{"id":29644,"date":"2006-03-17T06:17:00","date_gmt":"2006-03-17T06:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/03\/17\/ricordo-di-noe-bordignon\/"},"modified":"2006-03-17T06:17:00","modified_gmt":"2006-03-17T06:17:00","slug":"ricordo-di-noe-bordignon","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/03\/17\/ricordo-di-noe-bordignon\/","title":{"rendered":"Ricordo di No\u00e8 Bordignon"},"content":{"rendered":"<p><em>(Articolo pubblicato sul n. 1 anno XXVI, gennaio-febbraio 1988, di &quot;Alla Bottega. Rivista bimestrale di cultura ed arte&quot;, pp.38-40).<\/em><\/p>\n<p>\u00c8 accaduto sovente in passato, e probabilmente continuer\u00e0 ad accadere. Un artista, notissimo ai suoi tempi, precipita nell&#8217;obl\u00eco subito &#8212; o quasi subito &#8212; dopo la sua morte, talvolta anche prima; e per decenni o per secoli il suo nome scompare addirittura. Poi, se \u00e8 fortunato, qualche critico finisce per &quot;riscoprirlo&quot;; mute di zelanti ricercatori si sguinzagliano alla caccia delle sue opere &#8212; quelle che sono rimaste; si mobilitano sindaci e amministrazioni comunali; si allestiscono mostre commemorative.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 \u00e8 purtroppo normale nell&#8217;economia di una societ\u00e0 che \u00e8 riuscita a commercializzare perfino i due fenomeni umani chiamati &quot;spirituali&quot; per eccellenza, il religioso e l&#8217;artistico. Una societ\u00e0 che, avendo delegato le proprie scelte estetiche a una casta permanente di critici &quot;ufficiali&quot;, va soggetta all&#8217;altalena dei loro capricci (e dei loro interessi) in tutte le sedi del giudizio. \u00c8 toccato ai sommi: Bach nella musica, Van Gogh nella pittura, e &#8212; nella poesia &#8211; perfino Dante. Ed \u00e8 toccato ai &quot;medi&quot; e ai &quot;piccoli&quot;.<\/p>\n<p>Fra questi ultimi ci sembra emblematico il caso di un pittore veneto famoso cent&#8217;anni fa, piombato poi nella dimenticanza con la rapidit\u00e0 di una meteora: No\u00e9 Bordignon (1841-1920). Nato a Salvarosa di Castelfranco Veneto, studente all&#8217;Accademia di Venezia, ebbe per compagni Guglielmo Ciardi e Giacomo Favretto e fu amico, oltre che di Favretto, di Luigi Nono e Alessandro Milesi.<\/p>\n<p>Era un uomo del popolo: figlio di un sarto e di una cucitrice, quarto di una schiera di otto figli, visse in prima persona la dignitosa povert\u00e0 della gente veneta, dei contadini e degli artigiani che sarannoo protagonisti di tanti suoi quadri. Vincitore di una borsa di studio a Roma, soggiorn\u00f2 nella capitale dal 1865 al 1868 (quando ancora regnava il papa) e poi, brevemente, a Firenze. Dal 1869 visse fra Venezia, Castelfranco e San Zenone degli Ezzeini (Treviso), nella semplicit\u00e0 dell&#8217;ambiente contadino, a lui pi\u00f9 congeniale. Ambiente umile, s&#8217;\u00e8 detto, ma non incolto, anzi saturo di gloriose memorie artistiche: basti pensare alla grandiosa pittura rinascimentale di Giorgione, che a Castelfranco appunto ebbe i natali.<\/p>\n<p>Negli ultimi anni la fama del nostro cominci\u00f2 ad eclissarsi, le sciagure familiari lo colpirono duramente ed egli visse sempre pi\u00f9 ritirato, continuando per\u00f2 a lavorare con passione, indifferente ai rumori del mondo esterno. Le fonti lo descrivono concordemente come un uomo straodinariamente buono, legato ai suoi cari, innamorato della pittura (mor\u00ec lasciando incompiuto un ultimo autoritratto). Negli ultimi mesi, ingessato per una frattura al femore, volle continuare a lavorare stando a letto, e si sottopose a strapazzi che gli furono fatali.<\/p>\n<p>Il soggiorno romano ebbe una rilevanza decisiva nella sua maturazione artistica (similmente al suo coetaneo Guglielmo Ciardi, che nel 1868 fu a Roma, Napoli, Capri), che si and\u00f2 orientando in senso verista. Un versimo soffuso di poesia pudica e quasi malinconica, com&#8217;\u00e8 tipico della gente della sua terra: un verismo attento al quotidiano e, al tempo stesso, in un certo senso romantico, ma di un romanticismo schietto e disadorno, purgato di ogni posa retorica.<\/p>\n<p>Dobbiamo dire subito che di questo pittore cos\u00ec schivo e modesto, contro il quale gi\u00e0 in vita fu ordita una specie di congiura del silenzio (fors&#8217;anche perch\u00e9 lui, cattolico fervente, era inviso alla massoneria veneziana), solo poche opere ci sono rimaste. Di molte conosciamo solo l&#8217;esistenza, o possediamo delle fotografie d&#8217;epoca; probabilmente sono finite in qualche collezione privata d&#8217;oltr&#8217;Alpe o d&#8217;oltre Oceano, magari sotto diversa firma (di Favretto, per esempio). \u00c8 dunque sulla base di una documentazione carente, forse addirittura inadeguata, che ci accingiamo a &quot;rivisitare&quot; l&#8217;opera di No\u00e8 Bordignon.<\/p>\n<p>Una delle prime tele di sicura attribuzione \u00e8 <em>La mosca cieca<\/em>, del 1879, oggi conservata nella sede municipale di Castelfranco Veneto. La scena, <em>en plen air<\/em>, \u00e8 di ambientazione romanesca, come si deduce dalle cupole sullo sfondo. Sotto un cielo trasparente solcato da nubi leggere come seta, un gruppo di ragazzi &#8212; maschi e femmine &#8212; giocano a mosca cieca. Sono popolani a piedi scalzi, sommariamente vestiti, colti ciascuno nel trasporto e nella eccitazione del gioco. Le figure sono plastiche, i panneggi delle gonne e delle camiciole e, pi\u00f9 ancora, la naturale eleganza dei corpi, la sobria dignit\u00e0 dei volti hanno ancora un che di neoclassico, ma integralmente purgato di ogni enfasi alla Camuccini o alla Pinelli. Mentre Bartolomeo Pinelli aveva trasformato i popolani della Roma ottocentesca in altrettanti eroi antichi, Bordignon li restituisce alla loro franca dimensione quotidiana, ma finisce per scoprire in essi una sorta di classicit\u00e0 inconsapevole, naturale. Si osservi soprattutto la fanciulla in primo piano, al centro della composizione: \u00e8 prodigioso come questa figlia del popolo riesca ad assomigliare a un&#8217;antica matrona, senza cessare neppure per un attimo di essere una qualsiasi ragazzetta dei sobborghi di Roma, che gioca coi compagni.<\/p>\n<p>In questa fase giovanile, Bordignon coltiva intensamente anche la pittura di genere religioso, a nostro avviso con risultati poco felici. Affresca alcune chiese in provincia di Treviso con scene di carattere epico: la <em>Visione di Ezechiele<\/em> a Pagnano d&#8217;Asolo e il <em>Giudizio Universale<\/em> a San Zenone degli Ezzelini, entrambe non senza enfasi melodrammatica; <em>La gloria del vescovo San Nicol\u00f2<\/em> a Monfumo e <em>Ges\u00f9 figlio di Dio<\/em> a Montaner, quest&#8217;ultima dall&#8217;ariosa luminosit\u00e0 tiepolesca; <em>La Speranza e La Fede,<\/em> ancora a San Zenone, di gran lunga l&#8217;opera meno risolta artisticamente.<\/p>\n<p>A partire dal 1880 egli ritorna decisamente ai temi popolari e contadini, pi\u00f9 consoni alla sua sensibilit\u00e0 di uomo e di artista; giovani ragazze, una nonna che estrae la spina dal piede d&#8217;uno scalzo monello, scene di mercato e di vita quotidiana nelle calli di Venezia. Negli ultimi anni si dedica soprattutto al ritratto: di ragazzi, di donne, di curati di campagna, di familiari (<em>Ritratto della figlia Anna,<\/em> 1916), alternando questo genere con esperimenti simbolisti (<em>Matelda<strong>,<\/strong> bozzetto del 1900 circa) e con ritorni al pesaggio rurale, colto sempre amorevolmente e un po&#8217; malinconicamente (<\/em>Contadina con tacchino,* 1914 circa).<\/p>\n<p>Il capolavoro di No\u00e8 Bordignon \u00e8 una grande tela (cm. 155 x 215), oggi conservata presso la Banca Popolare di Castelfranco Veneto, databile verso il 1895: <em>La pappa al fogo.<\/em> Il quadro viene rifiutato dalla Biennale veneziana, ma all&#8217;Esposizione di Parigi fu premiato con la medaglia d&#8217;oro (insieme a <em>Interno della Chiesa dei Frari)<\/em>, a riprova della sua indiscutibile validit\u00e0 artistica.<\/p>\n<p>Rappresenta un interno rustico, pieno d&#8217;ombre di sapore quasi tizianesco, poverissimo: pavimento di terra battuta, una sedia sfondata, una vecchia cassapanca, un focolare su cui bolle una pentola. Lo animano una madre intenta a cucire, e due bambini. La donna \u00e8 seduta con la compostezza e il dignitoso riserbo di una Vergine laica, porta in capo un velo che le nasconde dolcemente i capelli, e tiene gli occhi bassi sul proprio lavoro. \u00c8 una presenza calda e delicata, un angelo custode della casa, spogliato di ogni orpello retorico. La pennellata \u00e8 precisa ma senza virtuosismo, troppo sincera per poter introdurre alcun commento in una scena che parla da sola. La bimba pi\u00f9 grande sta seduta accanto alla madre e la guarda; la sua piccola personcina ha una dolcezza rinascimentale, pur sotto la ruvida casacca a brandelli che indossa; e intanto il fratellino assaggia avidamente la minestra non ancora pronta, tutto chino sul mestolo, e in penombra. Nessuno dei tre parla, eppure c&#8217;\u00e8 un colloquio: parlano per loro i silenzi, l&#8217;atteggiamento, la povert\u00e0 estrema dignitosamente vissuta, l&#8217;amore di cui sono soffusi ogni gesto e ogni oggetto.<\/p>\n<p>\u00c8 senza dubbio uno dei quadri pi\u00f9 veri e commoventi del secondo Ottocento veneto, forse italiano. Un quadro cos\u00ec vale da solo la carriera d&#8217;un artista, quand&#8217;anche (e non \u00e8 il nostro caso) fosse la sua unica espressione veramente riuscita. Vi \u00e8 in esso, naturalmente, anche un vigoroso messaggio sociale: e ci\u00f2 che lo rende cos\u00ec eloquente da imporsi anche al pubblico pi\u00f9 borghese e benpensante &#8212; il quale non vorrebbe vedere n\u00e9 sapere l&#8217;estrema miseria in cui vive il popolo &#8212; \u00e8 proprio il fatto che non vi \u00e8 in esso alcuna ideologia precostituita. La protesta sociale emerge con forza irresistibile dal linguaggio stesso delle cose, senza che l&#8217;autore lo abbia coscientemente voluto; e ci parla ancor oggi, a quasi un secolo di distanza, con tutta la sua carica eversiva intatta. Pure, il quadro di Bordignon veicola anche un altro messaggio, a noi figli dell&#8217;opulenta modernit\u00e0 e dello spreco sistematico: il valore della povert\u00e0 religiosamente accettata e dignitosamente vissuta, la priorit\u00e0 dell&#8217;essere sull&#8217;avere, l&#8217;importanza della serenit\u00e0 intima che viene solo da una matura, generosa consapevolezza di un ordine spirituale pi\u00f9 alto, ove trovano armoniosa ricomposizione tutte le apparenti apor\u00ece della vita.<\/p>\n<p><strong>BIBLIOGRAFIA SOMMARIA<\/strong>:<\/p>\n<p>&#8211; PAOLO RIZZI, <em>No\u00e9 Bordignon (1841-1920)<\/em>, catalogo della mostra<\/p>\n<p>itinerante allestita dalla Provincia di Treviso, Venezia, 1982.<\/p>\n<p>&#8211; OTTORINO STEFANI, <em>L&#8217;opera di No\u00e8 Bordignon, tra verismo dialettale e realismo simbolico,<\/em> edito dal Comitato promotore per la mostra, s. d. (ma 1983).<\/p>\n<p><em>&#8211; Dizionario enciclopedico dei pittori e degli incisori italiani,<\/em> Giulio Bolaffi editore, Torino, 1972, vol. 2, pp. 225-226.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Articolo pubblicato sul n. 1 anno XXVI, gennaio-febbraio 1988, di &quot;Alla Bottega. 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