{"id":29636,"date":"2006-07-01T12:18:00","date_gmt":"2006-07-01T12:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/01\/la-fine-della-dinastia-di-teodosio-in-occidente-454-55\/"},"modified":"2006-07-01T12:18:00","modified_gmt":"2006-07-01T12:18:00","slug":"la-fine-della-dinastia-di-teodosio-in-occidente-454-55","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/07\/01\/la-fine-della-dinastia-di-teodosio-in-occidente-454-55\/","title":{"rendered":"La fine della dinastia di Teodosio in Occidente (454-55)"},"content":{"rendered":"<p><em>La perdita di prestigio del generale Ezio, che aveva sconfitto Attila ai Campi Catalauni ma non aveva potuto impedire l&#8217;invasione unna dell&#8217;Italia, prepara la sua caduta, affrettata dall&#8217;insofferenza di Valentiniano III per il suo onnipotente capo dell&#8217;esercito. Ma l&#8217;uccisione di Ezio porter\u00e0 con s\u00e9, in rapida successione, quella dello stesso imperatore, la brevissima avventura dell&#8217;usurpatore Massimo e il sacco vandalico di Roma, nel 455, molto pi\u00f9 grave di quello alariciano del 410. Alla partenza di Genserico per l&#8217;Africa, in Italia regna il caos da cui emerger\u00e0 un patricius senza scrupoli, Ricimero, deciso a governare per l&#8217;interposta persona di sovrani-fantoccio. Con la fine della dinastia teodosiana nell&#8217;Impero d&#8217;Occidente, quest&#8217;ultimo entra in uno stato di crisi permanente che terminer\u00e0 solo nel 476, con la deposizione dell&#8217;ultimo sovrano nominale: Romolo Augusto.<\/em><\/p>\n<p><strong>1. PREMESSA METODOLOGICA.<\/strong><\/p>\n<p>Una importante premessa \u00e8 necessaria, prima che ci accingiamo a narrare la catastrofe finale della dinastia di Teodosio il Grande in Occidente, e cio\u00e8 che il periodo 454-455, a dispetto della sua enorme importanza storica, \u00e8 uno dei peggio conosciuti e dei pi\u00f9 confusi nelle fonti contemporanee. Nel breve arco che va dalla seconda met\u00e0 del 454 ai primi mesi del 455, avvenimenti decisivi impressero alla storia dell&#8217;Occidente l&#8217;ultima grande svolta prima del crollo definitivo: la morte di Ezio, l&#8217;assassinio di Valentiniano, l&#8217;usurpazione di Massimo e il sacco vandalico di Roma sono altrettante tappe fondamentali lungo la strada che conduce all&#8217;estinzione finale dell&#8217;Impero. Ma, come spesso avviene, proprio l\u00e0 dove desidereremmo essere meglio informati per comprendere il significato profondo di quegli eventi, le fonti a nostra disposizione non solo si assottigliano sempre di pi\u00f9, ma ci fuorviano continuamente con una massa di aneddoti , di leggende, di supposizioni, di voci e di ipotesi accettati indiscriminatamente per veri, e come tali tramandati alla posterit\u00e0, sicch\u00e9 proprio quest&#8217;ultimo periodo del lungo regno di Valentiniano III (iniziato nel lontano 425, sotto la reggenza di sua madre Galla Placidia) \u00e8 avvolto nelle nebbie di una conoscenza approssimativa e imperfetta, spesso decisamente inadeguata. Siamo costretti a rimpiangere il venir meno di fonti tutt&#8217;altro che sempre attendibili, e che tuttavia di una qualche utilit\u00e0 erano pur state nel lumeggiare l&#8217;oscurit\u00e0 degli anni precedenti. La <em>Storia nuova<\/em> di Zosimo si arresta bruscamente alla vigilia del sacco di Roma del 410; le <em>Historiae adversus paganos<\/em> di Paolo Orosio giungono soltanto alla pace del re visigoto Wallia con la corte di Ravenna (416); la <em>Getica<\/em> di Jordanes non aggiunge che pochi particolari a quanto gi\u00e0 sappiamo, e il <em>De Bello Vandalico<\/em> di Procopio non \u00e8 servito che a portare gli storici moderni fuori strada con i suoi fantasiosi aneddoti privi di spessore storico. Di conseguenza, proprio su questo fondamentale periodo della storia tardo-romana sono fiorite leggende e dicerie prive di valido fondamento, che per\u00f2 hanno trovato molti studiosi moderni eccezionalmente creduli e ben disposti: e cos\u00ec la leggenda dei &quot;retroscena&quot; romantici delle uccisioni di Ezio e di Valentiniano, o quella dell&#8217;&quot;invito&quot; di Eudossia a Genserico, sono state riprese senza che venisse compiuta alcuna seria ricerca sulle loro origini.<\/p>\n<p>Dobbiamo purtroppo riconoscere che neanche la maggior parte dei lavori pi\u00f9 seri sulla storia del tardo Impero vanno esenti, allorch\u00e8 si accingono a narrare quei due anni fatali, da gravi ingenuit\u00e0 e manchevolezze; e dispiace constatare come perfino l&#8217;opera grandiosa di un Gibbon o di un Gregorovius, per non parlare di autori assai pi\u00f9 recenti, non sfugga all&#8217;impressione di un che di puerile e di fantastico, che stona con l&#8217;accurata precisione di altre parti. Finalmente, nel 1917 apparve un breve lavoro di Roberto Cessi (1), che avendo per oggetto proprio la catastrofe imperiale del 454-55, additava la via per una interpretazione seria e ragionata di quegli eventi, scendendo sotto la superficie delle tradizioni letterarie antiche e abbandonando decisamente lo schema dell&#8217;aneddotica procopiana, che tanto ha nuociuto alla retta comprensione di essi. Quel lavoro non andava forse esente, a nostro giudizio, da esagerazioni intellettualistiche nella supposizione di manovre politiche nascoste, tuttavia segnava un deciso passo avanti nell&#8217;interpretazione di quel periodo storico, che aveva avuto solo dei precursori isolati nella storiografia dei decenni precedenti. (2) Tuttavia non possiamo nasconderci che quel lavoro, cos\u00ec stimolante e suscettibile di fecondi sviluppi, \u00e8 praticamente caduto nel vuoto; la sua profonda lezione non \u00e8 stata raccolta e lavori pur intelligenti e molto seri, che sono apparsi in seguito, hanno continuato a ignorare le motivazioni politiche profonde del dramma di Ezio e di Valentiniano, l&#8217;ultimo dei Teodosidi.<\/p>\n<p>\u00c8 quindi tempo di riconsiderare con la massima attenzione l&#8217;intera questione; e, se le supposizioni volta a volta avanzate per spiegare quei fatti dovessero mancare il bersaglio, o fornire un quadro d&#8217;insieme solo imperfettamente comprensivo della complessit\u00e0 dei problemi allora esistenti, ci\u00f2 sar\u00e0 pur sempre preferibile alla logora tradizione aneddotica che umilia la storiografia del tardo Impero, abbassandola sovente al livello della favola o del pettegolezzo.<\/p>\n<p><strong>2. LA CRISI DEL POTERE DI EZIO<\/strong>.<\/p>\n<p>L&#8217;autorit\u00e0 del <em>patricius<\/em> Ezio, che fino al 452 era stata pressoch\u00e8 assoluta nell&#8217;Impero d&#8217;Occidente, era uscita gravemente indebolita dalla sua completa impreparazione davanti all&#8217;invasione Unna in Italia. Gi\u00e0 l&#8217;indomani della battaglia sui Campi Catalauni, Ezio era stato fatto segno a quelle stesse critiche, che il partito nazionalista romano aveva levato contro Stilicone dopo le battaglie Pollenzo e di Verona. Tuttavia, se il generale fu preso cos\u00ec interamente alla sprovvista dall&#8217;irruzione di Attila nella Pianura Padana l&#8217;anno dopo, \u00e8 assai probabile che all&#8217;opinione pubblica italica fosse stato fatto credere &#8211; in parte in buona fede &#8211; che la ritirata degli Unni oltre il Reno nel 451 era stata loro imposta da una sconfitta decisiva. Ma nella primavera del 452, penetrati i temutissimi nomadi asiatici nella Penisola, che da quarant&#8217;anni era rimasta inviolata, le critiche e i sospetti ripresero consistenza e divennero generali. Bench\u00e8 a giudizio del Gibbon, Ezio &quot;non si dimostr\u00f2 mai cos\u00ec grande come in quel tempo in cui la sua condotta veniva biasimata da un popolo ignorante e ingrato&quot; (3), agli italici terrorizzati non poteva sfuggire il fatto che l&#8217;onnipotente ministro aveva commesso un errore imperdonabile, politico e militare al tempo stesso, che Aquileia, Concordia, Altino, Padova e le altre citt\u00e0 della Valle Padana avevano scontato duramente.<\/p>\n<p>Un nuovo colpo al prestigio di Ezio era poi venuto dal fatto che il ritiro insperato e quasi miracoloso di Attila dalla Penisola era avvenuto in seguito all&#8217;ambasceria del Senato di Roma capeggiata da Papa Leone, nella quale nessuna parte aveva avuto il patrizio. Tuttavia la posizione di Ezio a corte era rimasta abbastanza forte anche dopo questi avvenimenti; e se, come politico, egli aveva rivelato inaspettatamente delle gravi manchevolezze, quasi tutti riconoscevano che egli era l&#8217;unico uomo in grado di affrontare con qualche probabilit\u00e0 di successo il pericolo unno, che continuava ad incombere minaccioso a nord delle Alpi. Al momento della ritirata, Attila aveva continuato comunque a proclamarsi fidanzato di Onoria (figlia di Galla Placidia e sorella di Valentiniano III), sostenendo che lei gli aveva mandato un anello di fidanzamento e che quindi gli spettava, secondo l&#8217;uso barbarico, la met\u00e0 dell&#8217;Impero d&#8217;Occidente. Pertanto aveva minacciato di rinnovare l&#8217;invasione dell&#8217;Italia qualora Onoria non gli fosse stata consegnata insieme alla dote esorbitante, e sia Valentiniano che l&#8217;aristocrazia senatoria continuavano a vedere in Ezio l&#8217;unico valido baluardo contro il re unno.<\/p>\n<p>La prova che il potere di Ezio era ancora formidabile si era avuta allorch\u00e8 il patrizio, ingelosito del proprio luogotenente Maioriano (che cominciava a godere del favore della stessa famiglia imperiale) ne aveva chiesto e ottenuto il congedo, rimanendo arbitro incontrastato della situazione. Ma, alla vigilia della stagione campale del 453, Attila era morto improvvisamente e ben presto era apparso chiaro che gli Unni, lacerati da discordie intestine e assaliti dai popoli germanici che avevano sottomesso, non costituivano pi\u00f9 un pericolo immediato per l&#8217;Impero. Questo avvenimento non manc\u00f2 di ripercuotersi negativamente sull&#8217;autorit\u00e0 e sul prestigio di Ezio: venendo meno l&#8217;ossessione del pericolo che aveva giustificato il suo strapotere, molti incominciarono a pensare che il sostegno malfido della sua spada non fosse pi\u00f9 indispensabile alla difesa dello Stato.<\/p>\n<p>Ezio aveva prontamente fiutato il cambiamento dell&#8217;atmosfera a corte e si era affrettato a premunirsi. Il suo obiettivo era quello di legare a s\u00e9 l&#8217;imperatore sempre di pi\u00f9, cercando d&#8217;imparentarsi con la casa reale, cos\u00ec come avevano fatto prima di lui Costanzo in Occidente e Marciano in Oriente. Rimasto vedovo molti anni prima, Ezio era passato a seconde nozze proprio con la vedova del suo vecchio nemico Bonifacio, Pelagia. La tradizione, anzi, vuole che lo stesso Bonifacio, rimasto mortalmente ferito nella battaglia di Rimini, consigliasse alla moglie un tale matrimonio (e chiss\u00e0 che una qualche reminiscenza di questo fatto storico non abbia ispirato, tanti secoli dopo, la storia di Arcita e Palemone nel <em>Teseida<\/em> di Boccaccio).<\/p>\n<p>Alla fine del 440 o all&#8217;inizio del 441 Pelagia gli aveva dato un secondo figlio, Gaudenzio (l&#8217;altro figlio, Carpilio, era stato mandato come ostaggio presso gli Unni dopo la fuga di Ezio in Pannonia). Ora l&#8217;ambizioso patrizio aveva concepito il disegno di combinare per Gaudenzio un matrimonio con una delle due figlie di Valentiniano, Eudocia e Onoria. Quando per\u00f2 l&#8217;imperatore, conclusa nel 442 la pace coi Vandali, aveva promesso in sposa Eudocia, la maggiore, al figlio di Genserico, Unnerico, al patrizio si era rivelata la manovra dinastica rivolta a suo danno, e si era impegnato attivamente per scongiurarla. Un accordo fra Valentiniano e Genserico avrebbe potuto significare la sua fine ed Ezio era infine riuscito, esercitando tutta la pressione di cui era capace, a ottenere il fidanzamento di suo figlio Gaudenzio con la figlia secondogenita del sovrano, Placidia, e a strappare allo stesso Valentiniano una solenne promessa di amicizia. Nel 454 Placidia aveva ormai circa dodici anni e Gaudenzio quattordici; anche se entrambi erano troppo giovani anche per il costume romano, le insistenze di Ezio per affrettare il matrimonio erano divenute continue (e, del resto,suo zio Onorio a suo tempo aveva sposato Maria all&#8217;et\u00e0 di soli quattordici anni).<\/p>\n<p>Proprio queste insistenze, reiterate e forse importune, stavano contribuendo a esacerbare l&#8217;animo dell&#8217;imperatore, che sin dalla fanciullezza aveva sempre considerato Ezio un traditore e una potenziale minaccia, e che dopo la morte di sua madre Galla Placidia aveva perduto l&#8217;unica persona capace di esercitare un benefico ruolo di equilibrio fra lui e l&#8217;invadente generale. Valentiniano, che si era visto strappare quasi con la forza la promessa di matrimonio di Placidia con Gaudenzio, temeva di veder fallire i suoi progetti di alleanza con Genserico. Infatti, a causa delle manovre di Ezio, il matrimonio di Eudocia (ormai quindicenne o sedicenne) con Unnerico era stato continuamente rinviato.<\/p>\n<p>Nell&#8217;estate del 454 prese corpo una congiura contro Ezio, in cui una parte importante fu svolta dal <em>primicerius sacri cubiculi<\/em>, l&#8217;eunuco Eutropio, un nemico personale del patrizio. &quot;Tragico poi doveva essere il contrasto &#8211; ha scritto il Paribeni &#8211; tra la ieratica concezione che era venuta a formarsi della maest\u00e0 e dell&#8217;onnipotenza dell&#8217;imperatore e dei sacri diritti dei discendenti del grande Teoidosio, e la effettiva loro miseranda debolezza. Di quelle concezioni Valentiniano III viveva, su di esse posava tutta la sua autorit\u00e0, di esse rivestiva e mascherava tutta la propria intima insufficienza. Sentirle per anni, ad ora ad ora, menomate e fatte vane, pot\u00e8 finalmente provocare la irragionevole e tragica ribellione che cost\u00f2 la vita ad Ezio, e priv\u00f2 l&#8217;Impero d&#8217;Occidente dell&#8217;ultimo suo grande generale.&quot; (4)<\/p>\n<p>Ma se le fila della congiura facevano capo al palazzo dei Cesari sul Palatino, non sembra verosimile che essa potesse maturare del tutto al di fuori delle fazioni politiche e dei grandi interessi economici della Penisola. Fino a quel momento la vera forza del potere di Ezio aveva riposato, oltre che sull&#8217;esercito (e, particolarmente, sull&#8217;elemento barbarico di esso) sull&#8217;aristocrazia senatoria interessata alla difesa del sistema economico basato sul latifondo, e lo Stein ha supposto che questa classe sociale appoggiasse il patrizio come un blocco compatto. Effettivamene, le molte leggi favorevoli ai senatori promulgate durante il regno di Valentiniano III, la rtiabilitazione della memoria di Flaviano, l&#8217;ascesa politica di personaggi come Petronio Massimo, console una prima volta nel 433, sono fatti incontestabili, ma non \u00e8 affatto certo che fossero unicamente espressione di una politica filo-senatoria di Ezio. Galla Placidia e suo figlio Valentiniano avevano almeno altrettanto interesse a cercar di spezzare quella pericolosa alleanza, perseguendo a loro volta una politica favorevole al Senato. Fin dalla proclamazione del piccolo Valentiniano ad Augusto, sua madre aveva stimato opportuno adottare un atteggiamento estremamente amichevole verso quell&#8217;antico consesso. Le remissioni generali dei tributi concesse da Valentiniano (nel 438 e nel 450) vanno inquadrate nel costante perseguimento di una tale politica; e, quanto alla trionfale carriera politica di Massimo, gli avvenimenti successivi avrebbero dimostrato ch&#8217;essa era dovuta al favore di Valentiniano, non certo di Ezio.<\/p>\n<p>Nel 454, dunque, non appare probabile che l&#8217;aristocrazia senatoria, nella sua totalit\u00e0, fosse sempre sostenitrice di Ezio; una parte di essa era stata attratta verso la corte, e la disastrosa invasione unna del 452 aveva ulteriormente diviso le sue simpatie. Ma un semplice esame degli interessi economici non sarebbe sufficiente a chiarire i rapporti di forza esistenti al tempo della congiura conro il patrizio: accanto agli interessi economici, e spesso intreccciati ad essi, stavano gli orientamenti politci delle due grandi fazioni che dividevano l&#8217;Italia almeno fin dal tempo di Teodosio il Grande. Il partito nazionalista romano, ciecamente antigermanico e perci\u00f2 favorevole a una pi\u00f9 stretta unione con la corte di Costantinopoli, che sola poteva aiutare l&#8217;Occidente a fronteggiare le invasioni, non aveva mai perdonato ad Ezio la sua politica filo-barbarica di stampo stiliconiano, n\u00e9 aveva piegato il capo sotto il peso dei propri insuccessi e delle pubbliche calamit\u00e0, culminate nel sacco di Roma del 410 e, poi, nell&#8217;invasione unna. In essa era possibile distinguere una corrente moderata, che aveva trovato un capo potenziale in Maioriano, ed una estremista, occultamente diretta da Petronio Massimo (5): correnti che, per il momento, procedevano unite nel segno del comune odio contro il patrizio.<\/p>\n<p>\u00c8 ben vero che Ezio aveva sempre riservato gli alti comandi dell&#8217;esercito ad ufficiali romani, deciso a non riptere l&#8217;errore di Valentiniano II con Arbogaste e, in tempi pi\u00f9 recenti, di Arcadio con il goto Gainas. Bench\u00e9 composti in misura sempre maggiore da truppe germaniche (e unne, nel periodo 436-439), gli ultimi eserciti di Roma non erano scesi in campo che assai raramente sotto la guida di comandanti barbari; e se il germano Sigisvulto aveva condotto l&#8217;attacco contro Bonfacio nel 428, Litorio, Avito, Marcellino e lo stesso Maioriano erano tutti romani. Questo per\u00f2 non bastava a calmare lo scontento del partito nazionalista, che avrebbe desiderato una politica di lotta aperta contro ogni forma di imbarbarimento dell&#8217;organismo statale, e che guardava con invidia ai successi riportati in tale direzione dalla corte dell&#8217;Impero d&#8217;Oriente.<\/p>\n<p>Infine, anche il clero cattolico nutriva forti ragioni di scontento nei confronti del patrizio. Oltre al fatto che sospettava esservi la sua ispirazione dietro i provvedimenti legislativi di Valentiniano tendenti a ridurne i privilegi, esso &#8211; o almeno la sua componente pi\u00f9 fanatica e intollerante &#8211; era rimasto scandalizzato dagli atteggiamenti di benevola neutralit\u00e0 nei confronti del paganesimo, ostentati dal potente ministro.<\/p>\n<p><strong>3. CONGIURA E ASSASSINIO DI EZIO.<\/strong><\/p>\n<p>Tutte queste fazioni e questi interessi si coagulavano presso la corte, ove Valentiniano, sempre pi\u00f9 messo alle strette da Ezio per il progettato matrimonio di Gaudenzio con Placidia, cominciava a considerare la morte del suo generale come la sola possibilit\u00e0 di liberarsi dalla sua opprimente tutela. I pretesti costituzionali non mancavano: per due volte., nel 425 e nel 433, Ezio si era servito di eserciti unni per minacciare l&#8217;Italia e ricattare l&#8217;imperatore, rendendosi colpevole &#8211; di fatto &#8211; del delitto di alto tradimento. Solo la debolezza del governo e lo scadimento dell&#8217;autorit\u00e0 imperiale avevano potuto lasciarlo impunito. Ormai, dopo la scomparsa del pericolo uuno, Ezio doveva apparire a Valentiniano non solo inutile, ma addirittura un serio ostacolo per la progettata alleanza con Genserico. Se, poi, realmente l&#8217;imperatore pensasse di poter controbilanciare la crescente potenza continentale dei Visigoti, saldamente insediati in Gallia e Spagna, con quella marittima dei Vandali, padroni del Nord Africa, \u00e8 un&#8217;altra questione.<\/p>\n<p>Valentiniano, inoltre, ben sapeva che il trono di Ravenna non sarebbe mai andato a un futuro erede di Eudocia e Unnerico, stante l&#8217;implacabile pregiudizio anti-germanico del Senato; e, di conseguenza, se il matrimonio di Gaudenzio con Placidia avesse avuto luogo, esso sarebbe inevitabilmente toccato, dopo la sua morte, al figlio di Ezio. La sua stessa vita, forse, dopo quel matrimonio, non sarebbe pi\u00f9 stata sicura: questo, probabilmente, gli sussurravano all&#8217;orecchio uomini come il senatore Massimo.<\/p>\n<p>Dunque, occorreva eliminare il patrizio prima che fosse troppo tardi, ma, come gi\u00e0 Galla Placidia nel 430, dopo l&#8217;assassinio di Felice, Valentiniano non disponeva di alcuna forza militare &quot;sicura&quot; per conseguire tale obiettivo. Far ricorso alle ultime unit\u00e0 romane, ammesso che ve ne fossero, sarebbe stato imprudente, e avebbe pouto scatenare una guerra civile emtro l&#8217;esercito, provocando la reazione dei contingenti barbarici devoti al patrizio. Inoltre quest&#8217;ultimo si muoveva sempre accompagnato da un corpo di fedelissimi <em>buccellarii<\/em>, e l&#8217;unico luogo in cui sarebbe stato possibile sorprenderlo da solo era, naturalmente, l&#8217;interno del palazzo imperiale. Valentiniano, se &#8211; come noi crediamo &#8211; premedit\u00f2 l&#8217;eliminazione di Ezio, dovette giungere inevitabilmente a una tale conclusione. Oltre al fatto che solo dentro il sacro <em>palatium<\/em> il generale avrebbe dovuto congedare la scorta, rimanendo vulnerabile, un&#8217;azione del genere avrebbe potuto prevenire lo scoppio di lotte intestine in seno all&#8217;esercito, lasciandolo al di fuori del complotto. Rimangono comunque dei problemi insoluti riguardo alla preparazione della congiura e, in particolare, non risulta chiaro perch\u00e9 Valentiniano abbia deciso di agire di persona, assumendosi dei rischi politici e personali non necessari.<\/p>\n<p>Il 21 settembre del 454 Ezio si rec\u00f2 al palazzo imperiale, in Roma, per discutere con l&#8217;imperatore di questioni riguardanti il tesoro. Non \u00e8 ben chiaro se il patrizio, fidando eccessivamente nel proprio potere, ne abbia profittato per tornare ad insistere, con toni insolenti, sul matrimonio di Gaudenzio, o se Valentiniano, gi\u00e0 deciso a eliminarlo, lo abbia provocato deliberatamente. Sta di fatto che la discussione fra i due, facendosi via via pi\u00f9 accesa, sfoci\u00f2 in un diverbio, e a un tratto l&#8217;imperatore, accusando il suo ministro di tradimento, sguain\u00f2 la spada e lo trafisse; l&#8217;eunuco Eraclio lo colp\u00ec a sua volta. Ezio, colto del tutto alla sprovvista, senza quasi avere il tempo di comprendere quel che stava accadendo, cadde esanime ai loro piedi.<\/p>\n<p>Questa fu la fine del <em>patricius<\/em>, e la critica moderna si trova tuttora divisa nel giudicare la sua figura e la sua opera, come lo furono a suo tempo i contemporanei. Essa gli riconosce quasi unanimemente grandi capacit\u00e0 politiche e soprattutto militari e, per quanto sorga spontaneo un parallelo con la morte di Stilicone nel 408, decapitato per ordine di Onorio, un attento esame delle circostanze della sua vita e della sua morte sottolineano le profonde differenze tra i due uomini. Stilicone appare pi\u00f9 fedele alla memoria di Teodosio, pi\u00f9 leale nei confronti dello Stato, tanto che and\u00f2 incontro alla morte quando ancora avrebbe potuto difendersi, pur di scongiurare una rivolta dell&#8217;elemento militare germanico. Ezio sembra essere stato pi\u00f9 pragmatico e forse anche cinico, non perse mai di vista il proprio interesse e non esit\u00f2 ad anteporlo all&#8217;integrit\u00e0 dell&#8217;Impero. L&#8217;impressione \u00e8 che Ezio stia proprio nel mezzo &#8211; e non solo cronologicamente &#8211; fra Stilicone, il barbaro &quot;idealista&quot; e innamorato della romanit\u00e0, e Ricimero, il barbaro che gioc\u00f2 con gli ultimi imperatori dellOccidente, manovrandoli come tanti burattini e gettandoli via quando non servivano pi\u00f9 ai suoi scopi.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 indubbio che l&#8217;energia e il prestigio di Ezio contribuirono a sostenere l&#8217;Impero d&#8217;Occidente in un periodo difficilissimo, concedendo ai suoi logori meccanismi un supplemento di vita. Sia pure con una certa enfasi retorica, il filosofo e storico scozzese David Hume ha espresso un giudizio che la maggior parte degli studiosi moderni ha sostanzialmente confermato: &quot;Reggeva a quei tempi, valoroso e magnanimo, Ezio patrizio le vacillanti reliquie dell&#8217;Impero, e faceva fra i Romani degenerati risorgere lo spirito e la disciplina degli avi.&quot; (6)<\/p>\n<p>Una volta compiuto l&#8217;assassinio, Valentiniano non volle dar segno di debolezza cercando di nasconderlo, anzi fece esporre il corpo di Ezio nel Foro, quasi per ammonire i suoi seguaci desiderosi di vendicarlo; quindi convoc\u00f2 il Senato per esporre personalmente la sua versione dei fatti. Segu\u00ec un&#8217;ondata di arresti ed esecuzioni fra gli amici dell&#8217;estinto, che non risparmi\u00f2 lo stesso prefetto del pretorio d&#8217;Italia, Boezio (nonno del celebre filosofo). Quindi vennero spedite ambascerie presso i vari popoli barbari per spiegare che nessun cambiamento di politica estera era nei programmi del governo romano &#8211; cosa che dimostrava, indirettamente, quanto grande fosse stato il ruolo esercitato da Ezio nelle relazioni con i potentati germanici. I Visigoti accolsero con stupore la notizia dell&#8217;uccisione del generale, e con un certo disprezzo quegli approcci diplomatici che nascevano dalla debolezza e dal timore di una corte imbelle; Genserico, invece, con palese soddisfazione. Ora che che era scomparso l&#8217;uomo che a lungo si era opposto al matrimonio di Eudocia con Unnerico, eccellenti relazioni potevano essere ristabilite, e un immediato riflesso di questo nuovo corso fu la concessione dei Vandali ariani ai cattolici d&#8217;Africa di eleggersi un proprio vescovo a Cartagine.<\/p>\n<p>Anche sul piano interno, Valentiniano si trov\u00f2 a dover affrontare una situazione estremamente delicata e pericolosa. La scomparsa dell&#8217;uomo che aveva tenuto insieme, con infaticabile energia, gli ultimi resti della sovranit\u00e0 imperiale in Occidente, provoc\u00f2 degli immediati contraccolpi tanto in Gallia che in Spagna. In Dalmazia, il conte Marcellino, fedele partigiano del defunto, dissociava i propri destini da quelli dello Stato e assumeva una condotta di completa indipendenza. Infine nella stessa Roma i seguaci del defunto covavano la vendetta, mentre l&#8217;ambizioso Massimo, che nella congiura aveva avuto un ruolo importante bench\u00e8 oscuro, si dava da fare per succedergli nel patriziato presentale. Ma Valentiniano, dopo essersi sbarazzato di Ezio, non aveva alcun desiderio di concedere troppo potere a un nuovo generale (per quanto verosimilmente poco temibile, poich\u00e9 Massimo non godeva di alcun ascendente fra le truppe), e prefer\u00ec assumere personalmente il comando dell&#8217;esercito.<\/p>\n<p>La mossa successiva del sovrano fu quella di tentare una riconciliazione con il &quot;partito&quot; dello scomparso, e in quest&#8217;ottica bisogna interpretare sia il richiamo di Maioriano, sia il progetto di dare in sposa a quest&#8217;ultimo la figlia Placidia &#8211; progetto rinverdito dopo un periodo di obl\u00eco. Valentiniano, per lo meno, si rendeva conto della impossibilit\u00e0 di sopprimere tutti i partigiani di Ezio, dato che essi costituivano la maggioranza in seno all&#8217;esercito. Intenzionato a esercitare di fatto le prerogative del comando supremo, voleva mostrare di non aver paura di possibili vendette, e in tal modo sperava di conquistarsi il rispetto dei soldati. Coraggio ne aveva, forse anche troppo, dal momento che spinse questa politica fino al punto di ammettere nel proprio seguito personale alcuni fedeli <em>buccellarii<\/em> dell&#8217;estinto. Uno studioso americano ha giudicato che quesata decisone pu\u00f2 essergli apparsa, nonostante tutto, sotto la luce di &quot;un rischio calcolato&quot;. (7)<\/p>\n<p>Ma come ammettere che Valentiniano, da tanti storici considerato &quot;inetto a vivere e a pensare da solo&quot; (8), e anzi probabilmente &quot;ozioso, irresponsabile e dissoluto&quot; (9), fosse capace di un proprio disegno politico e di una indubbia dose di coraggio personale? Ecco dunque che la presenza degli ex <em>buccellarii<\/em> di Ezio al seguito dell&#8217;imperatore viene spiegata (ad esempio, dal Gibbon) in termini d&#8217;imprudenza, dovuta al fatto che Valentiniano &quot;supponeva che ogni animo umano fosse come il suo, privo di amicizia e di gratitudine.&quot; (10) E come nel caso del viaggio a Roma del sovrano nel 452, quando Attila aveva invaso l&#8217;Italia, interpretato come un fuga (mentre \u00e8 quasi certo il contrario), cos\u00ec anche ora il Gregorovius fa puntualmente eco alle accuse del Gibbon: &quot;Un sintomo rivelatore dell&#8217;ottuso dispotismo di Valentiniano \u00e8 il fatto che, dopo aver assassinato Ezio, egli prese al proprio servizio gran parte dei servitori di lui. Mostrando a questi barbari di non avere alcuna fiducia in loro e di ritenerli assolutamente incapaci di nobili sentimenti, ne fer\u00ec profondamente l&#8217;amor proprio e li spinse a una sanguinosa vendetta.&quot; (11)<\/p>\n<p>La situazione, a Roma e in Italia, doveva essere satura di tensione. Mentre le truppe germaniche e quella parte dell&#8217;aristocrazia senatoria che era rimasta fedele a Ezio incominciavano ad agitarsi, la gravit\u00e0 del gesto compiuto dall&#8217;imperatore produceva una spaccatura nelle file stesse del partito nazionalista romano. Quella che potremmo chiamare l&#8217;ala moderata, sgomenta per l&#8217;enormit\u00e0 del fatto e convinta che, in Occidente, una politica apertamente anti-germaica fosse ormai irrealistica, si distaccava dalla fazione pi\u00f9 estremista. Forse a ci\u00f2 \u00e8 da imputarsi il fatto che Maioriano, il suo maggior rappresentante, non cerc\u00f2 di approfittare della situazione per spingere Valentiniano a concedergli ci\u00f2 che sarebbe stato forse possibile, cio\u00e8 la co-reggenza dell&#8217;Impero o, almeno, il grado di <em>magister militum.<\/em> L&#8217;ala pi\u00f9 accesamente nazionalista, d&#8217;altra parte, doveva esser giunta alla conclusione che l&#8217;eliminazione di Ezio aveva peggiorato la sua posizione, rivelando tutta la sua impotenza. Quanto al suo occulto regista, Petronio Massimo, rimasto deluso nelle sue smodate ambizioni e timoroso di venir soppiantato da Maioriano, incomincoiava a rendersi conto dell&#8217;aumentata debolezza del governo e, quindi, ad accarezzare la possibilit\u00e0 di un audace colpo di mano per impadronirsene.<\/p>\n<p><strong>4. CONGIURA E ASSASSINIO DI VALENTINIANO.<\/strong><\/p>\n<p>Prese corpo in tal modo una seconda congiura, animata dallo stesso Massimo e da una parte del Senato e affidata, per quel che riguardava l&#8217;aspetto materiale, ai fedeli ex <em>buccellarii<\/em> di Ezio. A questo punto s&#8217;inserisce il famoso racconto di Procopio di Cesarea, che tanto peso ha avuto nella valutazione degli storici moderni e che merita, perci\u00f2, un attento esame. Nel suo <em>De Belllo Vandalico<\/em> lo storico bizantino afferma che Massimo concep\u00ec l&#8217;idea del regicidio perch\u00e9 Valentiniano ne aveva vilolentata la moglie, e che l&#8217;uccisione di Ezio, da lui considerato il principale ostacolo ai propri piani, non fu che la prima parte dell&#8217;attuazione della sua vendetta. Massimo, quindi, per ragioni assolutamente private, concep\u00ec il disegno di uccidere il sovrano e di prenderne il posto; e volle per prima cosa indurlo a sbarazzarsi di Ezio, che a suo avviso ne era il pi\u00f9 valido sostenitore. L&#8217;aneddoto pu\u00f2 meritare la stessa attenzione di tanti altri riportati dallo storico dell&#8217;et\u00e0 giustinianea, e cio\u00e8 ben poca; gli stessi particolari salaci e fin troppo ingegnosi sanno pi\u00f9 di romanzo che di storia. Procopio, infatti, narra che Valentiniano, vinta al gioco a Massimo una forte somma, si fece dare in pegno da questi l&#8217;anello che gli sarebbe poi servito per attirare l&#8217;ignara matrona a palazzo, e violentarla. Strano ma vero, questa tradizione romanzesca ha trovato un&#8217;eco favorevole e pressoch\u00e9 unanime fra gli storici non solo antichi, ma anche moderni: anzi \u00e8 servita di base per arguire che Valentiniano, essendo un debosciato, evidentemente aveva commesso gi\u00e0 altre azioni del genere, e quindi la congiura ordita contro di lui aveva trovato un terreno favorevole fra i senatori, molti dei quali avevano da lamentare analoghi torti da parte del vizioso imperatore. (12) Dunque, sulla base di un&#8217;esile e pi\u00f9 che dubbia tradizione, posteriore ai fatti di circa un secolo, si \u00e8 voluto generalizzare il comportamento dissoluto dell&#8217;imperatore, costruendo un improbabile castello di arbitrarie supposizioni, che \u00e8 stato tramandato acriticamente, e quasi universalmente accettato. Non \u00e8 qui il caso, naturalmente, di riaprire la vecchia questione intorno alla liceit\u00e0 dei giudizi morali in sede storiografica. Qui ci limiteremo ad osservare che, se i costumi sessuali di Valentiniano III erano dissoluti, ci\u00f2 potrebbe interessare lo storico solo incidentalmente, nel caso cio\u00e8 che abbia relazioni dirette e provate nella sfera politica. \u00c8 chiaro che Procopio voleva screditare la dinastia di Teodosio in Occidente, e il suo pettegolezzo pruriginoso ha raggiunto un successo quale forse lui stesso non avrebbe osato immaginare.<\/p>\n<p>Quanto a Petronio Massimo, l&#8217;esser riuscito a utilizzare quale strumenti delle proprie ambizioni proprio dei vecchi seguaci di Ezio (cio\u00e8 degli uomini che avrebbero dovuto riconoscere in lui il principale istigatore dell&#8217;assassinio del loro capo) fu un vero capolavoro di abilit\u00e0 e spregiudicatezza; anche se, nel giudicare le circostanze favorevoli alla propria usurpazione, commise un grossolano errore. Se, infatti, Valentiniano aveva commesso un&#8217;imperdonabile imprudenza uccidendo Ezio di propria mano, dal momento che i <em>buccellarii<\/em> dell&#8217;estinto non nutrivano alcun sentimento di fedelt\u00e0 dinastica, ma solo una cieca fedelt\u00e0 personale al loro padrone, Massimo non seppe valutare l&#8217;importanza rappresentata dalla continuit\u00e0 dinastica della casa teodosiana. Non si rese conto che, recidendo l&#8217;ultimo anello della legittima dinastia, che da decenni aveva rappresentato un fattore di stabilit\u00e0 in mezzo a tanti turbamenti, avrebbe recato lui stesso un colpo decisivo all&#8217;edificio, del quale contava impadronirsi come nuovo sovrano.<\/p>\n<p>Valentiniano aveva preferito come sua residenza l&#8217;ancor fastosa Roma alla malinconica Ravenna, manifestando apertamente la sua simpatia per la vecchia capitale, ove gi\u00e0 negli anni precedenti aveva soggiornato pi\u00f9 volte. Il 16 marzo del 455 egli stava assistendo, col suo seguito, alle esercitazioni militari delle truppe presso la villa chiamata <em>ad duas Lauros,<\/em> non lungi da Roma. Improvvisamente due <em>buccellarii<\/em> germanici, Opitla e Traustila, sguainarono le spade e lo stesero morto insieme all&#8217;eunuco Eraclio, senza che n\u00e9 le truppe, n\u00e9 il numeroso seguito accennassero la sia pur minima reazione. Tale fu la fine dell&#8217;ultimo imperatore romano della dinastia di Teodosio il Grande (anche Pulcheria era morta, due anni prima), all&#8217;et\u00e0 di trentasei anni; con la sua scomparsa, l&#8217;ultima fase della catastrofe imperiale sub\u00ec una precipitosa accelerazione.<\/p>\n<p>Dopo la morte di Valentiniano III, esistevano diversi candidati alla successione, e fra tutti spiccava il nome di Maioriano, che ai propri meriti personali poteva aggiungere il favore di cui aveva sempre goduto presso la famiglia imperiale, e anche la stima di Ezio prima dell&#8217;incidente che li aveva allontanati. Ma l&#8217;ambizioso Massimo, l&#8217;artefice della doppia congiura, riusc\u00ec a battere tutti sul tempo: poich\u00e9 disponeva di immense ricchezze con le quali ingraziarsi le truppe, esse l&#8217;indomani del regicidio lo acclamarono imperatore in Roma (17 marzo 455).<\/p>\n<p>Bench\u00e9 non pi\u00f9 giovane (era nato nel 396 e aveva, dunque, cinquantanove anni), Massimo aveva alle spalle una carriera fortunatissima di cui vantarsi: era stato <em>comes sacrarum largitionum<\/em> (nel 415, non ancora ventenne), e prefetto di Roma (420) sotto Onorio; poi console (433), prefetto del pretorio d&#8217;Italia (439-441), nuovamente console e infine patrizio. A tutto questo poteva aggiungere l&#8217;appartenenza alla nobilissima <em>gens<\/em> Anicia, una delle pi\u00f9 in vista dell&#8217;Urbe. Egli, inoltre, non era privo di senso politico e, se commise un errore sottovalutando la continuit\u00e0 dinastica rappresentata da Valentiniano, cerc\u00f2 di rimediarvi imparentandosi egli stesso con la famiglia imperiale. Non solo egli (rimasto, nel frattempo, opportunamente vedovo) costrinse la vedova di Valentiniano a sposarlo, contro sua voglia, ma costrinse anche la figlia minore di Eudossia, Placidia, gi\u00e0 fidanzata con il figlio di Ezio, a promettersi a suo figlio Palladio, da lui associato all&#8217;impero col titolo di Cesare (secondo un&#8217;altra versione, volle fidanzare Palladio con Eudocia, la sposa promessa del vandalo Unnerico).<\/p>\n<p><strong>5. IL SACCO VANDALICO DI ROMA.<\/strong><\/p>\n<p>Il regno di Petronio Massimo, comunque, fu uno dei pi\u00f9 brevi nella storia dell&#8217;Impero Romano. Esso non dur\u00f2 neppure due mesi e mezzo, durante i quali il nuovo imperatore ebbe tuttavia il tempo di rimpiangere amaramente la gravit\u00e0 del passo che aveva compiuto. Scomparso il genio politico e militare di Ezio con tutto il suo ascendente sugli irrequieti popoli barbari, scomparso Valentiniano con il prestigio della legittima discendenza dinastica, Massimo non era in grado di rimpiazzare n\u00e9 l&#8217;una cosa, n\u00e9 l&#8217;altra. Egli si era attirato l&#8217;avversione dell&#8217;ala moderata del partito nazionalista, soppiantando Maioriano, senza essere riuscito a conciliarsi il favore dei seguaci di Ezio, cui l&#8217;mpunit\u00e0 concessa ai regicidi era giustamente apparsa sintomo di estrema debolezza, piuttosto che manifestazione di generosit\u00e0 politica. Quanto alla parte pi\u00f9 accesa del partito anti-germanico, essa di l\u00ec a poco avebbe fornito la prova provata della propria penosa impotenza, e gi\u00e0 nel clima d&#8217;incertezza e di tensione regnante nell&#8217;Urbe si stava dimostrando incapace di tenere saldamente in pugno la situazione. Massimo diede ancora una volta prova di abilit\u00e0 e intelligenza scegliendo Eparchio Avito, il vecchio generale di Ezio che tanto spesso aveva trattato con il potente regno visigoto, quale <em>magister militum per Gallias<\/em>; ma non riusc\u00ec a stabilire rapporti amichevoli con l&#8217;altro grande regno barbarico, quello vandalico. Egli avrebbe voluto che il progettato matrimonio fra Eudocia e Unnerico (o fra Pulcheria e Unnerico) non subisse ostacoli, ansioso di non inimicarsi Genserico in un momento in cui l&#8217;Italia appariva incapace di resisterea a un altro grande attacco in forze della flotta vandalica, com&#8217;era stato quello del 440. Ma Genserico aveva ben altri piani: egli sperava forse di poter insediare un proprio fantoccio sul trono dell&#8217;Occidente, e, dichiarando che con le morti di Ezio e di Valentiniano veniva a cessare ogni validit\u00e0 dei precedenti trattati con l&#8217;Impero, procedette ad occupare senza indugio le restanti province romane del Nord Africa ancora sottoposte al governo romano. Non solo: allest\u00ec una grande flotta per salpare contro l&#8217;Italia che, uscita al porto di Cartagine, occup\u00f2 con facilit\u00e0 la Sardegna e la Corsica; quindi si diresse velocemente verso la foce del Tevere, ove si present\u00f2 nel maggio del 455, con immenso terrore dei Romani.<\/p>\n<p>Ha scritto lo storico Charles Dufay: &quot;Le sentinelle romane, nello scorgere le prime vele, pensarono ad un assalto piratesco, proveniente, com&#8217;era logico, dalla vicina Sardegna. Stavano per precipitarsi gi\u00f9 dalle loro torri d&#8217;osservazione, ansiose di segnalare l&#8217;imminente pericolo, quando il loro occhio fiu attratto dal moltiplicarsi continuo e impressionante delle vele che riempivano via via l&#8217;orizzoonte. Atteriti, quasi increduli di ci\u00f2 che vedevano, paralizzati dalla paura e dallo stupore, videro le acque coprirsi di navi sin dove poteva giungere lo sguardo: centinaia e centinaia di triremi, dalle quali poi si staccavano le scialuppe colme di biondi guerrieri vocianti, di macchine belliche, di cavalli, di carri. Riconobbero le insegne vandaliche e il terrore si tramut\u00f2 nella fredda certezza della morte senza scampo, mentre i barbari a frotte prendevano terra e correvano all&#8217;impazzata dalla riva verso l&#8217;interno.<\/p>\n<p>&quot;Un&#8217;ora pi\u00f9 tardi Porto fumava e fiammeggiava nel sole del mattino. Le sue strade e le sue piazze erano cosparse di cadaveri orribilmente squartati e sventrati. Tutti gli uomini capaci di portare le armi erano stati passati a fil di spada. Le donne a centinaia, riunite sotto i portici degli edifici pubblici, attendevano di venir imbarcate come schiave. Molte di loro con i bambini in braccio o per mano che piangevano terrorizzati. Alcune di quelle donne, con le vesti a brandelli, recavano i segni delle violenze innominabili che avevano dovuto subire. Qualcuna quae l\u00e0 urlava e si dibatteva, trattenuta dalle compagne, in preda ad una crisi isterica; ma tutte le altre tacevano come inebetite e stravolte, oppresse dall&#8217;improvvisa sciagura che n\u00e9 lacrime n\u00e9 parole potevano ridire. Alcuni Vandali le tenevano a bada, mentre i loro compagni radunavano i cavalli, il bestiame, le scorte di cibo, e andavano di casa in casa predando e fracassando tutto ci\u00f2 che non portavano via.<\/p>\n<p>&quot;Si trattava delle sole avanguardie dell&#8217;esercito vandalico, il cui grosso stava ancora sbarcando sul litorale, sotto lo sguardo attento di Genserico che si era fatto accomodare un sedile, una specie di trono d&#8217;avorio, d&#8217;ebano e d&#8217;oro con ricche pelli, in un luogo sopraelevato.&quot; (13)<\/p>\n<p>Ormai la situazione stava precipitando: Massimo, che non era in grado di organizzare alcuna difesa, cerc\u00f2 di fuggire ma venne lapidato per le strade dalla folla inferocita, e il suo cadavere straziato gettato nel Tevere (31 maggio 455). Mentre i Vandali, sbarcati a Portus insieme a contingenti berberi e avanzavano verso Roma, la popolazione, paralizzata dal terrore, sembrava incapace sia di armarsi che di fuggire. Pertanto fu un&#8217;ambasceria del tutto inerme quella che and\u00f2 incontro all&#8217;invasore: la guidava, come gi\u00e0 nel 452 al campo di Attila, papa Leone, vegliardo armato solo della propria autorit\u00e0 spirituale. Questa volta, a differenza di tre anni prima, sembra che il Senato non abbia avuto parte nella sua organizzazione. In mezzo al crescendo delle invasioni barbariche e delle pubbliche calamit\u00e0, il prestigio della chiesa saliva tanto rapidamente, quanto quello dell&#8217;Impero toccava il punto pi\u00f9 basso.<\/p>\n<p>Significativamente, questa volta nessuna leggenda di apparizioni miracolose o di terrori ultraterreni fior\u00ec intorno al colloquio del pontefice con l&#8217;astutissimo e spregiudicato Genserico. Tuttavia, se Leone non riusc\u00ec a preservare il suo gregge dalla terribile sciagura del saccheggio, egli ottenne almeno dal re vandalo la promessa di non portare l&#8217;incendio entro le mura della citt\u00e0 e di non spargere il sangue della popolazione che non avesse opposto resistenza.<\/p>\n<p>E il 2 giugno 455, quarantacinque anni dopo il sacco di Alarico, i Vandali per la Via Portuense irrompevano nell&#8217;Urbe, abbandonandosi a un saccheggio feroce e sistematico. Nessun timore di punizioni divine turb\u00f2 l&#8217;animo di Genserico; e se i Visigoti &quot;avevano infuriato per soli tre giorni cercando di portar via da Roma il maggior bottino possibile ed erano poi rimasti turbati dalla loro stessa impresa, i Vandali, al contrario, depredarono la citt\u00e0 impunemente e in piena tranquillit\u00e0, poich\u00e9 Genserico concesse loro ben quattordici giorni di saccheggio.&quot; (14) Furono due settimane interminabili, eterne per la miseranda popolazione romana, e se \u00e8 vero che i Vandali non distrussero, a quanto pare, i monumenti della citt\u00e0, non dovettero per\u00f2 mancare le scene di sfrenata violenza, tanto pi\u00f9 che gli ariani Germani e i Berberi pagani non nutrivano per la religione cattolica lo stesso rispetto manifestato a suo tempo da Alarico (e che lo aveva spinto a risparmiare tutti coloro che si erano rifugiati nelle chiese). Essi si diedero a spogliare sistematicamente la citt\u00e0 di tutte le sue ricchezze e caricarono sulle loro navi, fra l&#8217;altro, le spoglie del Tempio di Gerusalemme, che Tito aveva portato a Roma al tempo del suo trionfo, le statue del Tempio di Giove in Campidoglio, e perfino le tegole di bronzo del suo tetto. &quot;Gli infelici romani dovettero credere che i predoni beduini della terra di Giugurta e le trib\u00f9 germaniche dei Vandali volessero frugare nelle viscere stesse della loro citt\u00e0.&quot; (15)<\/p>\n<p>Infine il 16 giugno, carichi di bottino, i Vandali lasciarono l&#8217;Urbe desolata e s&#8217;imbarcarono sulle loro navi, diretti a Cartagine. Trascinavano seco, insieme a migliaia di prigionieri d&#8217;ambo i sessi, l&#8217;imperatrice Eudossia, le sue figliole Eudocia e Placidia, e il figlio di Ezio, Gaudenzio. Ma, dal punto di vista politico, l&#8217;impresa di Genserico era stata sterile: egli costrinse bens\u00ec l&#8217;infelice Eudocia a sposare Unnerico, e marit\u00f2 Placidia al nobile romano Anicio Olibrio (pensando, eventualmente, di potersi servire in seguito di quest&#8217;ultimo), ma non fu poi di fatto in grado di sostenere le pretese all&#8217;Impero d&#8217;Occidente n\u00e9 per l&#8217;uno, n\u00e9 per l&#8217;altro. Quel che aveva fatto era stato troppo grave per potersi inserire ancora nel gioco della successione romana; non gli restava che continuare la sua carriera di predone.<\/p>\n<p><strong>6. LA QUESTIONE DELL&#8217;INVITO DI EUDOSSIA A GENSERICO.<\/strong><\/p>\n<p>Un&#8217;ultima questione ci rimane da esaminare in relazione al sacco vandalico di Roma. Il fatto che Genserico avesse varato la spedizione contro la citt\u00e0 in veste quasi di vendicatore di Valentiniano (futuro suocero d\u00ec suo figlio); e, pi\u00f9 ancora, la tendenza, da p arte dei contemporanei oppressi da tante sciagure, a &quot;personalizzare&quot; l&#8217;origine dei propri mali, diedero luogo alla tradizione che il re vandalo fosse sbarcato a Portus dietro un esplicito, bench\u00e9 segreto, invito della stessa Augusta, Licinia Eudossia.<\/p>\n<p>Nella storiografia del V secolo, di fatto, era assai diffusa la tradizione degli &quot;inviti&quot; per spiegare le calamit\u00e0 dell&#8217;Impero. Stilicone avrebbe &quot;invitato&quot; Vandali, Alani e Burgundi oltre il Reno nel 406; Bonifacio, i Vandali in Africa nel 429; Onoria avrebbe invitato Attila nel 450. \u00c8 interessante notare come questo tipo d&#8217;interpretazione storica si diffondesse fino agli angoli pi\u00f9 remoti del mondo antico in rovina, un analogo invito venne immaginato dai Britanni per spiegare l&#8217;invasione dei Sassoni nella loro isola, infiorato con il solito aneddoto di amori pericolosi di regali personaggi. (16) In particolare, la versione di un invito femminile che causa lutti e disastri per l&#8217;intera societ\u00e0 sembra coniugarsi con una certa misoginia degli scrittori cristiani di quest&#8217;epoca (risalente forse a una intrpretazione letteralistica del racconto della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, ove la donna sembra la maggior colpevole) nonch\u00e9 con il maschilismo &#8211; se cos\u00ec possiamo chiamarlo, <em>ante litteram<\/em> &#8211; delle societ\u00e0 germaniche in via di integrazione culturale con la civilt\u00e0 di Roma.<\/p>\n<p>Tipico il caso del supposto &quot;invito&quot;, riferito da Paolo Diacono, della longobarda Romilda, vedova del duca Gisulfo, al re degli Avari, Cacano, durante l&#8217;assedio di Cividale del Friuli, nel 610. Lo citiamo per esteso, perch\u00e9 emblematico della tendenza succitata:<\/p>\n<p><em>&quot;Il loro re Cacano, mentre se ne andava armato attorno alle mura con gran seguito di cavalieri per vedere da che parte potesse pi\u00f9 agevolmente espugnare la citt\u00e0, fu visto da Romilda che stava sulle mura, ed essendo fiorente per l&#8217;et\u00e0 giovanile, la infame meretrice fu presa da concupiscenza, e gli mand\u00f2 a dire per mezzo di un messaggero che se l&#8217;avesse presa in moglie gli avrebbe consegnato la citt\u00e0 con tutti quelli che c&#8217;erano. Udendo ci\u00f2 con maligno inganno il re barbaro promise che avrebbe fatto ci\u00f2 che gli aveva chiesto e giur\u00f2 che l&#8217;avrebbe sposata. Ella senza indugio aperse le porte della citt\u00e0 e per disgrazia sua e di tutti quelli che c&#8217;erano fece entrare il nemico. Entrano gli Avari col loro re e devastano e rubano tutto ci\u00f2 che trovano.&quot;<\/em> (17)<\/p>\n<p>Inutile aggiungere che il crudele \u00e0varo non mantenne la parola data, anzi inflisse alla sventurata duchessa la pena pi\u00f9 atroce:<\/p>\n<p>&quot;<em>In quanto a Romilda, che era stata la causadi tutto, per una notte si ebbe dal re degli Avari, secondo il giuramento che le aveva fatto, una specie di matrimonio, infatti la consegn\u00f2 a dodici Avari che per tutta una notte, alternandosi al suo posto, la possedettero carnalmente. Dopo di che il re ordin\u00f2 che fosse piantato un palo in mezzo al campo, ve la fece infiggere sulla cima e per soprappi\u00f9 la schern\u00ec dicendo: &#8216;\u00c8 giusto che tu abbia un tale marito&#8217;. Cos\u00ec la malvagia traditrice della patria ebbe questa fine, essa che segu\u00ec piuttosto la sua libdine che la salvezza dei cittadini e dei familiari.&quot;<\/em> (18)<\/p>\n<p>Ma un critico contemporaneo, giustamente, si \u00e8 domandato: &quot;Dobbiamo credere a tutto quello che qui racconta Paolo Diacono e le cose sono proprio andate in questo modo? Non vi \u00e8 dubbio che la distruzione della citt\u00e0 [di Cividale] da parte degli Avari fu completa. (&#8230;) Invece mi sento di sollevare molti dubbi sul tradimento di Romilda e sui motivi che lo determinarono. La duchessa, lo dice Paolo, aveva otto figli, dunque non doveva essere proprio giovanetta; inoltre aveva perduto da pochi giorni il marito e si trovava con la sua gente tagliata fuori da ogni aiuto. Le cose poi non dovevano andare troppo bene a Cividale, presa alla sprovvista dall&#8217;improvvisa incursione degli Avari, tanto che Giuslfo era riuscito a raccogliere solamente pochi dei suoi. Infine, con che forze si poteva difendere la citt\u00e0 e quanto era possibile resistere all&#8217;assediante? Questi pensieri certo dovettero passare per la mente di Romilda che probabilmente fu portata a scegliere il male minore: arrendersi al nemico a discrezione chiedendogli clemenza per s\u00e9 e per i suoi. Gli Avari accettarono il patto, diedero la parola che poi non mantennero e fu la distruzione per la citt\u00e0, la fine per gli abitanti e per Romilda. Viste cos\u00ec le cose, il tradimento della duchessa e soprattutto il motivo che lo determin\u00f2 diventano assai discutibili, anzi molto improbabili. Ed allora perch\u00e8 questa recisa presa di posizione di Paolo nei riguardi di Romilda? Lo storico si rifece molto probabilmente a quel &#8216;ciclo di leggendari racconti&#8217;, come dice il Leicht, che aveva ascoltato quand&#8217;era ancor ragazzo, aggiungendovi qualcosa di suo, almeno la dura riprovazione e il commento.(&#8230;) Cos\u00ec si trov\u00f2 la scusa del disastro e del poco onorevole comportamento di tanti Longobardi nella passione peccaminosa di Romilda ed il tradimento giustific\u00f2 la sconfitta, come accade da sempre.&quot; (19)<\/p>\n<p>Ma, tornando a Genserico e al sacco vandalico di Roma, si potrebbe giustamente obiettare &#8211; come \u00e8 stato fatto &#8211; che la questione della veridicit\u00e0 dell&#8217;invito di Eudossia a Genserico ha, dopo tutto, un interesse relativo per la comprensione di quegli avvenimenti. Nondimeno sar\u00e0 interessante soffermarsi brevemente su questo problema, non foss&#8217;altro che percercar di capire come tanti autori moderni abbiano potuto accettare a cuor leggero come veridica la tradizione.<\/p>\n<p>Le fonti relative all&#8217;&quot;invito&quot; sono due, Giovanni Antiocheno e Idazio, ed entrambe, per la verit\u00e0, lo riportano in forma piuttosto vaga e senza assumersene la piena responsabilit\u00e0. Lo scrittore greco fornisce tre possibili spiegazioni per l&#8217;incursione vandalica a Roma, e cio\u00e8: 1) la &quot;buona occasione&quot; per aggredire l&#8217;Italia, essendo venuto meno, con la morte di Ezio e Valentiniano, l&#8217;impegno di Genserico al trattato del 442; 2) la notoria debolezza del nuovo governo di Petronio Massimo, e infine 3) &quot;dicono alcuni anche perch\u00e8 Eudossia, moglie di Valentiniano, lo aveva chiamato [Genserico] di nascosto, nel suo dolore per l&#8217;uccisione del marito e costrizione alle nozze.&quot; (20) Quanto a Idazio, questi si limita a riportare: &quot;Gaisericus sollicitatus a relicta Valentiniani ut mala fama dispergit.&quot; (21) N\u00e9 l&#8217;uno n\u00e9 l&#8217;altro, dunque, scrupolosamente volle assumersi in prima persona la responsabilit\u00e0 di tale tradizione.<\/p>\n<p>Ma ecco che Procopio, un secolo dopo, s&#8217;impadronisce del fatto e lo abbellisce, al solito, secondo i canoni della sua fantasiosa e salace aneddotica anti-teodosiana; e scrive che Massimo costrinse Eudossia a sposarlo, &quot;ma avendole confessato, tra&#8217; piaceri del talamo, che preso oltre misura di lei non seppe trattenersi dal vedovarla del marito, la matrona cui gi\u00e0 da gran pezzo non iva costui pi\u00f9 all&#8217;animo, esacerbossi maggiormente per le udite malvagit\u00e0, ed agogn\u00f2 vendicare il tradito consorte. Laonde appena dileguate le tenebre, mand\u00f2 frettolosamente a Cartagine, pregando Gizerico di accorrere a gastigare l&#8217;empio tiranno e dell&#8217;assassinio di Valentiniano e de&#8217; cattivi trattamenti cui soggiaceva ella stessa.&quot; (22)<\/p>\n<p>Ora per\u00f2 \u00e8 un fatto che, mentree Attila nel 450 aveva reclamato i propri diritti sull&#8217;Occidente facendosi forte dell&#8217;invito di Onoria, ed esibendo anzi come prova l&#8217;anello di lei, Genserico nel 455 non parl\u00f2 affatto di un invito di Eudossia. Al contrario, trascinando via prigioniera l&#8217;Augusta, con le sue due figlie, sembr\u00f2 smentire coi fatti che un tale invito ci fosse mai stato. Eppure quella tradizione &#8216;\u00e8 stata senz&#8217;altro accettata da storici del calibro di Machiavelli e di Gibbon, e ripresa, in tempi pi\u00f9 recenti, fra gli altri, dal Gabotto; messa in forse dal Gregorovius, \u00e8 stata pi\u00f9 o meno esplicitamente respinta dal Morosi, dal Romano e dal Solmi, dal Mazzarino e dall&#8217;Oost. Tuttavia quel che va detto, a conclusione della polemica, \u00e8 che Genserico &#8211; comuunque si vogliano interpretare le fonti &#8211; non aveva certo bisogno di alcun invito per varare la spedizione contro Roma. La debolezza dell&#8217;Impero di Occidente gli era nota ampiamente, e il timore di una rottura della vecchia alleanza stipulata con Valentiniano, unita alla semplice brama di saccheggio, dovettero fare il resto.<\/p>\n<p>Per molti, lunghi anni le tre donne &#8211; Eudossia e le figlie &#8211; langirono in prigionia nell&#8217;Africa vandalica; e tutte le insistenze dell&#8217;imperatore d&#8217;Oriente, Marciano, affinch\u00e9 si decidesse a rilasciarle, furono vane. Soltanto dopo la morte di Marciano, nel 462, il suo successore Leone ottenne il rilascio dell&#8217;infelice Eudossia e della figlia minore Placidia, che non tornarono in Italia ma si recarono direttamente a Costantinopoli. Quivi Placidia ritrov\u00f2 suo marito Anicio Olibrio, il futuro imperatore dell&#8217;Occidente (uno degli ultimi e dei pi\u00f9 effimeri), e gli diede una figlia, Anicia Juliana, attraverso la quale la famiglia di Teodosio il Grande sopravvisse ancora per diverse generazioni. Quanto a sua madre, Licinia Eudossia, dopo un&#8217;ultima notizia relativa al suo soggiorno a Costantinopoli, nulla pi\u00f9 sappiamo di lei, e la sua figura enigmatica svanisce nel completo silenzio. Sua madre (e nonna di Placidia), la dotta Atenaide, vedova di Teodosio il Giovane, mor\u00ec a Gerusalemme nel 460.<\/p>\n<p>La figlia primogenita di Valentiniano, Eudocia, era andata sposa a Unnerico e non era stata rilasciata insieme alla madre e alla sorella minore. Per diciotto anni ella dovette convivere con un uomo che detestava, il figlio di un re barbaro che aveva profanato Roma; finch\u00e9, nel 472, riusc\u00ec a fuggire avventurosamente e arriv\u00f2 a Gerusalemme. Nel silenzio di un ritiro quasi monastico fra i santi luoghi della sua religione, la sfortunata figlia di Valentiniano e di Eudossia consum\u00f2 il resto della sua vita, cercando di dimenticare le ferite del suo doloroso passato. Alla sua morte, ricevette sepoltura accanto alla nonna della quale portava il nome.<\/p>\n<p><strong>NOTE.<\/strong><\/p>\n<p>1)  ROBERTO CESSI, <em>La crisi imperiale degli anni 454-455 e l&#8217;incursione vandalica a Roma,<\/em> a cura della R. Soc. Romana di Storia Patria, 1917.<\/p>\n<p>2)  Cfr., ad es., GIUSEPPE MOROSI, <em>L&#8217;invito di Eudossia a Genserico. Studio critico,<\/em> Firenze, Le Monnier, 1882.<\/p>\n<p>3)  EDWARD GIBBON, <em>Decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano,<\/em> cap. XXXV; Milano, Newton &amp; C. (6 voll.), 1973, vol. 1, p. 375.<\/p>\n<p>4)  R. PARIBENI, <em>Da Diocleziano alla caduta dell&#8217;Impero d&#8217;Occidente<\/em>, Roma, 1941, p 273.<\/p>\n<p>5)  Cfr. ROBERTO CESSI, <em>Op. cit.<\/em><\/p>\n<p>6)  DAVID HUME, <em>Storia dell&#8217;Inghilterra<\/em>, trad. di A. Clerichetti, Milano, 1825, vol.1, p. 42.<\/p>\n<p>7)  STEWART IRVIN OOST, <em>Galla Placidia Augusta,<\/em> Chicago, 1968, p. 303.<\/p>\n<p>8)  R. PARIBENI, <em>Op. cit.,<\/em> p. 273.<\/p>\n<p>9)  A. HUGO M. JONES, <em>Il tardo Impero Romano (284-602 d. C.)<\/em>, Milano, Il Saggiatore (2 voll.), 1974, vol. 1, p. 225.<\/p>\n<p>10) E. GIBBON, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, p. 381.<\/p>\n<p>11) FERDINAND GREGOROVIUS, <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em>, lib. I, cap. VI, 1; Roma, Newton &amp; Compton ed. (6 voll.), 1974, vol. 1, p. 138.<\/p>\n<p>12) Cfr. ALBERTO GITTI, <em>Valentiniano III,<\/em> voce della <em>Enciclopedia Italiana<\/em>, ediz. 1949, XXXIV, p. 903.<\/p>\n<p>13) CHARLES DUFAY, <em>L&#8217;eredit\u00e0 di Roma<\/em>, Ginevra, Ferni ed., 1974 (parte della <em>Storia moderna di Roma di Roma antica<\/em> in 28 voll., a cura di F. Mabit).<\/p>\n<p>14) FERDINAND GREGOROVIUS, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1, pp. 139-140.<\/p>\n<p>15) F. GREGOROVIUS, <em>Idem,<\/em> p. 139.<\/p>\n<p>16) Cfr. DAVID HUME, <em>Op. cit.,<\/em> vol. 1.<\/p>\n<p>17) PAOLO DIACONO, <em>Storia dei Longobardi,<\/em> IV, 38; tr. di M. Felisatti, Milano, Rizzoli, 1967, p. 119.<\/p>\n<p>18) PAOLO DIACONO, <em>Idem,<\/em> p. 121.<\/p>\n<p>19) LUCIANO BOSIO, <em>Cividale del Friuli: la storia,<\/em> in L. BOSIO- G. BERGAMINI, <em>Cividale del Friuli,<\/em> Udine, Ed. Casamassima (2 voll.), vol. cit., pp. 59-60.<\/p>\n<p>20) GIOVANNI ANTIOCHENO, Cit. in SANTO MAZZARINO, <em>Serena e le due Eudossie<\/em>, R. Ist. Di Studi Romani, 1946, p. 20.<\/p>\n<p>21) IDAZIO, Cit. in S. MAZZARINO, <em>Ibidem,<\/em> p. 20.<\/p>\n<p>22) PROCOPIO DI CESAREA, <em>De Bello Vandalico,<\/em> I, 4; Roma, 1895.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La perdita di prestigio del generale Ezio, che aveva sconfitto Attila ai Campi Catalauni ma non aveva potuto impedire l&#8217;invasione unna dell&#8217;Italia, prepara la sua caduta,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30183,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[63],"tags":[92],"class_list":["post-29636","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-antica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-antica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29636","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29636"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29636\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30183"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29636"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29636"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29636"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}