{"id":29533,"date":"2008-06-02T11:02:00","date_gmt":"2008-06-02T11:02:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/02\/lamore-di-carita-ispirato-dalla-grazia-e-il-fulcro-della-nostra-vita-soprannaturale\/"},"modified":"2008-06-02T11:02:00","modified_gmt":"2008-06-02T11:02:00","slug":"lamore-di-carita-ispirato-dalla-grazia-e-il-fulcro-della-nostra-vita-soprannaturale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/02\/lamore-di-carita-ispirato-dalla-grazia-e-il-fulcro-della-nostra-vita-soprannaturale\/","title":{"rendered":"L&#8217;amore di carit\u00e0 ispirato dalla Grazia \u00e8 il fulcro della nostra vita soprannaturale"},"content":{"rendered":"<p>Ci sembra che esista un autentico abuso, sia nel linguaggio comune, sia &#8211; spesso &#8211; anche nella saggistica filosofica, dell&#8217;espressione &quot;Io&quot;. Si dice: \u00abIo ho fame\u00bb; \u00abIo ho visto un bel giardino\u00bb; \u00abIo ti amo\u00bb Ma chi \u00e8 quell&#8217;Io che <em>afferma<\/em> di aver fame, di aver visto un determinato oggetto, di amare una certa persona: \u00e8 sempre lo stesso Io?<\/p>\n<p>E quale grado di fiducia dobbiamo accordare alle sue affermazioni?<\/p>\n<p>Per quanto riguarda la seconda domanda, ce ne siamo occupati nel precedente saggio <em>L&#8217;eterna lotta fra impulso di morte e capacit\u00e0 di amare nella riflessione di Gabriel Marcel<\/em> (consultabile sul sito di Arianna Editrice), in cui, sulle orme del filosofo francese, abbiamo constatato che esiste un Io anteriore al &quot;me&quot;, ossia anteriore alla dualit\u00e0 di soggetto pensante e di oggetto pensato. Di conseguenza, ci siamo resi conto che l&#8217;essere si rivela alla coscienza ben prima che essa, mediante l&#8217;autocoscienza, produca una distinzione di soggetto e oggetto; e che il pensiero partecipa dell&#8217;essere in una unit\u00e0 originaria che \u00e8 misteriosa, in quanto non oggettivabile e non verificabile. E ci\u00f2 avviene per la buona ragione che la riflessione non pu\u00f2 avere per oggetto l&#8217;essere, dato che essa \u00e8 interna all&#8217;essere. Pertanto, l&#8217;essere ha un primato nei confronti del conoscere, perch\u00e9 \u00e8 l&#8217;essere che si afferma in me, ben prima che io affermi l&#8217;essere.<\/p>\n<p>Ne abbiamo concluso che noi non dovremmo dire: \u00abIo ho fame\u00bb; \u00abIo ho visto un bel giardino\u00bb; \u00abIo ti amo\u00bb; perch\u00e9 noi partecipiamo all&#8217;essere, ma non lo possediamo affatto.<\/p>\n<p>Giustamente Marcel, a questo proposito, osserva che (Ernesto Balducci, <em>Storia del pensiero umano<\/em> (Edizioni Cremonese, 1986, vol. 3, pp. 295-296):<\/p>\n<p><em>&#8230;La sfera dell&#8217;oggettivo \u00e8 la sfera dell&#8217;<\/em>avere<em>, che si contrappone a quella dell&#8217;<\/em>essere. <em>La ragione problematica \u00e8 omogenea al mondo delle cose: perch\u00e9 io possa avere una cosa, essa deve stare dinanzi a me, esistere indipendentemente da me. Questa reificazione pu\u00f2 investire anche la mia interiorit\u00e0, come quando dico che io<\/em> ho <em>una sofferenza,<\/em> ho <em>un desiderio: allora io scindo dal mio essere un suo momento particolare e lo tratto come oggetto.<\/em><\/p>\n<p><em>Lo scivolamento dall&#8217;autenticit\u00e0 dell&#8217;essere alla inautenticit\u00e0 dell&#8217;avere accade alle radici stesse del processo conoscitivo, l\u00e0 dove la sensazione si inscrive nel sentimento della mia corporeit\u00e0. Infatti, prima di essere un effetto in me prodotto da uno stimolo esterno, la sensazione \u00e8 il puro fatto del sentire, al di l\u00e0 di tutte le possibili determinazioni. Il sentire puro \u00e8 il mistero della mia partecipazione a un universo che, impressionandomi, mi crea. Ecco perch\u00e9 il dato centrale della metafisica \u00e8, per Marcel, il sentimento del mio corpo, l&#8217;incarnazione. Quando dico che io<\/em> ho <em>un corpo, mi sono gi\u00e0 posto fuori dell&#8217;asse ontologico: la verit\u00e0 prima \u00e8 che io<\/em> sono <em>il mio corpo, o meglio, io sono in quanto incarnato in questo corpo.(&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Tra il mio corpo e me non c&#8217;\u00e8 dunque n\u00e9 separazione n\u00e9 fusione e nemmeno relazione, c&#8217;\u00e8<\/em> partecipazione<em>: l&#8217;esistenzialit\u00e0 \u00e8 la partecipazione, in quanto essa non \u00e8 oggettivabile. Nel momento in cui il mio corpo \u00e8 considerato come oggetto di scienza, io esulo infinitamente da esso.<\/em><\/p>\n<p><em>Quello che si \u00e8 detto del corpo, vale per l&#8217;universo intero. Come il mio corpo, nemmeno l&#8217;universo pu\u00f2 diventare un oggetto per me, n\u00e9 io posso comprendere, per via di ragione, quale sia il legame che mi unisce ad esso. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p>Perci\u00f2, ci sembra che sarebbe pi\u00f9 giusto adoperare espressioni come le seguenti: \u00abL&#8217;essere, che \u00e8 in me e a cui partecipo, fa l&#8217;esperienza della fame\u00bb; \u00abL&#8217;essere che \u00e8 in me, e a cui partecipo, fa l&#8217;esperienza di un bel giardino\u00bb; \u00abL&#8217;essere che \u00e8 in me, e a cui partecipo, fa l&#8217;esperienza di amarti\u00bb; e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Non si tratta &#8211; si badi &#8211; di pignoleria filologica o di astratta velleit\u00e0 intellettualistica; al contrario: si tratta di compiere un atto di umilt\u00e0 e di lealt\u00e0, di riconoscere che noi partecipiamo all&#8217;essere, ma non lo possediamo n\u00e9, meno ancora, <em>siamo<\/em> l&#8217;essere. Questo dovrebbe renderci pi\u00f9 pazienti nelle piccole e grandi avversit\u00e0 della vita (non sono Io ad avere un forte dolore di testa, ma l&#8217;essere che \u00e8 in me ne fa l&#8217;esperienza); e, al tempo stesso, pi\u00f9 modesti e capaci di senso della misura, nei momenti felici (non sono Io ad aver riportato questo o quel successo, ad aver conquistato quel traguardo, ma l&#8217;essere che \u00e8 in me e a cui partecipo).<\/p>\n<p>Questo, per quanto riguarda la seconda domanda che ci eravamo posta, ossia quale grado di fiducia dobbiamo accordare alle affermazioni dell&#8217;Io che dice di <em>avere<\/em> (cio\u00e8 di possedere) questa o quella sensazione, questa o quella percezione, questo o quel sentimento.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda, invece, la prima domanda, ossia se quell&#8217;Io che <em>afferma<\/em> di aver fame, di aver visto un determinato oggetto, di amare una certa persona, sia sempre lo stesso Io, e chi egli sia in definitiva, tenteremo di rispondervi adesso.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo comune &#8211; e, spesso, anche il filosofo (almeno di questi tempi&#8230;) tende a parlare dell&#8217;Io individuale, e a pensarlo &#8211; se pure vi pensa &#8211; come se fosse scontato che egli costituisce una <em>unit\u00e0<\/em> indifferenziata; ma scontato non lo \u00e8 affatto.<\/p>\n<p>Molto ha contribuito, a ci\u00f2, il sofisma del <em>cogito<\/em> cartesiano. Tuttavia abbiamo visto che l&#8217;Io, quando dice: \u00abIo penso\u00bb, pone un &quot;me&quot; quale oggetto del mio pensare, che si giustifica bens\u00ec sul piano della razionalit\u00e0 astratta, ma non sul piano dell&#8217;esperienza intuitiva. Intuitivamente, ciascuno di noi sa benissimo che c&#8217;\u00e8 un Io anteriore al &quot;me&quot;, ossia anteriore alla dualit\u00e0 di soggetto pensante e di oggetto pensato dal soggetto. \u00c8 impossibile, quindi, che l&#8217;Io si ponga di fronte alle proprie operazioni mentali, come se queste fossero distinte da lui: l&#8217;essere, infatti, si rivela alla coscienza ben prima che essa, mediante la riflessione su se stessa, produca una distinzione di soggetto e oggetto.<\/p>\n<p>Dunque, l&#8217;Io individuale non pu\u00f2 essere pensato separatamente dalle proprie operazioni: dal fatto di sentire, di percepire, di provare sentimenti, ecc.; e nemmeno pu\u00f2 essere pensato come una unit\u00e0 indifferenziata, dato che a funzioni diverse devono presiedere, di necessit\u00e0, livelli di coscienza diversi. L&#8217;Io non avverte le sensazioni con la mente, n\u00e9 i pensieri con il corpo fisico: questo \u00e8 certo. D&#8217;altra parte, \u00e8 quasi superfluo precisare che stiamo parlando per semplificazioni; perch\u00e9, nella vita concreta della coscienza, le diverse funzioni sono sempre correlate, e non si d\u00e0 una separazione radicale e assoluta fra esse.<\/p>\n<p>Esistono, dunque, piani o livelli di coscienza diversi: come una casa che, pur essendo una, si organizza su differenti piani: seminterrato, piano terra, primo piano, secondo piano, solaio. \u00c8 chiaro che essi possono, anzi, devono, comunicare tra loro, affinch\u00e9 l&#8217;inquilino della casa possa muoversi liberamente al suo interno. Se vivesse perennemente al livello del seminterrato, sarebbe un recluso (e molte persone, in effetti, vivono cos\u00ec la propria vita&#8230;); ma, anche da recluso, non potrebbe fare a meno di provare caldo o freddo, a seconda che il riscaldamento funzioni, oppure no; di sentire silenzio o rumore, a seconda che, ai piani superiori, vi sia attivit\u00e0 o non ve ne sia. Inoltre, non potrebbe ricevere l&#8217;acqua dal rubinetto, se vi fosse un guasto nelle tubature ai piani superiori; n\u00e9 ottenere l&#8217;illuminazione, se l&#8217;impianto elettrico fosse stato danneggiato; e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Quali sono, dunque, i principali livelli della coscienza, attorno ai quali si organizza la struttura dinamica della nostra personalit\u00e0?<\/p>\n<p>Ci sembra che il modello elaborato dalla teoria psico-dinamica, cos\u00ec come \u00e8 stata formulata da eminenti studiosi quali il Lersch, il Thomae, il Mounier, e arricchito da aspetti delle teorie di Jung (specie per quanto riguarda l&#8217;integrazione del S\u00e9), Fromm e Minkowski, offra l&#8217;immagine che possiamo considerare pi\u00f9 soddisfacente, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze. Tuttavia, ci prendiamo la libert\u00e0 di apportare a quel modello una modifica, estendendo alla coscienza, e all&#8217;Io medesimo, quanto esso riferisce solo alla struttura della personalit\u00e0.<\/p>\n<p>In base a tale schema o modello, noi dobbiamo immaginarci la vita della coscienza (riprendendo la similitudine della casa) come un edificio a quattro piani, certo comunicanti fra loro, ma destinati ciascuno ad una funzione specifica, e caratterizzati da un grado notevole di &quot;addestramento&quot; nei confronti di essa.<\/p>\n<p>I teosofi e gli antroposofi non parlano di livelli, ma di &quot;corpi&quot;; e ne postulano sette e non quattro. Noi, per\u00f2, restiamo fedeli alla logica del &quot;rasoio di Ockham&quot; e pensiamo che non si debba moltiplicare il numero degli enti senza che ne sia una autentica necessit\u00e0: anche nell&#8217;ambito di ci\u00f2 che \u00e8 complesso, l&#8217;essere non esprime ridondanza, ma essenzialit\u00e0. E quanto alla terminologia, perch\u00e9 dare adito a possibili equivoci, parlando di &quot;corpi&quot;, come se fossero <em>strati<\/em> successivi, quasi rivestimenti che avvolgono l&#8217;Io uno sopra l&#8217;altro, quando invece si tratta di ambiti distinti ed autonomi, bench\u00e9 correlati, di un&#8217;unica realt\u00e0?<\/p>\n<p>\u00c8 possibile spingersi ancora oltre, imboccando la strada opposta; e, invece di moltiplicare a piacere le varie sfere dell&#8217;Io, si pu\u00f2 sostenere che un Io non esiste affatto. In suo luogo, \u00e8 possibile ipotizzare o l&#8217;esistenza di un complesso di operazioni mentali sempre cangianti, oppure una quantit\u00e0 di piccoli &#8216;io&#8217; temporanei, sempre in lotta tra loro per la supremazia e, sovente, gli uni all&#8217;oscuro di quanto pensano e fanno gli altri. La prima posizione \u00e8 quella di alcune correnti filosofiche del buddhismo Theravada; la seconda, quella del pensatore e occultista Georges Ivanovic Gurdjieff. Ci siamo gi\u00e0 occupati di entrambe le posizioni in apposita sede (cfr. F. Lamendola, <em>Esiste l&#8217;anima dell&#8217;uomo nella filosofia buddhista?<\/em>; e <em>L&#8217;uomo, secondo Gurdjieff, \u00e8 una pluralit\u00e0, e il suo nome \u00e8 legione<\/em>, sul sito di Arianna Editrice); per cui non ci dilungheremo su di esse, rimandando il lettore a quei precedenti lavori.<\/p>\n<p>Dunque, il primo piano o livello &#8211; quello inferiore &#8211; corrisponde alla sfera della <em>vita vegetativa<\/em> ed istintiva dell&#8217;individuo. Ci\u00f2 non significa che si esaurisca nelle funzioni del corpo, poich\u00e9, anche se \u00e8 caratterizzato dai sistemi parziali dell&#8217;organismo (a partire dai cinque sensi), esso contribuisce, nella formazione della personalit\u00e0, alla sfera dell&#8217;istinto, del temperamento e dell&#8217;umore. E sappiamo quanto l&#8217;istinto, il temperamento e l&#8217;umore tendano a predominare nelle personalit\u00e0 meno evolute, ad es. in quella del bambino. L&#8217;espressione: \u00abho fame\u00bb, che andrebbe corretta con quella: \u00abl&#8217;essere, che \u00e8 in me, fa l&#8217;esperienza della fame\u00bb, giace su questo piano di coscienza.<\/p>\n<p>Il secondo livello corrisponde alla sfera della <em>vita psichica<\/em> e abbraccia il mondo empirico delle cose e delle persone. Le sue funzioni essenziali sono la percezione e il necessario adattamento dell&#8217;Io al mondo esterno. Mano a mano che il bambino, crescendo, allarga l&#8217;ambito del mondo esterno di cui fa esperienza, la sua vita psichica si affina e si arricchisce; e, contemporaneamente, si trasforma sotto la continua azione di rimodellamento che opera su di s\u00e9. L&#8217;espressione, sbrigativa, \u00abIo ho visto un bel giardino\u00bb, giace su questo piano della coscienza.<\/p>\n<p>Il terzo livello corrisponde alla sfera della <em>vita mentale<\/em> e abbraccia il mondo dei valori, delle idee e dei concetti. Le sue funzioni sono la ragione e i sentimenti superiori. Molti psicologi di tendenza materialistica desiderano tenere ben separata la sfera della ragione da quella dei sentimenti, ovviamente ponendo la prima al di sopra della seconda. Ma, se si guarda bene alla sfera dei sentimenti, \u00e8 facile accorgersi che essa non pu\u00f2 essere considerata in maniera unitaria; che occorre distinguere i sentimenti inferiori, poco pi\u00f9 elaborati degli istinti o della semplice percezione, da quelli superiori, che denotano un alto grado di evoluzione della coscienza (e questo \u00e8 uno dei pochi ambiti in cui l&#8217;uso del concetto di &quot;evoluzione&quot;, cos\u00ec come quello di &quot;sviluppo&quot;, ci sembra perfettamente legittimo). Di conseguenza, bisogner\u00e0 convenire che esiste una maggiore affinit\u00e0 tra le operazioni della ragione ed i sentimenti superiori, che non fra questi ultimi e gli istinti o le percezioni. E ci\u00f2 giustifica il fatto di &quot;situare&quot;, nella nostra mappa immaginaria, la sfera dei sentimenti superiori e quella della ragione su di un unico livello della coscienza. L&#8217;espressione, invero approssimativa, \u00abIo ti amo\u00bb, appartiene al terzo livello.<\/p>\n<p>Arrivati a questo punto, la maggior parte degli studiosi della personalit\u00e0 si fermano e ritengono di aver descritto l&#8217;ultimo piano dell&#8217;edificio, ossia quello pi\u00f9 alto.<\/p>\n<p>Noi crediamo che questo sia un grave errore; e che molte delle situazioni negative in cui l&#8217;Io viene a trovarsi, sia rispetto a s\u00e9 stesso che rispetto al mondo, siano la conseguenza di una visione limitata e distorta della persona umana, che da tale errore deriva.<\/p>\n<p>Che cosa manca, dunque, per completare lo schema dell&#8217;Io e della vita coscienziale che ne deriva? A nostro parere, manca l&#8217;ultimo livello dell&#8217;edificio, che si colloca su di un piano soprannaturale e che, per ci\u00f2 stesso, tende ad essere ignorato dai filosofi e dagli psicologi di formazione materialista e immanentista. Dal momento che la vita soprannaturale della coscienza \u00e8 il risultato di una forza superiore all&#8217;umana, che i cristiani chiamano Grazia, per gli studiosi che si pongono in una prospettiva atea od agnostica, di essa non esiste alcuna prova evidente e si rifiutano di ammetterne l&#8217;esistenza, e sia pure come semplice ipotesi di lavoro. <em>Non si vede, dunque non c&#8217;\u00e8<\/em>: questo \u00e8 il loro credo il quale, come appare evidente, testimonia il perdurare di una mentalit\u00e0 rozzamente positivistica che, giunta al culmine verso la fine del XIX secolo, non si \u00e8 affatto attenuata nella sua essenza, bench\u00e9 taluni suoi esponenti, per opportunit\u00e0 o per temperamento, tendano oggi a presentarla in maniera meno brusca e meno dogmatica.<\/p>\n<p>Affermiamo, dunque, che l&#8217;ultimo piano dell&#8217;edificio dell&#8217;Io, quello che riceve pi\u00f9 aria e luce e che si affaccia sul panorama pi\u00f9 ampio, spaziando liberamente fin verso l&#8217;estremo orizzonte, corrisponde alla sfera della <em>vita soprannaturale<\/em>, le cui manifestazioni fondamentali sono la Grazia e la risposta che, ad essa, liberamente d\u00e0 la persona.<\/p>\n<p>Lo ripetiamo: la cultura moderna ha tirato un tratto di penna sull&#8217;esistenza di questo livello dell&#8217;Io, negando puramente e semplicemente che esistano piani di realt\u00e0 superiori a quelli esperibili mediante l&#8217;istinto, la percezione, i sentimenti e la ragione (cfr. i nostri precedenti articoli: <em>Possiamo contare solo su noi stessi per realizzare l&#8217;oltre-uomo?<\/em>; e <em>Voltar le spalle alla Grazia: il peccato d&#8217;origine della modernit\u00e0<\/em>, entrambi consultabili sul sito di Arianna Editrice). Ma, cos\u00ec facendo, la cultura moderna si \u00e8 preclusa una esatta conoscenza proprio di quell&#8217;Io che essa ha assolutizzato e quasi divinizzato, facendone il centro dell&#8217;universo.<\/p>\n<p>Tra gli studiosi i quali, invece, hanno tenuto aperta la comunicazione con la sfera della vita umana soprannaturale, si segnala il francese Georges Cruchon, autore di una <em>Introduzione alla psicodinamica<\/em> (titolo originale: <em>Initiation \u00e0 la psychologie dynamique<\/em>, Maison Marne, Paris-Tours, 1963; traduzione italiana di Luigi Derla, La Scuola, Brescia).<\/p>\n<p>Dopo aver considerato le varie forme che pu\u00f2 assumere un legame affettuoso, dalle meno elevate a quelle pi\u00f9 alte &#8211; la cooperazione e il cameratismo; l&#8217;affezione per i luoghi e per le cose; l&#8217;affezione non sessuale alle persone della famiglia; l&#8217;amore sessualizzato; l&#8217;amore d&#8217;amicizia liberato dall&#8217;interesse e dalla sessualit\u00e0, l&#8217;Autore giunge a considerare l&#8217;amore di carit\u00e0 ispirato da Dio e incondizionato.<\/p>\n<p>Si tratta di un &quot;livello&quot; o stadio dell&#8217;amore che gli psicologi di formazione materialistica non potrebbero neanche ammettere, dato che non possono ammettere l&#8217;idea di Dio o, quanto meno, l&#8217;idea che dalla sfera del divino partano delle forze capaci di influenzare la psiche umana. E come lo potrebbero, se non sono nemmeno in grado di ammettere &#8211; nello studio dei fenomeni parapsicologici &#8211; che la mente umana possa esercitare un&#8217;azione diretta sulla realt\u00e0 esterna, o sulla mente di un altro individuo?<\/p>\n<p>Eppure, la sfera della Grazia \u00e8 proprio questa; e, se la si vuol negare, si amputa irrimediabilmente l&#8217;immagine della persona e quella delle sue funzioni spirituali.<\/p>\n<p>Scrive, dunque, il Cruchon (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 169-174):<\/p>\n<p><em>Al termine e al vertice dell&#8217;unione con gli alti vi \u00e8<\/em> l&#8217;amore di carit\u00e0 puramente spirituale<em>, che trascende le capacit\u00e0 specifiche dell&#8217;uomo e deriva dall&#8217;amore perfetto di Dio. Esso si distingue dall&#8217;amore d&#8217;amicizia umano per le seguenti caratteristiche.<\/em><\/p>\n<p><em>Anzitutto \u00e8 pi\u00f9 puro e pi\u00f9 casto, pi\u00f9 sciolto dai legami sensibili; ci\u00f2 non significa che li rifiuti, giacch\u00e9 esso tende soprattutto a ci\u00f2 che \u00e8 amabile negli altri; ma non ne \u00e8 motivato, come nell&#8217;amore d&#8217;amicizia umano. Infatti, esso supera questa considerazione e tende elettivamente a quei valori spirituali della persona che sfuggono ai sensi, ma che la grazia dischiude allo spirito. \u00c8 cos\u00ec che la pura carit\u00e0 pu\u00f2 farci amare esseri fisicamente e moralmente scostanti, perch\u00e9 si rivolge soprattutto a quell&#8217;immagine ideale dell&#8217;uomo che il male fisico o morale ha potuto deformare, ma che essa tende a ricostruire e a ricreare in s\u00e9; trasformazione che l&#8217;uomo solo non saprebbe operare, ma che la carit\u00e0 crede possibile all&#8217;amore divino di cui \u00e8 portatrice. \u00abEssa tutto crede, tutto spera\u00bb, come dice s. Paolo e, di fatto, opera miracoli.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;amore di carit\u00e0 presuppone cos\u00ec un dono pi\u00f9 perfetto di s\u00e9, non indietreggia di fronte alla morte n\u00e9 alle ingratitudini e alle delusioni che pu\u00f2 incontrare sulla propria via. \u00c8 cos\u00ec, del resto, che si manifesta il suo carattere gratuito e di amore incondizionato: non si tratta, come ha creduto Freud, di amare il prossimo<\/em> perch\u00e9 <em>\u00e8 nostro nemico, ma<\/em> bench\u00e9 <em>lo sia.<\/em><\/p>\n<p><em>Tale amore \u00e8 anche pi\u00f9 universale e si estende a tutti, senza distinzione di razza o di cultura, ma anche, cosa ancor pi\u00f9 notevole, agli stessi nemici. E cos\u00ec esso pu\u00f2 disarmare l&#8217;odio, salvo essere vittima. Dice ancora s. Paolo che esso \u00abtutto soffre e sopporta\u00bb (<\/em>I Cor.<em>, 13, 7).<\/em><\/p>\n<p><em>Esso \u00e8 inoltre caratterizzato da una maggiore intimit\u00e0 e &quot;comunione&quot; dello spirito e del cuore, poich\u00e9 non riserva nulla a se stesso e non mira affatto ad impadronirsi degli altri. Nessuna forma d&#8217;amore rispetta altrettanto la libert\u00e0 del prossimo, n\u00e9 \u00e8 cos\u00ec umile e paziente, senza nulla imporre altrui che sia il frutto di una coercizione, senza costringere ad amare se non liberando dall&#8217;egoismo grazie al fascino che esercita dall&#8217;intimo sulla natura umana. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;amore di carit\u00e0, come ha giustamente rilevato lo Jank\u00e9l\u00e9vitch nel suo<\/em> Trait\u00e9 des vertus <em>(cap. XI), non dispensa dalle esigenze della giustizia, ma, al contrario, ne presuppone la realizzazione per un motivo che spinge ad andare ancora pi\u00f9 oltre e a dare senza alcun calcolo. Per questo Aristotele diceva anche che, l\u00e0 dove esiste l&#8217;amicizia, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 bisogno di giustizia, ma che, l\u00e0 dove vige la giustizia, v&#8217;\u00e8 ancora bisogno dell&#8217;amicizia (<\/em>Etica Nic., _3Cem>VIII, 1, 4).<\/em><\/p>\n<p><em>Infine, l&#8217;amore di carit\u00e0, se \u00e8 motivato dall&#8217;amore divino da cui deriva, non dispensa pi\u00f9 dall&#8217;amare le persone per se stesse; infatti esso si riversa sull&#8217;altrui persona, che si ama per tutte le qualit\u00e0 che la rendono amabile, e che sono infinite, poich\u00e9 essa \u00e8 amata infinitamente da Dio. Si ama allora l&#8217;altrui persona per la sua bellezza reale, che le \u00e8 stata donata da Dio e che si vorrebbe ancora pi\u00f9 perfetta, senza limiti. Per mezzo di codesta trasfigurazione operata dall&#8217;amore, si ama Dio in lei e la sia ama in Dio, senza possibilit\u00e0 di dissociazione, giacch\u00e9 solo questa unione con Dio pu\u00f2 arricchirla. Non si potrebbe del resto amarla, sfigurata e decaduta, se non amandola trasfigurata in speranza dall&#8217;amore di Dio, e trovandola tanto pi\u00f9 degna d&#8217;amore quanto pi\u00f9 \u00e8 compassionevole ed infelice. Onde questo amore, pur rivolgendosi alla persona naturale dell&#8217;uomo, l&#8217;avvolge in quanto essa \u00e8 trasfigurata dall&#8217;amore divino, e quindi si rivolge anche a Dio in essa. E solo credendo a queste possibilit\u00e0 di trasformazione degli altri mediante l&#8217;amore che portiamo loro, e che Dio prima di tutti gli porta, possiamo enucleare in essi le possibilit\u00e0 d&#8217;amore che sono ala base della loro trasformazione. Accade un poco, qui, quello che si verifica nella tecnica del Rogers, il psicologo che crede, ma su un piano puramente naturale, alla potenza di trasformazione operata da una piena fiducia manifestata ad un&#8217;altra persona, che dubita di se stessa, in occasione delle difficolt\u00e0 che le si permette di esprimere senza biasimarnela.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;amore di Dio, che ci consente cos\u00ec di amare gli altri, non toglie nulla all&#8217;altrui persona, e non rende indifferenti ad essa; al contrario, crea legami pi\u00f9 saldi ed efficaci verso di essa, l&#8217;arricchisce di nuovi valori, che non le sono estranei poich\u00e9 fanno parte delle sue possibilit\u00e0 e delle intenzioni di Dio su di essa. Egli rende questo amore per il prossimo pi\u00f9 stabile dell&#8217;amore che si pu\u00f2 provare per delle persone virtuose, e non fondava la sua stabilit\u00e0 che sulla stabilit\u00e0 della virt\u00f9, questo amore di carit\u00e0 rivolto all&#8217;uomo in virt\u00f9 dell&#8217;amore divino resta inalterato, attraverso ogni prova. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 sottinteso ce u tale amore unisce le persone a un grado che non sarebbe raggiunto da alcun amore umano, da nessun incontro sul piano delle idee, dei sentimenti o dell&#8217;ideale, quale \u00e8 stato descritto dalle filosofie e dalle terapie dell&#8217;incontro (<\/em>Begegnung<em>). Certo, queste forme di incontro sono gi\u00e0 notevolmente al disopra del legame puramente carnale, o di quelle forme di comunicazione e di scambio che costituiscono il livello comune delle conversazioni fra uomo e uomo, in cui ci si trasmettono informazioni sugli altri o sulle cose pi\u00f9 che su se stessi e la propria esperienza della vita. Si tratta qui di un incontro al livello del centro stesso della persona e della sua libert\u00e0 creatrice, dove non si sposano le proprie idee e affezioni, ma quel nucleo ancora pi\u00f9 profondo da cui scaturiscono i bisogni pi\u00f9 alti di affermazione di s\u00e9 e di amore del prossimo, suscettibili, se fecondati e favoriti dall&#8217;amore (e non pi\u00f9 ostacolati dalla paura e dal male) di rinnovare interamente la condotta dell&#8217;uomo perch\u00e9 esso si affermi nel modo pi\u00f9 libero, integrale ed autentico possibile. \u00c8 in realt\u00e0 la sola unione che lascia ciascuno perfettamente libero, pur unendolo intimamente ad un altro essere; \u00e8 la realizzazione perfetta dell&#8217;<\/em>ama et fac quod vis<em>, in cui, senza alcuna costrizione, l&#8217;amante e l&#8217;amato non potrebbero fare alcuna cosa che dispiacesse all&#8217;altro, pur avendo piena iniziativa. Comunicando in virt\u00f9 del principio spirituale della loro attivit\u00e0, grazie all&#8217;amore che si portano, e non solo di regole comuni che si sono imposte, ess agiscono in virt\u00f9 di quella identificazione del loro essere spirituale, che li fa volere le stesse cose.<\/em><\/p>\n<p><em>Non occorrono lunghe spiegazioni per dimostrare come l&#8217;unione con gli altri, a questo livello, e cos\u00ec ispirata, non differisca dall&#8217;amore puro che noi possiamo e dobbiamo nutrire per Dio. Dio \u00e8 infatti l&#8217;Essere perfetto nel quale possono svilupparsi tutte le nostre facolt\u00e0 d&#8217;amare e di comunicare. Anzi, non possiamo amare gli altri di un amore perfettamente purificato e illimitato se non abbiamo preventivamente sperimentato , per noi stessi, gli effetti di quell&#8217;amore infinito e misericordioso. \u00abL&#8217;amore discende dall&#8217;alto e viene dal Padre\u00bb, dice s. Giacomo (1, 7), e comunicandosi al nostro spirito, facendoci comprendere come esso possa trasformarsi senza costringerci e assorbirci, ci insegna ad amare anche gli altri dello stesso amore, affinch\u00e9 siamo tutti uno, noi in Dio e Dio in noi, nell&#8217;unit\u00e0 di uno stesso Spirito. Ma anche le esperienze d&#8217;amore spirituale, che facciamo con gli altri, ci fanno scoprire le ricchezze insondabili dell&#8217;amore di Dio, presente in ciascuno di noi, e ci rimandano costantemente alla fonte da cui procedono.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;amore di carit\u00e0 ispirato da Dio, di cui parla Georges Cruchon, \u00e8, in sostanza &#8211; il lettore lo avr\u00e0 capito &#8211; la medesima cosa dell&#8217;amicizia spirituale di cui parlava, nel Medioevo, Aelredo di Rievaulx, e della quale ci siamo occupati in un recente saggio intitolato <em>Bellezza, bont\u00e0 e verit\u00e0 dell&#8217;amicizia spirituale nel pensiero di Aelredo di Rievaulx<\/em>, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Ci ripromettiamo, comunque, di tornare ancora &#8211; e non occasionalmente &#8211; sul tema dell&#8217;amore di carit\u00e0 ispirato da Dio, perch\u00e9 ci sembra che qui e proprio qui si giuochi la partita decisiva per una esatta comprensione dell&#8217;uomo, del mondo e del significato della nostra vita.<\/p>\n<p>Non vogliamo, adesso, per ragioni di spazio, dilungarci oltre.<\/p>\n<p>Ci limiteremo a fare una sola, semplice osservazione. Quanto sono lontani, i materialisti d&#8217;ogni scuola e gradazione, dal poter anche solo intravedere la reale natura dell&#8217;Essere e del suo autentico rapporto con gli enti che ne ricevono vita e significato. Scrive molto bene il Crouchon che la carit\u00e0 crede possibile all&#8217;amore divino, di cui \u00e8 portatrice, quella trasformazione integrale della persona che, umanamente, appare impossibile, anche nelle forme pi\u00f9 alte di amore spirituale; e aggiunge: <em>\u00abEssa tutto crede, tutto spera\u00bb, come dice s. Paolo e, di fatto, opera miracoli.<\/em><\/p>\n<p>Opera miracoli!<\/p>\n<p>Perch\u00e9, se l&#8217;amore \u00e8 una specie di miracolo dell&#8217;esistenza &#8211; l&#8217;amore, diciamo, quanto pi\u00f9 esso diviene puro e disinteressato: quale miracolo pi\u00f9 grande della Grazia, che ci rende possibile amare anche un corpo brutto e un&#8217;anima deformata, in virt\u00f9 dell&#8217;amore che Dio non cessa di dispensare a ogni creatura e del suo instancabile venire incontro ad essa, con fede incrollabile nella sua possibile redenzione e trasfigurazione?<\/p>\n<p>Con buona pace di Voltaire, che nel suo <em>Dizionario filosofico<\/em> su fa beffe della possibilit\u00e0 del miracolo, in quanto presunto sovvertimento delle leggi naturali, il miracolo esiste, ed \u00e8 spettacolo quotidiano dell&#8217;esistenza. Senonch\u00e9, per essere in grado di vederlo, ci vogliono occhi liberi dal fumo del pregiudizio ideologico, dell&#8217;orgoglio intellettuale e della nostra pretesa di una assoluta autonomia e autosuffcienza dell&#8217;uomo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sembra che esista un autentico abuso, sia nel linguaggio comune, sia &#8211; spesso &#8211; anche nella saggistica filosofica, dell&#8217;espressione &quot;Io&quot;. 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