{"id":29641,"date":"2006-04-28T05:24:00","date_gmt":"2006-04-28T05:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/04\/28\/le-piante-e-la-bellezza\/"},"modified":"2006-04-28T05:24:00","modified_gmt":"2006-04-28T05:24:00","slug":"le-piante-e-la-bellezza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/04\/28\/le-piante-e-la-bellezza\/","title":{"rendered":"Le piante e la bellezza"},"content":{"rendered":"<p><em>Testo della Prolusione del prof. Francesco Lamendola in occasione dell&#8217;apertura annuale dell&#8217;Orto Botanico Locatelli a Mestre (Venezia), presso il Parco della Bissuola, in collaborazione con l&#8217;Associazione Eco-Filosofica (gi\u00e0 Associazione Filosofica Trevigiana) domenica 14 maggio 2006.<\/em><\/p>\n<p>Le piante e la bellezza: un argomento molto seducente, ma anche molto, molto sfruttato; e, quel che \u00e8 peggio, molto in voga, il che vuol dire facilmente soggetto a scivolare sul piano inclinato della banalit\u00e0 e dei luoghi comuni pi\u00f9 triti e scontati.<\/p>\n<p>Cominciamo quindi da una salutare opera di demolizione della nostra presunzione di sapere, riconoscendo, con Karl Jaspers, che molta della nostra pretesa conoscenza \u00e8 solo una forma di <em>non sapere<\/em> mascherata e imbellettata secondo le mode del momento e la pigrizia intellettuale di chi preferisce contrabbandare le <em>parole<\/em> per <em>cose,<\/em> onde risparmiarsi la fatica di pensare veramente E incominciamo dal concetto di <em>bellezza<\/em>, che tutti crediamo di possedere solo perch\u00e9 se ne parla tanto, ma quasi sempre a sproposito. Che cos&#8217;\u00e8, dunque, la bellezza? Che cosa intendiamo, quando diciamo che qualcosa \u00e8 bello?<\/p>\n<p>Prima di rispondere a questa domanda, dobbiamo risalire ancora un po&#8217; pi\u00f9 indietro.Infatti, quantomeno nella cultura occidentale, il concetto di bellezza nasce come una manifestazione della <em>bellezza corporea<\/em>: sono i corpi , infatti, che possiedono l&#8217;attributo della bellezza. Per gli antichi Greci, che erano letteralmente ossessionati dalla bellezza <em>fisica<\/em>, il requisito del <em>kal\u00f2s<\/em> (in latino, <em>pulcher<\/em>) era inseparabile dalle virt\u00f9 che rendono un essere umano degno di ammirazione. Possiamo immaginare che Achille non fosse bello? Che non fosse bella, anzi simile a una d\u00e8a, la leggiadra Nausicaa? Viceversa, Omero ci dice esplicitamente che Tersite, &quot;il pi\u00f9 tristo dei guerrieri Achei&quot; impegnati sotto le mura di Troia, era brutto e deforme, oltre che vile e maldicente. \u00c8 solo con Platone, tra V e IV secolo avanti Cristo, che si comincia a parlare, per analogia, di una <em>bellezza dell&#8217;anima<\/em>, concetto prima inesistente nella mentalit\u00e0 ellenica; e il Cristianesimo, da questo punto di vista, ha trovato veramente il terreno gi\u00e0 preparato dai filosofi neoplatonici, da Plotino in modo particolare. Ma anche Platone considerava la bellezza dei corpi come propedeutica alla rivelazione della bellezza spirituale; nemmeno Platone seppe tagliare di netto il binomio indissolubile bellezza\/virt\u00f9 (implicante, per contrasto, quello di bruttezza\/empiet\u00e0); e il Cristinanesimo, mano a mano che si platonizzava (o, se si preferisce, mano a mano che il platonismo si cristianizzava), ne segu\u00ec l&#8217;esempio.<\/p>\n<p>Col Rinascimento, l&#8217;antropocentrismo implicito tanto nella mentalit\u00e0 greca classica, quanto in quella cristiana (e sia pure con diverse sfumature) sfoci\u00f2 in una nuova mistica della bellezza corporea, divenuta il paradigma di ogni forma di bellezza. Il corpo nudo di Cristo appeso sulla croce \u00e8 un pretesto per sfoggiare tutte le risorse artistiche, tutte le conoscenze anatomiche, tutta l&#8217;esaltazione estetizzante di una legione di pittori il cui vero scopo \u00e8 la glorificazione pagana del corpo decontestualizzato e, per cos\u00ec dire, despiritualizzato. Come in Paolo Uccello il paesaggio diviene un pretesto per celebrare le leggi della &quot;divina&quot; prospettiva, cio\u00e8 della matematica, cos\u00ec in Raffaello (e, per la scultura, in Michelangelo) il corpo sofferente di Cristo \u00e8 un mero pretesto per celebrare l&#8217;ideale estetico del <em>kal\u00f2s<\/em>. La cosa \u00e8 ancor pi\u00f9 evidente in quei soggetti, come san Sebastiano trafitto dalle frecce, in cui la figura umana, spogliata e isolata da ogni contesto realistico, viene colta con una particolare tonalit\u00e0 patetica che non esclude robuste venature di sadismo e voyeurismo, quasi a voler punire (psicanalisti, sbizzarritevi!) quei giovani corpi di una cos\u00ec disarmante e conturbante bellezza. (Bellezza e crudelt\u00e0: il marchese de Sade non \u00e8 stato che la punta dell&#8217;iceberg; si pensi al <em>Giardino dei supplizi<\/em> di Octave Mirbeau, del 1898, epoca d&#8217;oro del decadentismo estetizzante: ma le sue premesse ideologiche non risalgono proprio al Rinascimento?).<\/p>\n<p>Ora, se la bellezza \u00e8 percepita, in prima istanza, come bellezza dei corpi, bisogna domandarsi cosa sono i corpi nella cultura occidentale. Meglio: occorre domandarsi come vengono inseriti nel quadro della conoscenza. Ebbene, a questo punto una sorpresa ci attende: i corpi vengono visti, non solo dal senso comune ma anche dalla maggior parte della storia della filosofia, come enti la cui esistenza \u00e8 realmente fondata <em>fuori<\/em> del soggetto percipiente. Ossia, noi siamo qui; i corpi sono l\u00ec, di fronte. Se chiudiamo gli occhi per qualche minuti e poi torniamo ad aprirli, i corpi sono ancora dov&#8217;erano prima: <em>ergo<\/em>, esistono indipendentemente da noi.<\/p>\n<p>Ma le cose, a ben guardare, non stanno proprio cos\u00ec. I corpi non hanno un&#8217;esistenza reale, bens\u00ec <em>formale<\/em>: esistono nei nostri sensi che li percepiscono e nella nostra coscienza che unifica le percezioni. Noi non conosciamo i corpi, ma dei dati sensoriali che potrebbero anche fondarsi sull&#8217;inganno di un diavoletto dispettoso, come temeva Cartesio, o, pi\u00f9 semplicemente, su un puro e semplice abbaglio, come nel caso dei miraggi. Il viandante smarrito nel deserto crede di vedere, nell&#8217;infuocato orizzonte tremolante di calore, citt\u00e0, palmeti, distese d&#8217;acqua: ma non vi \u00e8 nulla di simile in realt\u00e0; e il miraggio si allontana all&#8217;infinito, quanto pi\u00f9 il viandante gli si fa incontro. Per dirla col buon vecchio Kant: noi conosciamo i <em>fenomeni,<\/em> qualcosa che \u00e8 nella nostra mente; non i <em>noumeni,<\/em> qualcosa che esisterebbe fuori di noi e indipendentemente da noi. Lasciamo perdere, in questa sede, il fatto che Kant abbia continuato a oscillare fra una concezione positiva e una concezione negativa del noumeno, ora considerandolo come il sub-strato <em>reale<\/em> della nostra conoscenza del mondo, come un fondamento inevitabile e necessario; ora come una possibilit\u00e0 puramente teorica, della quale nulla si pu\u00f2 dire se non che la sua esistenza effettiva \u00e8 inesperibile e che il mondo, <em>quale noi lo sperimentiamo<\/em>, \u00e8 solo ed esclusivamente quello del fenomeno. In questa seconda accezione, evidentemente, il noumeno kantiano non \u00e8 altro che il <em>caput mortuum<\/em> della filosofia del pensatore di K\u00f6nigsberg, qualcosa di simile alla &quot;ghiandola pineale&quot; nella filosofia di Cartesio: un dato che dovrebbe spiegare tutto, o almeno rendere possibile l&#8217;esistenza di tutto, ma che \u00e8 fatalmente tagliato fuori da ogni possibilit\u00e0 non solo di verifica, ma anche di necessit\u00e0 logica. Tralasciamo per ora la questione: quel che importa, \u00e8 che l&#8217;orizzonte gnoseologico dell&#8217;Occidente (non quello dell&#8217;Oriente induista e buddhista, per esempio) rimane fermamente ancorato, nonostante Kant, all&#8217;idea che se facciamo l&#8217;esperienza quotidiana dei corpi che ci circondano (compreso il nostro), ci\u00f2 presuppone che quei corpi abbiano un&#8217;esistenza non solo formale, ma anche sostanziale, in accordo col senso comune, secondo il quale i corpi esistono anche quando noi non li percepiamo, anche quando noi siamo altrove. (Ma attenzione, il senso comune ci dice anche che il Sole sorge e tramonta, mentre la Terra sta ferma; e in nome del senso comune il sistema copernicano venne inizialmente ostacolato e condannato dalla Chiesa cattolica).<\/p>\n<p>Dicevamo che le cose non stanno cos\u00ec: e non solo perch\u00e9, in accordo con la lezione di Berkeley e di Kant, nulla possiamo dire sui corpi in s\u00e9 stessi, neanche il loro colore (vedi il caso del daltonico), la loro temperatura (vedi l&#8217;esperimento della mano immersa alternativamente nell&#8217;acqua calda e fredda), per non parlare della loro valenza estetica (che \u00e8 sempre relativa). Ma anche per un altro ordine di ragionamento, e cio\u00e8 per il fatto che i corpi, tutti i corpi in quanto tali, proprio per il fatto di esistere nello spazio e nel tempo (ammesso che esistano) sono radicalmente <em>impermanenti.<\/em> Infatti il corpo che ho di fronte ora, prima di chiudere gli occhi, non \u00e8 lo stesso che avr\u00f2 di fronte al momento di riaprirli,e sia pure fra un solo secondo. Tutto scorre, diceva Eraclito: non ti puoi bagnare due volte nella stessa acqua. Impercettibilemte ma inesorabilmente, i corpi subiscono le modificazioni del tempo e dello spazio. Ogni nove anni, tutte le cellule del corpo umano subiscono un processo di totale rinnovamento, sicch\u00e8, nel corso di una vita umana, noi diveniamo, alla lettera, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte, <em>altro<\/em> da quello che eravamo, <em>altri<\/em> rispetto al nostro corpo precedente. &quot;Dell&#8217;uomo ch&#8217;ero un tempo, non rimane quasi pi\u00f9 niente&quot;, scrive Cesare Pavese nel racconto <em>Gli anni.<\/em> La credenza nella permanenza dei corpi \u00e8 un&#8217;illusione della coscienza, che unifica le diverse percezioni secondo i binari a lei noti della realt\u00e0 apparente: inserendo, per cos\u00ec dire, il pilota automatico che le permette di aggrapparsi all&#8217;idea che le cose sono sempre l\u00ec, sempre a nostra disposizione.<\/p>\n<p>Questa credenza nasce, in realt\u00e0, da una doppia illazione: che i corpi siano sempre uguali a se stessi e che in noi vi sia un principio unitario, la coscienza appunto, capace di esperirli sempre allo stesso modo, secondo categorie percettive e mentali uniformi. La seconda illazione \u00e8 radicalente contestata, ad esempio, dal Buddhismo Theravada, secondo il quale noi non abbiamo un io, ma un complesso di idee e percezioni sempre cangianti. La prima \u00e8 stata sottoposta a critica da filosofi come Severino, i quali fanno notare che esiste, tutt&#8217;al pi\u00f9, un <em>unico<\/em> corpo continuamente soggetto a molteplici trasformazioni. L&#8217;albero, per fare un esempio, non si limita a cambiare aspetto nel corso del tempo, dalla giovinezza alla vecchiaia; esisteva anche prima di essere albero, sotto forma di seme; ed esister\u00e0 anche dopo essere stato abbattuto e bruciato nel fuoco, sotto forma di cenere, e cos\u00ec via <em>ad infinitum<\/em>, nei due versi della scala temporale, il passato e il futuro. Ma se l&#8217;albero era un tempo qualche cosa di diverso dall&#8217;albero, e se verr\u00e0 un tempo in cui l&#8217;albero sar\u00e0 ancora qualche cosa di diverso da se stesso, ci\u00f2 significa che tutti i corpi sono collegati, intrecciati, indissolubilente compenetrati nello spazio e nel tempo; e i loro confini, fisici e temporali, sono apparenti e illusori, cio\u00e8, appunto, <em>impermanenti.<\/em><\/p>\n<p>Queste riflessioni, bench\u00e8 sommarie rispetto alle loro implicazioni, erano tuttavia necessarie per sgomberare il campo da molti equivoci. Perci\u00f2 possiamo ora affermare: primo, che i corpi, se pure esistono, sono impermanenti; secondo, che l&#8217;ammirazione tributata alla bellezza dei corpi, in quanto legata a una loro particolare condizione nello spazio e nel tempo, \u00e8 fondata sul misconoscimento della loro impermanenza, dunque \u00e8 profondamente illusoria; terzo, che se non vogliamo cadere nell&#8217;errore del prigioniero della caverna nel mito platonico, scambiando le ombre delle cose per le cose stesse, dobbiamo sforzarci di vedere la bellezza non <em>nei<\/em> corpi, ma <em>attraverso<\/em> i corpi e, in un certo senso, <em>a dispetto dei corpi<\/em>. Detto in altre parole, dobbiamo recuperare la seconda vista che ci consenta di vedere la verit\u00e0 interiore delle cose, adombrata dalle apparenze pi\u00f9 o meno seducenti, ma ingannevoli dei corpi. <em>Dobbiamo aprire il terzo occhio e recuperare la facolt\u00e0, a noi concessa da una fonte di conoscenza superiore all&#8217;umana, di rapportarci alla realt\u00e0 non come corpi tra corpi, ma come anime tra anime, anzi come parti illusoriamente separate dell&#8217;unica Anima Universale.<\/em><\/p>\n<p>Ed eccoci alle piante. Da sempre esse costituiscono un ausilio prezioso alla valorizzazione e alla conservazione della bellezza del corpo. E ci\u00f2 sia per mezzo dei prodotti cosmetici naturali, sia con la loro stessa bellezza, accostata alla bellezza del corpo, specificamente del corpo femminile:<\/p>\n<p><em>La donzelletta vien dalla campagna,<\/em><\/p>\n<p><em>in sul calar del sole,<\/em><\/p>\n<p><em>col suo fascio dell&#8217;erba; e reca in mano<\/em><\/p>\n<p><em>un mazzolin di rose e di viole,<\/em><\/p>\n<p><em>onde, siccome suole,<\/em><\/p>\n<p><em>ornare ella si appresta<\/em><\/p>\n<p><em>dimani, al d\u00ec di festa, il petto e il crine.<\/em><\/p>\n<p>Cos\u00ec Giacomo Leopardi ne <em>Il sabato del villaggio<\/em>, e non si poteva dir meglio con altrettanta squisita semplicit\u00e0.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 stato un tempo, ed \u00e8 durato dalla cosiddetta preistoria sino alla civilt\u00e0 contadina del secondo XX secolo, in cui le piante erano conosciute, e utilizzate, come dispensatrici di medicine naturali e come coadiutrici di bellezza: erano le amiche e le compagne dell&#8217;uomo e, oltre all&#8217;uso alimentare (e a quello cerimoniale), sorreggevano la salute e l&#8217;igiene del corpo. Quasi tutti ne conoscevano le propriet\u00e0 e sapevano come servirsene, in corrispondenza con le fasi lunari e con gli influssi astrologici; poi, poco alla volta, tale sapere \u00e8 rimasto appannaggio di una ristretta schiera di &quot;specialisti&quot;, uomini e donne del popolo che avevano conservato l&#8217;antico legame e lo trasmettevano come un geloso segreto, di generazione in generazione. Infine \u00e8 arrivata la <em>modernit\u00e0<\/em> e, con essa, la medicina accademica come valore assoluto ed autoreferenziale, e contemporaneamente l&#8217;abbandono delle campagne da parte dei giovani: due fenomeni, apparentemente lontani, che hanno ugualmente concorso alla rottura definitiva del legame di continuit\u00e0 fra l&#8217;essere umano e le l&#8217;utilizzo spontaneo, popolare delle propriet\u00e0 curative e cosmetiche delle essenze vegetali. Il sapere tradizionale legato al mondo delle piante \u00e8 andato smarrito, almeno a livello delle comunit\u00e0, ed \u00e8 oggi interamente confinato nelle erboristerie commerciali, ove per\u00f2 \u00e8 costantemente insidiato dai meccanismi della farmaceutica industriale, che tendono a snaturarlo e volgerlo definitivamente nel solco delle attivit\u00e0 economiche e produttive.<\/p>\n<p>Quanto alla bellezza, oggi sembra trionfare l&#8217;ideale standardizzato ed enfatico di una perfezione estetizzante perseguita con caparbia determinazione attraverso pratiche sempre pi\u00f9 invasive, culminanti nella liposuzione, nella chirurgia plastica, nel trapianto di capelli, nell&#8217;abbronzatura artifciale, nel potenziamento muscolare ottenuto mediante l&#8217;ingestione di steroidi e anabolizzanti. Il tutto in una specie di gara senza limiti di buon gusto e di convenienza con il naturale processo di invecchiamento, gara in cui un grosso ruolo viene giocato da un abbigliamento forzatamente giovanilistico, in cui le madri e le nonne vogliono competere con le figlie e le nipoti <em>sul loro stesso terreno<\/em>, quello dell&#8217;adolescenza, rinunciando quindi alle risorse del fascino per puntare tutte le carte su una sensualit\u00e0 ostentata e brutalmente seduttiva.<\/p>\n<p>Una riscoperta del concetto di <em>fascino<\/em> e un ridimensionamento del concetto astratto di <em>belleza fisica<\/em> dovrebbero passare attraverso un ripudio delle cure estetiche invasive, basate sulla chimica e sulla chirurgia, e un ritorno alle tecniche naturali, basate sulle essenze vegetali. Ci\u00f2 andrebbe anche nella direzione della riscoperta di quella <em>verit\u00e0 interiore<\/em>, senza la quale non vi \u00e8 autentica bellezza; verso la riapertura di quel perduto &quot;terzo occhio&quot;, che ci renderebbe capaci di vedere, e apprezzare, la bellezza celata dietro le apparenze dei corpi. Il fascino non ha et\u00e0, la bellezza fisica s\u00ec; il fascino \u00e8 una sintesi di bellezza interiore ed esteriore, ed \u00e8 la risultante di molti e svariati fattori: tra essi il buon gusto, la finezza, la discrezione, l&#8217;intelligenza, la cultura, la semplicit\u00e0, la naturalezza, l&#8217;armonia, l&#8217;equilibrio, l&#8217;apertura, la disponibilit\u00e0 e&#8230; il senso del mistero. S\u00ec, perch\u00e9 il fascino \u00e8 sempre un po&#8217; misterioso; perch\u00e9 misteriosa \u00e8 la natura dell&#8217;anima, di cui il fascino \u00e8 la finestra aperta, o meglio socchiusa, sul mondo dei sensi. Il fascino \u00e8 intrigo, sottigliezza, allusione; \u00e8 parlar sottovoce, giocare con lo sguardo, suggerire il non detto. Il fascino \u00e8 consapevolezza del mistero e rispetto di esso: cio\u00e8 di una zona che non potr\u00e0 mai essere completamente esplorata, esplicitata, rivelata. Il fascino sa essere infinitamente superiore alla bellezza provocante e grossolanamente materiale; \u00e8 fatto di sottintesi, di complicit\u00e0, di discrezione.<\/p>\n<p>Ora, il senso del mistero \u00e8, insieme al senso del limite, la principale caratteristica dello spirito religioso. Sapere che non tutto pu\u00f2 essere svelato e sapere che non tutto deve essere fatto, anche se <em>potrebbe<\/em> essere fatto: questo contraddistingue l&#8217;<em>homo religiosus<\/em>; non il seguire questa o quella dottrina religiosa, il praticare questi o quegli altri riti e cerimonie. La conclusione del nostro ragionamento su &quot;piante e bellezza&quot; \u00e8 dunque un invito a tornare alla semplicit\u00e0 e naturalezza delle piante, per ritrovare il senso di una bellezza intimamente affascinante, che \u00e8 bellezza interiore e non puramente fisica; ed \u00e8 impegno e responsabilit\u00e0 personale nella gestione del &quot;fenomeno bellezza&quot;. Perch\u00e9 la bellezza, come tutti i doni, richiede maturit\u00e0 nell&#8217;uso che se ne fa, e coscienza del suo potere ma anche dei suoi limiti. Molti possono essere belli, ma pochi sanno essere affascinanti, molti ostentano la bellezza (propria o delle proprie cose: gioielli, vestiti, ecc.), ma pochi la sanno vivere con senso di responsabilit\u00e0 e con rispetto di s\u00e9 e dell&#8217;altro. L&#8217;altro, che non \u00e8 solanmente un corpo da turbare, da conquistare, da sottomettere; e il proprio io, che non \u00e8 solamente uno specchio ove riflettere, narcisisticamente, il proprio potere tirannico esercitato mediante la seduzione sistematica di tutti e di ciascuno. Ci sono persone che non sanno vestire la propria bellezza, come vi sono persone che non sanno portare i propri abiti, per quanto esageratamente eleganti e costosi. Persone che si muovono goffamente con tutta la loro bellezza, come su dei tacchi troppo alti; persone che la bellezza si porta a spasso, mentre loro non sanno portarla perch\u00e9 soffocano la disinvoltura dietro formule di comportamento standardizzate e omologanti.<\/p>\n<p>Anche nel campo della bellezza, come in quello della medicina, dell&#8217;ecologia, dell&#8217;economia, della politica, c&#8217;\u00e8 bisogno di una presa di coscienza, di un ritorno alla saggezza perduta, di una riconquista della nostra dignit\u00e0 di <em>singoli<\/em> (per dirla con Kierkegaard) che non vogliono pi\u00f9 essere massa, che vogliono smettere di essere prodotti fabbricati in serie.<\/p>\n<p>Francesco Lamendola<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Testo della Prolusione del prof. 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