{"id":29648,"date":"2006-02-27T10:47:00","date_gmt":"2006-02-27T10:47:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/02\/27\/sulla-natura-del-riso\/"},"modified":"2006-02-27T10:47:00","modified_gmt":"2006-02-27T10:47:00","slug":"sulla-natura-del-riso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/02\/27\/sulla-natura-del-riso\/","title":{"rendered":"Sulla natura del riso"},"content":{"rendered":"<p><em>Articolo pubblicato sul numero 5, anno XXVI (settembre-ottobre 1988) di &quot;Alla Bottega. Rivista bimestrale dii Cultura ed Arte&quot;, Milano, pp. 21-23; e ora liberamente rielaborato (febbraio 2006) per il sito dell&#8217;Associazione Eco-Filosofica (gi\u00e0 Associazione Filosofica<\/em> Trevigiana<em>).<\/em><\/p>\n<p>Perch\u00e9 ridono gli esseri umani?<\/p>\n<p>Che cosa, precisamente, li muove al riso, e perch\u00e9?<\/p>\n<p>L&#8217;<em>Enciclopedia Italiana<\/em>, alla voce &quot;riso&quot;, recita testualmente:<\/p>\n<p><em>&quot;Espressione emotiva data dal tipico sfogo dell&#8217;allegria, o da improvviso piacere, senso del comico, stato generale di benessere e d&#8217;ottimismo. Esso \u00e8 costituito dal modificarsi del ritmo respiratorio che si fa pi\u00f9 breve e sonoro, e dal variare della mimica facciale.&quot;<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;autore dell&#8217;articolo, che \u00e8 un neurologo, non ci dice molto sulla dimensione psicologica del riso; tenta comunque di ricondurne le cause a una serie di fattori psico-fisici circostanziati, quali l&#8217;allegria, il piacere improvviso, ecc. Ma che cos&#8217;\u00e8 l&#8217;allegria? Che cos&#8217;\u00e8 il senso del comico? Solo quando avremo risposto a tali domande potremo interrogarci sulla <em>natura<\/em> del riso, diversamente non possiamo che limitarci a descriverne la fenomenologia (variazioni del ritmo respiratorio, della mimica facciale, possibile incontinenza urinaria, ecc.).<\/p>\n<p>Parecchi anni fa venne pubblicato un interessantissimo articolo del prof. G. A. Cesareo intitolato <em>Il comico nella Divina Commedia<\/em> (in: Francesco Landogna, <em>Saggi di critica dantesca<\/em>, Raffello Giusti ed., Livorno, 1928). In esso si sosteneva che i diavoli di Malebolge rappresentano, esasperandola, una tendenza universale dell&#8217;animo umano, che si esprime &#8211; camuffata &#8211; nel comico: &quot;<em>un istinto perverso di concorrenza, che ci spinge a godere, consapevoli o no, del male altrui.<\/em>&quot;<\/p>\n<p>Di un animale, di una pianta o di un oggetto inanimato non si ride, osserva il Cesareo, a meno che essi ci richiamino alla mente qualche personaggio noto. Solo del nostro simile si ride, e precisamente quando egli \u00e8 in grado di concorrenza, cio\u00e8 quando costituisce potenzialmente una minaccia.<\/p>\n<p>&quot;<em>Nella vita sociale l&#8217;uomo, se da un lato si sente fratello al suo simile, da cui spera l&#8217;aiuto, dall&#8217;altro lo tiene per il nemico, di cui teme la concorrenza.<\/em>&quot; Dunque, il comico esprime il piacere maligno di sottolineare l&#8217;inferiorit\u00e0 d&#8217;un nostro simile.<\/p>\n<p>&quot;<em>Si ride d&#8217;un uomo che dica spropositi, e tanto pi\u00f9 quanto la sua condizione sociale \u00e8 pi\u00f9 vicina alla nostra; ma non si ride d&#8217;uno scolaro che non sappia come iniziare una ricerca, e si rivolge a noi per consiglio&#8230; Un uomo prodigo rider\u00e0 d&#8217;un avaro, e l&#8217;avaro a sua volta del prodigo&#8230; Ma n\u00e9 l&#8217;uno, n\u00e9 l&#8217;altro rider\u00e0 del pezzente: questi \u00e8 un vinto, non \u00e8 pi\u00f9 un emulo.<\/em>&quot; (opera citata). Se poi il male altrui viene a toccare, anche indirettamente, la sfera del nostro egoistico io, subentra la piet\u00e0, e con essa il senso del tragico.<\/p>\n<p>Questa tesi pu\u00f2 sembrare a tutta prima paradossale &#8211; il Cesareo stesso lo ammetteva -eppure in tanti anni di verifica scrupolosa abbiamo dovuto constatarne la fondamentale esattezza. Si ride solo degli uomini, non delle cose; e si ride solo degli uomini uguali a noi che cadono nell&#8217;abisso del ridicolo e lasciano libero un po&#8217; pi\u00f9 di spazio per la nostra egoistica affermazione sociale.<\/p>\n<p>Provate ad applicare questa traccia d&#8217;indagine al comico letterario, al don Chiscotte di Cervantes o al buon soldato \u0160vejk di Ha\u0161ek, o meglio ancora al comico letterario involontario (la figura di Leopold von Sacher-Masoch cos\u00ec come appare nella <em>Venere in pelliccia<\/em>, o nelle memorie di sua moglie Aurora R\u00fcmelin). Ma, soprattutto, provate ad applicarlo nella vostra esperienza quotidiana. Scoprirete che non si ride di un animale o di una cosa, se non riverberandone la comicit\u00e0 nella figura umana del rispettivo padrone; e che non si ride d&#8217;un uomo a noi superiore o inferiore (salvo rare eccezioni), ma solo dell&#8217;uguale che, per propria inettitudine o per uno scherzo del caso, scade nell&#8217;altrui considerazione sociale e diviene cos\u00ec &quot;inferiore&quot; oltre che buffo. Nemmeno dell&#8217;inferiore che \u00e8 sempre stato tale, si ride, non essendo mai stato in grado d&#8217;impensierirci con la sua concorrenza; per lui non vi pu\u00f2 essere che l&#8217;indifferenza o la compassione, talvolta la stizza.<\/p>\n<p>E tuttavia esistono due diversi soggetti della comicit\u00e0, l&#8217;attivo e il passivo, e con essi due manifestazioni molto diverse del riso; e qui \u00e8 necessaria un&#8217;ulteriore indagine. Immaginiamo uno scolaro che, nel leggere in classe la lezione, pronunzi una parola erroneamente, dandole un tutt&#8217;altro significato. Risata clamorosa dei compagni; risata dell&#8217;insegnante (meno scomposta); risata, infine, dell&#8217;interessato (ovviamente pi\u00f9 imbarazzata). L&#8217;insegnante ride meno convulsamente degli alunni soprattutto perch\u00e9, giusta l&#8217;ipotesi del Cesareo, egli \u00e8 socialmente troppo in alto per potersi rallegrare dell&#8217;altrui diminuzione (a meno che sia un insegnante insicuro e dall&#8217;autorit\u00e0 vacillante, nel qual caso non gli parr\u00e0 vero di convogliare su un altro la potenziale aggressivit\u00e0 della scolaresca). Ma come riderebbe di gusto, invece, se a fare la &quot;papera&quot; fosse, magari nel bel mezzo di una riunione, un suo collega e, possibilmente, un collega-rivale, di cui teme il confronto!<\/p>\n<p>I compagni, invece, ridono con vera allegria perch\u00e9 vedono &quot;diminuito&quot; un loro pari, dunque un potenziale rivale che \u00e8 messo momentaneamente &quot;fuori combattimento&quot; (e qui si potrebbero fare molte considerazioni sul rapporto esistente fra clima competitivo di un dato ambiente, tensione sociale e intensit\u00e0 degli scoppi d&#8217;allegria: avete mai notato che a scuola, quando si ride, si ride per un nulla?).<\/p>\n<p>Ride, infine, anche l&#8217;interessato, se nella classe vi \u00e8 un&#8217;atmosfera sociale relativamente &quot;normale&quot; (se egli fa il broncio o scoppia in pianto vuol dire che si sente &#8211; ed \u00e8 considerato inferiore gi\u00e0 da prima; e allora, quella dei compagni non sar\u00e0 cordiale risata, ma dileggio freddo e demolitore). Perch\u00e9, dunque, ride anche lui?<\/p>\n<p>Innanzitutto, per dissimulare l&#8217;intimo disagio. Ridendo <em>con<\/em> gli altri, <em>come<\/em> gli altri, egli si &quot;mimetizza&quot; e accorcia la distanza fra s\u00e9 e loro, distanza che la sua comicit\u00e0 involontaria aveva aperta, e la risata dei compagni aveva accentuata (specie all&#8217;inizio, assistendo al suo sconcerto e alla sua sorpresa). Quando colui che si era reso buffo partecipa alla risata generale, comincia gi\u00e0 ad essere meno buffo, a &quot;reinserirsi&quot; socialmente. Se ride (e sia pure di s\u00e9 stesso) significa che, almeno apparentemente, si diverte; e, se \u00e8 in grado di divertirsi, vuol dire che ha superato lo stato di mortificazione e non si &quot;sente&quot; pi\u00f9 troppo inferiore agli altri, o meglio che ha riconosciuto il carattere fortuito e transitorio della sua &quot;inferiorit\u00e0&quot;. Unendosi alla risata su di s\u00e9, quindi, mette in moto un rapido meccanismo di riabilitazione e di recupero nel contesto sociale.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8, tuttavia, un\u00ecn altro elemento in questa forma di <em>comicit\u00e0 passiva<\/em>, nella risata cio\u00e8 di colui che ha scatenato involontariamente, col suo agire, l&#8217;ilarit\u00e0 generale, e che tuttavia si adatta prontamente a subirla in prima istanza, e a parteciparvi in seconda. Unendosi al riso degli altri, egli accetta implicitamente le regole di un gioco che suonerebbero, press&#8217;a poco, cos\u00ec: &quot;Qualcuno, ogni tanto, deve assumersi il ruolo poco invidiabile di catalizzatore e valvola di sfogo dell&#8217;aggressivit\u00e0 generale latente. Questo ruolo non \u00e8 necessariamente fisso, dunque non reca con s\u00e9 uno <em>status<\/em> di inferiorit\u00e0 permanente. Oggi a me, domani a te.&quot; Un alunno che sbaglia <em>sempre<\/em> la prova della lettura, ad esempio, finir\u00e0 per diventare patetico o, al limite, indifferente, perch\u00e9 al comico \u00e8 essenziale la categoria della <em>novit\u00e0.<\/em> Difficilmente la stessa battuta muove al riso due volte di seguito.<\/p>\n<p>Tornando al nostro discorso: colui che sa ridere di s\u00e9 stesso quando tutti ridono di lui, \u00e8 come se stringesse un tacito accordo coi compagni, che si potrebbe riassumere in questi termini: &quot;Oggi \u00e8 toccata a me far la parte del ridicolo, domani potr\u00e0 toccare a voi. Accettando le vostre risate e addirittura partecipandovi, io pago in anticipo il mio debito al vostro bisogno di superiorit\u00e0 su un vostro simile, su un vostro uguale: e, da questo momento, torno in diritto di sfogarlo a mia volta, quando se ne presenter\u00e0 l&#8217;occasione, e riscuotere cos\u00ec il credito presente.&quot; Dunque, la vittima non ride mai <em>veramente<\/em> di s\u00e9 stessa, ma piuttosto paga il biglietto d&#8217;ingresso al gran teatro della societ\u00e0, paga cio\u00e8 la cauzione sullo spettacolo che, domani, potr\u00e0 godere a spese di qualcun altro.<\/p>\n<p>La prova di quanto abbiamo ora esposto risiede nel fatto che coloro i quali rifiutano le regole comuni del gioco della comicit\u00e0, non sono oggetto di riso, perch\u00e9 si pongono automaticamente al di fuori di un vero e proprio rito istituzionalizzato. Il buffone che, nelle corti dei signori medioevali, si prendeva lo spasso di ridere di tutto e di tutti, nei momenti pi\u00f9 impensati, era spesso oggetto di timore, pi\u00f9 che di divertimento: intendiamoci, faceva ridere, ma convogliando su altri la sua comicit\u00e0 potenziale. Le figure marginali esistenti nelle societ\u00e0 pre-industriali erano, talvolta, solo moderatamente comiche, proprio perch\u00e9 il loro <em>status<\/em> sociale era riconosciuto universalmente come inferiore a quello degli altri membri del gruppo. L&#8217;ubriaco pu\u00f2 far ridere, ma entro certi limiti, perch\u00e9, a seconda del tipo di sbornia, pu\u00f2 divenire aggressivo oppure pu\u00f2 non intuire minimamente la propria comicit\u00e0 involontaria, e quindi agire da giocatore inconsapevole: per lui non vale il criterio della reciprocit\u00e0 e, quindi, viene a mancare uno dei pilastri di ci\u00f2 che a livello sociale viene recepito come comico. Per fare la categoria dell&#8217;umorismo, insomma, non basta, come riteneva Luigi Pirandello, il <em>sentimento del contrario<\/em>, c&#8217;\u00e8 bisogno di una tavola di regole basate sulla reciprocit\u00e0, sicch\u00e8 pu\u00f2 muovere al mio riso solo quello che domani, a parti rovesciate, potrebbe muovere al riso altrui su di me. Il mestiere del comico consiste proprio nel saper cogliere, esasperandoli oltre misura, quegli elementi latenti di comicit\u00e0 potenziale che albergano in ciascuno di noi, nessuno escluso, ma solo entro una cerchia sociale di uguali.<\/p>\n<p>Si rifletta, anche, all&#8217;atteggiamento degli esseri umani, e specialmente dei bambini, nei confronti dell esibizioni dei pagliacci del circo, e delle scimmie ammaestrate (non di quelle semplicemente imprigionate nelle gabbie dei giardini zoologici). Il pagliaccio muove facilente al riso, perch\u00e9 rappresenta la parodia di un tipo umano in cui, fatta salva l&#8217;amplificazione necessaria alla resa artistica, ciascuno si pu\u00f2, intuitivamente, riconoscere; la scimmia ammaestrata, perch\u00e9 ricorda irresistibilmente (vera o non vera la teoria darwiniana dell&#8217;evoluzione delle specie) ci\u00f2 che sarebbe una umanit\u00e0 <em>bambinesca<\/em> (non bambina), in cui l&#8217;adulto, cio\u00e8, regredisse allo stato infantile, con tutta la goffaggine e l&#8217;approssimazione di ragionamenti e di movimenti, non disgiunte da una buona dose di scaltrezza e di malizia, e tuttavia prive di quella amabilit\u00e0 innocente, di quella indifesa fiduciosit\u00e0 che tanto commuovono nel comportamento infantile. Su questa linea di ricerca, per inciso, si \u00e8 mossa buona parte della produzione letteraria di un geniale scrittore polacco contemporaneo, Witold Gombrowicz, culminante nel suo famoso romanzo <em>Ferdydurke.<\/em><\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 poi un altro tipo di riso, che \u00e8 strettamente connesso col dolore. Non parliamo qui del riso isterico, che si manifesta in particolari stati di tensione emotiva e che precede, magari, una crisi di pianto. Parliamo di quella particolare risata che si esprime in concomitanza di una sofferenza fisica, sia inferta ad altri che subita su di s\u00e9; a patto, naturalmente, che tale sofferenza non ecceda un certo livello d&#8217;intensit\u00e0, e che si accompagni ad altre particolari circostanze.<\/p>\n<p>Un esempio banale pu\u00f2 essere quello, frequentissimo sulle spiagge, d&#8217;estate, di un amico o di un gruppo d&#8217;amici che schizzano l&#8217;acqua fredda del mare addosso a un compagno, il quale non si sia ancora immerso, e non abbia quindi potuto regolare gradualmente la propria temperatura corporea. \u00c8 un tipo di riso la cui vera natura tende a sfuggirci, ma che un attento esame fisiognomico (per esempio di una fotografia scattata al momento, e poi minuziosamente osservata, fuori dal contesto scherzoso e piacevole in cui era stata scattata) ci riveler\u00e0 essere di natura molto diversa da quel che sembrava all&#8217;inizio e che, per certi versi, finiremo per trovare addirittura inquietante. Qui le motivazioni del soggetto attivo (colui che esegue lo scherzo di gettare l&#8217;acqua fredda sul corpo dell&#8217;amico) e di quello passivo (colui che invece lo subisce) si caricano di ulteriori, reconditi significati.<\/p>\n<p>Da parte del soggetto attivo vi \u00e8 un risvolto sadico &#8211; di solito assolutamente inconscio &#8211; che consiste nella gioia di vedere il prossimo umiliato e sofferente davanti a s\u00e9 (umiliato in quanto costretto in un ruolo passivo e comico), in quella particolare forma di inferiorit\u00e0 che \u00e8, appunto, provocata dalla <em>sofferenza fisica<\/em> &#8211; diciamo provocata, ma \u00e8 arduo, in questo caso, distinguere l&#8217;effetto dalla causa; se cio\u00e8 lo stato di inferiorit\u00e0 sia causato dal dolore, o se ne sia la conseguenza. Tale movente profondo agisce con forza incomparabilmente maggiore se soggetto attivo e soggetto passivo sono di sesso diverso (postulando, si capisce, la loro eterosessualit\u00e0), perch\u00e9 la componente sessuale \u00e8 oggi scientificamente accertata nel comportsamento sadico, anzi \u00e8 il veicolo principale delle pulsioni aggressive. Va da s\u00e9 che la risata, in tale situazione, ha precisamente lo scopo di camuffare e rendere in certo qual senso socialmente accettabile una certa misura di comportamento sadico.<\/p>\n<p>Nei grandi criminali questo genere di pulsioni pu\u00f2 raggiungere proporzioni raccapriccianti, come nei boia nazisti e nei deviati sessuali; ma <em>un frammento di tale deviazione \u00e8 presente in ciascuno di noi<\/em>, ed \u00e8 un ingrediente significativo del piacere di natura sessuale. Se questo pensiero vi apparisse sgradevole, provate a pensare quanta &quot;normalit\u00e0&quot; vi sia in un pubblico di un film d&#8217;un regista come Dario Argento, ove belle e giovani donne vengono terrorizzate, inseguite, torturate e uccise con tutti i crismi della efferatezza e con un macabro indugio sui particolari pi\u00f9 truculenti. Ma anche la letteratura di consumo non \u00e8 da meno, con tutto il suo armamentario di serial killer alla Stephen King o di crudeli omicidi perpetrati nel torpore conformistico di una provincia ordinata e penpensante, stile Agatha Christie o Ellery Queen.<\/p>\n<p>Sarebbe un errore, comunque, e non piccolo, ritenere che la componente sadica delle pulsioni libidiche sia patrimonio esclusivo, o preponderante, del sesso maschile, solo perch\u00e9, <em>in genere<\/em>, essa \u00e8 manifestata dai maschi in maniera pi\u00f9 esplicita che dalle femmine. Poich\u00e9 stiamo parlando di tendenze psichiche latenti e, generalmente, inconscie (o solo parzialmente conscie), e non delle loro manifestazioni esteriori, non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze ma constatare che la donna, forse pi\u00f9 dell&#8217;uomo, e comunque non meno di lui, gode di tali pulsioni, prima fra tutte <em>la pulsione al rifiuto sessuale, dopo aver provocato il maschio<\/em>. A detta di molte donne che si sono sottoposte a terapia psicanalitica, il piacere del rifiuto \u00e8 uno dei massimi piaceri da esse sperimentato, un piacere che &#8211; in certi casi &#8211; \u00e8 suscettibile di trasformarsi in orgasmo fisico, ed \u00e8 considerato da taluni soggetti come assai pi\u00f9 soddisfacente dell&#8217;orgasmo ottenuto mediante un rapporto sessuale. Dal <em>Corbaccio<\/em> di Giovanni Boccaccio in poi, questo \u00e8 divenuto un argomento tab\u00f9 per gli scrittori di sesso maschile, i quali temono fortemente di essere senz&#8217;altro etichettati quali biechi maschilisti e misogeni, e di subire l&#8217;ostracismo della cultura ufficiale, sempre pronta ad appiattirsi sulle posizioni alla moda e a compiacere e assecondare il clima socio-culturale dominante. Non \u00e8 stato pi\u00f9 volte contestato il professor Claudio Ris\u00e9, solo perch\u00e9 la sua teorizzazione del &quot;maschio selvatico&quot; si prestava a essere volutamente equivocata in chiave sessista, autoritaria e, magari, fascista?<\/p>\n<p>Su questo argomento, del resto, esiste gi\u00e0 una discreta letteratura scientifica; ad essa si aggiungono opere cinematografiche che tentano coraggiosamente di scandagliare questi luoghi misteriosi della psiche umana, e, nella fattispecie, della psiche femminile. E se un film come <em>La signora della notte<\/em> (titolo originale <em>C\u00e9r\u00e9monie d&#8217;amour<\/em>) di Walerian Borowczyk, del 1988, ma tratto da un romanzo di Andr\u00e9 Pieyre de Mandiargues, dovesse apparire a un pubblico femminile viziato di maschilismo, il che del resto \u00e8 molto opinabile, esistono anche registe femminili che non hanno indietreggiato di fronte agli aspetti pi\u00f9 sconcertanti della femminilit\u00e0. Tra queste possiamo ricordare almeno Susan Streitfeld, autrice di <em>Perversioni femminili (Female perversions)<\/em>, del 1996, interpretato magistralmente da una strepitosa Tilda Swinton.<\/p>\n<p>Un esame approfondito sul perch\u00e9 un numero considerevole di donne trovino cos\u00ec soddisfacente l&#8217;appagamento provocato dal rifiuto sessuale di s\u00e9, da anteporlo a una forma pi\u00f9 equilibrata e costruttiva di relazioni con l&#8217;altro sesso, anzi al punto di &quot;specializzarvisi&quot;, sforzandosi di essere seduttive al massimo grado <em>al solo scopo di potersi poi negare<\/em>, ci porterebbe molto lontano, e non \u00e8 questa la sede adatta. Ma il fatto rimane, e la dice lunga sullo stato di naturalezza, spontaneit\u00e0 e sana ricerca della gratificazione affettiva, in una societ\u00e0 che si dice e si crede tanto disinibita e tanto emancipata. Forse viviamo immersi un un malessere sociale talmente grande, da aver intoiettato come normali degli atteggiamenti psicologici che, invece, sono aberranti, allontanandoci al tempo stesso dalla possibilit\u00e0 di trovare una soluzione ai nostri problemi che non sia un palliativo illusorio e, per giunta, tale da aggravarli e cronicizzarli.<\/p>\n<p>Per tornare al nostro assunto, ci resta da vedere quale sia la natura del riso nella vittima di una sofferenza fisica, e sia pure di una sofferenza fisica leggera come quella di chi riceve uno spruzzo improvviso d&#8217;acqua fredda sulla pelle nuda. Qui le motivazioni viste in precedenza, a proposito della vittima di una momentanea umiliazione di natura solo spirituale (come lo scolaro che suscita le risate di tutti i compagni), non esauriscono il quadro. Come si pu\u00f2, infatti, ridere di un dolore <em>subito<\/em>, nell&#8217;attimo stesso in cui lo si subisce, cio\u00e8 mentre il dolore \u00e8 immediatamente presente agli organi della sensibilit\u00e0 e, quindi, al sistema nervoso centrale? E che sia un vero <em>dolore<\/em>, non c&#8217;\u00e8 dubbio.<\/p>\n<p>Osserviamo la fotografia di una ragazza, anche di una modella su una rivista illustrata, che sta facendo l&#8217;esperienza ora descritta, di ricevere gli spruzzi d&#8217;acqua gelata sull&#8217;epidermide calda e asciutta, <em>prima<\/em> di aver fatto il bagno ed essersi assuefatta alla temperatura del mare. Che cosa vedremo? Un volto che sta ridendo, eppure, <em>se la foto ritraesse il suo viso fuori del contesto gioioso in cui \u00e8 inserito (vacanze, amici, allegria), dubiteremmo forse che si tratti di un&#8217;autentica maschera di sofferenza<\/em>? Forse, si dir\u00e0, in quegli istanti trova sbocco una tendenza &quot;normalmente&quot; repressa dalla censura del Super-io, quella masochista, della quale \u00e8 cos\u00ec imbarazzante per noi ammettere, a mente fredda, l&#8217;esistenza. Forse. Ma forse c&#8217;\u00e8 anche dell&#8217;altro.<\/p>\n<p>Bisogna tener presente che il confine tra piacere e dolore \u00e8 per sua stessa natura incerto e sfumato, misterioso: la manifestazione stessa del riso lo dimostra. Un accesso violento di risate porta alle lacrime, come avviene per un improvviso e cocente dolore. Di pi\u00f9: una risata forte e prolungata genera, essa stessa, un dolore fisiologico: il diaframma preme sulla massa intestinale e fa dolere il ventre (ecco spiegato il detto &quot;ridere a crepapancia&quot;). Eppure questo stesso dolore genera, chiss\u00e0 come, una ulteriore forma di piacere, come sarebbe quello di chi, tormentato dal prurito, si gratti con foga la pelle infiammata. Soffre, e soffre pi\u00f9 intensamente di prima; eppure che sollievo, che liberazione, che <em>piacere<\/em>! E il piacere, moltiplicato, fa crescere il riso.<\/p>\n<p>Si ride, quindi, non solo per &quot;esorcizzare&quot; il soffrire (quanto a questo, basterebbe il puro e semplice gridare, come fanno i soldati feriti in battaglia, o anche quando vanno all&#8217;attacco e <em>temono<\/em> soltanto di essere feriti e di soffrire), ma <em>proprio perch\u00e9 si soffre<\/em>; naturalmente &#8211; lo ripetiamo &#8211; entro un certo limite di intensit\u00e0 della sofferenza stessa. Vi sono, insomma, delle sofferenze fisiche che si rivelano, di per s\u00e9, stranamente piacevoli: un&#8217;improvvisa doccia fredda \u00e8 fra queste, tanto pi\u00f9 se inserita in un contesto sociale e psicologico gradevole, che ne attenua e ne modifica la carica dirompente (sole, vacanze, ecc.). Il Super-io, infatti, se le circostanze non lo tranquilizzassero e lo blandissero, si ergerebbe quale sentinella della moralit\u00e0 del soggetto, e non accetterebbe mai l&#8217;idea <em>consapevole<\/em> di un piacere guadagnato mediante l&#8217;esperienza volontaria del dolore. Per non parlare, in questa sede, di realt\u00e0 pi\u00f9 sconcertanti ancora, quali l&#8217;uso del cilicio medioevale, nelle quali certe sofferenze che dovrebbero, secondo il Super-io, mortificare il corpo e, in un certo senso, negarlo, ne esaltano invece la sensibilit\u00e0 e lo proiettano irresistibilmente al centro dei pensieri del penitente.<\/p>\n<p>Sappiamo ancora troppo poco su certi meccanismi psicologici, e specialmente su certe funzioni del cervello umano. Sappiamo che il dolore &quot;parte&quot; dalle fibre nervose del sistema periferico mediante &quot;scariche&quot; dirette al mesencefalo e poi al talamo ottico, dove &#8211; pare &#8211; esso viene &quot;riconosciuto&quot; come tale. Al lobo frontale spetterebbe la determinazione del valore affettivo del dolore. L&#8217;origine di quest&#8217;ultimo, cos\u00ec come viene percepito dalla coscienza, \u00e8 dunque una funzione psichica e non fisica; tanto \u00e8 vero che una lesione del lobo frontale pu\u00f2 rendere l&#8217;organismo insensibile al dolore (ma non, evidentemente, alle sue conseguenze), e ci\u00f2 dimostra che il dolore \u00e8 soltanto la spia di un pericolo, come la febbre \u00e8 la spia di una aggressione batterica ai danni dell&#8217;organismo.<\/p>\n<p>Ma se quel pericolo \u00e8 di per s\u00e9 stimolante, se ha il fascino eccitante di un&#8217;esperienza forse liberatoria? Anche la paura \u00e8 un pericolo per il nostro equilibrio emotivo, eppure l&#8217;appassionato di romanzi o di film del terrore la ricerca con gioia. Non potrebbe scattare un meccanismo simile in presenza di certe forme di dolore fisico? E, al contempo, non potrebbe erompere la gioia dovuta all&#8217;orgoglio di aver <em>dominato<\/em> un nemico cos\u00ec temibile come il dolore, e di aver scoperto che, in fondo, ed entro certi limiti, sta in noi il potere di negargli la qualifica di dolore e di trasformarlo addirittura in una inconsueta forma di piacere? Scoperta, allegria, gioia, la cui tipica espressione \u00e8, appunto, la risata.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo pubblicato sul numero 5, anno XXVI (settembre-ottobre 1988) di &quot;Alla Bottega. Rivista bimestrale dii Cultura ed Arte&quot;, Milano, pp. 21-23; e ora liberamente rielaborato (febbraio<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[92],"class_list":["post-29648","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29648","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29648"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29648\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29648"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29648"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29648"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}