di Mario Adinolfi
Se ne scrive il bigamo Eugenio Scalfari, ateo e disinteressato all'Eucaristia, posso scriverne anch'io che sono solo divorziato e risposato, ma cristiano e interessatissimo alla comunione con Gesù e la mia Chiesa. Insomma oggi su Repubblica il "papa laico" si lancia in un'omelia di duecento righe per dettare la linea al prossimo Sinodo sulla famiglia che, drammaticamente, è diventato per i media solo una riunione in cui si dovrà decidere se dare o meno l'ostia ai divorziati come me. I giornali si sono già inventati le cordate di cardinali l'una contrapposta all'altra, i tifosi delle varie squadre e Scalfari ci tiene a far sapere che anche San Pietro aveva abbandonato la propria moglie, dunque era un divorziato ante litteram. Poi si mette a parlare del grado di parentela con Gesù di San Giacomo, sul ruolo di Paolo che s'è "inventato" apostolo, sulle persecuzioni dei cristiani che non ci sono state (se non una "piccola" sotto Nerone) e tutta una serie di castronerie miste a dicerie e a qualche verità, dettate però con il tono del Rivelatore. Ovviamente Scalfari vuole vedere la Chiesa dilaniata dallo scontro all'arma bianca tra cardinali e tifa per l'ammissione al Sacramento dei divorziati risposati.
Io spero due cose. La prima è che il prossimo Sinodo sulla famiglia si occupi della famiglia e non si faccia condizionare da queste trombonate mediatiche. Il tema è talmente decisivo che stare concentrati solo su un dettaglio, perché dare la comunione o no ai divorziati è un dettaglio se paragonato alla vastità dei problemi che riguardano oggi la famiglia, mi parrebbe non aver compreso quanto pericoloso sia l'attacco di chi vuole semplicemente distruggere la cellula base su cui si fonda il tessuto connettivo della società.
La seconda è che sul dettaglio, se proprio si dovrà decidere qualcosa, non si ceda alla tentazione dell'escamotage. Leggo sui giornali che l'idea sarebbe di rendere "più snelle" le procedure che portano alla possibilità di annullare i matrimoni contratti in Chiesa, sì da poter procedere poi ad un nuovo matrimonio pienamente valido anche per il contesto ecclesiastico.
Non lo so, non mi convince. Io ho contratto matrimonio davanti a Dio che ero molto giovane, in una fase della mia vita estremamente complessa, sicuramente se mi presentassi davanti alla Rota Romana potrei sperare di ottenere l'accertamento della nullità del mio vincolo matrimoniale, se le procedure dovessero essere "snellite" la probabilità diventerebbe quasi certezza. Eppure.
Eppure l'impressione che ho è che semplificare in questa fase le procedure per ottenere l'annullamento del matrimonio potrebbe essere un grave errore. Io non ho mai chiesto l'annullamento perché sono convinto che giurare fedeltà davanti a Dio e poi spergiurare sia peccato indelebile, che resta marchiato a fuoco. La sanzione è l'allontanamento dall'eucaristia. E' una sanzione che in un cattolico provoca dolore, che in me provoca dolore. Ad ogni Santa Messa quando si forma la fila di chi va a ricevere l'Eucaristia e parte il canto e io sono costretto nel mio banco e non mi posso muovere, quel dolore si rinnova, solo in parte consolato dal pensiero delle mie due figlie meravigliose nate dai due diversi matrimoni e dalle parole che pronuncio qualche istante prima: "O Signore non sono degno di partecipare alla Tua mensa, ma di' soltanto un parola ed io sarò salvato". Quel dolore (e anche quell'imbarazzo) sono la mia sanzione per aver spergiurato e per aver diviso quel che Dio aveva voluto unire, pur in una mia condizione personale di immaturità. Ma non bisogna cercare scusanti. L'errore c'è, deve esserci la sanzione. Così come c'è la certezza di essere accolto comunque con amore nella mia Chiesa, dai miei fratelli e dalle mie sorelle, dai miei pastori, che mi amano e non mi giudicano. L'idea di aggirare però errore e sanzione con un escamotage mi pare in questo tempo complicato carica di conseguenze pericolose pur sapendo che le storie sono diverse, caso per caso.
Voleva questo essere il mio piccolo contributo, da soggetto interessato, ad una questione che spero resterà assolutamente marginale rispetto alla vastità dei temi che dovranno essere affrontati nel Sinodo che si apre il 5 ottobre. Però, ho pensato, se ne parla Scalfari il bigamo forse ho diritto a parlarne anch'io.
Qualsiasi cosa deciderà poi la mia Chiesa, io obbediente la recepirò. Il Magistero detterà le regole, le regole vanno seguite, se si infrangono si incorre in sanzioni. Poi, sul piano personale, per i miei errori (che non camufferò mai) mi affido alla Sua misericordia. Sua di Dio, non di Scalfari.