{"id":29594,"date":"2017-02-25T01:20:00","date_gmt":"2017-02-25T01:20:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/02\/25\/vortice-di-alfredo-oriani-capolavoro-dimenticato\/"},"modified":"2017-02-25T01:20:00","modified_gmt":"2017-02-25T01:20:00","slug":"vortice-di-alfredo-oriani-capolavoro-dimenticato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/02\/25\/vortice-di-alfredo-oriani-capolavoro-dimenticato\/","title":{"rendered":"Vortice di Alfredo Oriani, capolavoro dimenticato"},"content":{"rendered":"<p>Alfredo Oriani: il grande dimenticato, il grande rimosso della letteratura italiana.<\/p>\n<p>Si prenda una storia della letteratura ad uso scolastico, una a caso, e a stento vi si trover\u00e0, forse, un accenno, una citazione, un riferimento; ma un capitolo a lui dedicato, no, mai; una pagina tratta da qualche sua opera, praticamente mai. E questo mentre ci s&#8217;imbatte continuamente in pagine di autori che valgono meno dell&#8217;unghia del dito mignolo di lui.<\/p>\n<p>Viene da chiedersi da dove vengano un oblio cos\u00ec implacabile, un silenzio cos\u00ec assordante; da dove provenga quella sorta di rancore, di astio, che s&#8217;intuisce dietro di essi: perch\u00e9, in una rimozione tanto vistosa e cos\u00ec palesemente ingiusta, cos\u00ec palesemente assurda, non possono che celarsi dei sentimenti molto forti, che vanno oltre il semplice giudizio critico, di qualunque segno quest&#8217;ultimo sia. Alfredo Oriani ha avuto non molti lettori in vita, molti di pi\u00f9 in morte; a un certo punto, negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, la sua fama \u00e8 stata ufficialmente stabilita, le sue opere sono state ripubblicate, recensite, la sua grandezza \u00e8 stata riconosciuta, sia pure assai tardivamente. E poi, che cosa \u00e8 successo? Dopo il 1945, il suo nome si eclissa nuovamente; i professori smettono di occuparsi di lui, gli editori mutano parere e sospendono le ristampe; i critici, infine, sono colti da amnesia collettiva, oppure, se si sdegnano di nominarlo ancora, non gli risparmiano un solo difetto e tacciono, in compenso, tutti i pregi della sua scrittura &#8212; e sono molti. Che cosa \u00e8 successo, dunque? Gli ha nuociuto l&#8217;essere stato rivalutato in epoca fascista, essere stato riproposto al pubblico negli anni del regime? \u00c8 stato anche lui colpita dalla <em>damnatio memoriae<\/em> di tanti scrittori fascisti, come Mario Appelius, Concetto Pettinato, per non parlare di Alessandro Pavolini, del quale ancora adesso il grosso pubblico sa solo che fu una delle &quot;anime nere&quot; della Repubblica di Sal\u00f2, ma ignora che scrisse una quindicina di volumi, o di Ugo Ojetti, che di volumi ne scrisse pi\u00f9 di venti, e che \u00e8 stato uno dei pi\u00f9 grandi giornalisti italiani, ma che, per aver aderto alla Repubblica Sociale, venne radiato dall&#8217;Ordine dei giornalisti e bandito per sempre dai salotti buoni della piccola, rancorosa e vendicativa Repubblica di Pulcinella, sorta nel 1946? Eppure il povero Alfredo Oriani, nato a Faenza il 22 agosto 1852, si spense a Casola Valsenio, anch&#8217;essa in provincia di Ravenna, il 18 ottobre 1909, vale a dire un decennio prima della storica adunata di Piazza San Sepolcro, che vide la nascita dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919). Non solo, perci\u00f2, non conobbe il fascismo, ma non vide neppure la Prima guerra mondiale (e neanche quella di Libia, se \u00e8 per questo: durante la quale il giovane Mussolini protestava con tutte le sue forze contro il colonialismo nostrano&#8230;), nella quale si form\u00f2 il brodo di cultura da cui il fascismo sarebbe nato. E allora? Forse che gli nocque il riconoscimento &quot;ufficiale&quot; della sua opera, e soprattutto del suo pensiero, da parte del fascismo, e il fatto che questo promosse la pubblicazione integrale dei suoi libri, per un totale di ben 30 volumi, ad opera della casa editrice Cappelli di Bologna, personalmente curati (almeno sulla carta) da un altro romagnolo purosangue, un certo Benito Mussolini? Crediamo proprio che sia cos\u00ec; o, in ogni caso, che questa spiegazione sia, fra le altre possibili, quella che maggiormente si avvicina alla verit\u00e0.<\/p>\n<p>All&#8217;interno della generale rimozione della produzione letteraria di Oriani, si colloca la dimenticanza di quello che \u00e8 stato uno dei suoi libri migliori, un piccolo capolavoro presto caduto nell&#8217;oblio: <em>Vortice<\/em>, apparso nel 1899, e cio\u00e8 un anno dopo <em>Senilit\u00e0<\/em>, il secondo dei romanzi di Italo Svevo, che, invece, ignorato sul momento, sarebbe poi stato &quot;ripescato&quot; dalla fama, in gran parte postuma, ma tuttora godente ottima salute, del suo autore, anche se ci sono pochi dubbi che <em>Vortice<\/em> sia pi\u00f9 compatto, pi\u00f9 vigoroso, e scritto assai meglio di <em>Senilit\u00e0<\/em>. Il che ci ricorda ancora una volta, se pure ci capitasse di scordarcene, che la fama di un&#8217;opera letteraria \u00e8 legata a una quantit\u00e0 di fattori, che solo in parte, e talvolta in minima parte, hanno a che fare con la sua qualit\u00e0 intrinseca, mentre, per tutto il resto, hanno a che fare con l&#8217;ideologia, le simpatie, le amicizie politiche, la massoneria, le raccomandazioni e&#8230; il denaro. (Senza denaro e senza raccomandazioni, qualcuno si sarebbe mai dato la pena di pubblicare, recensire e di favorire la diffusione di due libri totalmente insulsi, come <em>Vestivamo alla marinara<\/em> di Susanna Agnelli e <em>La sera andavamo in Via Veneto<\/em> di Eugenio Scalfari? Guarda caso, entrambi usciti con due dei pi\u00f9 grossi editori italiani, rispettivamente Mondadori ed Einaudi; e il secondo, in teoria, editore storico della &quot;sinistra&quot;, ma pur cos\u00ec&#8217; sollecito nei confronti delle velleit\u00e0 letterarie di uno autore non certo proletario e non certo marxista). Ah, gi\u00e0: ma Svevo ha aperto la strada alla psicanalisi, e Oriani no. E dunque? Forse che in romanzi come <em>No<\/em>, <em>Al di l\u00e0<\/em>, <em>Gelosia<\/em> e <em>Vortice<\/em>, solo per citarne alcuni, Oriani non si dimostra sottile esploratore dell&#8217;anima umana e dei meccanismi inconsci? Gi\u00e0, l&#8217;inconscio: pare che lo abbia scoperto Freud, mentre \u00e8 evidente a chiunque che esso \u00e8 gi\u00e0 al centro della riflessione di Eschilo, Sofocle, Euripide, oltre duemila anni fa; e non parliamo di Shakespeare, Goethe, Dostoevskij. Svevo, per\u00f2, interpreta l&#8217;inconscio alla luce della psicanalisi; Oriani, no. \u00c8 questo che fa la differenza? Se \u00e8 cos\u00ec, allora bisogna concludere che si tratta di una differenza ideologica, ossia di ci\u00f2 che rende un&#8217;opera, o meno, conforme ai canoni del <em>politically correct<\/em>; non di qualcosa che riguardi veramente la letteratura.<\/p>\n<p><em>Vortice<\/em> \u00e8 la storia di un suicidio, o meglio, della decisione di suicidarsi da parte di Adolfo Romani, un piccolo borghese, sposato e padre di famiglia, che, a causa del suo stile di vita spensierato, non riesce a starci dentro coi suoi mezzi modesti e falsifica una cambiale: sul punto di essere scoperto, sceglie di togliersi la vita per sfuggire al disonore. Nulla di particolarmente originale, come si vede; del resto, la trama \u00e8 resa ancor pi\u00f9 esile dalla scelta dell&#8217;Autore di non fare ricorso ad alcuna storia secondaria, ad alcuna vicenda collaterale, ma di concentrarsi unicamente sul flusso di pensieri e sulla crescente angoscia dello sfortunato protagonista, in un <em>climax<\/em> che rende mirabilmente l&#8217;ingigantirsi della sua disperazione. Il tutto nell&#8217;arco di una sola giornata: unit\u00e0 di tempo, di luogo, di azione, secondo la migliore tradizione classica. Tuttavia, e qui si vede l&#8217;impronta del genio, da questa materia prevedibile, e, di per s\u00e9, quasi banale (in senso letterario, s&#8217;intende; non in senso umano), Oriani sa trarre un ritratto superbo della disperazione di un pover&#8217;uomo qualsiasi: di uno che non ha nulla dell&#8217;eroe, e sia pure dell&#8217;eroe negativo, nemmeno la grandezza, ci si passi il bisticcio, della meschinit\u00e0. No: si tratta proprio di un&#8217;anima mediocre, di un tipo banale, senza alcun vizio e nessuna virt\u00f9 che ce lo rendano caro, oppure odioso; di uno dei tanti che passano sulla terra e di cui si perde subito il ricordo, come di un viso nella folla, un viso anonimo, simile a quello di cento e cento altri. Eppure, quest&#8217;uomo comune, comunissimo, ci rimane impresso per sempre, dopo che abbiamo chiuso l&#8217;ultima pagina del romanzo. Perch\u00e9? Perch\u00e9 Alfredo Oriani, da questa materia grigia e quasi informe, ha saputo trarre un&#8217;opera di grande efficacia e di notevole intensit\u00e0 drammatica; un&#8217;opera che mette a nudo pieghe nascoste dell&#8217;anima umana, e che lo fa proprio per mezzo del contrasto con la normalit\u00e0 del mondo circostante, degli amici, dei conoscenti, che non sanno, che non comprendono, sicch\u00e9 il morituro \u00e8 gi\u00e0 solo, completamente e inesorabilmente solo, in una terra di nessuno, mentre ancora parla, si muove, vive, apparentemente, in mezzo ai suoi simili, e alle cose di ogni giorno.<\/p>\n<p>Il critico letterario &#8211; e poeta, e scrittore lui stesso &#8212; Giuseppe Lipparini (Bologna, 1877-1951) ha saputo cogliere con mirabile acutezza la qualit\u00e0 di quest&#8217;opera di Oriani, nel saggio introduttivo all&#8217;edizione di Cappelli del 1924 (pp. VII-XI):<\/p>\n<p><em>&#8230; In realt\u00e0, anche il suicidio di Romani \u00e8 una espiazione; si potrebbe anche aggiungere che egli \u00e8 una vittima della societ\u00e0 e dei suoi pregiudizi crudeli: ma \u00e8 certo ch&#8217;egli potrebbe anche non uccidersi, se cos\u00ec gli piacesse. Allora, la grandezza dello scrittore \u00e8 nel mettere il lettore in uno stato d&#8217;animo tale per cui il suicidio gli sembri logico e inevitabile.<\/em><\/p>\n<p><em>Quel povero Romani \u00e8 uno degli innumerevoli uomini &quot;senza infamia e senza lodo&quot; che camminano sopra la terra e che riescono alla meglio a trascinare sin ala fine la loro esistenza mediocre. Gi\u00e0 tutto \u00e8 mediocre introno a lui, nella cittadina romagnola presso la quale la vicina Bologna \u00e8 una metropoli di lusso e di piacere. La sua vita si svolge fra il circolo e il caff\u00e8:, e la casa con la moglie e i due bambini; i soliti amici, le solite chiacchiere, le solute contese provinciali con i loro odi e i meschini rancori. Ogni tanto, la cena, la ribalta, la donnetta&#8230; Il patrimonio \u00e8 piccolino, la voglia di lavorare \u00e8 poca, anche per quella vanit\u00e0 del borghese o del signorotto di provincia che vuol vivere di rendita; cos\u00ec a poco a poco le ipoteche nascono sul fondo paterno come le erbacce, mentre la vita continua a scorrere placida ed eguale verso la rovina.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 il fatalismo tranquillo dei deboli, che sperano sempre nel miracolo, nella fortuna imprevista, e tirano avanti a forza di espedienti; ma talora il destino beffardo si incarica di affrettare il dissolvimento con una di quelle burle dalla maschera deliziosa e attraente a cui l&#8217;uomo cede per la debolezza della sua carne matta. La compagnia di operette che capita nella piccola citt\u00e0: la mediocre generica che sorride al passante e accetta da lui la cena: la femmina astuta e carnale che passa nella sua vita come un turbine di vizio e di piacere inebriandolo e dissanguandolo; finch\u00e9 un giorno, quando ella \u00e8 partita, e tutto \u00e8 ritornato quieto e monotono come prima, egli si trova con una cambiale falsa che un giorno bisogner\u00e0 pure pagare.<\/em><\/p>\n<p><em>Il dramma comincia di qui, allorch\u00e9 egli tornando una notte da Bologna dove invano ha cercato di aggiustare i propri interessi per i bisogni pi\u00f9 urgenti, trova in casa la lettera confidenziale di un amico cancelliere che lo avverte come lo strozzino si sia accorto della falsificazione, ed abbia senz&#8217;altro presentato la cambiale al pretore bench\u00e9 alla scadenza manchino ancora due mesi. Il dramma comincia di qui ed \u00e8 tutto qui. Siamo ancora alle primissime pagine del racconto, e la soluzione \u00e8 gi\u00e0 decisa. Quel tale protagonista silenzioso affaccia subito la sua ombra cupa. Davanti all&#8217;impreveduto che lo colpisce, l&#8217;uomo non ha che una via: MORIRE.<\/em><\/p>\n<p><em>Le duecento pagine di &quot;Vortice&quot; sono la storia di questa agonia. L&#8217;uomo \u00e8 afferrato nel vortice, e non pu\u00f2 pi\u00f9 tornare indietro. Il moto circolare \u00e8 lento ma inesorabile; siora in ora, la spirale si restringe e l&#8217;abisso si avvicina. Il distacco alla vita \u00e8 lento e continuo, bench\u00e9 tutto proceda come al solito, e nessuno sospetti di nulla, nelle solute vane occupazioni di una giornata festiva. Egli \u00e8 un condannato amore; ma nessuno lo sa. La moglie, la tenera mite compagna, non sospetta nulla; i bambini giocano innocenti, come prima. Al passeggio e al caff\u00e8; gli amici sono gli stessi, i discorsi sono sempre quelli. Nessuno sa nulla e immagina nulla; domani, quando lo scandalo scoppier\u00e0, egli sar\u00e0 morto. Un altro sarebbe fuggito o avrebbe affrontato il processo; Romani, no. Egli, che pure trover\u00e0 finalmente la forza di morire, non ha quella di combattere. Meglio sparire.<\/em><\/p>\n<p><em>Al piano di sopra abita un vecchio prete pi\u00f9 che ottantenne il quale vive aspettando la morte, nel continuo terrore della morte. Eppure, esso non le \u00e8 cos\u00ec vicino come questo vivo che ha le ore contate e nessuno lo sa. Nel colloquio che i due hanno incontrandosi per caso a passeggio, il contrasto \u00e8 potente: Ma ve n&#8217;\u00e8 un altro, la cui potenza tragica si colorisce di un pallore malinconico e si risolve in un inno alla vita. Il suicida cammina solitario dietro il muraglione del cimitero, sul fiume torbo e arido dentro gli argini alti, meditando il passo che si dovr\u00e0 compiere fatalmente. Ed ecco, a pochi passi da lui, una vice giovanile intonare un&#8217;aria. \u00c8 il figlio di un ortolano, caduto piccino da un albero e rimasto con le reni fracassate; non \u00e8 vivo che dalla cintura in su; eppure vive.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Egli, morto a met\u00e0, cantava. Con una mano si reggeva ad un ramoscello dell&#8217;albero, tenendo il viso in alto, colle spalle quasi nella siepe, cos\u00ec che si distingueva appena tra il fogliame la sua figura. Poi tacque. L&#8217;ora era deserta: un uccello pigol\u00f2 dal&#8217;altra ripa del fiume; lontano, ad un campanile suon\u00f2 ancora una messa.&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 una pagina stupenda; ma ve ne sono molte, in questo libro pi\u00f9 amaro della morte.<\/em><\/p>\n<p><em>Quelle ventiquattr&#8217;ore di agonia sono per l&#8217;uomo una catarsi. L&#8217;idea del morire a poco a poco gli si accosta sempre pi\u00f9, diviene tutt&#8217;uno con lui. Quando ormai la sua risoluzione \u00e8 presa, egli, ormai solo in mezzo alla folla, si sente migliore di tutti quelli che lo circondano. &quot;La morte innalza sempre&quot;. Un suo amico, giocatore sfrenato e vico a rovinarsi, pensa a tutto fuorch\u00e9 a morire. Romani gli domanda: &quot;Ma quando sarai rovinato?&quot;. L&#8217;altro si contenta di alzare le spalle; allora egli insiste: &quot;Tu non ci pensi dunque?&quot;. E il giocatore risponde: &quot;A che serve il pensarci?&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>Sta bene; ma viene poi ilo &quot;momento di dover pensare per forza&quot;. E allora? Romani entra la caff\u00e8; a scrivere una lettera per raccomandare i bambini a una vecchia zia benestante. Quando esce con la lettera in mano, l&#8217;amico gli offre di andargliela a impostare. Ora, finch\u00e9 essa non era impostata, la cosa non era ancora decisa. Da quel momento, il destino \u00e8 pi\u00f9 irrevocabile che mai. \u00c8 la fatalit\u00e0 che opprime. Romani pensa rabbrividendo: &quot;In ultimo, vi \u00e8 sempre qualcuno che vi spinge&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Di Alfredo Oriani ci eravamo gi\u00e0 occupati a suo tempo (cfr. l&#8217;articolo <em>Alfredo Oriani aveva poca stima delle donne forse perch\u00e9 troppo innamorato della Donna<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 02\/09\/2013), per cui non vogliano ripetere cose gi\u00e0 dette. Ci limiteremo a osservare che, da solo, un romanzo come <em>Vortice<\/em> avrebbe dovuto meritargli la riconoscenza della repubblica delle patrie lettere, tanto pi\u00f9 che, in quegli anni, il genere romanzo, in Italia, non aveva prodotto nulla di notevole, a parte <em>Il piacere<\/em> di D&#8217;Annunzio, tutt&#8217;al pi\u00f9 qualche esperimento interessante da parte degli scapigliati; e invece non \u00e8 bastato neanche ad assicurargli un po&#8217; di fama e un po&#8217; di autorit\u00e0 e di prestigio culturale, nel chiuso mondo professorale dominato dai tromboni ufficiali come Carducci, o dai giovani superuomini come D&#8217;Annunzio. La critica, bacchettona e implacabile, lo tenne astiosamente in disparte per tutta la vita (forse qualche <em>diktat<\/em> non ufficiale, ma inappellabile, delle logge massoniche?); nemmeno uno dei suoi molti libri, compresi dei saggi notevoli per originalit\u00e0 e acutezza, come <em>La rivolta ideale<\/em> o <em>La lotta politica in Italia<\/em>, valse ad assicurargli la notoriet\u00e0 e la sicurezza economica. Non si pu\u00f2 non provare una stretta al cuore pensando che autori che scrissero molto, ma molto meno di lui, come appunto Svevo, o molto, ma molto peggio di lui, come il troppo sopravvalutato Alberto Moravia, ebbero, al suo confronto, l&#8217;uno negli ultimi anni, l&#8217;altro fin da giovane, una accoglienza infinitamente pi\u00f9 lusinghiera da parte della critica, ed una popolarit\u00e0 immensamente superiore alla sua. Semplici coincidenze? Oppure Oriani, che pure era un ribelle per temperamento, per aver messo al centro della sua opera i valori tradizionali, a cominciare dalla patria &#8211; che avrebbe voluto pi\u00f9 grande e pi\u00f9 ardimentosa, e nei cui alti destini ebbe sempre una fede incrollabile -, dispiacque alla cultura della seconda met\u00e0 del Novecento, cos\u00ec come gi\u00e0 era spiaciuto a quella di fine Ottocento e dei primi del secolo successivo? Se questo \u00e8 vero, e i fatti lo dimostrano, allora non \u00e8 affatto un caso che la Repubblica di Pulcinella, nata nel 1946, abbia ripreso il cammino interrotto dell&#8217;Italietta liberale e benpensante, perennemente impegnata nell&#8217;arte del tirare a campare: e che abbia archiviato esperienze letterarie come quella di Alfredo Oriani, allo stesso modo in cui, per legittimare e, se possibile, nobilitare, la propria continuit\u00e0 ideale, ha preteso di archiviare vent&#8217;anni della storia politica italiana: quelli del fascismo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alfredo Oriani: il grande dimenticato, il grande rimosso della letteratura italiana. 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