13 Giugno • Sant’ANTONIO da Padova •(? 1190/95 – 1231) • LA VITA ► FONTE
Non è facile ricostruire dettagliatamente la vita di S. Antonio, poiché le informazioni lasciateci dagli scrittori del suo secolo sono piuttosto scarne: agli antichi storici poco importava soffermarsi su particolari quali date precise o caratteri fisici dell'uomo Antonio; per loro Antonio non era un semplice personaggio storico, ma un santo, portavoce del messaggio evangelico; per questo motivo le cronache dell'epoca danno grande risalto ai miracoli da lui compiuti e tralasciano di informarci sulla famiglia e sul primo periodo di vita di Sant'Antonio. La Chiesa invece ha voluto sottolineare sin dall'inizio il profilo fortemente intellettuale di Antonio: nel 1232, durante la cerimonia per la canonizzazione del Santo, fu intonato in suo onore il canto proprio dei Dottori della Chiesa; ecco dunque che Antonio viene considerato dalla Chiesa un dottissimo teologo, un maestro da proporre come guida del popolo cristiano, anche se questo ama Antonio soprattutto per la fama degli innumerevoli prodigi e per la sua appassionata dedizione alla predicazione. Della sua vita abbiamo poche notizie biografiche certe e forse troppe agiografiche e quasi leggendarie cresciute col passare del tempo grazie alla fantasia dei suoi devoti. Antonio nacque a Lisbona, primogenito di una famiglia nobile, potente e ricca. L'anno di nascita è ancora oggetto di discussione, ma viene individuato tra il 1190 e il 1195. I genitori, Martino e Maria, nutrivano progetti ambiziosi per il loro Fernando (questo è il nome di battesimo di Sant’Antonio): disponevano di notevoli risorse finanziarie, per cui furono in grado di assicurare al figlio un'educazione umanistica che a quel tempo era riservata a pochi. Arrivato a quindici anni Fernando decise di rinunciare agli agi che la sua posizione sociale gli offriva e, nonostante l'opinione contraria dei famigliari, entrò a far parte dell'Ordine dei Canonici Regolari di Sant'Agostino, nell'abbazia di San Vincenzo, fuori le mura di Lisbona. Fu proprio in quest'ambiente che Fernando poté ampliare la sua già notevole cultura, fino a diventare uno degli ecclesiastici più colti dell'Europa del primo Duecento. Rimase a Lisbona per due anni, dopodiché si trasferì a Coimbra, volendo dare un taglio netto con il mondo secolare che troppo spesso riusciva a raggiungerlo e a disturbare il suo raccoglimento. Mise quindi 270 chilometri tra sé e i parenti: non si hanno notizie che attestino un suo ritorno nella città natale. Nel grande monastero di Coimbra l'atmosfera era molto pesante: c'erano una ricca biblioteca e validi insegnanti di teologia, ma era notevole l'ingerenza da parte della Casa Reale; il priore Giovanni, forte della protezione regia, sperperava i beni della comunità conducendo una vita mondana e i canonici si erano divisi faziosamente pro o contro il loro priore. Nel 1220 lo scandalo arrivò a un livello tale da rendere necessario l'intervento del papa. Fernando seppe estraniarsi dalla triste lotta intestina, anche se certamente le due fazioni tentarono in qualche modo di trarre dalla propria parte il nuovo venuto. Portato per indole ad appartarsi e a trascorrere ore nello studio o in preghiera, restio a ostentazioni e indifferente ad ambizioni di carriera, Fernando coltivò lo studio delle scienze umane e teologiche con passione: la sua straordinaria memoria gli permise di ricordare talmente tanti scritti che in seguito si dirà che la sua mente era una biblioteca. Otto anni di studio fecero di lui un Dottore della Chiesa. Probabilmente a Coimbra fu ordinato sacerdote, all'età di venticinque anni. Il 1220 segna una svolta fondamentale nella vita del Santo: in quest'anno prese infatti la decisione di abbandonare il suo Ordine e di entrare tra i francescani. All'inizio dell'anno era giunta a Coimbra la notizia dell'uccisione in Marocco di cinque missionari francescani; le loro reliquie furono portate proprio a Coimbra, nella chiesa di Santa Croce, annessa all'abbazia dove viveva Fernando che ebbe così l'opportunità di venerare i protomartiri francescani. A quel tempo Fernando aveva già incontrato i seguaci di San Francesco, che si erano stabiliti nel vicino eremo di Olivais e che spesso bussavano alla porta del ricco priorato di Santa Croce per mendicare il pane quotidiano. Fernando fu molto colpito dalla gioia e dalla fede di questi frati che giungevano dalla lontana Umbria vestiti miseramente e spossati dalle privazioni. Si trattenne con loro in lunghe conversazioni ed ebbe modo di conoscere il loro stile di vita e la figura carismatica di Francesco. Si rese conto della mediocrità della propria vita e del clima di compromessi che regnava nell'abbazia. Manifestò così l'idea di unirsi al loro movimento, con l'unica condizione di potersi recare tra i saraceni e subire il martirio. Gli umili frati accettarono, felici di avere tra di loro un uomo colto come Fernando; ben più difficile fu per lui convincere il priore (il cui consenso era necessario), a concedergli il permesso di passare al Movimento dei frati Minori. Ottenuto a stento l'assenso, finalmente indossò il saio francescano, assunse il nome di Antonio e lasciò per sempre l'abbazia di Santa Croce tra le vibranti proteste dei parenti, per andarsi a stabilire nella vicina comunità di Olivais. I frati mantennero i patti e lo lasciarono imbarcarsi per il Marocco, ma una malattia contratta appena giunto sul luogo di missione lo costrinse a tornare in patria. In questo modo fallì il suo generoso sogno di apostolato e di martirio. A uno spirito ardente come il suo la rinuncia dovette sembrare molto amara, ma si arrese alla volontà di Dio e abbandonò la terra d'Africa insieme al sogno dettatogli da impulsiva generosità, ma scarso discernimento. Durante la traversata, il veliero che doveva ricondurlo in Portogallo fu costretto dalle avverse condizioni atmosferiche a cambiare rotta e attraccò sulle lontane coste della Sicilia. L'isola del sole fu un toccasana per il suo fisico già provato dalla malattia; Antonio fu ospitato dai frati di Messina e trascorse così due mesi in convalescenza. Intanto ad Assisi stava per aprirsi il Capitolo generale dei frati Minori (30 maggio - 8 giugno 1221), presieduto da San Francesco stesso; all'assemblea furono invitati tutti i frati e così anche Antonio si incamminò verso la città umbra, dove convennero più di 3000 frati che approntarono accampamenti di fortuna alzando capanne di stuoie; per questo l'assemblea verrà ricordata col nome di Capitolo delle Stuoie. In questa occasione venne discussa e approvata la nuova regola. Qui Antonio poté vedere e ascoltare San Francesco: il poverello influì notevolmente sul suo sconosciuto discepolo che trovò nel suo carisma e nella sua parola una conferma alla decisione che aveva di seguirlo. Dopo il Capitolo, non sapendo proprio dove andare, accettò l'offerta di recarsi come sacerdote all'eremo di Montepaolo, in Romagna, dove vivevano già altri sei frati. Antonio celebrava la Messa, partecipava alle preghiere comunitarie e si occupava delle pulizie; non lasciò mai trapelare la sua profonda cultura teologica e i confratelli lo ritenevano più pratico di stoviglie che di teologia. Poco dopo la metà del 1222 un piccolo evento svelò finalmente il suo talento e il suo eccezionale temperamento di predicatore: si trovava a Forlì per un'ordinazione sacerdotale e, mancando il predicatore di circostanza, fu pregato dal superiore di prendere lui la parola, poiché nessuno se la sentiva di improvvisare. Fu solo in apparenza un ex abrupto: il discorso rivelò ardente spiritualità e profonda cultura biblica. Antonio ricevette l'incarico di predicatore. Fu sempre in contatto con le popolazioni e ne condivise l'umile esistenza; alternò alla catechesi l'opera di pacificatore, d'insegnante di scienza sacra, di confessore e, nelle zone infestate dall'eresia, dovette affrontare gli eterodossi in confronti pubblici e privati, sostenuto dalla sua forte cultura teologica e dalla sua instancabile bontà. In nove anni percorse le strade d'Italia e di Francia e raccolse ad ascoltarlo folle immense. Antonio cominciò il suo apostolato nella provincia minoritica di Romagna, che comprendeva quasi tutta l'Italia settentrionale; dovette quindi gestire un territorio molto ampio e travagliato da numerosi movimenti ereticali. Si recò prima a Rimini, dove all'epoca prosperava una comunità catara; riuscì a ricondurre molti eretici all'ortodossia e a confermare nella fede i credenti. Fonti tarde ambientano colà l'episodio prodigioso della predica ai pesci: il missionario francescano, respinto e schernito dagli eretici, cominciò a predicare ai pesci che affiorarono numerosissimi ad ascoltare la parola di Dio. Probabilmente è solo una leggenda, ma è anche simbolo poetico della fede incrollabile di Antonio. Alla fine del 1223 - o agli inizi del 1224 - il Santo si trovava a Bologna, che era a quel tempo il secondo centro universitario della Cristianità, dopo Parigi. Qui egli ricevette da San Francesco, oltre l'incarico di predicare al popolo, l'approvazione all'apertura di una scuola di teologia: venne così inaugurato il primo Studium francescano e Antonio fu il primo professore di teologia dell'Ordine dei Minori. Lo stesso San Francesco gli affidò questo incarico con una breve lettera in cui esprimeva il proprio rispetto verso il teologo Antonio che evidentemente era considerato quanto di meglio per cultura vi fosse nell'Ordine. Francesco si rese conto della necessità di un corso regolare di studi anche nell'Ordine, pur essendo egli stesso di modesta istruzione e avendo sempre considerato marginale lo studio, nel timore che questo rubasse tempo alla preghiera. In seguito all'insegnamento di Antonio, sorse nell'Ordine una grande scuola teologica, che ebbe esponenti di spicco quali San Bonaventura e Duns Scoto. Verso la fine del 1224 Antonio venne inviato nella Francia meridionale, forse su richiesta dello stesso pontefice per tentare di arginare la dilagante eresia albigese. Già molti religiosi - cistercensi, domenicani, francescani - erano impegnati in una grande missione nell'Albigese e avevano dato il meglio di sé in quell'opera di conciliazione. Tra essi emersero la figura e l'azione di Antonio. Fu predicatore e maestro di teologia a Montpellier, importante centro universitario e baluardo dell'ortodossia cattolica. Si spostò poi ad Arles, dove fu riunito il capitolo provinciale di Provenza: qui, mentre Antonio stava tenendo un sermone, apparve all'uditorio San Francesco, in atto di benedire i suoi frati. L'avvenimento, misterioso e impressionante - Francesco si trovava infatti in Italia - cinse di un alone di soprannaturale il missionario. Insegnò anche a Tolosa, dove affrontò in dispute pubbliche e discussioni private gli albigesi, nel tentativo di ricondurli al Cattolicesimo. Al soggiorno tolosano viene riferito il miracolo del mulo che adora l'Eucarestia.
Fece ritorno in Italia nel 1227 e gli fu nuovamente affidata la provincia di Romagna. Come provinciale Antonio doveva visitare periodicamente tutti i conventi della sua giurisdizione; di conseguenza in questi anni non fece che spostarsi da una città all'altra nel vasto territorio dell'Italia settentrionale: ormai i frati avevano cominciato a costruire conventi e a organizzarsi secondo le regole della vita monastica. Esistevano conventi a Milano, Venezia, Vicenza, Verona, Ferrara - dove avvenne il miracolo dell'infante che proclama l'innocenza della madre - e a Trento, Brescia, Cremona e Varese. Come residenza - provvisoria, dato il suo continuo viaggiare - Antonio scelse il convento di Padova. In questo periodo si possono collocare alcuni tra i più celebri miracoli del Santo. Nel 1230 Antonio prese parte al capitolo generale dei francescani, tenutosi ad Assisi. Si dimise dal provincialato per meglio dedicarsi alla predicazione e, sempre nello stesso anno, fu inviato a Roma per il disbrigo di affari dell'Ordine. Quindi si stabilì a Padova. I francescani di Padova avevano scelto come sede una modesta abitazione appoggiata alla chiesetta di Santa Maria Mater Domini, donata loro dai canonici del luogo; una parte della chiesa primitiva è ancora oggi incorporata nella Basilica del Santo. Antonio visse in questo convento in due diversi periodi, nel 1229 per alcuni mesi e dal settembre del 1230 sino alla morte: complessivamente poco più di dodici mesi. Padova era a quel tempo una città ricca per commerci e industrie, e contava una popolazione di circa 15.000 abitanti; nella tranquillità di Santa Maria Mater Domini, Antonio si accinse a portare a termine quella che diverrà la sua opera maggiore: i Sermones. L'opera, dottrinale, è di mole imponente: da essa emergono la vastità della cultura sacra di Antonio e la metodica del suo insegnamento. Non si basa sulla solida costruzione di sillogismi della tradizione scolastica, sempre fedele alla logica aristotelica; procede per sentenze, agganciate ad altre sentenze, che interpretano le scritture in modo apparentemente fantasioso, ma in realtà coltissimo e suggestivo. Non riuscì mai a portare a termine i suoi Sermones: li interruppe per dedicarsi alla predicazione e non ebbe più modo di riprenderli. La predicazione antoniana in Padova raccolse un consenso irrefrenabile: nessuna chiesa fu sufficiente ad accogliere la folla accorrente e in seguito neppure le piazze bastarono più. Fu quindi necessario uscire in campagna dove il Santo, dotato di una voce stentorea, dedicava tutto il proprio tempo e le proprie energie alla popolazione: predicazione e confessioni lo portavano spesso al termine della giornata senza aver toccato cibo. Anche per questo motivo le dimissioni dal provincialato furono accettate: il suo stato fisico non gli consentiva di occuparsi di una zona tanto vasta. Non entrò mai nelle contese politiche, tuttavia ricordiamo due suoi interventi in favore dei cittadini: la missione - fallita - presso Ezzelino da Romano e la promulgazione di una nuova e più umana legge nei confronti dei debitori insolventi. Nel 1231, a maggio inoltrato, Antonio decise di lasciare Padova e spostarsi in campagna, per non distogliere i contadini dal loro lavoro e per prendersi un po' di riposo dopo tre mesi di durissimo impegno quotidiano. Si trasferì a Camposampiero accompagnato da due frati, l'inseparabile Luca Belludi e fra Ruggero. Fu ospitato dall'amico conte Tiso. Su richiesta di Antonio provvide affinché gli venisse costruita una cella su di un grande noce nelle vicinanze del convento, per pregare in solitudine; ben presto però, gruppi sempre più numerosi di fedeli si radunarono sotto il noce per vedere e ascoltare Antonio. A sera rientrava nell'eremo che Tiso aveva donato ai francescani. Durante questo soggiorno una tradizione locale pone la Visione di Gesù Bambino, che altre testimonianze collocano in Francia. Il fenomeno sovrumano può anche essersi ripetuto, dal momento che il Santo aveva speciali contatti con la realtà celeste. Le fonti narrano che una sera Tiso, mentre si recava nella stanza del Santo, vide sprigionarsi dall'uscio socchiuso un intenso splendore. Pensò con spavento che si trattasse di un incendio, ma quando spalancò la porta si trovò spettatore di una scena prodigiosa: Antonio stringeva tra le braccia Gesù Bambino. Scomparsa la visione, il Santo si accorse della presenza del conte e lo pregò di non farne parola con nessuno. Solo dopo la morte di Antonio Tiso raccontò quel che aveva visto.
13 giugno 1231, venerdì: unica data completamente certa della vita del Santo. Verso mezzogiorno Antonio fu colpito da un collasso; i frati che lo soccorsero si resero subito conto della gravità della situazione. Poiché espresse il desiderio di essere riportato al convento di Santa Maria Mater Domini per non dare incomodo ai frati di Camposampiero, i suoi fedeli fra Luca e fra Ruggero lo adagiarono su di un carro trainato da buoi e si incamminarono verso Padova. Le condizioni dell'infermo erano sempre più gravi e i frati, anche per non creare scompiglio tra la popolazione, decisero di fermarsi al monastero di Santa Maria de Cella (Arcella), dove viveva una comunità di Clarisse e nelle cui vicinanze i francescani avevano una modesta abitazione. Antonio venne adagiato in una cella e i frati gli si strinsero intorno per accompagnare con la preghiera le sue ultime ore. Un altro attacco consumò le sue ultime energie. Si confessò e ricevette l'estrema unzione. Nonostante fosse ormai allo stremo delle forze, riuscì a cantare col coro dei fratelli la melodia gregoriana di un Inno alla Vergine: O gloriosa Domina Excelsa supra sidera (O gloriosa Signora, più alta delle stelle!). Terminato il canto, Antonio rimase assorto per qualche tempo; al frate che lo sorreggeva e che gli chiedeva cosa stesse fissando così intensamente, rispose: "Vedo il mio Signore!". Morì a 36 anni non compiuti. Erano circa le cinque del pomeriggio. Appena poche ore dopo la morte di Antonio, i frati di Padova, che intendevano spostare il corpo del loro fratello nella chiesa di Santa Maria, dovettero affrontare la strenua opposizione delle Povere Dame Clarisse e degli abitanti del vicino borgo di Capo di Ponte: le Clarisse tentarono di ottenere dalle autorità che il Santo fosse sepolto all'Arcella e i borghigiani si armarono per impedire che il corpo venisse portato altrove. Dopo tre giorni di lotta senza esclusione di colpi - incluse la corruzione e l'intimidazione delle autorità che erano state coinvolte - si giunse a un accordo e la salma fu trasportata nella chiesa di Santa Maria in Padova. L'arca che conteneva le spoglie di Antonio fu collocata su colonne attraverso cui passavano i devoti che in tal modo si ponevano simbolicamente sotto la protezione del Santo. Folle di pellegrini si recarono a pregare sulla tomba di Antonio, attirati anche dalla fama sempre crescente dei suoi miracoli. Gli avvenimenti destarono l'interesse delle autorità ecclesiastiche: papa Gregorio IX istituì un tribunale diocesano a Padova, con il compito di esaminare i miracoli attribuiti al Santo. Le indagini furono condotte molto celermente e alla fine la maggior parte dei cardinali propendeva per la canonizzazione di Antonio. Il 30 maggio 1232, a meno di un anno dalla morte del Santo, il papa elevò frate Antonio di Padova alla gloria degli altari. Subito iniziarono i lavori per costruire una nuova tomba per il Santo, che fosse in grado di accogliere le schiere di pellegrini che incessantemente affluivano alla chiesetta di Santa Maria. Finalmente, nel 1263, il corpo fu traslato nella nuova chiesa; in quest'occasione, alla presenza di S. Bonaventura, venne aperto il sarcofago: la lingua era rimasta prodigiosamente incorrotta. S. Bonaventura la mostrò alla folla e, tra la commozione generale, esclamò: "O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora è a tutti noto quanto merito hai acquistato presso Dio". Assieme alla lingua, anche il mento e un dito del Santo vennero posti in reliquiari, mentre il corpo fu sigillato in nuova cassa e deposto nell'arca. Solo nel 1981 si procedette a una seconda ricognizione: i sigilli apposti da S. Bonaventura nel 1263 erano ancora intatti.
Gli anni in Portogallo
Sant’Antonio è nato in Portogallo, a Lisbona, nel 1195. Una tradizione barocca indica la data del 15 agosto. Era figlio dei nobili Martino de’ Buglioni e donna Maria Taveira. La loro casa distava pochi metri dalla cattedrale. Fu battezzato con il nome di Fernando.
Trascorse i primi anni di formazione sotto la colta guida dei canonici del Duomo. Tra i suoi compagni di studi, vi erano anche ragazzi già orientati alla scelta del sacerdozio. Molto probabilmente anche da qui nacque l’aspirazione del giovane Fernando a scegliere il servizio sacerdotale.
Ma soprattutto furono la mediocrità morale, la superficialità e la corruzione della società a spingerlo ad entrare nel monastero agostiniano di São Vicente, fuori le mura di Lisbona, per vivere l’ideale evangelico senza compromessi.
Tra gli agostiniani
Fernando dimorò A São Vicente per circa due anni. Poi, infastidito dalle continue visite degli amici, con i quali più nulla aveva a che spartire, chiese di trasferirsi altrove, sempre all’interno
dell’Ordine agostiniano. Antonio affrontava così il suo primo grande viaggio, 230 chilometri circa, quanti separano Lisbona da Coimbra, allora capitale del Portogallo.
Fernando aveva 17 anni. Arrivava in un ambiente dove sarebbe convissuto con una grossa comunità di circa 70 membri per il corso di 8 anni, dal 1212 al 1220.
Furono anni importantissimi per la formazione umana e intellettuale del Santo, il quale, poteva fare affidamento su valenti maestri e su una ricca e aggiornata biblioteca.
Fernando si dedicò completamente allo studio delle scienze umane e teologiche, anche per estraniarsi dalle tensioni che attraversavano la comunità religiosa. Gli anni trascorsi a Santa Cruz di Coimbra lasciarono una traccia profonda nella fisionomia psicologica e nell’iter esistenziale del futuro apostolo.Già per indole ci appare un uomo appartato, geloso del suo segreto, come rinchiuso nei suoi impegni di lavoro che gli lasciavano ben poco respiro. Diventò, anche per libera scelta, un uomo privo di ambizioni sociali; contrario a ogni ostentazione ed esibizione di sé e delle sue doti; diffidente delle polemiche; indifferente alle esteriorità di qualunque tipo, a meno che non fosse sospinto dal dovere della testimonianza evangelica.
Da Coimbra uscì uomo maturo. La sua cultura teologica, nutrita di Bibbia e di tradizione patristica, aveva raggiunto uno stadio definitivo.
Ferdinando sacerdote
A Santa Cruz Fernando fu ordinato sacerdote, probabilmente nel 1220. Anche per il giovane Fernando venne disattesa la norma ecclesiastica che fissava a un minimo di 30 anni l’età per avere accesso al sacerdozio.
La scelta francescana • Segno di sangue
Verso fine estate del 1220 Fernando chiese ed ottenne di lasciare i Canonici regolari di sant'Agostino per abbracciare l'ideale francescano. Non è certo se abbia conosciuto personalmente i primi francescani approdati in terra lusitana. Certo, ne sentì parlare, ne subì il fascino.
Soprattutto quando i loro resti mortali di martiri, raccolti dai cristiani, furono racchiusi in due
cofani d’argento e portati dall’Infante Pedro e dal suo seguito fino a Ceuta, da qui trasportati ad Algesiras, indi a Siviglia e finalmente traslati a Coimbra, dove furono collocati nella chiesa agostiniana di Santa Cruz (nella quale tuttora sono custoditi e venerati). Si raccontò anche di miracoli che accrebbero la devozione, vennero messe per iscritto le gesta dei martiri. Tutto contribuì a porre il movimento francescano al centro dell’attenzione di tutti i fedeli portoghesi.
La richiesta da parte di Fernando di entrare a far parte dei seguaci di Francesco d’Assisi matura in previsione di una forte vocazione alla missione e, in particolare, al martirio di sangue.
Antonio missionario 
Nel settembre 1220, Fernando lascia i bianchi panni di agostiniano per rivestirsi della grezza tunica di bigello e una corda ai fianchi.
Per l’occasione, abbandona anche il vecchio nome di battesimo per assumere quello di Antonio, l’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antao dos Olivãis presso cui vivevano i francescani. Dopo un breve periodo di studio della regola francescana, Antonio parte alla volta del Marocco.
L’itinerario da lui seguito, per via di terra e di mare, ci è sconosciuto. Molto probabilmente,
secondo le consuetudini francescane, Antonio era accompagnato da un confratello, rimastoci però ignoto.
Arrivato nei territori del Miramolino, a Marrakesh o in altra località, sarà stato accolto in casa di qualche cristiano, ivi residente per ragioni di commercio o altro. Volendo rivolgersi ai musulmani, il Santo doveva conoscere correntemente la lingua araba, cosa non ardua per un lisbonese dell’epoca, oriundo da una zona bilingue.
Diversamente, poteva fare affidamento sul compagno: se non entrambi, almeno uno doveva essere esperto in arabo.
Antonio non poté dare corso al suo progetto di predicare perché preda di una non meglio specificata malattia tropicale. Per recuperare almeno in parte la salute, decise di ritornare in patria, senza però abbandonare il suo ideale di martirio. Fu dunque costretto a ritirarsi dal Marocco, prendendo a ritroso la via del mare. Ma, a causa di un’imprevista violenza dei venti contrari, la nave fu trascinata fino alla lontana Sicilia. Antonio, che le tradizioni raccontano essere sbarcato a Milazzo, (Messina) era uno sconosciuto fraticello straniero, giovane e senza incarichi di governo, fisicamente provato. La sua convalescenza siciliana durò circa due mesi.
Informato dai confratelli siciliani, Antonio lasciò la Sicilia. Risalì la penisola per prendere parte al capitolo generale – detto delle Stuoie - celebrato in Assisi dal 30 maggio all’8 giugno del 1221. Antonio da Lisbona, sconosciuto a tutti perché entrato solo da pochi mesi nell’Ordine, passò i nove giorni dell’adunanza appartato e solingo, immerso nell’osservazione e nella riflessione.
Era uno dei tanti, nulla aveva che lo distinguesse. Al momento del commiato non fu preso con sé da nessuno dei "ministri".
Quando furono partiti quasi tutti i conventuali, Antonio fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna. Saputo che il giovane frate era anche sacerdote, lo pregò di seguirlo. Eremita a Montepaolo
In compagnia di Graziano da Bagnacavallo e d’altri confratelli romagnoli, Antonio giunse a Montepaolo nel giugno 1221.
Le sue giornate trascorrevano in preghiera, mediazione e umile servizio ai confratelli.
Durante questo periodo il Santo poté maturare la sua vocazione francescana, approfondire l’esperienza missionaria bruscamente interrotta, rinvigorire l’impegno ascetico, affinarsi nella contemplazione.
Le tesi più accreditate riferiscono che sant’Antonio rimase a Montepaolo fino alla Pentecoste (22 maggio) o al massimo fino a settembre dello stesso anno.
Sulle prime, data la visione prevalentemente sacrale in cui era tenuto il sacerdote, i confratelli trattarono Antonio con venerazione.
Avendo visto che uno dei compagni aveva trasformato una grotta in una cella solitaria, gli chiese con insistenza che la cedesse a lui. Il buon fratello accondiscese all’appassionato desiderio del giovane portoghese.
Cosi tutte le mattine, compiute le preci comunitarie, Antonio si affrettava alla volta della sua grotta (ancor oggi devotamente conservata) per vivere solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in prolungate letture della Bibbia e riflessioni. Per le ore canoniche e per i pasti si riuniva ai confratelli.
Nella sua fervida dedizione alla penitenza stremò tanto la sua fragile salute con i digiuni, le veglie, le flagellazioni, che più d’una volta, al suono della campanella che lo chiamava alle riunioni, vacillava e stava per cascare, se non fosse stato sorretto da premurosi confratelli.
Antonio si accorse che i suoi fratelli d’ideale coniugavano preghiera e servizio reciproco. Lui, che contributo poteva portare? Ne parlò con il guardiano (il superiore dei frati). Conclusero che egli avrebbe tenuto pulite le povere stoviglie di cucina e spazzato la casa.
Predicatore e Maestro • L’ora della chiamata 
Nel settembre 1222 si tenevano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani. Prima che il drappello degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, si era soliti rivolgere un sermone ai candidati. Ma nessuno era stato incaricato preventivamente e pertanto nessuno dei sacerdoti domenicani o minoriti presenti si era preparato. Arrivato il momento di prendere la parola in pubblico, tutti ricusarono d’improvvisare l’esortazione di circostanza. Solo il superiore di Montepaolo conosceva bene le doti di Antonio. L’interpellato tentò di schermirsi. Di fronte alle insistenze del superiore piegò il capo e prese serenamente la parola. Man mano che il discorso si dipanava in sonante latino, le espressioni si facevano più calde e suadenti, originali ed emozionanti.
Egli rivelava, sia pur contro voglia, la profonda cultura biblica, la coinvolgente spiritualità. Commozione, esultanza, soprattutto stupore dell’uditorio. Ebbero poi luogo le sacre ordinazioni, si svolsero secondo il programma i lavori dell’assise capitolare. Ma ormai tutti gli occhi erano puntati sul fraticello portoghese, obliato eremita, che in maniera così impensata era proposto al centro dell’attenzione della sua fraternità. Non risalì a Montepaolo che per dire addio alla sua grotta, per riabbracciare i confratelli, raccomandandosi alla loro simpatia e preghiera.
Antonio predicatore
Sant’Antonio inizia così la sua missione di predicatore in Romagna. Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice. Attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i
sostenitori di eresie.
La Romagna, all’epoca del Santo e per secoli dopo, era una contrada funestata da una guerriglia civile endemica. Le fazioni, maggiori e minori, avvelenavano le città e i clan familiari, disgregando le strutture comunali e seminando dovunque sospetti, congiure, colpi di mano, vendette. Non bastasse questa maledizione, anche sul piano religioso si pativa la calamità delle sette, prima fra tutte, nelle sue ramificazioni, quella catara.
La vecchia Chiesa reagiva scarsamente e male, a causa della sua mediocrità spirituale. Buon gioco avevano dunque gli eretici che diffondevano teorie distorte e dubbi pericolosi.
Proprio a Rimini, nel 1223, ha luogo l’episodio riportato dalla tradizione, secondo il quale sant’Antonio vince la testardaggine di un eretico che non voleva credere nella presenza reale di Cristo nell’Eucarestia.
Teologo a Bologna
Dopo la rivelazione di Forlì, dopo che per invito dei superiori fu inviato a predicare nelle città e villaggi della Romagna, sul finire del 1223 ad Antonio viene chiesto anche di insegnare teologia a Bologna. Per due anni, all’età di 28-30 anni, come teologo insegna le basilari verità di fede al clero
e ai laici, attraverso un metodo semplice ma efficace. Partiva cioè dalla lettura del testo sacro per giungere ad una interpretazione che interpellasse e parlasse alla fede e alla vita dell’uditorio. Sant’Antonio è dunque il primo insegnante di teologia del neonato ordine francescano, il primo anello di una catena di teologi, predicatori e scrittori, che nei secoli diedero e danno onore alla Chiesa.
"Antonio, mio vescovo"
Francesco d’Assisi non voleva che i suoi frati si dedicassero allo studio della teologia. Questa indicazione fu riportata anche nella regola di vita. Ma per sant’Antonio, viste la sua solida fede e la sua integrità morale, fece una eccezione concedendogli di insegnare ai suoi frati.
È ormai largamente provata, in sede critica, la sostanziale autenticità della breve lettera fattagli pervenire dal Poverello.
Eccone il testo, in versione italiana, secondo l’edizione stabilita da Kajetan Esser. "Al fratello Antonio, mio vescovo, auguro salute. Approvo che tu insegni teologia ai frati, purché, a motivo di tale studio,tu non smorzi lo spirito della santa orazione e devozione, come è ordinato nella Regola. Sta sano".
ll grande francescanista Raoul Manselli, scorge nel patentino che autorizzava Antonio a insegnare sacra teologia ai frati, un "testo di portata normativa" che "ha un valore ed un significato essenziale per tutta la storia dell’Ordine e va inteso e spiegato, quindi, nella sua intera portata". Antonio nel suo apostolato itinerante, sia in Italia che in Francia, allacciò all’intensa predicazione la formazione catechetica delle nuove leve del movimento minoritico: "doveva, quindi avere già ricevuto ormai l’autorizzazione che la breve lettera di Francesco concede in termini tanto sintetici, quanto rigorosamente e puntualmente formali".
Una delle preoccupazioni che portavano san Francesco a guardare con diffidenza allo studio, era rappresentata dal divario che egli notava, fra quanto la cultura teologica insegnava e come diversamente lo viveva.
• Teologo su richiesta dei confratelli
Furono i confratelli a chiedere a sant’Antonio di avviare uno studio di teologia e di insegnarvi. Essi, vivendo a contatto con le anime, erano allarmati e dispiaciuti per la situazione d’inferiorità del giovane Ordine francescano, chiamato da un numero crescente di fedeli a coprire, assieme ai domenicani, i grossi vuoti lasciati dal clero diocesano nella conduzione pastorale e nella catechesi. L’iniziativa emulava l’analoga istituzione, promossa appunto dall’Ordine gemello dei Predicatori, i quali avevano aperto in Bologna uno studio teologico fin dal 1219, vivente san Domenico.
• Una lezione di sant’Antonio
Come avrà tenuto una sua lezione il teologo Antonio?
Secondo il metodo dell’epoca, recepito anche dal Santo, nelle sue spiegazioni vi era una prevalenza del senso allegorico. Costante è anche il riferimento alla Bibbia.
Lo stile faceva leva:
- sulla chiarezza di concetti,
- l’essenzialità di espressione rifuggente da inutili ridondanze,
- la preoccupazione di riuscire persuasivo e pratico,
- la cura di coinvolgere interamente la persona (oltre al ragionamento, anche il sentimento e l’immaginazione)
- la traduzione dei dettami nel vissuto quotidiano.
• Dottore della chiesa
Tra i contemporanei e nelle generazioni immediatamente successive, il Santo fu ritenuto maestro di sapienza cristiana, biblista impareggiabile, autore di opere insigni.
Uno storico dice che sant’Antonio possedeva un talento così eminente, da poter servirsi della memoria al posto dei libri, e che si sapeva esprimere con un’abbondante grazia di linguaggio
mistico […]. La profondità insospettata del suo parlare accresceva lo stupore dell’uditorio
(Assidua). Tutta la curia romana ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del Testamento.
Fu in occasione del VII centenario della morte del Santo, 1931, che fu avviata presso la Congregazione dei Riti, Roma, la ricerca e discussione sul dottorato di sant’Antonio, in questi termini:
"Se sia da confermarsi il culto di Dottore tributato per secoli a sant’Antonio di Padova e se sia da estendersi alla Chiesa universale, con ufficio e messa del comune dei dottori".
Toccò a papa Pio XII l’onore di concludere affermativamente la procedura storico-giuridica, cosa che egli compì il 16 gennaio 1946 con il Breve Apostolico Exsulta, Lusitania felix. Sant’Antonio è Dottore della Chiesa con il titolo di "doctor evangelicus".
Non dobbiamo stupirci del ritardo, ben sette secoli e più, subìto da sant’Antonio prima di accedere al culto di Dottore. Infatti il riconoscimento apostolico non era altro che una conferma di una prassi consolidata nella Chiesa fin dai primi anni dalla morte del Santo.
• La missione in Francia
Francia assetata di pace
Una terra che scotta, un popolo nella tormenta. Questo è il Meridione della Francia ai tempi di sant’Antonio. La causa di tanta inquietudine è da attribuire alle lotte politiche e sociali tra cattolici ortodossi e la setta degli albigesi, radicatasi da decenni in questa regione. Il Papato, alleato col potere temporale che ne aveva intravisto il vantaggio economico, combatté in tutti i modi l’eresia. Ma a nulla valsero le persecuzioni, la guerra condotta per oltre 20 anni.
Chi davvero attirò le persone a riabbracciare la vecchia fede fu la testimonianza multiforme e la parola suadente di cistercensi, domenicani, francescani, che diedero il meglio di sé in quest’opera di riconciliazione con la verità nella carità. Tra essi, eminente, la figura del nostro Santo.
• Dove ferve la battaglia
Non si hanno molte e certe notizie del periodo francese di Antonio. C’è però un termine fisso, il 1226.
Antonio fondò il convento francescano di Limoges. Gli antonianisti anticipano alla fine del 1224 il suo passaggio dall’Italia al sud francese.
Proveniente da Bologna, Antonio passa per la Provenza alla Languedoc, al Limosino, al Berry.
Antonio incontra una regione travagliata dall’eresia albigese, martoriata dalla crociata, scivolata ben presto in gioco di potenza.
Fin dal gennaio 1217, papa Onorio III aveva esortato i professori di teologia di Parigi a recarsi in mezzo agli albigesi.
Antonio fu inviato, probabilmente con un drappello di minoriti, come rinforzo qualificato, e ciò per suggerimento della direzione centrale dell’Ordine, sensibilizzata al problema sia dai frati già residenti nella zona, sia dalle pressioni della curia papale.
Troviamo Antonio insegnante di teologia e predicatore a Montpellier, ragguardevole centro universitario e roccaforte dell’ortodossia cattolica, dove domenicani e francescani ricevono
adeguata formazione pastorale-intellettuale per predicare agli eretici sparsi nei territori circostanti. Arles: San Francesco appare mentre Antonio predica
Il fatto è certo, ma dubbia è la data. Lo storico Tommaso da Celano ricorda come frate Giovanni da Firenze, eletto da Francesco ministro dei minoriti di Provenza, celebrò un’assemblea capitolare, o nella seconda metà del 1224, oppure nella prima metà dell’anno successivo, durante la quale Antonio dettò un fervido sermone sulla Passione di Cristo. Mentre egli parlava, frate Monaldo vide alla porta della sala dove erano riuniti "il beato Francesco sollevato in aria con le mani estese a forma di croce, in atto di benedire i suoi frati". Sant’Antonio svolse il suo sermone sul mistero della Crocifissione di Cristo, in particolare sulla iscrizione Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv. 19,19).
È molto probabile che il Santo, sempre attento alla trama liturgica innervante l’annata del credente, si sia ispirato, nel cogliere l’argomento del sermone, allo spunto offerto dal momento liturgico. Pertanto, è ovvio ipotizzare che il capitolo di Arles si sia riunito in un giorno contrassegnato dal mistero della croce: il venerdì santo, 28 marzo 1225; il ritrovamento della Croce (Inventio crucis), 2 maggio dell’anno stesso; quando non si voglia pensare (e sarebbe suggestivo e tutt’altro che
gratuito) alla Esaltazione della Croce del ’24, e dunque quando le stimmate erano state appena impresse nelle carni di san Francesco.
• Antonio a Tolosa e a Limoges 
Tolosa, (Toulouse), sorge nell’attuale dipartimento della Haute-Garonne. Le sue origini sono molto antiche. L’Apostolato itinerante di Antonio non poteva non echeggiare in un emporio di ideologie quale Tolosa. E’ più che probabile che in questa roccaforte del neomanicheismo il Taumaturgo abbia anche insegnato teologia ai frati. Attorno al 1226 Antonio si sposta più a nord, nei pressi di Limoges.
Nella chiesa di St. Pierre-du-Queyroix Antonio vi tenne una celebre predica, resa emozionante per una bilocazione attestataci da frà Giovanni Rigaldi. Alla diocesi di Limoges appartiene l’abbazia di Solignac, sulla Briance. Anche in questo monastero soggiornò il Taumaturgo, operandovi un prodigio a favore del monaco che gli faceva da infermiere.
Limoges rimane nella storia del Santo come uno dei centri più significativi. Egli rivestì infatti
l’incarico di custode (=superiore) dei francescani della città e del circondario. Che il Santo sia
stato custode di Limoges e territorio, siamo certi, d’una certezza cinta naturalmente di saggia circospezione, giacché la testimonianza scritta dista circa un settantennio dagli avvenimenti.
Una cronaca del monastero di san Marziale di Limoges ci tramanda che Antonio pronunziò il suo primo discorso nel cimitero di san Paolo, prendendo spunto dal salmo 29,6. Un secondo sermone fu da lui predicato nel monastero di s. Martino, svolgendo le parole del salmo 54,7: Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo?
E’ sempre a Limoges che avviene un altro fatto singolare. Siamo nella chiesa di St. Pierre-du- Queyroix. Sulla mezzanotte del giovedì santo, dopo l’ufficiatura del mattutino, ha luogo la predica durante la quale il Santo si trasferisce tra i suoi frati per cantare la lectio liturgica che spettava a lui.
• A Bourges, Le Puy e altrove
L ’anno 1226 vede Antonio sostare anche a Brive, e nella sua veste di custode dei frati minori, fondare un convento. Qui il Santo trova la pace dell’ascesi e della meditazione, per ristorarsi delle snervanti predicazioni ritirandosi volentieri in alcune grotte appena fuori il borgo cittadino. Qui si dedica alla penitenza e alla contemplazione.
Dopo la sua morte, il suo ricordo rimarrà sempre vivo tra gli abitanti di Brive. Le grotte che egli frequentò sono divenute un luogo di pellegrinaggio.
Dopo le alterne vicende, nel 1874 il santuario fu riacquistato dai francescani e nel 1895 fu riconsacrato. Brive è da allora, pur tra qualche difficoltà, il centro nazionale della devozione antoniana in terra francese.
La superba cattedrale di Bourges, puro gioiello del gotico, salutò il missionario Antonio. Ma egli fu anche a Le Puy-en-Velay, nell’attuale dipartimento della Haute-Loire, ai piedi del monte Anisan. Non è certo se qui vi abbia esercitato l’incarico di guardiano della fraternità.
Non possiamo determinare la data del ritorno di sant’Antonio in Italia: per quale motivo fece il viaggio a ritroso, chi ve lo chiamò, dove prese residenza o, se non ebbe residenza alcuna, perché continuò a fare il missionario peregrinante. Gli agiografi antoniani fissano il ritorno in occasione del capitolo generale, tenuto in Assisi per la Pentecoste 1227, il 30 maggio.
San Francesco morì la sera del 3 ottobre 1226: l’assemblea doveva quindi dare all’Ordine un nuovo ministro generale.
Come custode del Limosino egli era tenuto, per dettato esplicito della Regola, a prender parte al capitolo, in cui si doveva scegliere il successore di san Francesco. Ma non abbiamo prove ch’egli ricoprisse ancora questo incarico. Non sapremo mai se fu frate Elia, colui che forse aveva promosso la sua missione in Francia, a richiamarlo in Italia per affidargli compiti ancor più complessi e gravosi. Non sapremo nemmeno se fu fra Giovanni Parenti. Sappiamo solo che, diretto verso l’Italia, attraversò a piedi la Provenza (così dice la Rigaldina 6,34).
• Nel nord Italia
Ministro provinciale
Sant’Antonio godette di indiscutibile stima da parte dei suoi confratelli. Così, alle già numerose incombenze, si aggiunse anche l’incarico di ministro provinciale del nord Italia, Romagna inclusa. Chi gli conferì tale incarico? La storia qui si rivela avara di testimonianze. Circa la durata, la maggioranza degli studiosi antoniani ipotizza sia durato l’arco di un triennio, dal 1227 al 1230. Anche in questa nuova incombenza, Antonio si distinse in spirito di servizio e di fraternità, sorreggendo, incoraggiando e guidando i fratelli, con l’esempio e con gli ammonimenti.
Una fonte attendibile tramanda che rimase superiore provinciale fino a maggio del 1230. L’amicizia con Tomaso di san Vittore
Nella sua attività di ministro provinciale dell’Italia settentrionale si seppe mantenere fedele al carisma di san Francesco inserendolo nella complessa mutevole realtà dei tempi e luoghi. Con le strutture gerarchiche coltivò rapporti da vero cattolico, evitando conflitti e alimentando un clima di concordia. Ne è prova la partecipazione personale del vescovo di Padova alla quaresima antoniana del 1231, come non è un caso che la canonizzazione lampo del Santo non sia stata inceppata da alcuna protesta o riserva.
Un secondo obiettivo dell’azione pastorale si riproponeva di armonizzare l’attività del neonato ordine francescano con quella dei vecchi Ordini religiosi. Seguendo nella trasferta francese, lo abbiamo visto ospite all’abbazia di Solignac, accolto come in casa propria da quei monaci.
Mantenne anche un rapporto di intesa cordiale con gli antichi confratelli agostiniani.
Facendosi francescano, Antonio non intese fare un taglio col passato. Anzi, mantenne tutto quello che di valido aveva ricevuto e amato in quegli anni a s. Vincenzo e a s. Croce. Non per nulla il suo rapporto amicale più intenso fu, durante gli anni italiani, quello coltivato con il parigino Tomaso di san Vittore, abate di s. Andrea in Vercelli.
Antonio, eletto superiore, visitando le comunità minoritiche, ebbe modo di recarsi a Vercelli, dove rimase qualche settimana per predicare e incontrarsi con Tomaso di san Vittore. Questi era giunto a Vercelli nel 1220, fu nominato priore di s. Andrea nel ’24, ebbe il titolo di abate nel ’26.
È fuori di dubbio l’amicizia fedele che legò fra loro, in vita e in morte, Antonio e il celebrato abate Tomaso. Le fonti presentano i due santi in un reciproco rapporto di maestro-discepolo, da pari a
pari, da maestro a maestro, mediante scambi di esperienze intellettuali.
• Apostolo di pace
A Padova, durante la podesteria del veneziano Giovanni Dandolo (29 giugno 1229 - 28 giugno 1230), la distensione e la pace tanto sospirate fiorirono nella regione. Ma sentiamo la relazione
di un contemporaneo, il notaio padovano Rolandino:
"Per lo spazio di circa un anno le città della Marca Trevigiana godettero di tale pace, che quasi tutti erano convinti che d’allora in poi non ci sarebbero più stati torbidi e guerre nella regione. Dei religiosi ricreavano spiritualmente pressoché l’intera popolazione, elevandola alle realtà celesti mediante la predicazione. E fu in quel momento che, fra altri religiosi e giusti, giunse il beato Antonio, e in diverse località della Marca annunciò la parola di Dio con voce affascinante".
• La redazione dei Sermones
L’Assidua, prima biografia di sant'Antonio, afferma che Antonio scrisse i suoi Sermones per le domeniche durante un suo soggiorno a Padova, dove frattanto nacque un profondo vicendevole affetto tra gli abitanti e lui. Invano vi cercheremmo una espressione cronologica precisa, poiché il
"quando" resta nel vago. Quanto al luogo di residenza, è Sancta Maria Matera Domini. Nessuna base documentale suffraga la candidatura dell’Arcella, ubicazione sostenuta da vari antonianisti,
che peraltro non producono alcuna prova. L’Assidua parlando dell’infaticabile zelo per le anime che incalzava Antonio a darsi interamente all’apostolato, annota ch’egli seguitava il lavoro pastorale sino al tramonto del sole, molto spesso restando digiuno. Predicava, insegnava, ascoltava le confessioni. Nel suo apostolato, sant’Antonio era accompagnato da alcuni compagni, e nell’ultimo periodo in particolare dal beato Luca Belludi.
• Predicatore apostolico
Fu in occasione del capitolo generale del 1230, avvenuto durante la traslazione delle spoglie di Francesco nella nuova basilica eretta in suo onore, che frate Antonio da Lisbona fu liberato dagli incarichi di governo dell’ordine.
Per la grande stima che godeva presso i responsabili dell’Ordine minoritico, gli fu conferito il
nuovo incarico di "predicatore generale", con la facoltà di recarsi liberamente dovunque riteneva opportuno, e prescelto, con sei altri confratelli, a rappresentare l’Ordine presso papa Gregorio IX.
Nell’evoluzione del francescanesimo
Antonio ebbe contatti personali con Gregorio IX? Quando e per quale motivo ebbe a recarsi alla curia papale? Che posizione assunse nelle questioni concernenti l’evoluzione dell’Ordine? In quali rapporti fu con il leader francescano, frate Elia? Le fonti ci indicano una sola urgente questione di famiglia nella quale fu implicato il Santo: quella che costituì il problema-crisi del capitolo generale assisano del maggio 1230. Cioè, che valore giuridico bisognava attribuire al Testamento dettato dal fondatore, san Francesco, poco innanzi la sua morte? E come si potevano risolvere i dubbi suscitati da alcuni punti della Regola francescana, che nella rapida e vorticosa evoluzione dell’Ordine suscitavano perplessità e tensioni? Antonio fece parte della delegazione espressa dal Capitolo generale per dibattere tali questioni e chiedere lumi al pontefice.
Durante quel soggiorno, prolungatosi parte a Roma, parte ad Anagni, Antonio si fece conoscere in altissimo loco per la eminente santità e la straordinaria scienza biblica, e ciò nei colloqui privati con i diversi dignitari, non meno che nelle sedute, nelle conferenze spirituali e nelle omelie. Per mandato di Gregorio IX, Antonio avrebbe rivolto un discorso a una moltitudine di pellegrini, convenuti nella città eterna da tutto l’orbe cristiano. E, in virtù di un prodigio simile a quello accaduto agli Apostoli il giorno della Pentecoste, ognuno degli uditori lo sentì parlare nella propria lingua.
Un’erratica tradizione francescana del Trecento dice che Gregorio IX invitò Antonio a rimanergli al fianco. "Egli, umilmente rinunciando a tale onore, per attendere al bene delle anime, dopo aver ottenuto la benedizione apostolica, scelse d’isolarsi alla Verna. Vi restò per qualche tempo, consacrandosi alla predicazione e alla penitenza. Di là, si diresse alla volta di Padova".
• Antonio francescano
Quale rapporto correva tra Antonio e i responsabili dell’Ordine francescano? Gli agiografi si sono preoccupati di presentare un Antonio a sé stante, come estrapolato dal movimento
francescano. Possiamo pensare che, regnando tra i frati, durante la fase primigenia, una spiccata non-omogeneità, il senso di appartenenza fosse decisamente debole. In fondo, il documento
ufficiale, tassativo, d’identità, la Regola, risaliva a fine novembre 1223. Antonio ed Elia, per indole, tempra morale, maturità evangelica, ci appaiono molto distanti.
Ma vissero in orbite lontane l’una dall’altra. Non sappiamo che posto occupasse nella pietà e nella molteplice attività di Antonio il Poverello di Assisi. Nei suoi Sermoni non ne declina mai il nome, il che assume un accento enigmatico, specie trattandosi di un’opera tanto estesa e pubblicata dopo la canonizzazione del Serafico. Antonio fu un moderato, che si sforzava di coniugare la fedeltà al carisma francescano con le urgenti richieste dei diversi ambienti dove lo porta l’impegno pastorale.
• A Padova
Il grande momento padovano
A Padova, Antonio fece un paio di soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il 1230; il secondo, fra il 1230 e il 1231, durante il quale venne precocemente a morte. Sommando i due periodi, si arriva a mettere insieme una serie di dodici mesi o poco più. Come dire che il
missionario non trascorse nella sua patria di elezione che un anno, in due puntate.
Quale Padova lo attirava, lo aspettava, lo accolse? Tutta intera, nelle sue diverse, talora contrastanti, componenti.
E la troviamo unanime, pochi mesi dopo, ai piedi del suo pulpito e del suo confessionale; e in seguito appassionatamente impegnata alla sua glorificazione culturale. Padova gli servì nuovamente come scriptorium dei suoi commentari biblico-iturgici.
Possiamo ipotizzare che vi trovasse, oltre a un valido sussidio nelle biblioteche, dei collaboratori a livello di scrivani e magari di aiutanti nella stesura del testo.
I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale.
E ancora, la città euganea interessava vivamente Antonio per la sua università. Egli aveva un debole per i centri di alti studi. Aveva prediletto, dopo Bologna, Montpellier, Tolosa, Vercelli… Lui stesso era, sia pure fuori di strutture burocratiche, un emerito cattedratico. Ma dire università era soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi giovanili. Antonio era un esperto "pescatore di giovani".
Presentisse o meno che il suo peregrinare sulla terra volgeva al termine, egli aspirava a reclutare nuove leve nell’oneroso entusiasmante incarico di portatori del Vangelo. Poi, la terra veneta viveva una pace malferma. Antonio sentiva forte l’invito a intervenire, moltiplicando ogni sforzo per scongiurare il riattizzarsi dei conflitti. E ancora, non mancavano nemmeno nella fedele Padova, in forme ora subdole, ora palesi, gli adepti dell’eresia.
• I giorni di salvezza
Allo spuntar del 5 febbraio, il Santo sospese la fatica di carta, penna e calamaio. La città viveva un magico intervallo di pace dentro e fuori dei suoi confini. Si diffuse la voce che sant'Antonio intendeva predicare giornalmente, prendendo spunto dai testi offerti dalla liturgia. Ben presto non solo l'angusta chiesetta di S. Maria, ma le più ampie chiese della città risultarono via via incapaci di contenere la moltitudine crescente. La gente affluiva a grandi schiere, dove accoglierla? La voce non faceva problema, essendo Antonio dotato di un volume vocale d'eccezione. Si riunivano nelle piazze. Ma queste pure si mostrarono anguste. Anche a Padova, com'era già
accaduto in Francia, sant'Antonio si vide costretto a parlare fuori città, in mezzo ai prati. Nobili
e popolani, donne e uomini, giovani e vecchi, praticanti fervorosi e persone indifferenti o "lontane", galantuomini e mariuoli, ecclesiastici e laici si disponevano in ordine sparso, aspettando con pazienza l’arrivo dell’uomo di Dio. Il vescovo Jacopo insieme con gruppi del clero prendeva
parte personalmente al cammino quaresimale, da lui stesso autorizzato e seguito con la gioia del pastore che vede riunito il suo gregge in pascoli ubertosi.
Di sermone in sermone si dilatava la fama di quanto stava accadendo a Padova, provocando un continuo accrescersi dell’uditorio. Una folla incessante si assiepava intorno al suo confessionale. Era impossibile farvi fronte, sebbene dei confratelli sacerdoti e una schiera di presbiteri della città cercassero di alleggerirgli tale fatica. Non gli restava che aspettare il deflusso dei penitenti al calar della sera. L’Assidua informa che si rassegnava a rimaner digiuno fino al tramonto. Alcuni accorrevano al sacramento della penitenza, dichiarando che un’apparizione li aveva spinti alla confessione e a mutar vita.
Testimonia l’Assidua: "Riconduceva a pace fraterna i discordi; ridava libertà ai detenuti; faceva restituire ciò ch’era stato rapinato con l’usura e la violenza".
Si giunge a tanto che, ipotecati case e terreni, se ne poneva il prezzo ai piedi del Santo, e su consiglio di lui restituito ai derubati quanto era stato loro tolto con le buone o con le cattive. Distoglieva le prostitute dal turpe mercato; ladri famigerati per misfatti, tratteneva dal metter le grinfie sulle proprietà altrui. In tal modo, compiuti felicemente i quaranta giorni, grazie al suo zelo, raccolse una messe gradita al Signore.
Non posso passar sotto silenzio come egli induceva a confessare i peccati una moltitudine così grande di uomini e donne, da non essere bastanti a udirli né i frati, né altri sacerdoti, che in non piccola schiera lo accompagnavano".
Antonio intervenne anche a modificare la legislazione comunale di Padova. Si tratta di uno statuto relativo ai debitori insolventi, datato 17 marzo 1231, lunedì santo.
Eccolo, tradotto dall’originale latino.
"A richiesta del venerabile fratello Antonio, dell’Ordine dei frati Minori, fu stabilito e ordinato che nessuno sia detenuto in carcere, quando non sia reo che di uno o più debiti in denaro, del passato o del presente o del futuro, purché egli voglia cedere i suoi beni. E ciò vale sia per i debitori che per gli avallatori. Se però una rinuncia o cessione o un’alienazione sia fatta frodolentemente, sia da parte dei debitori, sia degli avallatori, essa non abbia alcun valore e non porti danno ai creditori. Quando poi la frode non possa venir dimostrata in modo evidente, della questione sia giudice il podestà. Questo statuto non possa subire modificazioni di sorta, ma resti immutato in perpetuo".
• L'ultimo periodo
Nell’eremo di Camposampiero
Diversi i motivi per cui Antonio si ritirò nel romitorio di Camposampiero.
Il primo è sottaciuto, ma intuibile. Dopo l’intenso, sfibrante lavoro della quaresima e del periodo pasquale, le forze del Santo erano pressoché esauste.
Seconda motivazione, espressa dall’Assidua (15,2) ed echeggiata dagli agiografi successivi. Bisognava sospendere la predicazione e la disponibilità per chi veniva a confessarsi o consigliarsi, allo scopo di lasciar libera la gente per attendere alle occupazioni rurali, essendo imminente il tempo della mietitura.
Terzo motivo: isolarsi in una località tranquilla e difficilmente accessibile, al fine di seguitare e, chissà, ultimare la stesura dei Sermoni festivi.
Quarto movente: allontanarsi dagli occhi affettuosamente scrutatori dei confratelli padovani, che avrebbero potuto allarmarsi notando le sue condizioni di salute in crescente peggioramento e soffrirne.
Quinto scopo, il più alto e desiderato: quello di sottrarsi alla morsa della vita attiva, frastornante e alienante se protratta sopra certi livelli, per tuffarsi nell’orazione, nel raccoglimento dello spirito, in vista del grande appuntamento.
Possiamo ipotizzare che il Santo abbia lasciato Padova il lunedì 19 maggio, e pertanto il suo soggiorno a Camposampiero sia durato, compresa l’ipotetica parentesi dell’andata-sosta-ritorno da Verona, sui 25 giorni.
• La morte
Nella tarda primavera del 1231, Antonio fu colto da malore. Deposto su un carro trainato da buoi venne trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire.Giunto però all'Arcella, un borgo della periferia della città la morte lo colse. Spirò mormorando: "Vedo il mio Signore". Era il venerdì 13 giugno. Aveva 36 anni.
Il Santo venne sepolto a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini, il rifugio spirituale del Santo nei periodi di intensa attività apostolica.
Al termine dei festosi funerali, il corpo del Santo venne sepolto nella chiesetta del conventino francescano della città.
Probabilmente non interrato, ma anzi un po’ sopraelevato, in maniera che i devoti, sempre più frequenti e numerosi, potessero vederne e toccarne l’arca-tomba.
Un anno dopo la morte la fama dei tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo il 30 maggio 1232, a soli 11 mesi dalla morte.
La chiesa ha reso giustizia alla sua dottrina, proclamandolo nel 1946 "dottore della chiesa universale", col titolo di Doctor evangelicus.