{"id":4485,"date":"2024-03-01T22:38:03","date_gmt":"2024-03-01T21:38:03","guid":{"rendered":"https_3A//arcangelosanmichele.altervista.org/@p=4485"},"modified":"2024-03-01T22:38:03","modified_gmt":"2024-03-01T21:38:03","slug":"tracce-della-ghigliottina-hegeliana-nella-riforma-liturgica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/arcangelosanmichele.altervista.org\/tracce-della-ghigliottina-hegeliana-nella-riforma-liturgica\/","title":{"rendered":"Tracce della ghigliottina hegeliana nella riforma liturgica"},"content":{"rendered":"<p>fonte Fonte Il Foglio 10\/04\/2014<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt; color: #000080;\"><strong>Autore Alessandro Gnocchi<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 14pt;\">Nessun grande uomo, diceva Hegel, sfugge al biasimo del cameriere che ne governa le stanze nascoste. Ugualmente, le rivoluzioni e i loro traumi riformatori non si sottraggono al giudizio del robivecchi che ne frequenta il retrobottega in cui giacciono le vestigia del tempo andato e dell\u2019ordine travolto. Per quanto sia nascosto, c\u2019\u00e8 sempre un luogo in cui l\u2019individuo d\u2019eccezione e l\u2019evento epocale sono costretti a mostrare la propria natura pi\u00f9 intima, fosse solo in un dettaglio.<\/span><\/p>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">La riforma liturgica operata nella Chiesa cattolica alla fine degli anni Sessanta non sfugge alla ghigliottina hegeliana. Anche quel grande balzo verso il mondo, che si pu\u00f2 chiamare rivoluzione considerando l\u2019orientamento del pregare invertito rispetto al passato, ha il suo retrobottega rivelatore. Basta andare per canoniche, conventi e sacrestie in cerca di antichi paramenti rituali per averne la prova. Con un po\u2019 di pazienza e tanta disposizione all\u2019umilt\u00e0, in questo tour della memoria liturgica si trovano sempre un sacerdote, una suora, pi\u00f9 di frequente un vecchio sacrestano, che scovano pianete, dalmatiche, tunicelle, cotte e berrette, sospirando sui tempi in cui la messa era davvero la messa. Ma anche loro, salvo rare eccezioni, non sono in grado di recuperare il manipolo, quell\u2019esile drappo simile a una piccola stola che il celebrante porta sul braccio sinistro.[1]\u00a0<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Per disegni oscuri, pare quasi si sia voluta cancellare la memoria di questo paramento originato dalla <em>mappula<\/em>, il fazzoletto di lino che la nobilt\u00e0 romana portava al braccio sinistro, usato per detergere lacrime e sudore e per dare il segno dell\u2019inizio dei combattimenti nel Circo. \u201c<em>Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris; ut cum exsultatione recipiam mercedem laboris<\/em>\u201d recita il sacerdote mentre lo indossa durante la vestizione, \u201cO Signore, che io meriti di portare il manipolo del pianto e del dolore, affinch\u00e9 riceva con gioia la mercede del mio lavoro\u201d: e, ancora una volta, ha principio il combattimento contro il mondo e il suo principe, in cui misticamente il sacerdote suda, piange, sanguina e lotta fin sulla croce come <em>alter Christus<\/em>. Ma serve la dolorosa e virile compenetrazione nel sacrificio, di cui l\u2019esile manipolo \u00e8 segno e strumento. L\u00e0 dove, invece, se ne \u00e8 persa volentieri la memoria per dedicarsi al banchetto festante di una salvezza priva di fatiche non vi \u00e8 luogo per i segni della battaglia a cui si deve consegnare il proprio corpo.<\/span><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Lo strazio di padre Pio e della sua carne stigmatizzata, le estasi di San Filippo Neri che affondava i denti nel calice per bere avidamente tutto il suo Signore, le visioni di San Giovanni Crisostomo che assisteva al discendere della folgore sull\u2019altare, e poi tutte le messe fino a quelle del pi\u00f9 indegno dei sacerdoti che avesse anche solo un po\u2019 fede nel miracolo della transustanziazione sono sempre state, allo stesso tempo, il cuore e il frutto della battaglia contro il principe di questo mondo.<\/span><\/p>\n<div><\/div>\n<p><span style=\"font-size: 14pt;\">\u201c<em>Impone, D\u00f3mine, c\u00e1piti meo g\u00e1leam sal\u00fatis, ad exp\u00fagnandos diabolic\u00f3s in cursus<\/em>\u201d, \u201cMetti, o Signore, sulla mia testa l\u2019elmo della salvezza per vincere gli assalti del demonio\u201d prega il sacerdote quando, preparandosi alla celebrazione, indossa l\u2019<em>amitto<\/em>, altro indumento che richiama la battaglia e il sacrificio caduto in disuso nella messa riformata. Oggi, nella Chiesa postconciliare, si preferisce parlare per parlare, dialogare per dialogare, conversare amabilmente con il mondo inebriati di un illusorio potere seduttivo della chiacchiera. Non serve pi\u00f9 un indumento come l\u2019<em>amitto<\/em> che, oltre all\u2019elmo del guerriero, simboleggia anche la \u201ccastigatio vocis\u201d e bandisce dall\u2019atto di religione ogni parola che non sia rituale e, quindi, inesorabilmente di troppo. Si \u00e8 persa l\u2019attitudine al rito e, dunque, si \u00e8 persa l\u2019attitudine al comando, e perci\u00f2 i sacerdoti hanno rinunciato alla veste talare. &#8220;Quando gli uomini vogliono apparire senza fallo solenni\u201d scrive Gilbert Keith Chetserton in \u201cci\u00f2 che non va nel mondo\u201d commentando la stupidit\u00e0 delle donne che preferiscono i pantaloni \u201ccome nel caso di giudici, sacerdoti e re, allora indossano la gonna, il lungo frusciante abito della dignit\u00e0 femminile. Il mondo intero \u00e8 retto dalle sottane, poich\u00e9 persino gli uomini le indossano, quando desiderano governare\u201d.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">L\u2019idea del comando e della battaglia, delle armi e dell\u2019armatura dello spirito, sono state dismesse da cristiani che amano farsi cullare dall\u2019accidia, il pi\u00f9 perverso dei vizi capitali. Quella trappola mortale che gli antichi padri chiamavano akedia o acedia, si \u00e8 trasmesso di credente in credente fino a infettare il corpo ecclesiale. Ne \u00e8 sortito un mal d\u2019essere, un\u2019<em>eresia della forma<\/em> che prelude agli errori pi\u00f9 diversi e persino contrari tra di loro, in estremo sberleffo al virile e guerreggiante principio di non contraddizione. Malata di acedia, la Chiesa ha finito per concepirsi e presentarsi come problema invece che come soluzione dell\u2019intimo male dell\u2019uomo. Anche quando parla del mondo lascia trasparire la consapevolezza della propria inefficacia a indicare una via di salvezza, quasi a scusarsi di averci provato per tanti secoli. Dubita per prima dei propri fondamenti intellettuali e ascetici e, proprio mentre proclama di aprisi al secolo, si dichiara incapace di conoscerlo, di definirlo e, quindi, di educarlo e convertirlo. Al pi\u00f9, si rende disponibile a interpretarlo.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">\u201cL\u2019acedia\u201d scrive San Giovanni Climaco nella \u201cScala del Paradiso\u201d, e sembra descrivere la Chiesa di questi decenni invece che il singolo monaco prostrato davanti alla fatica della religione, \u201c\u00e8 abbattimento dell\u2019anima, indebolimento della mente, negligenza dell\u2019ascesi, odio della professione, \u00e8 ritenere beati coloro che vivono \u00a0nel mondo, \u00e8 calunniatrice di Dio, come privo di compassione e di amore per gli uomini. \u00c8 atonia nella salmodia, debolezza nella preghiera\u201d. Poi, da vero uomo di Dio, e quindi conoscitore dell\u2019essere umano, l\u2019antico padre mostra quali effetti effimeri e traditori produce l\u2019acedia, malattia talmente subdola da presentarsi come illusorio rimedio a se stessa. \u00c8 \u201cferrea nel servizio, attiva nel lavoro, manuale, pronta all\u2019obbedienza. (\u2026) L\u2019accoglienza degli ospiti \u00e8 un suggerimento dell\u2019acedia, ed essa esorta a compiere lavori manuali per fare elemosine, invita calorosamente a far visita ai malati, ricordando colui che dice: Ero malato e siete venuti da me; esorta ad andare da coloro che sono scoraggiati e d\u2019animo debole dicendo di confortare coloro che sono d\u2019animo debole, proprio come lei \u00e8 d\u2019animo debole. Mentre ce ne stiamo in preghiera ci fa venire in mente incarichi urgenti e attua ogni stratagemma per trascinarci via di l\u00ec con un motivo ragionevole, come con una cavezza, proprio lei che \u00e8 irragionevole\u201d.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Ci\u00f2 che, nel VII secolo era ammonimento per le singole membra, oggi vale per l\u2019intero corpo ecclesiale, preda di quella malattia del fare, un po\u2019 <em>tango y coraz\u00f3n<\/em>, ispirata al movimentismo mediatico e al minimalismo intimista dell\u2019attuale pontificato. Ma non \u00e8 con il farsi simile al mondo e impalmandone il linguaggio che lo si seduce, non \u00e8 esaltando il gesto e la parola di cui il rito \u00e8 \u201ccastigatio\u201d che si conquista il secolo: perch\u00e9 il mondo ha innanzi tutto orrore di se stesso e non \u00e8 secolarizzandosi che il cristiano lo conquista. \u201cVa\u201d dice Mos\u00e8 il forte, un altro padre del deserto, al monaco accidioso \u201centra nella tua cella e siediti, e la tua cella ti insegner\u00e0 ogni cosa\u201d. E nel saggio sui \u201cSensi soprannaturali\u201d Cristina Campo scrive: \u201cNon impunemente si pratica la torva omeopatia \u00a0che consiglia di curare un mondo perdutamente ammalato di squallore, anonimato, profanit\u00e0 e licenza per mezzo di squallore, anonimato, profanit\u00e0 e licenza\u201d. E ancora: \u201cattendersi che la rigenerazione del profano, la \u2018consacrazione del mondo\u2019 possa compiersi altrove che nelle regioni vertiginose, sulle vette del Sinai, \u00e8 puerile. Mangiare tra amici un pasto simbolico, dove e come fantasia lo detti, in memoria di un filantropo dei tempi antichi \u00e8 insieme la putrefazione del sacro e la perdita del profano (\u2026). Heschel ricorda che se noi cessiamo di chiamare Dio sui nostri altari li occuperanno ineluttabilmente i demoni\u201d.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Ma l\u2019altare, la grande prova davanti alla quale \u00e8 chiamato l\u2019uomo nell\u2019atto di religione, \u00e8 intimamente legato al dogma, la grande prova a cui l\u2019uomo \u00e8 chiamato nell\u2019atto di intelligenza. Se fallisce una, cade anche l\u2019altra innescando un circolo che si autoalimenta perversamente. Il benedettino dom Prosper Gu\u00e9ranger, scriveva nelle sue \u201cInstitutions liturgiques\u201d: \u201cVenne infine Lutero, il quale non disse nulla che i suoi precursori non avessero detto prima di lui, ma pretese di liberare l\u2019uomo nello stesso tempo dalla schiavit\u00f9 del pensiero rispetto al potere docente e dalla schiavit\u00f9 del corpo rispetto al potere liturgico\u201d.\u00a0<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Il vizio dell\u2019<em>acedia<\/em> che ammalia il popolo di Dio facendogli perdere il confine tra ortodossia ed eresia ha le sue radici nel dramma religioso dell\u2019agostiniano tedesco, tradotto in aggressione alla liturgia e alla ragione, all\u2019altare e al dogma, alla <em>lex orandi e alla lex credendi.<\/em> Nulla di strano, se si tiene conto che l\u2019uomo \u00e8 un essere razionale perch\u00e9 \u00e8 un essere liturgico e ha come fine ultimo l\u2019adorazione: come non pu\u00f2 eliminare il rito dal proprio orizzonte e dunque deve limitarsi a distrarlo dal legittimo oggetto e pervertirlo, allo stesso modo si rapporta con la ragione e, quando non la santifica, la prostituisce. Gli attacchi al Corpo mistico di Cristo passano sempre attraverso la demolizione della liturgia: il genio eretico di Ario si diffuse grazie a inni religiosi, e quello ortodosso di Sant\u2019Ambrogio lo vinse grazie ad altri inni religiosi.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Connaturali all\u2019essenza liturgica e razionale dell\u2019uomo, l\u2019altare e il dogma sono la prova su cui misurare la salvezza che una creatura non pu\u00f2 darsi da sola: chiedono un atto supremo di fiducia poich\u00e9 velano ci\u00f2 che ogni essere umano vorrebbe evidente. Questa velatura, considerata odiosa dall\u2019uomo moderno, \u00e8 frutto dell\u2019incapacit\u00e0 di cogliere naturalmente l\u2019essenziale da parte di chi ha perduto lo stato di Grazia. Da solo, l\u2019uomo non \u00e8 pi\u00f9 in grado di percepire il senso ultimo delle cose e per questo la liturgia, fino a quando non si \u00e8 arresa al fascino dei lumi, lo ha sempre aiutato rivestendo la materia di significati ulteriori. Attraverso i drappeggi posti sul limitare tra finito e infinito, l\u2019atto di adorazione conduce l\u2019intelligenza a intuire, quanto meno, la bella ragionevolezza del dogma. E il velo diventa il segno visibile della Grazia e di una santit\u00e0 invisibili agli occhi dell\u2019uomo, mostra l\u2019essenza intima delle cose.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Ma serve fede, come dice San Tommaso nel suo sublime inno eucaristico \u201c<em>Ad\u00f3ro te dev\u00f3te\u201d: Visus, tactus, gustus, in te f\u00e1llitur,\/ Sed aud\u00edtu solo tuto cr\u00e9ditur:\/ Credo quidquid d\u00edxit Dei F\u00edlius;\/ Nil hoc verbo verit\u00e1tis v\u00e9rius<\/em>\u201d, \u201cLa vista, il tatto, il gusto, in Te si ingannano\/ Ma solo con l&#8217;udito si crede con sicurezza:\/ Credo tutto ci\u00f2 che disse il Figlio di Dio,\/ Nulla \u00e8 pi\u00f9 vero di questa parola di verit\u00e0\u201d. Solo in queste regioni cos\u00ec rarefatte, eppure cos\u00ec concrete da poter essere toccate, mangiate, bevute, \u00e8 possibile trovare il punto archimedico in cui dimora la salvezza, la Croce: follia per il mondo, che considera il cristiano un pazzo destinato a vivere a testa in gi\u00f9. Eppure, \u00e8 proprio cos\u00ec, come San Pietro nell\u2019istante supremo della sua crocifissione con la testa rivolta verso il basso, che il seguace della Croce ha in ricompensa la visione meravigliosa e infantile in cui il mondo appare veramente come \u00e8: con le stelle simili a fiori e le nubi come colline e tutti gli uomini sospesi nel vuoto alla merc\u00e9 di Dio.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Una tale visione produce uno sguardo che sgomenta il mondo, tanto da conquistarlo, senza una parola e un gesto mondani. \u00c8 il balen\u00eco dipinto con devozione perfetta nel San Francesco di Francisco de Zubar\u00e1n, su cui dominano due occhi spiritualizzati, uno penetrato dalla luce e l\u2019altro immerso nell\u2019ombra, che appartengono a un altro mondo e non vedono altro. E quando si posano sulle cose materiali lo fanno solo per dirne la bellezza velata e inattingibile a occhi profani. L\u2019immagine dell\u2019uomo in piedi, con la testa coperta dal cappuccio, le mani nascoste nelle maniche dell\u2019abito e lo sguardo al cielo dipinta dal pittore spagnolo non rappresenta il santo da vivo, ma il suo corpo incorrotto dopo la morte, come fu trovato nella cripta di Assisi. Abitualmente, il ritrovamento di Francesco viene dipinto come un episodio narrativo. Zubar\u00e1n, invece, mostra il santo eretto in un eterno istante liturgico, modellato dalla luce e dall\u2019ombra, dalla Grazia e dal velo. Solo il viso, la cui met\u00e0 \u00e8 immersa nell\u2019ombra, appare di carne, ma concorre a testimoniare la manifestazione corporea di qualcuno che torna dal mondo dei morti in una epifania priva di note terrifiche, poich\u00e9 l\u2019anima \u00e8 colma di serenit\u00e0 soprannaturale e beatitudine.<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">Anche nell\u2019ultima cappella di campagna, dove il profumo di povero incenso si confonde a quello della cera stant\u00eca, l\u2019ingresso del sacerdote pronto alla celebrazione del sacrificio ha la stessa radice sacra intuita dal visionario spagnolo, fatta di divino che irrompe nel tempo. \u201c<em>Introibo ad alt\u00e1re Dei. Ad Deum qui laetificat juvent\u00fatem meam<\/em>\u201d, e mentre si accosta all\u2019altare di Dio, al Dio che letifica la sua giovinezza, il sacerdote, se anche non pu\u00f2 rivestirsi della gloria dipinta da Zubar\u00e1n, parla a ogni a creatura dell\u2019universo velandosi con i segni che portano le vestigia della gloria. E diventa davvero lietamente giovane, che sia indegno peccatore, come racconta Graham Greene nel \u201cPotere e la gloria\u201d, o che sia martire, come racconta Robert Hugh Benson, in \u201cCon quale autorit\u00e0\u201d.\u00a0<\/span><\/div>\n<div><\/div>\n<div><span style=\"font-size: 14pt;\">\u201cUno dei servi, accortosi, accortosi che non aveva la forza di indossare da solo le vesti sacerdotali\u201d narra Benson descrivendo la messa di un sacerdote torturato dai carnefici anglicani \u201cgli pose intorno al collo l\u2019amitto; poi gli mise il camice raccogliendolo intorno ai fianchi col cingolo; gli dette la stola da baciare, gli adatt\u00f2 il manipolo al braccio sinistro e per ultimo lo copr\u00ec con la rossa pianeta e il prete fu di nuovo, come la domenica precedente, in rosi paramenti; ma ahim\u00e8, quanto cambiato! Quindi il servo gli si inginocchi\u00f2 accanto e il sacerdote incominci\u00f2 a recitare le preghiere che servono di preparazione all\u2019atto pi\u00f9 grande della religione; accostatosi poi all\u2019altare, si inchin\u00f2 lentamente, lo baci\u00f2 e la messa ebbe principio\u201d.<\/span><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>fonte Fonte Il Foglio 10\/04\/2014 Autore Alessandro Gnocchi Nessun grande uomo, diceva Hegel, sfugge al biasimo del cameriere che ne [&#8230;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1399,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[64],"tags":[104,213],"avopt_banners_inside_post":true,"avopt_banners_on_page":true,"av_copy_from":"","av_sharing_message":"","av_sharing_allowed":true,"av_sharing_on":{"fb":[],"tw":[]},"av_allow_affiliate_banner":false,"av_allow_affiliate_multi_banner":false,"av_post_rating":true,"av_have_post_rating_value":false,"spellchecker_performed_today":false,"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v22.1 - 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