gv 4, 7); perciò è senza Dio chi non ha l'amore.
E allora, o fratelli, osserviamo i comandamenti che ci danno la vita; la fraternità sia tenuta ben unita con i legami di una pace profonda; sia tenuta ben stretta con il vincolo salutare dell'amore che copre un gran numero di peccati. Noi dobbiamo abbracciare con tutti i nostri desideri l'amore che ha un premio speciale per ognuno dei suoi aspetti buoni. La pace si deve custodire più di tutte le altre virtù, perché Dio è sempre nella pace. Amate la pace e tutto sarà tranquillo. La vostra pace per noi sarà un premio, per voi una gioia e la Chiesa di Dio, fondata nell'unità della pace, potrà godere di una coesione perfetta in Cristo. (Disc. 53 sulla pace; PL 52, 347-348)
NOTA DEL MESSALE
Elisabetta (Spagna, 1269/1270 - Estremoz, Portogallo, 4 luglio 1336), figlia di Pietro, futuro re di Aragona, fu data in sposa, dodicenne, a Dionigi re del Portogallo. Sostenne coraggiosamente la difficile convivenza matrimoniale, rendendosi operatrice di riconciliazione nei gravi dissidi che turbarono la famiglia e il regno. Rimasta vedova, si fece terziaria francescana, dedicandosi totalmente alla preghiera e alla carità verso i poveri.
Dal Comune dei santi: per gli operatori di misericordia.
COLLETTA PROPRIA
O Dio, fonte della pace e amante della carità, che hai arricchito santa Elisabetta [di Portogallo] del mirabile dono di riconciliare tra loro i nemici, concedi a noi, per sua intercessione, di essere operatori di pace, perché possiamo chiamarci tuoi figli. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

La regina
Nata in Spagna nel 1271, all’età di dodici anni andò in sposa, per motivi politici, al re del Portogallo Dionisio. Il nome ricevuto era per onorare la memoria della zia santa Elisabetta d’Ungheria, canonizzata nel 1235.
Dal marito ebbe due figli, e altri li allevò per la sconsiderata condotta del marito. Pur tra le lacrime, superò ogni umiliazione attraverso una vita austera e di intensa preghiera, quasi fosse una monaca, arrivando ad allevare i figli non suoi, come fossero suoi. E sempre con tratti gentili, tanto da essere soprannominata “angelo di pace”. Pregherà molto per la conversione del marito, ma anche perché i disguidi familiari con i figli venissero superati. A causa dei litigi, il re pensò che la moglie avesse preso posizione nei confronti del figlio erede, e la fece così confinare ad Alenquer. Riconosciuta la sua innocenza, la fece rientrare permettendole di divenire lei stessa paciere. Questo rientro portò il marito a cogliere fino in fondo lo spessore umano e spirituale della moglie, coinvolgendola poi in ogni decisione.
La morte del Re
Alla morte del re, nel 1325, curato unicamente da Elisabetta, vendette i suoi beni e i propri gioielli di regina per soccorrere i poveri e fondare opere sociali. Abbracciò il terz’Ordine francescano e si recò in pellegrinaggio a Santiago de Compostela, per capire cosa fare: pensava di entrare nel monastero delle Clarisse a Coimbra, da lei stessa fondato, ma la sua figura era ancora troppo ingombrante. Decise così di vivere all’esterno, conducendo la vita monastica, ma libera di uscire per soccorrere i poveri.
Saputo che anche il figlio ora era in lotta con suo genero, si mise in cammino per raggiungerli. Giunta a Estremoz, fu sorpresa dalla febbre e morì tra le braccia del figlio e della nuora il 4 luglio 1336. Nel 1576, tenuto conto che la fama di santità non veniva meno, vennero raccolte le notizie biografiche, i dati riguardanti i miracoli che vi avvenivano e quanto poteva aiutare nell’avviare la causa di canonizzazione.
Il suo corpo fu riportato a Coimbra e i portoghesi, che in vita l’avevano ammirata come loro regina, già la proclamavano “regina santa”. Fu canonizzata nel 1625.
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