{"id":29613,"date":"2016-04-28T10:22:00","date_gmt":"2016-04-28T10:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/04\/28\/una-teologia-senza-la-fede-e-come-un-albero-secco-che-pretenda-di-dare-ancora-frutti\/"},"modified":"2016-04-28T10:22:00","modified_gmt":"2016-04-28T10:22:00","slug":"una-teologia-senza-la-fede-e-come-un-albero-secco-che-pretenda-di-dare-ancora-frutti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/04\/28\/una-teologia-senza-la-fede-e-come-un-albero-secco-che-pretenda-di-dare-ancora-frutti\/","title":{"rendered":"Una teologia senza la fede \u00e8 come un albero secco che pretenda di dare ancora frutti"},"content":{"rendered":"<p>La cultura cristiana statunitense, negli ani &#8217;60 e &#8217;70, \u00e8 stata investita da una corrente passata alla storia come &quot;teologia della morte di Dio&quot;. Ne hanno fatto parte pensatori, quasi tutti, di estrazione protestante, appartenenti a diverse chiese: Thomas J. J. Altizer (del quale ci siamo gi\u00e0 occupati nell&#8217;articolo: <em>Thomas J. J. Altizer, ovvero il grande equivoco fondato sulla teologia della &quot;morte di Dio&quot;<\/em>, pubblicato su <em>Il Corriere delle Regioni<\/em> il 27\/03\/2015), William Hamilton (del quale intendiamo parlare adesso), Harvey Cox (della Chiesa Battista), Paul van Buren (della Chiesa episcopale) e Gabriel Vahanian (l&#8217;unico non americano: un francese che, per\u00f2, ha insegnato per un quarto di secolo negli Stati Uniti; e, comunque, protestante egli pure).<\/p>\n<p>Si \u00e8 trattato, come abbiamo gi\u00e0 provato a mettere in luce, di un grande e, nel migliore dei casi; nel peggiore, di un suicidio deliberato della teologia, camuffato da qualcosa d&#8217;altro, ma, in effetti, caratterizzato da un continuo giocare a nascondino con l&#8217;ateismo pi\u00f9 o meno esplicito, pi\u00f9 o meno programmatico. Quei teologi hanno raccolto l&#8217;invito di Dietrich Bonhoffer a fare <em>etsi Deus non daretur<\/em>, come se Dio non ci fosse, e questo per la constatazione che l&#8217;uomo moderno \u00e8, dicono essi, diventato adulto, e dunque non pu\u00f2, n\u00e9 potrebbe continuare a credere in Dio come ci credevano i suoi antenati. Ma come credevano in Dio, gli uomini antecedenti alla modernit\u00e0, e, pi\u00f9 precisamente, i cristiani? Cosa c&#8217;era, nella loro fede, nel loro modo di rapportarsi a Lui, che l&#8217;uomo moderno non pu\u00f2 condividere?<\/p>\n<p>La risposta \u00e8 implicita nella definizione di &quot;uomo adulto&quot; adoperata da Bonhoeffer (del quale, a sua volta, ci siamo occupati nell&#8217;articolo: <em>Il &quot;caso&quot; Bonhoeffer alle origini della svolta antropologica nella teologia contemporanea<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 26\/06\/2010): a quanto pare, la fede dell&#8217;uomo pre-moderno era una fede &quot;bambina&quot;, o &quot;immatura&quot;. Peccato che Ges\u00f9 in persona abbia ammonito che, se non ci si fa piccoli come dei bambini, non si pu\u00f2 entrare nel Regno dei Cieli; perch\u00e9 Dio Padre ha &quot;nascosto&quot; (il Vangelo dice proprio cos\u00ec) le cose sue agli &quot;intelligenti&quot; e ai &quot;superbi&quot; e ha voluto rivelarle ai semplici. E, dunque, le vere radici della teologia della morte di Dio, pi\u00f9 che in Bonhoeffer e pi\u00f9 che nel troppo citato Nietzsche (ma, di solito, a sproposito) andrebbero semmai cercate in Kant, con il suo elogio dell&#8217;uomo che si fa adulto mediante l&#8217;uso libero della ragione ed esce dallo stato di &quot;minorit\u00e0&quot; in cui s&#8217;era cacciato da se stesso, sottomettendosi a delle &quot;verit\u00e0&quot; non verificate.<\/p>\n<p>Dall&#8217;idea che l&#8217;uomo &quot;adulto&quot; deve fare da s\u00e9, che non deve aspettarsi nulla da Dio e che Dio stesso, in fondo, vuole che egli cos\u00ec faccia, ossia che dimostri di essere cresciuto ed autonomo, a quella che Dio realmente non esiste, non manca che un passo: di fatto, si nega sia la divina Provvidenza, sia il rapporto amorevole di Dio all&#8217;uomo e dell&#8217;uomo a Dio, sostituendolo con una &quot;maturit\u00e0&quot; che consiste nell&#8217;ignorare, di fatto, la presenza di Dio padre. Queste conclusioni implicite, ma logiche, sono attenuate dal fatto che la &quot;teologia della morte di Dio&quot; implica che Dio, se ora \u00e8 morto, doveva pure esserci; e allora, se Dio c&#8217;era, propriamente parlando non se n&#8217;\u00e8 andato per sempre, perch\u00e9 Dio non pu\u00f2 &quot;morire&quot;. Solo le creature muoiono, non il creatore; il Creatore \u00e8 immortale. Bisogner\u00e0 parlare, allora, di &quot;morte di Dio&quot; in senso figurato; ma, per quanto figurato, si tratta anche, e soprattutto, di un orientamento pratico, che potremmo definire, appunto, un <em>ateismo pratico<\/em>, simile, per fare un esempio, a quello dell&#8217;antica filosofia di Epicuro: gli Dei esistono, ma hanno ben altro da fare che occuparsi delle vicende umane; se ne stanno, beati e imperturbabili, nei loro <em>intermundia<\/em>, e quindi gli uomini devono fare proprio se non ci fossero. Insomma: nulla vieta che questo Dio, cos\u00ec come \u00e8 &quot;morto&quot;, possa anche &quot;risorgere&quot;; perch\u00e9, dicono i teologi della sua morte, non era morto veramente, ma era morto <em>per noi<\/em>, era morto <em>per gli uomini moderni<\/em>. Ed \u00e8 in questo senso che si pu\u00f2 cogliere, in siffatta corrente teologica, una anticipazione della &quot;svolta antropologica&quot; in teologia, predicata e praticata da tanti sedicenti teologi cattolici a partire dal Concilio Vaticano II.<\/p>\n<p>Prima di quella data, crediamo che sarebbe stato semplicemente impossibile che dei teologi &quot;cristiani&quot;, protestanti o cattolici che fossero, ma specialmente cattolici, incominciassero a parlare seriamente della &quot;morte di Dio&quot; e predicassero che il cristiano deve vivere come se Dio non ci fosse, proprio per dimostrare a Dio (e qui sta il paradosso) che sono diventati adulti, e, perci\u00f2, che sono dei bravi &quot;figli&quot;, dato che ogni bravo figlio ha il diritto\/dovere di diventare adulto e di smetterla di strusciarsi ai pantaloni del pap\u00e0 (o alle gonne della mamma, se si preferisce). E sarebbe stato impossibile perch\u00e9 talmente contrario a ci\u00f2 che la teologia cristiana ha sempre pensato di se stessa (e, in particolare, del suo rapporto con la Rivelazione, con la Grazia e con la fede), della sua natura, del suo scopo, della sua missione, che non vi sarebbe stato neppur bisogno di contestare una teologia della &quot;morte di Dio&quot;: sarebbe stata liquidata come una totale assurdit\u00e0 e, anzi, come una vera e propria contraddizione in termini.<\/p>\n<p>Oltre a Kant, a Nietzsche, a Bonhoefffer (e, naturalmente, all&#8217;immancabile Rudolf Bultmann, e anche a Paul Tillich), la teologia della &quot;morte di Dio&quot; si rif\u00e0, in maniera esplicita, alla filosofia analitica, che \u00e8 una elle maggiori espressioni del cosiddetto positivismo logico, della quale mutua concetti, impostazione e prospettive: e dunque al pensiero di Bertrand Russell,di George Edward Moore, di Ludwig Wittgenstein e a quello dei membri del Circolo di Vienna (Rudolf Carnap, Otto Neurath, Moritz Schlik, Philipp Frank e altri). Da questo punto di vista, essa pu\u00f2 vantare il fatti di essere notevolmente &quot;aggiornata&quot; rispetto al quadro del pensiero contemporaneo; tutto sta a vedere se i presupposti del positivismo logico, i suoi metodi delle sue prospettive conciliarsi con ci\u00f2 che, da sempre, la cultura europea ha chiamati &quot;teologia&quot;, o se la teologia della &quot;morte di Dio&quot; non dovrebbe piuttosto essere considerata, a tutti gli effetti, la morte della teologia, cio\u00e8 la soppressione di se stessa.<\/p>\n<p>Ma vediamo pi\u00f9 da vicino, per non restare su un terreno puramente teorico, le idee di un altro significativo esponente della teologia della &quot;morte di Dio&quot;: William Hamilton, classe 1924, pensatore non lineare, la cui riflessione teologica \u00e8 stata soggetta a diverse &quot;svolte&quot; e ad altrettanti aggiustamenti, ma le cui idee di fondo, crediamo, sono rimaste sostanzialmente invariate e, quindi, possono essere individuate e discusse con sufficiente chiarezza.<\/p>\n<p>Ha scritto Thomas W. Ogletree nel suo saggio <em>La controversia sulla morte di Dio<\/em> (titolo originale: <em>The death of God controversy<\/em>, Nashville, USA, Abingdon Press, 1966; traduzione dall&#8217;inglese di Domenico Pezzini, Brescia, Queriniana Editrice, 1968, pp. 44-48):<\/p>\n<p><em>Nei suoi commenti sulla &quot;morte di Dio&quot; pare che Hamilton muova dalla coscienza delle difficolt\u00e0 profonde che implica l&#8217;affermazione della realt\u00e0 di Dio, che passi poi attraverso un&#8217;aperta confessione di incredulit\u00e0 in Dio sottolineata da espressioni di speranza del suo &quot;ritorno&quot; e che finisca in una fiduciosa accettazione dell&#8217;idea che un uomo pu\u00f2 essere seriamente cristiano anche se crede che un discorso su Dio che sia utile e significante \u00e8 cosa ormai finita per sempre. Nel suo libretto &quot;The New Essence of Christianity&quot; (La nuova essenza della cristianit\u00e0 [&#8230;]) ha scandagliato con sensibilit\u00e0 i problemi che minacciano la fede in Dio. \u00c8 abbastanza interessante notare che l&#8217;idea che gli stava allora davanti alla mente non era la sfida di un&#8217;epoca scientifica, ma l&#8217;antico problema della sofferenza. Pi\u00f9 di qualsiasi altra, sembrava questa la difficolt\u00e0 che pareva dover concludere all&#8217;impossibilit\u00e0 di accettare le immagini tradizionali di Dio. Hamilton sent\u00ec molto profondamente la necessit\u00e0 di superare questa particolare forma di esperienza della &quot;morte&quot; di Dio. Come lui stesso disse, l&#8217;uomo &quot;non pu\u00f2 vivere a lungo da cristiano con il sospetto che Dio si \u00e8 ritirato&quot; (p. 59).<\/em><\/p>\n<p><em>Un po&#8217; di temo dopo, tuttavia, in una notevole confessione pubblica di &quot;mancanza di fede&quot;, Hamilton riconobbe la perdita di Dio, in un senso che non ammetteva equivoci. Nel saggio fortemente autobiografico &quot;Thursday&#8217;s Child: the Theologian Today and Tomorrow (Il ragazzo del gioved\u00ec: il teologo di oggi e di domani) diceva che il &quot;teologo&quot; d&#8217;oggi &quot;realmente non crede in Dio, qualunque cosa ci\u00f2 possa significare, o che c&#8217;\u00e8 UN Dio o che un Dio ESISTE. In questo caso il riconoscimento della perdita si traduceva in un atteggiamento di attesa silenziosa e paziente, &quot;perfino in una specie di preghiera&quot;, fino al riapparire di ci\u00f2 che era perduto (p. 489). Questo senso di attesa divide Hamilton dall&#8217;ateismo classico e da ogni forma di angoscia o di depressione. Certo, finch\u00e9 l&#8217;attesa era un fattore importante, l&#8217;espressione &quot;assenza di Dio&quot; o &quot;eclissi di Dio&quot;avrebbe potuto rendere il suo punto di vista molto pi\u00f9 appropriatamente che non &quot;morte di Dio&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Da allora Hamilton ha sviluppato il pensiero sul significato della perdita di Dio in relazione al&#8217;idea di Bonhoeffer secondo cui l&#8217;uomo \u00e8 &quot;diventato adulto&quot;. Dire che l&#8217;uomo \u00e8 &quot;diventato adulto&quot; non vuol dire che l&#8217;uomo ha risolto tutti i suoi problemi, ma vuol dire che egli non aspetta pi\u00f9 che Dio intervenga miracolosamente a liberarlo dalle situazioni difficili. L&#8217;uomo, invece, guarda alle varie questioni e ai problemi della sua vita come se fossero compito e responsabilit\u00e0 propria. Pi\u00f9 specificamente, considera i suoi bisogni e i suoi problemi come qualcosa ch non chiede atti religiosi o devozionali, ma l&#8217;applicazione intelligente dello sforzo umano. Questo significa, per Hamilton, che \u00e8 scomparso il Dio visto come colui che &quot;soddisfa un&#8217;esigenza&quot; e &quot;risolve i problemi&quot;. Anche affermando questo, Hamilton continua a considerare possibile una ripresa del discorso su Dio, purch\u00e9 questo discorso non fosse fatto in termini di esigenze e problemi. Richiamava l&#8217;attenzione sulla distinzione di Agostino, che poteva essere utile a questo punto, tra il valutare una cosa per la sua utilit\u00e0 e il valutarla invece perch\u00e9 \u00e8 piacevole in se stessa. Se Dio non esiste pi\u00f9 come colui che soddisfa le esigenze e risolve i problemi, forse la nostra attesa pu\u00f2 trovare un senso diventando una ricerca di ci\u00f2 che significa compiacersi in lui. Questo suggerimento di Hamilton rimase un frammento non sviluppato, e pare che egli lo abbia poi lasciato perder. Qui possiamo semplicemente notare che la teologia cristiana migliore non ha mai trattato Dio come una specie di fattorino d&#8217;albergo cosmico che risolve tutti i problemi dell&#8217;uomo e si occupa di tutte le sue esigenze. Nello stesso tempo la teologia cristiana ha pure affermato che l&#8217;uomo non \u00e8 pienamente uomo se \u00e8 staccato dal suo rapporto con Dio, un rapporto che \u00e8 caratterizzato come il godimento di Dio per se stesso. Ricordiamo il catechismo di Westminster: &quot;Qual \u00e8 il fine ultimo dell&#8217;uomo? &quot;. &quot;Il fine ultimo dell&#8217;uomo \u00e8 di glorificare Dio e di goderlo per sempre&quot;. In altre parole,mentre Dio deve esser goduto e non usato, tale godimento viene incontro d&#8217;altra parte a un bisogno fondamentale dell&#8217;uomo. Se si tenta di parlare di Dio come di uno di cui l&#8217;uomo non ha bisogno in alcun modo, allora sar\u00e0 difficile pensare al godimento di Dio come a qualcosa che sia di pi\u00f9 di una aggiunta superflua alla vita, senza nessun rapporto essenziale con l&#8217;essere umano.<\/em><\/p>\n<p><em>Le pi\u00f9 recenti affermazioni di Hamilton sulla &quot;morte di Dio&quot;sono meno precise. Pare che il senso di attesa e il tentativo di conservare una nuova specie di consapevolezza di Dio siano stati completamente abbandonati. Per dirla con lui, \u00e8 pi\u00f9 utile descrivere di nuovo o chiamare con un altro nome le esperienze di &quot;Dio&quot; che ancora abbiamo; quanto alle altre esperienze, di lui esse semplicemente non fanno pi\u00f9 pare della nostra vita. La prima nozione comporta un processo di tradizione delle affermazioni circa Dio in qualcos&#8217;altro; la seconda indica una specie di consapevolezza del mondo diversa da quella che prima era comune tra gli uomini. Bench\u00e9 Hamilton sia ora preparato a &quot;rinunciare a Dio&quot; in maniera definitiva, egli richiama l&#8217;attenzione sull&#8217;importanza di notare e di valutare quelle esperienze umane che hanno attorno una specie di alone &quot;sacro&quot;, per esempio le esperienze sessuali e la morte. Tali esperienze, dice, dovrebbero avere un posto speciale nella nostra vita, e dovrebbero essere trattate con una attenzione speciale.<\/em><\/p>\n<p>Che dire di questo preteso pensiero &quot;teologico&quot;, dove una sola cosa appare chiara e costantemente presente: che non di Dio si parla, ma della percezione che, di Dio, possiede l&#8217;essere umano? In primo luogo, che si tratta di un grandissimo pasticcio. Se ci soffermassimo a considerare uno per uno tutti i nodi concettuali, potremmo coglierne a pieno tutta l&#8217;inconsistenza, la vacuit\u00e0, la contraddittoriet\u00e0, la provvisoriet\u00e0 (nel senso peggiore del termine). Qui ci limiteremo soltanto, per ragioni di spazio, a prendere in esame alcuni punti pi\u00f9 significativi.<\/p>\n<p><em>Cominciamo<\/em> dal concetto della &quot;nuova cristianit\u00e0&quot;. Dunque, non si parla del cristianesimo (Verit\u00e0 eterna), ma della cristianit\u00e0 (come gli uomini tentano di viverlo): distinzione essenziale, che, per\u00f2, non sembra essere abbastanza evidenziata, nemmeno da parte dell&#8217;Autore rispetto a se stesso. Non si tratta di ragionare su quel che Dio \u00e8, ma su quel che Dio appare; e non su quel che appare all&#8217;uomo in generale, ma all&#8217;uomo moderno (la &quot;nuova&quot; cristianit\u00e0), il quale, essendo diventato &quot;adulto&quot; (Bonhoeffer), rivendica un <em>altro<\/em> modo di rapportarsi a Lui. Ora, l&#8217;uomo che rivendica qualcosa di fronte a Dio \u00e8 gi\u00e0 completamente fuori strada. Davanti a Dio l&#8217;uomo, sua creatura, non ha nulla da rivendicare, ma solo da lodare e adorare: questo ha sempre insegnato la sana teologia.<\/p>\n<p><em>Punto secondo<\/em>: quando mai la sana teologia ha considerato il problema della sofferenza come un ostacolo insormontabile? Basta leggere il <em>Libro di Giobbe<\/em>; basta pensare alla Passione di Cristo. Il cristianesimo \u00e8 la religione della croce e della Resurrezione; ma non vi \u00e8 Resurrezione senza la croce. Chi vuole scansare la sofferenza, \u00e8 meglio che lasci perdere il cristianesimo. Altrimenti, come Hamilton, si scandalizzer\u00e0 o, peggio, tenter\u00e0 d&#8217;annacquarlo, per togliere la spina dello scandalo. In realt\u00e0, c&#8217;\u00e8 una ragione per cui Hamilton trova che sia quello della sofferenza, e non quello della scienza, il grande ostacolo, la grande pietra d&#8217;inciampo sul cammino della cristianit\u00e0 moderna. Evidentemente, nel suo pensiero c&#8217;\u00e8 un pesante riflesso del &quot;pensare Dio dopo Auschwitz&quot; di Hans Jonas. Non lo turbano i progressi sconvolgenti della scienza e della tecnica, che paiono andare in direzione opposta a quella indicata dalla legge divina; lo turbano le tragedie del XX secolo, lo turba il genocidio degli Ebrei. Questo, s\u00ec, \u00e8 tipicamente moderno. In effetti, \u00e8 con la religione colpevolistica dell&#8217;Olocausto che molti, e sia pure inconsciamente, vorrebbero rimpiazzare il cristianesimo, o, per lo meno, &quot;aggiornarlo&quot;. <em>Dio deve tenere conto di Auschwitz<\/em>. Se il Dio cristiano non ha impedito Auschwitz, vuol dire che \u00e8 latitante o inefficiente; dunque, bisogna sostituirlo con qualcos&#8217;altro. L&#8217;uomo moderno, che pure ha perpetrato il genocidio, \u00e8 troppo sensibile per proseguire nella sua storia senza farne un punto di non ritorno; Dio, apparentemente, s\u00ec: e dunque, \u00e8 inevitabile che le strade di Dio e dell&#8217;uomo, arrivati a questo punto, si dividano.<\/p>\n<p><em>Terzo<\/em>: dire che il teologo d&#8217;oggi realmente non crede in Dio, equivale a dire che il teologo non crede in se stesso e che la teologia \u00e8 da buttare, perch\u00e9 non c&#8217;\u00e8 alcun Dio in cui credere. E qui il discorso potrebbe anche finire. Se non finisce, \u00e8 perch\u00e9 Hamilton continua a lambiccarsi con giravolte ed equilibrismi verbali che tentano invano di mascherare la perdita della fede. A questo punto, si scivola alla teologia nella diaristica. Che egli voglia confessarci la sua perdita della fede, pu\u00f2 anche interessarci sul piano storico e documentario; ma non c&#8217;interessa sul piano speculativo, cio\u00e8 teologico. Sarebbe come se un matematico volesse raccontarci di come ha smesso di credere nella matematica. Possiamo comprenderlo, sul piano umano; ma che cosa avrebbe a che fare, tale confessione, con lo studio della matematica? In verit\u00e0, \u00e8 come se Hamilton cercasse in noi dei complici, o, almeno, dei giudici benevoli, per coinvolgerci nella sua perdita della fede. E questo non \u00e8 intellettualmente onesto. Se il nocchiero non se la sente pi\u00f9 di pilotare la nave, ebbene, che ceda il timone ad un altro; ma che non si azzardi a seminare la confusione tra l&#8217;equipaggio e i passeggeri, dicendo loro che quella navigazione \u00e8 folle e che non li condurr\u00e0 in nessun luogo, perch\u00e9 non esiste alcun porto verso cui dirigersi.<\/p>\n<p><em>Quarto<\/em>: che significa dire che l&#8217;uomo non pu\u00f2 pi\u00f9 credere in un Dio che venga a soddisfare tutte le sue esigenze e a risolver miracolosamente tutti i suoi problemi? Partiamo dal concetto di miracolo: qui c&#8217;\u00e8 un&#8217;eco delle tesi di Bultmann contro il cristianesimo &quot;mitologico&quot;, e un riflesso della mentalit\u00e0 scientista oggi imperante. Che brutta parola, &quot;miracolo&quot;: togliamola via, non \u00e8 degna di uomini &quot;adulti&quot;. Peccato che eliminare il concetto dell&#8217;intervento straordinario di Dio equivalga a tirare una riga su tutta la dimensione del soprannaturale, e, pertanto, a rendere inutile qualunque fede religiosa. Se Dio non interviene nella vita di chi crede in Lui e domanda il suo aiuto, che razza di Dio \u00e8? Non certo il Dio cristiano; non certo il Dio di Ges\u00f9 Cristo. Eppure, il Vangelo \u00e8 chiarissimo su questo punto. <em>Chiedete e vi sar\u00e0 dato; bussate e vi sar\u00e0 aperto.<\/em> Quanto alle &quot;esigenze&quot;, non sappiamo che cosa siano; semmai, crediamo che l&#8217;uomo abbia dei bisogni. E quale Padre non soddisferebbe i bisogni legittimi dei suoi figli? Quale padre &#8212; per usare le parole di Ges\u00f9 Cristo &#8211; darebbe loro delle pietre, quando gli domandano del pane? Che poi debba risolvere <em>tutti<\/em> i nostri problemi, \u00e8 un altro discorso. Le sue vie non sono le nostre vie; quel che sembra bene a noi, non \u00e8 detto che lo sia davvero. Lui ne sa di pi\u00f9, su ci\u00f2 che \u00e8 veramente il nostro bene. Ma, imbevuto di razionalismo, Hamilton non se ne accorge&#8230;<\/p>\n<p><em>Quinto<\/em>: la citazione di Sant&#8217;Agostino, oltre ad essere intellettualmente disonesta (non si cita qualcuno per volgere le sue parole in un senso palesemente contrario alle sue intenzioni), \u00e8 anche in se stessa contraddittoria. Dire che l&#8217;uomo pu\u00f2 compiacersi in Dio, ossia godere di Lui disinteressatamente, solo dopo aver sbrigato da solo tutte le proprie faccende, \u00e8 come dire che noi possiamo godere dell&#8217;amicizia di un amico, solo dopo che abbiamo fatto ogni cosa da soli, senza metterlo alla prova nell&#8217;ora del bisogno. Ma, in tal caso, come facciamo a sapere che \u00e8 un amico? Quanta superbia, anzi, quanta falsa modestia c&#8217;\u00e8, in questo atteggiamento, per mascherare la superbia!<\/p>\n<p><em>Sesto<\/em>: &quot;rinunciare a Dio&quot; equivale ad affermare l&#8217;ateismo pratico; su questo non ci piove. Ma dire che bisogna tenere la porta socchiusa sul sacro, mediante la considerazione dell&#8217;atto sessuale e della morte, equivale a dire che, al posto di Dio, dobbiamo accontentarci di qualche coriandolo, di qualche frammento disperso; cio\u00e8, che dobbiamo fabbricarci un Dio sulla nostra misura. E questo, \u00e8 molto peggio dell&#8217;ateismo, dal punto di vista di una sana teologia: \u00e8 il pervertimento e il capovolgimento della religione. Ma di quale religione? Non si sa; Hamilton non specifica che sta parlando del Cristianesimo. Cita sant&#8217;Agostino (quando gli fa comodo: come \u00e8 tipico dei protestanti), ma non il Vangelo. Nel Vangelo, Dio non \u00e8 un&#8217;idea astratta, un <em>Deus absconditus<\/em>: \u00e8 un Dio che si rivela in piena luce. <em>Chi ha visto me, ha visto il Padre, dice Cristo ai suoi discepoli<\/em>. Non \u00e8 ancora sufficientemente chiaro, cari teologi della &quot;morte di Dio&quot;?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La cultura cristiana statunitense, negli ani &#8217;60 e &#8217;70, \u00e8 stata investita da una corrente passata alla storia come &quot;teologia della morte di Dio&quot;. 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