{"id":29475,"date":"2008-01-15T03:31:00","date_gmt":"2008-01-15T03:31:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/15\/i-poli-nella-letteratura-verne-salgari-serrano\/"},"modified":"2008-01-15T03:31:00","modified_gmt":"2008-01-15T03:31:00","slug":"i-poli-nella-letteratura-verne-salgari-serrano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/15\/i-poli-nella-letteratura-verne-salgari-serrano\/","title":{"rendered":"I poli nella letteratura: Verne, Salgari, Serrano"},"content":{"rendered":"<p><em>Prosegue il nostro viaggio attraverso la presenza del tema polare nella storia della letteratura occidentale. Questa volta ci occupiamo di Jules Verne, Emilio Salgari e Miguel Serrano e di tre loro opere dedicate ai Poli: rispettivamente &quot;La sfinge dei ghiacci&quot;, &quot;Al Polo Australe&quot; e &quot;L&#8217;Antartide e altri miti&quot;.<\/em><\/p>\n<p>d) JULES VERNE E &quot;LA SFINGE DEI GHIACCI&quot;.<\/p>\n<p>Nato a Nantes nel 1828 da un avvocato che lo avvia agli studi di diritto, fin da giovane Jules Verne comincia a manifestare un prepotente interesse per la letteratura e per il teatro. Verso quest&#8217;ultimo sembrano orientarsi i suoi esordi di scrittore: nel 1850 viene portata sulle scene (con successo) la sua commedia <em>Le paglie rotte<\/em>, che gli apre l&#8217;assunzione quale segretario al <em>Th\u00e9\u00e2tre Lirique<\/em>, per il quale scrive i libretti di diverse operette. Ma in quegli anni prende in lui il sopravvento la passione per un nuovo genere letterario, misto di viaggi, avventure, ritrovati tecno-scientifici, <em>humour<\/em> e spirito filantropico; ed \u00e8 con questi ingredienti che scrive il romanzo che lo proietta decisamente nei favori del pubblico francese &#8211; e mondiale -: <em>Cinq semaines en ballon<\/em> [<em>Cinque settimane in pallone<\/em>]. Apparso a puntate, nel 1863, sul <em>Magasin d&#8217;\u00e9ducation et de r\u00e9creation<\/em> dell&#8217;editore Hetzel, viene ripubblicato in volume in quello stesso anno e segna praticamente la nascita di quel tipo di narrativa che in lingua francese si chiama <em>roman de la science<\/em> e in quella inglese &#8211; ove ha ricevuto un impulso fondamentale da Herbert George Wells &#8211; <em>science-fiction<\/em> (e si noti che la traduzione italiana &quot;fantascienza&quot; sembra ispirarsi a quest&#8217;ultima; ma, in inglese, <em>fiction<\/em> significa semplicemente romanzo e non cosa fantastica). Da allora e fino al 1911 (cio\u00e8 sei anni dopo la morte dell&#8217;autore), Verne &quot;sforna&quot; a ritmo febbrile un libro dopo l&#8217;altro: 62 romanzi e 17 racconti, per un totale di 79 opere, che formano la serie ciclopica dei <em>Voyages extraordinaires \u00e0 travers les mondes connus et inconnus<\/em> (<em>Viaggi straordinari attraverso i mondi conosciuti e sconosciuti<\/em>). Ricordiamo almeno i pi\u00f9 famosi, e cio\u00e8 <em>Voyage au centre de la Terre<\/em> (<em>Viaggio al centro della Terra<\/em>), del 1864; <em>De la Terre \u00e0 la Lune<\/em> (<em>Dalla Terra alla Luna<\/em>), del 1865; <em>Aventures du capitaine Hatteras<\/em> (<em>Avventure del capitano Hatteras<\/em>) del 1866; <em>Les enfants du capitaine Grant<\/em> (<em>I figli del capitano Grant<\/em>), una trilogia apparsa fra il 1867 e il 1868; <em>Vingt mille lieues sous les mers<\/em> (<em>Ventimila leghe sotto i mari<\/em>), due volumi del 1869-70; <em>Autour de la Lune<\/em> ( <em>Intorno alla Luna<\/em>), del 1870; <em>L&#8217;ile myst\u00e9rieuse<\/em> (<em>L&#8217;isola misteriosa<\/em>), in tre volumi, del 1874; <em>Le tour du monde en quatre-vingts jours<\/em> (<em>Il giro del mondo in ottanta giorni<\/em>), del 1873; <em>Michel Strogoff<\/em> (<em>Michele Strogoff<\/em>), in due volumi, del 1876; <em>Mathias Sandorf<\/em> (<em>Mattia Sandorf<\/em>), del 1885; <em>Les naufrag\u00e9s du &quot;Johnatan&quot;<\/em> (<em>I naufraghi del &quot;Johnatan&quot;<\/em>), uscito postumo nel 1909; <em>L&#8217;\u00e9ternel Adam<\/em> (<em>L&#8217;eterno Adamo<\/em>), del 1910; <em>L&#8217;\u00e9tonnante aventure de la mission Barsac<\/em> (<em>La strabiliante avventura della missione Barsac<\/em>), uscito solo nel 1920. A questi bisogna aggiungere almeno <em>Arcipelago in fiamme<\/em> (<em>L&#8217;Archipel en feu<\/em>), dedicato alla lotta d&#8217;indipendenza dei Greci contro i Turchi; <em>Disavventure di un Cinese in Cina<\/em>; <em>La sfinge dei ghiacci<\/em>; <em>Robur il conquistatore<\/em>; <em>Il faro in capo al mondo<\/em> (ambientato nell&#8217;Isola degli Stati, nella Terra del Fuoco); <em>Le chateau des Carpathes<\/em> (<em>Il castello dei Carpazi<\/em>), struggente vicenda di un uomo che non si rassegna alla morte della sposa adorata e la fa &quot;rivivere&quot; mdiante i prodigi di quella che oggi chiameremmo &quot;realt\u00e0 virtuale&quot;; un romanzo che ha il <em>pathos<\/em> del mito di Orfeo ed Euridice, la cupa ambientazione transilvanica di <em>Dracula il vampiro<\/em> e il colpo di scena basato sulla tecnologia pi\u00f9 sofisticata; e <em>Un capitano di quindici anni<\/em>, tipico romanzo di formazione sul modello del <em>Robinson Crusoe,<\/em> ma pi\u00f9 avventuroso e drammatico.<\/p>\n<p>Nel campo della narrativa in cui Verne \u00e8 divenuto pi\u00f9 famoso, cio\u00e8 la fantascienza, le sue intuizoni sono state veramente notevoli. Nel romanzo <em>Dalla Terra alla Luna<\/em> ha anticipato la storica missione dell&#8217;<em>Apollo<\/em> del luglio 1969; in <em>Ventimila leghe sotto i mari<\/em>, il sottomarino atomico <em>Nautilus,<\/em> che travers\u00f2 in immersione il mar Glaciale Artico, passando per il Polo Nord, nel 1958; in <em>Roburr il conquistatore,<\/em> ha creato un antenato dell&#8217;elicottero (il cui primo esemplare fu realizzato in Germania nel 1936); sempre in <em>Robur,<\/em> ha ideato un sistema di comunicazioni via satellite (che verr\u00e0 realizzato nel 1960 con il nome di <em>Telestar I<\/em>; ne <em>Il castello dei Carpazi<\/em>, infine, ha praticamente &quot;inventato&quot; la televisione.<\/p>\n<p>Ma Verne \u00e8 stato anche un grande creatore di caratteri. Il pi\u00f9 affascinante di essi \u00e8 senza dubbio il mitico capitano Nemo, che \u00e8 stato definito una estrema incarnazione del perfetto eroe romantico, il quale vaga eternamente per gli oceani nella duplice veste di pietoso soccorritore dei naufraghi e di implacabile persecutore dei malvagi; alla fine de <em>L&#8217;isola misteriosa<\/em> si scoprir\u00e0 che egli \u00e8 un nobile indiano e che il suo odio \u00e8 rivolto principalmente contro gli Inglesi, oppressori della sua patria e distruttori della sua felicit\u00e0. Ma egli \u00e8 anche uno scienziato dall&#8217;inventiva inesauribile, che ha saputo costruire un sottomarino praticamente indistruttibile, dotato di ogni comodit\u00e0 e capace di autonomia pressoch\u00e9 illimitata, poich\u00e9 non dipende da fonti di energia tradizionale, bens\u00ec da quella elettrica. Egli indaga i misteri della natura con lo spirito di un filosofo positivista, che considera il mistero soltanto come quella parte del reale che non \u00e8 stata ancora illuminata dalla ragione; eppure il suo animo \u00e8 percorso da possenti moti interiori che smentiscono la gelida apparenza del tecnico perfettamente sicuro di s\u00e9 e lo avvicinano, piuttosto, al tipico eroe faustiano. Un&#8217;altra creazione straordinaria di Verne \u00e8 la coppia formata dal gentiluomo inglese Phileas Fogg, vera incarnazione della flemma britannica e della razionalit\u00e0 alla Conan Doyle, e del suo devotissimo servitore francese chiamato significativamente Passepartout. Essa \u00e8 entrata nell&#8217;immaginario collettivo dei lettori occidentali con una forza paragonabile a quella della coppia don Chisciotte-Sancho Panza o, pi\u00f9 modestamente, di quella Sherlock Holmes-dottor Watson: poich\u00e9 incarna, a suo modo, valori profondamente sentiti quali la lealt\u00e0, l&#8217;abnegazione, il coraggio e la gratitudine.<\/p>\n<p>\u00c8 giusto, comunque, ricordare che non tutta la produzione &quot;maggiore&quot; di Verne si esaurisce nella fantascienza. Nella sua opera trovano posto romanzi di avventura &quot;pura&quot;, come <em>I figli del capitano Grant<\/em> o <em>Un capitano di quindici anni<\/em>; romanzi a sfondo politico-sociale, non privi di sottintesi libertari e saint-simoniani, come <em>Mathias Sandorf<\/em> (da cui si aspettava, ma invano, un riconoscimento della critica accademica) e <em>I naufraghi del Johnatan<\/em>; romanzi in cui l&#8217;avventura si coniuga con la vicenda sentimentale, come <em>Michel Strogoff<\/em>; e altri di soggetto interamente patriottico e risorgimentale, come <em>Arcipelago in fiamme.<\/em> Un posto a parte merita il bel romanzo <em>Viaggio al centro della Terra<\/em>, ove non compaiono elementi fantascientifici ma il mistero della natura. Il professor Lidenbrock, di Amburgo, ha trovato una pergamena con un messaggio in caratteri runici che, decifrato, descrive il modo di raggiungere il centro della Terra; talch\u00e9 si mette in viaggio col nipote Axel (l&#8217;io narrante della storia) per raggiungere l&#8217;Islanda. Infatti, secondo il messaggio misterioso &#8211; opera di un alchimista danese del 1500, Arne Saknussen &#8211; il cratere del vulcano Vatna J\u00f6kull sarebbe l&#8217;imbocco della via in questione. Con la guida di un fedele islandese, Hans, zio e nipote iniziano un viaggio avventurosissimo nelle profondit\u00e0 della Terra, scoprendo un favoloso mondo preistorico popolato da animali impressionanti; raggiungeranno la superficie, in seguito a un&#8217;eruzione vulcanica, dalla bocca dello Stromboli, nelle isole Eolie.<\/p>\n<p>Amico di personaggi significativi della cultura e dell&#8217;arte, Verne risente del clima politicamente &quot;pesante&quot; instaurato a Parigi dal presidente Thiers dopo la sanguinosa repressione della Comune e, dal 1872, decide di stabilirsi definitivamente in provincia &#8211; ad Amiens &#8211; quella provincia rurale, pacifica e un po&#8217; conservatrice che non ama il clima agitato della capitale. Il suo carattere, gi\u00e0 portato alla solitudine e alla misantropia, si fa sempre pi\u00f9 chiuso, nonostante il matrimonio con una bella vedova, Honorine Devianne &#8211; che per\u00f2, come risulta dai diari, non ne comprende la vocazione di scrittore e non \u00e8 per lui una compagna di pensiero. Evade, di tanto in tanto, per dei viaggi a bordo dello <em>yacht<\/em> che ha acquistato coi suoi guadagni di scrittore: Gran Bretagna<em>,<\/em> Scandinavia, Nord America sono alcune delle sue m\u00e9te. Nel 1886 un oscuro episodio segna la sua vita, gi\u00e0 assai ritirata: un nipote, affetto da disturbi mentali, gli spara un colpo di pistola, ferendolo. Negli ultimi anni il suo pessimismo penetra via via nelle sue opere e ne emerge una visione del mondo, e della scienza, molto pi\u00f9 problematica e carica di rischi di quella che caratterizza i primi romanzi. Adesso il cattivo uso che l&#8217;uomo pu\u00f2 fare della scienza e della tecnica costituisce un grosso interrogativo; dopo aver raggiunto, per mezzo di esse, un dominio sempre pi\u00f9 completo sulle forze della natura, l&#8217;uomo comincia a rivolgere le sue invenzioni contro se stesso, costruendo armi micidiali che possono mettere in pericolo il suo futuro. Emblematico di questa fase della riflessione di Verne sui risvolti del progresso scientifico \u00e8 il romanzo <em>Les cinq cents millions dela B\u00e9gum<\/em> (<em>I cinquecento milioni della B\u00e9gum<\/em>), apparso nel 1879.<\/p>\n<p>La nobile indiana B\u00e9gum Gokool, morendo, ha lasciato una immensa fortuna in eredit\u00e0 a due scienziati, il francese Sarrasin e il tedesco Schulze. Il primo usa la sua quota per realizzare un sogno utopistico: Franceville, una grande citt\u00e0 ove la scienza sia utilizzata per assicurare pace e benessere ai suoi abitanti e un rapporto equilibrato e armonioso con la natura; il secondo, invece, edifica Stahlstadt, la Citt\u00e0 dell&#8217;Acciaio, ove una delirante tecnologia militare consente di costruire armi strapotenti, in grado di distruggere la sua rivale, Franceville appunto. Il dottor Schulze, vero genio della chimica, progetta e costruisce dei giganteschi cannoni (veri precursori della &quot;Grande Bertha&quot; che, nel 1914 e nel 1918, per due volte terranno sotto il loro tiro Parigi, distante oltre 50 km. dal fronte), caricati con proiettili ad anidride carbonica, capaci di ghiacciare e soffocare ogni essere umano; nonch\u00e9 dei razzi (antenati delle V1 e delle V2 che, verso la fine della seconda guerra mondiale, colpiranno Londra) che provocano incendi a catena. Il fatto che il romanzo si concluda con un lieto fine non deve oscurare il pessimismo implicito nella tesi: si tratta di un apologo agrodolce sul cattivo uso che pu\u00f2 esser fatto della tecnologia. Le sue premesse ideologiche erano gi\u00e0 implicite nei primi romanzi, quelli permeati da un positivismo fiducioso e ottimistico: basti pensare che Barbicane, il protagonista de <em>Dalla Terra alla Luna<\/em>, per vincere la forza di gravit\u00e0 terrestre e spedire un&#8217;astronave verso il nostro satellite, si serve di un gigantesco cannone la cui carica esplosiva \u00e8 data dal fulmicotone. Anche nell&#8217;intreccio di tecnologia spaziale e militare, dunque, Verne \u00e8 stato un buon profeta: \u00e8 noto, infatti, che i <em>Lunik<\/em> sovietici e gli <em>Apollo<\/em> statunitensi altro non erano che delle V2 di seconda generazione.<\/p>\n<p>L&#8217;opera pi\u00f9 esplicita circa le ambivalenze del progresso \u00e8 anche una delle meno note, <em>L&#8217;ile \u00e0 h\u00e9lice<\/em> (<em>L&#8217;isola a elica<\/em>), del 1895. &quot;<em>Il diaciannovesimo secolo venerava le grandi dimensioni proprio come noi oggi veneriamo le alte voleocit\u00e0. Gli ingegneri famosi costruivano le pi\u00f9 gigantesche navi (la<\/em> Great Eastern<em>), le pi\u00f9 alte strutture (la torre Eiffel), i canali pi\u00f9 lunghi (quello di Suez), e i pi\u00f9 enormi palazzi per uffici (il grattacielo americano). Cos\u00ec Verne concep\u00ec una grande isola di cinque miglia, completamente meccanizzata e in grado di essere guidata intorno al Pacifico.<\/em> [&#8230;]<\/p>\n<p><em>&quot;Verne dot\u00f2 la sua isola di due porti, di larghe distese di terreno coltivabile, e della popolazione di una fiorente citt\u00e0. La meccanizzata arca di No\u00e9 non aveva timoni ed era guidata regolando la velocit\u00e0 delle eliche poppiere e laterali. Si muoveva per il vasto Pacifico per sfruttare al meglio le condizioni climatiche. Qui si presentava l&#8217;occasione di realizzare un&#8217;utopia cara al suo cuore. L&#8217;uomo primitivo aveva vagabondato sulla crosta terrestre pi\u00f9 di un milione di anni prima di diventare sedentario. Sulla sua isola a elica Verne poteva essere insieme sedentario e vagabondo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;isola possiede tutte le comodit\u00e0 che l&#8217;uomo pu\u00f2 desiderare. Agricoltura elettrificata, marciapiedi mobili, televisione, centri culturali e fondi illimitati. Ma la felice colonia di milionari, facoltosi agricoltori, provetti commercianti, scienziati ed artisti, che vivono nel delizioso clima del Paradiso terrestre \u00e8 infestata da un serpente&#8230; la vanit\u00e0 umana.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I due magnati pi\u00f9 ricchi lottano l&#8217;uno contro l&#8217;altro per essere in cima alla scala sociale. Il sindaco, uomo di buona volont\u00e0, cerca, con un matrimonio tra i figli, di riconciliarli, ma come ringraziamento incontrer\u00e0 solo la morte.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nessun uomo moderato riesce a placare l&#8217;animosit\u00e0 fra i due rivali che si fa sempre pi\u00f9 violenta. La passione che spacca in due fazioni nemiche i cittadini di Amiens<\/em> [la citt\u00e0 ove Verne si era ritirato a vivere] <em>infonde lo stesso veleno nell&#8217;isola utopica di Verne fabbricata dagli uomini. La popolazione si divide in due campi avversi e scoppia la<\/em> <em>guerra civile.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I due rivali mandano ordini agli ingegneri e predispongono rotte contrastanti senza consultarsi l&#8217;uno con l&#8217;altro. Le caldaie di dritta scoppiano. Azionata da un motore della forza di 6.000.000 di cavalli l&#8217;isola prende a girare su s\u00e9 stessa e infine va in pezzi. Neppure un ciclone costringe i nemici ad una tregua. Onde martellano l&#8217;isola, incrinandone le basi metalliche. Le opere d&#8217;ingegneria del porto di Poppea cadono in mare. Lo scafo si frantuma. I sopravvissuti allacciano la sezione rimasta a galla ad un motore ancora funzionante e riprendono frustrati la via del ritorno verso la civilt\u00e0, la trappola per topi dalla quale avevano sperato di sfuggire.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Verne addossa la responsabilit\u00e0 del crollo della sua &#8216;perfetta&#8217; utopia alla &#8216;vanit\u00e0 dei turbolenti nababbi di Millard City&#8217;. Egli trasse la conclusione che nessuna comunit\u00e0 pianificata e bene organizzata pu\u00f2 vincere le perversit\u00e0 della natura umana. Gli uomini di buona volont\u00e0 non possono nulla di fronte alla pazzia di quelli in malafede impegnati nella fanatica corsa verso il comando. Egli dava cos\u00ec sfogo alla propria amara disillusione. C&#8217;\u00e8 un grido di disperazione in una lettera da lui scritta al fratello: &#8216;Ogni fonte di gioia mi \u00e8 diventata insopportabile. Ho ricevuto colpi dai quali non ni riprender\u00f2 mai pi\u00f9.&#8217; &quot;<\/em>(1)<\/p>\n<p>Dal punto di vista ideologico, accanto al Verne simpatizzante con la <em>gauche<\/em> (2) e ammiratore dell&#8217;anarchismo (ne <em>I naufraghi del Johnatan<\/em> compare un seguace di P\u00ebtr Kropotkin, una delle teste pensanti del movimento anarchico di fine Ottocento), esiste anche un Verne che presenta caratteristiche un po&#8217; rozze della <em>droite<\/em>: il razzismo, come in <em>Cinque settimane in pallone<\/em>, ove si esprimono giudizi poco lusinghieri sui neri (3); antisemitismo, sia <em>in Hector Servadac<\/em> che in <em>Martin Paz<\/em> (4); colonialismo, sebbene in questo caso il suo atteggiamento appaia ambivalente.(5) E anche queste sono puntualizzazioni che hanno un preciso significato, riferendosi a uno di quegli scrittori che ogni lettore crede di aver compreso a fondo.<\/p>\n<p>Un ultimo aspetto originale dell&#8217;opera di Verne, anch&#8217;esso poco visibile a una prima lettura, \u00e8 quello iniziatico. Abbiamo visto che il meccanismo narrativo di <em>Viaggio al centro della Terra<\/em> prende le mosse da un antico manoscritto cifrato di un alchimista rinascimentale, il quale schiude uno spazio segreto e originale che rimanda ad assi e orientamenti di una geografia occulta (e c&#8217;\u00e8 bisogno di ricordare che l&#8217;Islanda, luogo di partenza del viaggio, era probabilmente quell&#8217;<em>ultima Thule<\/em> che tanta parte ha svolto nel mito della genesi del sapere tradizionale, da Ren\u00e9 Gu\u00e9non a talune cerchie del cosiddetto &quot;nazismo magico&quot;?). Ebbene queste caratteristiche ricorrono anche in parecchie altre opere del Nostro, tanto da fornire ad esse la fondamentale struttura narrativa. Un piccolo gruppo di uomini (quasi sempre senza donne) si riuniscono per intraprendere un viaggio, sulle orme di un predecessore pi\u00f9 o meno misterioso; tutto ci\u00f2 si pu\u00f2 leggere in chiave psicanaltica, come edipica ricerca del Padre (tema che diviene esplicito ne <em>I figli del capitano Grant<\/em>), ma anche, forse, in chiave alchemico-iniziatica ed esoterica.<\/p>\n<p>Verne si \u00e8 rivolto in particolare al tema polare nel romanzo giovanile <em>Un hivernage dans les glaces<\/em> (<em>Un inverno fra i ghiacci<\/em>)<em>,<\/em> del 1855, ripubblicato nel 1874-75 in appendice a <em>Le docteur Ox,<\/em> che la critica tende a considerare come un&#8217;opera &quot;minore&quot; ed \u00e8 ambientato fra i ghiacci dell&#8217;Artide; e un romanzo della piena maturit\u00e0, <em>La Sphinx des glaces<\/em> (<em>La sfinge dei ghiacci<\/em>), che vuol essere una esplicita continuazione del <em>Gordon Pym<\/em> di Edgar Allan Poe e che, quindi, si svolge nelle estreme regioni antartiche. Ad essi potremmo aggiungere &#8211; come gi\u00e0 accennato &#8211; <em>Le phare du bout du monde<\/em> (<em>Il faro in capo al mondo<\/em>) che, uscito nel 1905, \u00e8 stato l&#8217;ultimo romanzo pubblicato in vita dall&#8217;autore. In verit\u00e0, esso \u00e8 ambientato nell&#8217;Isola degli Stati che si trova al largo della punta orientale della Terra del Fuoco; tuttavia, se geograficamente essa appartiene al Sud America, la sua natura aspra e selvaggia e la sua posizione al centro dei &quot;cinquanta urlanti&quot; (la latitudine pi\u00f9 temuta dai marinai a vela) ne fanno in pratica un avamposto del continente antartico. Fra parentesi, notiamo che l&#8217;Isola degli Stati era stata esplorata dal nostro Giacomo Bove, nel 1883, con la nave <em>Vega<\/em>, ed \u00e8 possibile che Verne, lettore appassionato ed autore di testi di geografia, ne abbia letta la relazione; cos\u00ec come \u00e8 possibile che questo estremo romanzo di Verne abbia potuto ispirare, sia nel titolo che nell&#8217;ambientazione (non nella collocazione, poich\u00e9 si tratta dell&#8217;isola Amsterdam, nell&#8217;Oceano Indiano) un altro scrittore francese del Novecento: <em>L&#8217;Ile du bout du monde<\/em> (<em>L&#8217;isola in capo al mondo<\/em>), opera d&#8217;esordio di Henry Crouzat (1954).<\/p>\n<p>Ma torniamo a <em>La sfinge dei ghiacci<\/em> che, fra i tre romanzi citati, si pu\u00f2 considerare senz&#8217;altro il migliore e certamente il pi\u00f9 rappresentativo della capacit\u00e0 di Verne di svolgere le peculiari tematiche polari. Innanzitutto va notato che Verne aveva per l&#8217;opera di Edgar Allan Poe un interesse pi\u00f9 che contingente: lo ammirava, ne aveva studiato i romanzi e i racconti, se n&#8217;era ispirato in varie circostanze (ad esempio, per <em>Cinque settimane in pallone<\/em> si era ispirato a <em>The ballon Hoax<\/em>, mentre per <em>Mathias Sandorf<\/em> aveva tratto spunto da <em>The facts in the case of Mr. Valdemar<\/em>); infine, gli aveva dedicato alcune traduzioni e un breve saggio critico, peraltro rimasto inedito. (6) Aveva anche riflettuto sull&#8217;interpretazione di Charles Baudelaire che, come \u00e8 noto, in Francia era stato il primo intellettuale a &quot;scoprirne&quot; l&#8217;opera di Poe e a divulgarla in Europa, e ne aveva preso le distanze: secondo lui, essa era troppo &quot;strana&quot; e soggettiva. Quel che di Poe aveva colto Verne, invece, erano stati soprattutto i temi dell&#8217;avventura, dell&#8217;eroismo, dell&#8217;amicizia, della lealt\u00e0; insomma i temi romantici che pi\u00f9 si avvicinavano al suo temperamento; e non si era accorto che gli sfuggiva, in tal modo, la dimensione peculiare e segreta dello scrittore americano (mentre bene l&#8217;aveva colta Baudelaire), ossia la dimensione dell&#8217;inquietudine, del mistero, del pessimismo e dell&#8217;angoscia esistenziale.Scrive in proposito Gianfranco de Turris: <em>&quot;In uno ei suoi &quot;viaggi straordinari&quot; per cos\u00ec dire minori,<\/em> La Sphinx des glaces <em>(1897), Jules Verne offre una spiegazione razionale e &#8216;scientifica&#8217; dell&#8217;immensa misteriosa &#8216;figura avvolta in un sudario&#8217;, dal &#8216;perfetto biancore della neve&#8217; che il naufrago intravede prima della conclusione della sua odissea marina: \u00e8, appunto, la sfinge dei ghiacci dove vengono trovati i resti dell&#8217;imbarcazione e addirittura lo scheletro di Pym (il che contraddice quanto aveva scritto Poe, secondo cui quest&#8217;ultimo si salva.&quot;<\/em> (7)<\/p>\n<p>Il suo modo di accostare il <em>Gordon Pym<\/em> \u00e8 la logica conseguenza di una tale interpretazione. Gi\u00e0 il fatto che egli abbia considerato il romanzo come &quot;incompiuto&quot; la dice lunga sul fraintendimento in cui era caduto: non si era reso conto che esso era stato lasciato <em>volutamente<\/em> incompiuto, e che non <em>poteva<\/em> avere conclusione. Non che ci sia qualcosa di sbagliato nell&#8217;idea di voler &quot;completare&quot; l&#8217;opera di un altro scrittore rimasta incompiuta: \u00e8 noto, ad esempio, che Lodovico Ariosto concep\u00ec il disegno iniziale <em>dell&#8217;Orlando Furioso<\/em> come una semplice &quot;gionta&quot;, ossia una aggiunta, all&#8217;<em>Orlando Innamorato<\/em> di Matteo Maria Boiardo, che la morte improvvisa aveva impedito a quest&#8217;ultimo di proseguire. Ma bisogna distinguere fra un&#8217;opera rimasta incompiuta per motivi accidentali, com&#8217;\u00e8 il caso di Boiardo (il cui animo non resse al crollo del suo mondo caavalleresco e ideale, quando Carlo VIII scese in Italia nel 1494); ed altre che sono state lasciate deliberatamente &quot;aperte&quot;. Che cosa penseremmo di uno scultore che volesse &quot;completare&quot; imirabili <em>Prigioni<\/em> di Michelangelo, capolavoro assoluto di tutto ci\u00f2 che \u00e8 arte incompiuta? Ad ogni modo, per circa trent&#8217;anni Verne rimugina l&#8217;idea di &quot;riparare&quot; alla svista (o alla sfortuna) di Poe e di dare un seguito all&#8217;opera, in modo da portarla a <em>conclusione<\/em>: ripugna, alla sua mentalit\u00e0 positiva e razionalista, quel mistero finale che invece di essere una imperfezione del <em>Gordn Pym<\/em> ne \u00e8, piuttosto, la profonda ragione intrinseca. Nasce cos\u00ec <em>La sfinge dei ghiacci<\/em>, che vede la luce nel 1897 e appartiene, quindi, all&#8217;ultimo perido della produzione di Verne.<\/p>\n<p>Nel suo romanzo, si racconta come undici anni dopo la scompasa di William Guy, comandante della goletta <em>Jane<\/em> (su cui si era imbarcato Gordon Pym), suo fratello Len decide di mettersi alla ricerca del congiunto con la nave <em>Halbrane<\/em>. La rotta di quest&#8217;ultima alla volta dell&#8217;Antartico \u00e8 la stessa di quella gi\u00e0 descritta da Poe, solo che questa volta la navigazione verso il Polo Sud viene bloccata da una gigantesca montagna a forma di sfinge, che attrae la <em>Halbrane<\/em> con la sua forza magnetica e la porta a fare naufragio sulle sue rocce. Il narratore del romanzo, lo scienziato Jeorling, giunge all&#8217;isola di Tristan da Cunha, nell&#8217;Atlantico meridionale, dove il governatore Glass gli fornisce l&#8217;ultimo tassello del mosaico. Undici anni prima, difatti, la goletta <em>Jane<\/em> era passata di l\u00ec e lo stesso Glass ricorda di aver consigliato William Guy di mettersi alla ricerca delle elusive isole Auroras, della cui esistenza era stato informato da alcuni balenieri. (8) Da parte sua, Jeorling riferisce a Glass che la <em>Jane<\/em> ha fatto naufragio e che l&#8217;intera vicenda \u00e8 stata definitivamente chiarita dalla pubblicazione del resoconto di Gordon Pym per opera di Edgar Allan Poe. Una grossa incongruenza con il romanzo dello scrittore americano, per\u00f2, \u00e8 che in quello di Verne Gordon Pym muore nel naufragio della sua barca, mentre scondo Poe egli riesce a salvarsi e a raccontare la sua avventura.<\/p>\n<p>A parte l&#8217;introduzione dello stesso Poe fra i personaggi del romanzo, che vuol essere un ulteriore atto di omaggio verso il narratore americano (di cui Verne si riconosce in qualche modo seguace), si pu\u00f2 dire che la struttura narrativa segue lo schema &quot;classico&quot; dei <em>Viaggi straordinari<\/em>. C&#8217;\u00e8 una traccia da seguire, una traccia misteriosa di qualcuno che \u00e8 partito prima e che poi non ha pi\u00f9 dato notizie di s\u00e9; c&#8217;\u00e8 un gruppo di personaggi che si mettono alla ricerca di qualcosa e che vogliono chiarire il mistero; c&#8217;\u00e8, alla fine, una spiegazione razionale, scientifica che chiarisce le cose. A nostro giudizio, non si pu\u00f2 dire che la montagna magnetica &#8211; anche se ingegnosa come trovata &#8211; fornisca una degno scioglimento dell&#8217;aspettativa creata dal grande fantasma bianco che chiude il <em>Gordon Pym<\/em>, se non altro perch\u00e9 il fascino di quel fantasma consisteva proprio nella sua indeterminatezza. Poe sa che c&#8217;\u00e8 un mistero, al fondo delle cose, che non pu\u00f2 essere svelato: proprio da tale impossibilit\u00e0 nasce l&#8217;angoscia, caratteristica dei suoi personaggi allucinati e nevrotici. Verne, spirito pensoso ma niente affatto &quot;metafisico&quot;, non avverte l&#8217;impossibilit\u00e0 di tale disvelamento, anzi \u00e8 convinto che la missione dell&#8217;uomo sia proprio quella di gettare un fascio di luce sui lati nascosti della realt\u00e0. Peci\u00f2, mentre \u00e8 possibile una lettura iniziatica, se non esoterica, dell&#8217;opera di Poe, ci\u00f2 si colloca, per Verne, prevalentemente sul terreno psicanalitico (quasi esplicito per <em>Viaggio al centro della Terra<\/em>, come <em>regressio<\/em> al ventre materno) e molto meno sul piano del sapere occulto e &quot;tradizionale&quot;.<\/p>\n<p>Citiamo, ad titolo di esempio dello &#8216;scientismo&#8217; di Verne che riduce il misterioso all&#8217;ambito del &#8216;non ancora esperito&#8217;, escludendo ogni dimensione &#8216;altra&#8217; e trascendente le facolt\u00e0 della logica razionale, la pagina conclusiva del penultimo capitolo de <em>La sfinge dei ghiacci<\/em>. In tale episodio la nota comico-grottesca, introdotta dal personaggio di Hurliguerly, che impreca contro la montagna magnetica, chiamandola &quot;ladra maledetta&quot; perch\u00e9 non vuole restituirgli il suo coltello, calamitato irreparabilmente contro le sue rocce, risulta piuttosto fuori tono, perch\u00e9 sdrammatizza una situazione in cui il disvelamento dell&#8217;enigma finale (legato alla tragica scomparsa di Gordon Pym) aveva gi\u00e0 creato un effetto di disincanto nel lettore, distruggendo le sue aspettative circa un mistero che, per definizione, non si lascia ingabbiare entro l&#8217;angusto recinto del sapere oggettivo.<\/p>\n<p>&quot;<em>Fu allora che, a un quarto di miglio, si profil\u00f2 una massa che dominava la pianura di una cinquantina di tese, su una circonferenza di due o trecento. Quella massa, per la sua forma strana, somigliava a un&#8217;enorme sfinge, con il torso eretto, le zampe stese in avanti, accoccolata nell&#8217;attitudine del mostro alato che la mitologia greca ha posto sulla via di Tebe.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Era un animale vivo, un mostro gigantescoo, un mastodonte di dimensioni mille volte superori a quelle enormi degli elefanti delle regioni polari, i cui resti si ritrovano ancora?&#8230; Nella disposizione di spirito in cui eravamo lo avremmo potuto credere, e credere anche, che il mastodonte stesse per precipitarsi sulla nostra imbarcazione e stritolarla sotto i suoi artigli.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo un primo moto di paura illogica e irragionevole, riconoscemmo che l\u00e0 vi era soltanto una roccia di conformazione singolare, la cui sommit\u00e0 stava liberandosi dalle nebbie.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ah! Quella sfinge!&#8230; Mi ricordai allora che nella notte durante la quale si era verificato il rovresciamento dell&#8217;iceberge e il sollevamento dell&#8217;<\/em>Halbrane<em>, avevo sognato un animale favoloso di quel genere, seduto al polo del mondo, a cui solo Edgar Poe, col suo genio intuitivo avrebbe potuto strappare il segreto!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma pi\u00f9 strani fenomeni dovevano attrarre la nostra attenzione, suscitare la nostra soprersa e il nostro spavento!&#8230;&quot;<\/em> [&#8230;]<\/p>\n<p><em>&quot;Il mostro ingrandiva a mano a mano che ci avvicinavamo, senza perdere niente delle sue forme mitologiche. Non saprei descrivere l&#8217;effetto che produceva, isolato sulla superficie di quell&#8217;immensa pianura. Vi sono impressioni chela penna e la parola non possono rendere&#8230; E (anche se era solo un&#8217;illusione dei nostri sensi) pareva che fossimo attratti verso di lui dalla forza della sua attrazione magnetica&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quando fummo giunti alla sua base, ritrovammo i vari oggetti di ferro sui quali si era esercitata la sua potenza. Armi, utensili, l&#8217;ancora del<\/em> Paracuta <em>erano attaccati ai suoi fianchi. L\u00e0 si vedevano anche quelli provenienti dalla barca dell&#8217;<\/em>Halbrane, <em>e anche le chiodature, le caviglie, le piastre della chiglia, gli scalmi, la ferramenta del timone.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non vi era dunque pi\u00f9 alcun dubbio possibile sulla causa di distruzione dell&#8217;imbarcazione che aveva portato Hearne e i suoi compagni. Violentemente sfasciata, essa era venuta a spezzarsi contro le rocce, e tale sarebbe stata pure la sorte del<\/em> Paracuta <em>se, per la sua stessa costruzione, non fosse sfuggito all&#8217;irresistibile attrazione magnetica&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quanto al rientrare in possesso degli oggetti attaccati ai fianchi del masso, fucili, pistole, utensili, bisogn\u00f2 rinunciarvi tanto era forte la loro aderenza. E Hurliguerly, furioso di non poter riprendere il suo coltello appiccicato a una cinquantina di piedi d&#8217;altezza, si mise a gridare mostrando il pugno all&#8217;impassibile mostro:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- Ladra d&#8217;una sfinge!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non ci si deve stupire se in quel luogo non vi fossero altri oggetti all&#8217;infuori di quelli che venivano dal<\/em> Paracuta, <em>o dalla barca dell&#8217;<\/em>Halbrane<em>. Sicuramente nessuna nave si era mai spinta sino a quella latitudine del mare antartico. Hearne e i suoi complici prima, il capitano Leon Guy e i suoi compagni dopo, erano stati i primi a calpestare quel punto del continente australe. Per concludere, dunque, qualcunque bastimento si fosse avvicinato a quella calamita colossale sarebbe andato incontro alla distruzione completa, e la nostra goletta avrebbe avuto la stessa sorte della sua barca, della quale non rimanevano ora che alcuni rottami informi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Frattanto Jem West ci ricord\u00f2 che era imprudente prolungare la nostra fermata su quella Terra della Sfinge, nome che essa doveva conservare. Il tempo passava e un ritardo di qualche giorno ci avrebbe obbligati a svernare all&#8217;inizio della banchisa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Era gi\u00e0 stato dato l&#8217;ordine di tornare verso la riva, allorch\u00e9 la voce del meticcio risuon\u00f2 ancora, e queste tre parole ovvero queste tre grida furono di nuovo gettate da Dirk Peters:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La!&#8230; l\u00e0!&#8230; l\u00e0!&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo aver aggirato l&#8217;altro lato della zampa destra del mostro, scorgemmo Dirk Peters inginocchiato, con le mani tese davanti a un corpo o piuttosto uno scheletro rivestito di pelle, che il freddo di quelle regioni aveva conservato intatto e che era di una rigidit\u00e0 cadaverica. Aveva la testa inclinata, una barba bianca che gli arrivava alla cintura, mani e piedi armati di unghie lunghe come artigli&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come quel corpo era attaccato contro il masso a due tese al disopra del suolo?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Attraverso il torace, trattenuto dalla bretella di cuoio, vedemmo la canna di un fucile contorta, mezzo corrosa dalla ruggine&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- Pym&#8230; mio povero Pym! &#8211; ripeteva Dirk Peters con voce straziante. Poi cerc\u00f2 di rialzarsi per avvicinarsi&#8230; per baciare gli avanzi scheletriti del suo povero Pym&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Le ginocchia gli si piegarono&#8230; un singhiozzo gli chiuse la gola&#8230; uno spasimo gli fece scoppiare il cuore&#8230; e cadde all&#8217;indietro&#8230; morto&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cos\u00ec dunque, dopo la separazione, il canotto aveva trascinato Arthur Pym attraverso quelle regioni dell&#8217;Antartide!&#8230; Come noi, anch&#8217;esso, dopo aver oltrepassato il polo australe, era caduto nella zona di attrazione del mostro!&#8230; E l\u00e0, mentre la sua imbracazione se ne andava con la corrente del Nord, egli, afferrato dal fluido magnetico, prima d&#8217;essersi potuto liberare dell&#8217;arma che portava a bandoliera era stato scagliato contro il masso&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;&quot;Ora il fedele meticcio riposa sulla Terrra della Sfinge, accanto ad Arthur Gordon Pym, l&#8217;eroe le cui stravaganti avventure hanno trovato nel grande poeta americano un non meno strano narratore.&quot;<\/em> (9)<\/p>\n<p>e) EMILIO SALGARI E &quot;AL POLO AUSTRALE&quot;.<\/p>\n<p>Ad Emilio Salgari (Verona, 1862- Val San Martino (Torino), 1911) \u00e8 toccata una sorte per certi versi analoga a quella di Jules Verne, nel senso che quasi ogni suo connazionale ha letto almeno qualcuno dei suoi libri o, nel peggiore dei casi, ha visto le versioni cinematografiche e televisive tratte da essi, e probabilmente non ce n&#8217;\u00e8 uno che non pensi di averlo capito &#8211; magari di aver capito che non c&#8217;\u00e8 proprio niente da capire. Salgari \u00e8 l&#8217;avventura allo stato puro; o no? Prima di rispondere a una tale domanda, notiamo per\u00f2 subito un&#8217;altra analogia con lo scrittore francese. I suoi romanzi furono stampati in tirature favolose, tuttavia (a parte il fatto che egli non ne ebbe alcun vantaggio economico e questo, probabilmente, contribu\u00ec alla depressione che lo spinse al suicidio) la critica &quot;ufficiale&quot; non lo prese mai in considerazione. Era toccato anche ad altri, pi\u00f9 grandi di lui (come Carlo Collodi) oppure pi\u00f9 &quot;piccoli&quot; &#8211; se \u00e8 lecito istituire tali confronti &#8211; (come, qualche decennio dopo, sar\u00e0 il caso di Liala), che come lui hanno venduto libri in quantit\u00e0 molto superiore alla media. Ma non \u00e8 questa la sede per addentrarci in una discussione sui rispettivi meriti e sui limiti della letteratura &quot;colta&quot; e della narrativa popolare; ci limiteremo solo a notare &#8211; di sfuggita &#8211; che la divaricazione fra le due &quot;culture&quot; \u00e8 in Italia pi\u00f9 forte che in Francia (e in altri Paesi); e non solo nel campo della letteratura ma anche, per esempio, in quello della canzone d&#8217;autore.<\/p>\n<p>Emilio Salgari ha scritto moltissimo (si disse, con un amaro gioco di parole, che scriveva per la fame e non per la fama), polverizzando perfino il <em>record<\/em> di Balzac, Verne ed \u00c9mile Zola, tutti scrittori estremamente prolifici: qualche cosa come 80 romanzi e 150 racconti, suddivisi in alcuni grandi cicli, il pi\u00f9 noto dei quali \u00e8 quello dei corsari: le &quot;tigri di Mompracem&quot;, capeggiate dal leggendario principe indiano Sandokan e dal suo fido braccio destro, il portoghese Yanez. Tra i suoi libri pi\u00f9 famosi ricordiamo almeno <em>I misteri della jungla nera<\/em>, del 1895; <em>I pirati della Malesia,<\/em> del 1896; <em>Il Corsaro Nero,<\/em> del 1899; <em>Le tigri di Mompracem,<\/em> del 1901; <em>Jolanda, la figlia del Corsaro Nero,<\/em> del 1905; <em>Sandokan alla riscossa<\/em>, del 1907<em>.<\/em> E ancora: <em>Le stragi delle Filippine; Il raggio<\/em> <em>dell&#8217;Atlante; La scotennatrice;<\/em> <em>Le selve ardenti; I naufragatori dell&#8217;Oregon; Il re dell&#8217;aria; La favorita del Mahdi; Gli ultimi filibustieri; la stella dell&#8217;Araucania; Il Corsaro Rosso; Il Corsaro Verde; Il re del mare; Alla conquista di un impero; Le due tigri; la rivincita di Yanez; la vendetta dei Thugs; Gli scorridori del mare; Le tigri del Borneo; la figlia del Cacicco; I pescatori di Trepang; La montagna di fuoco; le pantere di Algeri; Il tesoro del presidente del Paraguay; Duemila leghe sotto l&#8217;America.<\/em><\/p>\n<p>Nella sterminata produzione narrativa di Salgari, l&#8217;ambiente polare occupa un posto ragguardevole. Silvio Zavatti, in una sua monografia dedicata a tale argomento (10), ha ricordato ed esaminato brevemente nove romanzi di argomento polare, e cio\u00e8: <em>Al Polo Australe; I naufraghi dello Spitzberg; Una sfida al Polo; Il deserto di ghiaccio; I cacciatori di foche; Al Polo Nord; I pescatori di balene; Padre Crespel nel Labrador; Verso l&#8217;Artide colla &quot;Stella Polare&quot;.<\/em> A tale monografia rimandiamo il lettore (augurandoci che essa possa venire ristampata al pi\u00f9 presto); noi ci limitiamo ad aggiungervi un decimo romanzo, fra l&#8217;altro uno dei migliori &#8211; a nostro giudizio &#8211; di Salgari, <em>La Stella dell&#8217;Araucania<\/em>, ambientato nelle acque dello Stretto di Magellano e fra le isole e i ghiacci della Terra del Fuoco; perch\u00e9, se \u00e8 vero che quelle regioni non appartengono, <em>strictu senso,<\/em> alla geografia polare, lo stesso dovrebbe valere per il romanzo <em>Padre Crespel nel Labrador<\/em> (che potrebbe aver ispirato, a nostro avviso, il celebre <em>Mabel fra gli Eschimesi<\/em> di Ginevra Pelizzari, del 1961); ma, d&#8217;altra parte, entrambi hanno un&#8217;ambientazione polare (o, quantomeno, sub-polare), quindi la loro inclusione in questo elenco appare pienamente giustificata.<\/p>\n<p>La vicenda di <em>Al Polo Australe<\/em> prende l&#8217;avvio da una discussione che si accende, al circolo della Societ\u00e0 Geografica Americana di Baltimora, fra lo statunitense Wilkye e l&#8217;inglese Linderman e che sfocia in una vera e propria scommessa, nello stile di tante situazioni analoghe di stampo verniano (a cominciare dalla pi\u00f9 celebre di tutte, quella che fa da preambolo a <em>Il giro del mondo in ottanta giorni<\/em>)<em>.<\/em> Il primo sostiene che sar\u00e0 in grado di raggiungere il Polo Sud servendosi di un mezzo assolutamente innovativo: il velocipede; il secondo, invece, \u00e8 sicuro di poterci arrivare per primo a bordo della sua nave moderna e ultraveloce, la <em>Stella Polare.<\/em> Nel perfetto stile degli <em>sportsmen<\/em> anglosassoni (o, almeno, nel perfetto stile della loro immagine pubblica: la realt\u00e0 era un po&#8217; diversa, come provano le penose vicende Cook-Peary per l&#8217;attribuzione del primato nella conquista del Polo Nord) decidono di partire insieme, a bordo della nave dell&#8217;inglese.<\/p>\n<p>Scrive Silvio Zavatti: &quot;<em>Nelle vecchie edizioni il titolo era<\/em> Al Polo Australe in velocipede <em>e non si capiscono le ragioni che hanno consigliato poi a mutarlo. La trama \u00e8 abbastanza semplice: due soci della Societ\u00e0 Geografica Americana di Baltimora, uno inglese e l&#8217;altro americano, hanno una disputa originata dal fallimento delle spedizioni artiche della<\/em> Jeannette <em>di De Long e dell&#8217;<\/em>Eira <em>di Leigh Smith e l&#8217;amor di patria si muta in incontrollato e acre spirito campanilistico. L&#8217;americano, Wilkye, sfida l&#8217;inglese, Linderman, a raggiungere il Polo Sud: il primo far\u00e0 il tentativo servendosi di velocipedi appositamente studiati e costruiti e il secondo di una nave molto veloce. Attraverso avventure di ogni genere, Wilkye raggiunge la meta e, al ritorno, salva Linderman la cui nave \u00e8 affondata e riesce a riportarlo in America nonostante la pazzia che lo ha assalito. Nel libro i riferimenti storici sono esatti, la terminologia glaciologica polare appare perfetta e l&#8217;informazione generale segue fino allo scrupolo le conoscenze dell&#8217;epoca. Inoltre lo speciale velocipede usato da Wylkie e dai suoi compagni (fra cui un oriundo italiano) \u00e8 l&#8217;immaginario prototipo dei moderni &#8216;gatti della neve&#8217;.&quot;<\/em> (11)<\/p>\n<p>La partenza avviene solo pochi giorni dopo la scommessa; il viaggio per nave \u00e8 caratterizzato da burrasche e incidenti imprevedibili, come un duello a dir poco improbabile fra la <em>Stella polare<\/em> e una balena, che ricorda quasi una corrida o, meglio, un torneo medioevale, con i due contendenti impegnati a scagliarsi l&#8217;un contro l&#8217;altro con tutte le loro forze.<\/p>\n<p>L&#8217;elemento decisamente umoristico, che d\u00e0 il tono un po&#8217; a tutto il romanzo, \u00e8 qui rappresentato da un grasso commerciante di carni salate che si aggrega alla spedizione americana allo scopo &#8211; in verit\u00e0 piuttosto incongruo &#8211; di ingrassare ulteriormente e poter cos\u00ec essere eletto, al ritorno negli Stati Uniti, presidente del Club dei Grassi. Ed \u00e8 proprio Bisby, il grassone, che durante lo speronamento della balena da parte della nave viene scagliato fuori bordo e cade sul dorso del cetaceo; poi, dopo che questo &#8211; mortalmente ferito &#8211; \u00e8 andato a fondo, si ritrova in bal\u00eca delle onde sul gelido mare, e deve anche subire l&#8217;attacco di un albatro. Quest&#8217;ultimo episodio \u00e8 meno fantasioso del precedente, anzi proprio in quelle acque si vedr\u00e0, dopo la battaglia navale delle Isole Falkland, l&#8217;8 dicembre 1914, stormi di albatri assalire i naufraghi tedeschi, facendone strage come di inermi prede. (12) Comunque, alla fine Brisby viene salvato dai marinai della <em>Stella Polare,<\/em> che si erano finalmente accorti della sua scomparsa e avevano invertito la rotta per venirlo a cercare (meno realistica, per\u00f2, \u00e8 la prolungata permanenza dell&#8217;uomo nelle acque sub-antariche, che avrebbero dovuto provocarne la morte per assideramento in pochi minuti).<\/p>\n<p>Il viaggio verso l&#8217;Antartide offre inolte a Salgari la possibilit\u00e0 di sfoggiare le sue conoscenze in fatto di storia e geografia, ad esempio mettendo in bocca ai due protagonisti, Wilkye e Linderman, una dotta conversazione sulla reale statura dei Patagoni, che, secondo Pigafetta, erano cos\u00ec alti che un marinaio europeo giungeva s\u00ec e no all&#8217;altezza della loro cintura. (13)<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 laggi\u00f9 che vivono gli uomini pi\u00f9 alti del globo? &#8211; chiese Bisby a Wilkye e a Linderman che osservavano la costa coi cannocchiali.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- S\u00ec &#8211; rispose l&#8217;americano.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; Ma che sia vero che sono di statura colossale? Mi hanno detto che gli uomini pi\u00f9 alti della razza bianca non giungono alla loro cintola.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Frottole &#8211; disse Linderman. &#8211; I primi navigatori che li hanno veduti hanno affermato questo, ma hanno solennemente mentito.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- E perch\u00e9, signor Linderman? &#8211; chiese Wilkye.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Perch\u00e9 si \u00e8 positivamente constatato chela statura dei Patagoni di rado supera i due metri. \u00c8 bens\u00ec vero che taluni navigatori ne hanno veduti di quelli molto alti, come Falkner che nel 1740 ne misur\u00f2 uno che era alto metri 2,33 e Mayne e Cunningham che videro un capo alto metri 2,88; ma queste sono eccezioni.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Eppure, signor Linderman, io credo che i Patagoni un tempo siano stati assai pi\u00f9 giganteschi ed anche altre trib\u00f9 indiane dovevano avere stature eccezionali. I navigatori Lemaire e Schouten, che visitarono la Patagonia nel 1615, asserirono di aver trovato degli scheletri umani che avevano 11 piedi d&#8217;altezza, circa tre metri e mezzo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Ci credete?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Oh, non sono essi soli che hanno veduto scheletri cos\u00ec mostruosi. Halmas, che percorse il Per\u00f9 nel 1515, vide delle ossa umane di una lunghezza eccessiva, ma che, secondo lui, dovevano rimontare ad epoche assai remote: Gnetil vide quelle ossa nel 1715 e ne accert\u00f2 l&#8217;esistenza; Acosta, che fu nel Messico nel 1588, trov\u00f2 pure degli scheletri giganti ed i Messicani presentarono a Cortez delle tibie e dei teschi enormi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Dunque, se si deve credere a queste cose &#8211; disse l&#8217;inglese, &#8211; deve essere stata popolata da trib\u00f9 di giganti.<\/em> [&#8230;]<\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Ma quei giganti americani, come sono scomparsi?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; -Non si sa, ma forse l&#8217;antica razza a poco a poco \u00e8 deperita. Tuttavia, nei Patagoni, conserva ancora dei campioni notevoli.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Ed anche di quelli straordinariamente deperiti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Che cosa volete dire, signor Linderman?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Che se in Patagonia vi sono ancora dei giganti, a poche centinaia di metri da loro vivono dei pigmei o quasi<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Infatti ci\u00f2 \u00e8 vero. Al di l\u00e0 dello Stretto di Magellano, che in tali punti misura una cos\u00ec breve larghezza che si potrebbe attraversarlo scagliando un ciottolo, vivono i Fuegiani, che si possono considerare gli indiani pi\u00f9 piccoli della razza americana. La loro statura non supera i quattro piedi e cinque pollici, ossia neanche un metro e mezzo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; E come mai questa diversit\u00e0 di statura a una distanza cos\u00ec breve? &#8211; chiese Bisby che prestava somma attenzione a quel dialogo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Forse per una naturale deformazione causata dal clima, che \u00e8 pi\u00f9 freddo e dai patimenti, vivendo i Fuegiani come bestie selvagge sempre alle prese con la fame &#8211; rispose Wilkye&#8230;&quot;<\/em> (14)<\/p>\n<p>Questo brano rispecchia la tipica metodologia con cui Salgari si accingeva a scrivere i suoi romanzi di ambientazione esotica. Innanzitutto si documentava, consultando tutti i testi disponibili sul Paese in cui era ambientata la vicenda, sui loro abitanti, sul clima, la flora e la fauna, ecc. &#8211; e, come giustamente osserva Silvio Zavatti, si documentava in modo serio e rigoroso: una sorpresa, forse, per quanti s&#8217;immaginavano questo scrittore &quot;improvvisare&quot; esotiche avventure con il solo aiuto dell&#8217;immaginazione. Poi, dopo aver costruito un contesto ambientale verosimile attorno alla vicenda ed ai protagonisti di essa (un po&#8217; come il padre del romanzo storico italiano, Manzoni, aveva fatto per ricreare il &quot;clima&quot; del XVII secolo in Lombardia), amava inserire parte di quei dati direttamente nel tessuto narrativo, facendo sfoggio della sua erudizione per mezzo dei dialoghi fra i suoi personaggi &#8211; talvolta, bisogna pur dirlo, a scapito del criterio della verosimiglianza e dello stesso ritmo narrativo. Ad ogni modo, questa tecnica conferisce ai suoi romanzi una dimensione di storicit\u00e0, e quasi di scientificit\u00e0, che non dispiace ai lettori e specialmente al pubblico adulto, dal momento che costituisce un utile contrappeso ai voli della fantasia, talvolta scatenati, l\u00e0 dove Salgari mette in scena situazioni puramente d&#8217;immaginazione: come quando, in <em>Le due tigri,<\/em> fa lanciare un rinoceronte indiano alla carica del muretto dietro il quale hanno cercato riparo Sandokan e Yanez, distruggendolo come un castello di carte. (15)<\/p>\n<p>Sempre ne <em>Al Polo Australe,<\/em> dopo che la nave ha superato una burrasca al largo di Capo Horn, Salgari ci offre una chiara e persuasiva spiegazione astronomica del fenomeno della notte polare, sempre servendosi di un dialogo fra i personaggi della vicenda, in questo caso l&#8217;audace Wilkye e il buffo ma simpatico Bisby.<\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Fra mezz&#8217;ora la campana ci raduner\u00e0 a cena.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; A cena?&#8230; &#8211; esclam\u00f2 Bisy stupito. &#8211; A pranzo, vorrete dire.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- No, amico mio: avete dormito dodici ore e sono quasi le nove di sera.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Ma voi siete pazzo o volete scherzare, Wilkye. Non vedete che splende ancora il sole?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; E che cosa vuol dire ci\u00f2?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Che in nessun paese del globo, alle 9 di sera, si vede il sole. Guardate com&#8217;\u00e8 ancora lontano dall&#8217;orizzonte!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; Questa regione, mio caro Bisby, \u00e8 diversa dalle altre, e l&#8217;astro diurno, per ora, non tramonter\u00e0 che alle undici; fra pochi giorni a mezzanotte e fra qualche settimana non si nasconder\u00e0 pi\u00f9. Ci illuminer\u00e0 per ventiquattro ore continue, anzi per tre o quattro mesi, se continueremo a scendere al sud e per sei se toccheremo il Polo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Ma che storie strabilianti mi narrate, Wilkye? Volete scherzare, approfittando della mia ignoranza?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; No, vi do la mia parola! Guardate il mio orologio: segna le 8 e 50 minuti ed il sole non accenna a tramontare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; e anche il mio! &#8211; esclam\u00f2 Bisby, che cadeva di sorpresa in sorpresa. &#8211; ma che paese \u00e8 mai questo?&#8230; C&#8217;\u00e8 da impazzire, Wilkye.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; E perch\u00e9, amco mio?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Perch\u00e9 non comprendo questo fenomeno.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Non \u00e8 un fenomeno e la spiegazione \u00e8 semplicissima, mio caro Bisby. Nelle regioni settentrionali, sapete perch\u00e9 le giornate d&#8217;inverno si accorciano?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Non ve lo sparei dire; non m&#8217;intendo che di carni salate.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Semplicemente pel fatto che allora il sole volge i suoi raggi pi\u00f9 diretti verso le regioni meridionali, situate al di l\u00e0 dell&#8217;Equatore, le quali appunto allora godono l&#8217;estate. Il Polo Nord, essendo il pi\u00f9 lontano dall&#8217;Equatore e quindi anche dal sole che si trova nell&#8217;emisfero australe, a causa della rotondit\u00e0 della terra non pu\u00f2 ricevere alcun raggio solare. Infatti se Baltimora, e per conseguenza tutte le regioni situate sullo stesso parallelo, all&#8217;inverno godono di dieci ore di luce, quelle pi\u00f9 al nord ne godranno solamente nove, le altre pi\u00f9 lontane otto, sette e via via finch\u00e9 talune non ne avranno affatto. La stessa cosa avviene nelle regioni australi. Il sole ha passato l&#8217;Equatore e si allotana sempre pi\u00f9 dall&#8217;emisfero settentrionale, scendendo verso sud. I paesi situati al di l\u00e0 del circolo antartico avranno sempre il giorno ela notte, poich\u00e9 la terra gira, ma il Polo che pu\u00f2 considerarsene come il perno, rimane quasi fisso, quindi laggi\u00f9 il sole durante l&#8217;estate non tramonta mai. Quando per\u00f2 si allontana e risale nell&#8217;emisfero settentrionale, piomba laggi\u00f9 una notte orrenda che ha la stessa durata. Aspettate che sopraggiunga l&#8217;autunno, e in queste regioni vedrete il sole allontanarsi rapidamente, le giornate scorciarsi presto, finch\u00e9 regner\u00e0 un&#8217;oscurit\u00e0 cos\u00ec profonda che n\u00e9 le stelle n\u00e9 la luna riesciranno a rompere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot; &#8211; Brrr! Mi fate venire freddo, Wilkye.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;- Ne avrete allora, Bisby, e molto. Queste regioni si copriranno di nevi e di ghiacci e la temperatura discender\u00e0 a 40\u00b0 e perfino a 50\u00b0 sotto zero&#8230;&quot;<\/em> (16)<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 dubbio che questo dialogo potrebbe ben figurare in un testo didattico per la scuola primaria; e questo \u00e8 un aspetto della narrativa di Salgari che andrebbe, a nostro avviso, approfondito, se non altro per rivedere l&#8217;atteggiamento di malcelata diffidenza con il quale la pedagogia &quot;ufficiale&quot; accolse la straordinaria diffusione dell&#8217;opera salgariana fra la giovent\u00f9. Scrivono infatti Guido Armellini e Adriano Colombo: &quot;<em>Un altro scrittore per ragazzi<\/em> <em>di grande successo non ebbe intenti educativi<\/em> [a differenza di Collodi]<em>, anzi fu a lungo avversato dagli educatori quanto amato dal suo pubblico. Emilio Salgari (veronese, 1862-1911) am\u00f2 presentarsi come un capitano di mare a riposo ricco di ricordi; in realt\u00e0 aveva seguito studi nautici in giovent\u00f9, ma non aveva compiuto pi\u00f9 di qualche viaggio nell&#8217;Adriatico.<\/em> [&#8230;] <em>Le sue storie di avventure in mari esotici<\/em> [&#8230;] <em>offrono alla fantasia del lettore situazioni drammatiche , intrecci movimentati, colori accesi: lo stile \u00e8 enfatico e sommario, ma il ritmo narrativo \u00e8 avvincente.&quot;<\/em> (17)<\/p>\n<p>Ma se \u00e8 vero che Salgari rifiuta di fare esplicitamente della morale con i suoi romanzi (come se la lealt\u00e0, il coraggio, il senso della giustizia che animano i suoi personaggi non fossero gi\u00e0 una forma di educazione morale per i suoi giovani lettori), nel campo della didattica &#8211; specialmente geografica &#8211; i suoi romanzi formano una vera e propria enciclopedia per ragazzi. Si giudichi come egli descrive la Caverna Mammuth del Norda America, che \u00e8 a tutt&#8217;oggi (con il suo sviluppo orizzontale di oltre 500 km.) la pi\u00f9 vasta fra quelle conosciute, nel romanzo <em>Duemila leghe sotto l&#8217;America<\/em> in cui l&#8217;ingenere John Webher &#8211; a somiglianza del professor Lidenbrock di <em>Viaggio al centro della Terra &#8211;<\/em> sbuca all&#8217;aperto, dopo un viaggio emozionante, nientemeno che presso il lago Titicaca, fra Per\u00f9 e Bolivia: <em>&quot;Nessuna caverna del vecchio mondo, per ampiezza, per profondit\u00e0 e per bellezza pu\u00f2 gareggiare con la caverna del Mammouth nel Kentucky.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quell&#8217;immenso antro che s&#8217;addentra nei fianchi di una montagna e che scende nelle viscere della terra trasformando il suolo in una spugna colossale, dovuto chiss\u00e0 mai a quale cataclisma, si trova a breve distanza dal Green River, quasi nel cuore del Kentucky.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Parrebbe che una simile caverna dovesse avere un&#8217;apertura smisurata, invece tutt&#8217;altro. Vi si penetra per una specie di pozzo di quaranta piedi di profondit\u00e0 e largo a malapena tre metri, il quale riceve, verso uno degli angoli, le acque di un ruscello che vi si precipitano dentro con un fragore diabolico, udito, l\u00e0 sotto, a grande distanza. La pi\u00f9 vigorosa descrizione non pu\u00f2 dare che una pallida idea di questa caverna della quale gli americani del nord vanno superbi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 un caos di tenebrosi corridoi che salgono nel monte, che scendono nelle viscere della terra or dritti, or spezzati, or vasti e alti, or stretti e tanto bassi da urtarvi con la testa; \u00e8 un caos di cupole splendide, di antri bizzarri, di celle e cellette, di v\u00f2lte immense, di archi spaventevoli, di colonne smisurate, traforate, tagliuzzate, le cui cime si smarriscono sovente nella profonda tenebra.&quot;<\/em> (18)<\/p>\n<p>E, accanto alla geografia, la storia: l&#8217;altra grande passione di Salgari; specialmente la storia contemporanea. I curatori delle opere di Salgari che si sono presi la briga di verificare le sue fonti, si sono resi conto che egli leggeva quasi tutto quel che era disponibile sull&#8217;argomento che intendeva trattare, anche in fatto di attualit\u00e0 politica. Ad esempio, quando scrisse <em>Le stragi delle Filippine,<\/em> si document\u00f2 minuziosamente sulla relazione di J. Montano, <em>Voyage aux Philipphines, 1879-1881,<\/em> pubblicato sul <em>Tour du monde<\/em> nel 1884 e ripubblicato in volume, da Hachette, nel 1886 e su altri testi ed articoli della letteratura specialistica. Il risultato \u00e8 che il paragrafo conclusivo dell&#8217;opera (che ricorda, nell&#8217;impianto, quello analogo de <em>Le due tigri<\/em> per la repressione della rivolta dei Sepoys a Delhi) si pu\u00f2 leggere come una pagina perfettamente attendibile di storia politico-militare; anche se, ironia della sorte, quando il romanzo usc\u00ec in libreria, nel 1898, lo scoppio della guerra ispano-americana doveva capovolgere totalmente l&#8217;esito della lotta d&#8217;indipendenza nell&#8217;arcipelago asiatico:<em>&quot;La caduta quasi contemporanea di Cavite Vecchia, di Novoleta, di Malabon e di Rosario, come aveva preveduto il generale Polavieja, aveva dato un colpo mortale all&#8217;insurrezione, tale da non poter pi\u00f9 mai riaversi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo quelle quattro sanguinose battaglie, per gli spagnuoli non fu che una continua vittoria, seguita da numerose sottomissioni.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il 10 aprile<\/em> [del 1897] <em>anche Santa Cruz veniva presa d&#8217;assalto, mentre venivano sconfitte le bande insorte di Pamplona e nuovamente quella di Bulacan.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Alla met\u00e0 dello stesso mese, in tutte le province meridionali l&#8217;insurrezione era domata ed il vittorioso generale ritornava in Spagna lasciando l&#8217;incarico al vincitore di Salitran e di S. Nicola di continuare la campagna contro le ultime bande, in attesa dell&#8217;arrivo del generale Primo Rivera.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il 25 un tentativo d&#8217;insurrezione a Jolo, nel gruppo delle Sol\u00f9, fra i deportati, veniva prontamente soffocato colla fucilazione di tutti i capi, mentre nel maggio le truppe spagnuole, sotto la direzione di Primo Rivera e del generale Sucre espugnavano, con venti compagnie, Niaio difeso strenuamente dal capo Aguinaldo, poi Halang, Amadeo e Quintena, facendo prigioniero il capo degli insorti Andrea Bonifacio e finalmente Maragondon.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel mese di giugno il generale Jaramillo espugnava Talisay mentre altre colonne spagnuole facevano prigionieri tremila insorti che avevano abbandonato poco prima la citt\u00e0. Verso la met\u00e0 venivano iniziate le operazioni militari nel centro di Luzon sconfiggendo le ultime bande insorte. Nel luglio l&#8217;insurrezione si poteva ormai considerare come completamente vinta, dopo nove mesi di sanguinosi combattimenti e dopo la sottomissione della famiglia di Aguinaldo e di cinquemilasettecento insorti.&quot;<\/em> (19)<\/p>\n<p>f) MIGUEL SERRANO E &quot;L&#8217;ANTARTIDE E ALTRI MITI&quot;.<\/p>\n<p>Nato nel 1917, diplomatico in pensione, il novantenne Miguel Serrano \u00e8 senza dubbio una figura tra le pi\u00f9 discusse della cultura del suo paese, il Cile, e dell&#8217;intera letteratura mondiale. Personaggio politicamente scorretto quant&#8217;altri mai (basti dire che \u00e8, ed \u00e8 sempre stato, un fanatico sostenitore di Hitler e del nazismo), ha sub\u00ecto una sorta di censura da parte dell&#8217;editoria europea, tanto che vi \u00e8 tuttora pochissimo conosciuto, nonostante il suo valore artistico non sia di molto inferiore a quello del celebratissimo Pablo Neruda e senz&#8217;altro non da meno di quello di un altro scrittore cileno contemporaneo, molto tradotto all&#8217;estero negli ultimi anni, Francisco Coloane. Tuttavia le sue posizioni ideologiche sono difficilmente separabili dalla sua opera puramente letteraria e ci\u00f2 spiega in parte l&#8217;ostracismo di cui \u00e8 stato vittima. Per la stessa ragione, ossia l&#8217;estrema difficolt\u00e0 di separare la dimensione politico-filosofica da quella artistico-letteraria, non \u00e8 senza imbarazzo che ci accostiamo alla figura e all&#8217;opera controversa e discutibile di questo autore, imbarazzo dovuto al fatto che si potrebbe leggere il nostro interesse per lui, impropriamente, in chiave di riabilitazione ideologica. Al contrario, riteniamo doveroso confrontarci con la sua opera letteraria per il semplice fatto che, tra quanti scrittori si sono occupati dei Poli nella letteratura occidentale, egli occupa un posto in sommo grado eminente; vorremmo anzi dire che occupa, in un certo senso, il posto pi\u00f9 notevole, poich\u00e9 lui solo non ha visto nei Poli (anzi, nel Polo Sud: poich\u00e9 solo di esso si \u00e8 occupato) un mero pretesto scenografico per sviluppare una trama narrativa o una creazione poetica, bens\u00ec il centro e la ragione stessa della sua arte e della sua concezione poetica.<\/p>\n<p>Da giovane Serrano abbraccia il marxismo; poi, deluso dal comunismo, alla vigilia della seconda guerra mondiale, aderisce al Partito nazionalsocialista cileno di Jorge Gonzalez von Mar\u00e9es, collaborando al giornale <em>Trabajo<\/em> (<em>Il lavoro<\/em>) e poi fondando la rivista letteraria <em>La Nueva Edad,<\/em> dalle cui colonne fiancheggia la politica dell&#8217;Asse e passa in seguito a una decisa propaganda antisemita. Egli sostiene, riprendendo l&#8217;antica concezione gnostica e catara, che Yahweh incarna il princpio del male, \u00e8 il Demiurgo che ha creato il mondo e che regna sui pianeti caduti, sul mondo delle tenebre; e che esiste un complotto sionista il cui obiettivo ultimo \u00e8 quello di instaurare il dominio mondiale del giudaismo. Fra il 1941 e il 1942 avviene la svolta pi\u00f9 importante nell&#8217;itinerario di Serrano: l&#8217;ingresso in un circolo esoterico capeggiato da un cileno-tedesco, il quale \u00e8 convinto che Hitler sia un <em>avatar,<\/em> una incarnazione del dio Vishnu la cui missione \u00e8 combattere una lotta eroica &#8211; non solo sul piano fisico e materiale, ma anche e soprattutto sul piano mentale -contro le nere forze dissolvitrici del <em>Kali-Yuga<\/em>, e che \u00e8 possibile mettersi telepaticamenrte in contatto con centri iniziatici dell&#8217;Himalaia e con lo stesso Hitler. A guerra finita, tra parentesi, Serrano sostiene che Hitler ha rinunciato al suo corpo fisico ma si \u00e8 alchemicamente costruito un corpo di luce con il quale si \u00e8 trasferito nell&#8217;Antartide, donde aspetta il momento di ritornare per riprendere la lotta contro le forze delle tenebre. In quest&#8217;ultima parte del suo pensiero, Serrano coniuga miti e leggende degli Araucani e soprattutto degli Ona, il ramo dei Tehulche stabilito nella Terra del Fuoco, circa l&#8217;esistenza di un qualcosa, di un grande spirito che ha le fattezze di un gigante (la figura biancovestita del finale di <em>Gordon Pym<\/em>?), laggi\u00f9 nelle bianche soltudini del Sud, fra i ghiacci eterni e le nebbie di un mondo intatto e misterioso, con la fede in una missione divina di Hitler &#8211; posizione che lo accomuna a quella strana figura di esoterista che fu Savitri Devi. Nel 1947-48 Serrano prende parte, come giornalista, alle spedizioni antartiche della marina da guerra cilena e ne riporta la convinzione che i nazisti, negli anni precedenti, vi abbiano costruito delle basi segerete (20) e che il corpo di Hitler &#8211; trasfigurato, come quello di Cristo dopo la resurrezione &#8211; si \u00e8 portato laggi\u00f9 dopo la caduta di Berlino in mano ai Sovietici.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 tardi compie dei viaggi in Europa e stringe amicizia con lo psichiatra Carl Gustav Jung e lo scrittore Hermann Hesse; inoltre fa conoscenza con il poeta Ezra Pound e il filosofo Julius Evola, oltre che con Otto Skorzeny, l&#8217;ex paracadutista tedesco che aveva liberato Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso. Nel 1953 entra nel corpo diplomatico e svolge funzioni di ambasciatore in India (fino al 1962), Jugoslavia, Romania, Bulgaria, Austria. Rimosso da ogni incarico dal presidente Salvador Allende nel 1970, si ritira in esilio in Svizzera, a Montagnola nel Canton Ticino, abitando nella stessa casa che era stata di Hermann Hesse. Nel 1973, dopo il colpo di stato del generale Augusto Pinochet, Serrano rientra in Cile, dove si segnala per la clamorosa partecipazione a convegni e commemorazioni di personaggi come Rudolf Hess o come i sessantadue giovani nazisti cileni che furono uccisi, nella loro patria, nel 1938.. Ha svolto inoltre un&#8217;intensa attivit\u00e0 di conferenziere e di scrittore, dando alle stampe un nunero considerevole di libri di filosofia, esoterismo, poesia, narrativa, memorie. Tra i titoli pi\u00f9 importanti ricordiamo <em>La Ant\u00e0rtica y otros Mitos<\/em> (1948), <em>Quien llama en los Hielos<\/em> (1957), <em>Las visitas de la Reina de Saba,<\/em> con prefazione di C. G. Jung (1960); <em>El circulo herm\u00e9tico, de Hesse a Jung,<\/em> tradotto in lingua inglese con il titolo <em>Jung and Hesse: A Record of Two Friendships<\/em> (1965); <em>El Cord\u00f2n Dorado: Hitlerismo Esot\u00e9rico<\/em> (1974); <em>Adolf Hitler, el Ultimo Avatara<\/em> (1984); <em>No Celebraremos la Muerte de los Dioses Blancos<\/em> (1992), e le <em>Memorias de El y Yo,<\/em> ossia Hitler e lui stesso, in quattro volumi (1996-1999). Instancabile, il terribile vegliardo continua a scrivere e a far parlare di s\u00e9, rilasciando interviste anche su temi di attualit\u00e0; come quella del gennaio 2004 in cui accusa gli Stati Uniti di volersi impadronire della Patagonia mediante il cavallo di Troia delle organizzazioni ecologiste.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 crediamo che basti per delineare la figura di un personaggio scomodissimo e francamente indifendibile, non solo sul piano politico ma anche su quello strettamente culturale; e tuttavia non privo, come poeta e come cultore di antichissimi miti amerindi, di un suo fascino strano, oltre che di una indubbia tenacia nel remare controcorrente, che si esita se qualificare come franchezza brutale o come sfrontatezza e autentico vaneggiamento. Comunque, in questa sede ci limiteremo ad approfondire l&#8217;interesse di Miguel Serrano per la dimensione mitica e poetica dell&#8217;Antartide, caratterizzata da potenti squarci visionari che ne fanno un legittimo continuatore, e anzi un originale rielaboratore, del Poe di <em>Gordon Pym<\/em> e del Lovecraft de <em>Le Montagne della Follia.<\/em> I due testi pi\u00f9 notevoli, in questo senso, dello scrittore cileno sono <em>La Ant\u00e0rtica y otros Mitos<\/em>, (<em>L&#8217;Antartide e altri miti<\/em>), pubblicato a Santiago nel 1948, e <em>Quien llama en los Hielos<\/em> (<em>Chi chiama nei ghiacci<\/em>), pubblicato a Santiago (e, pi\u00f9 tardi, a Barcellona), nel 1957; nessuno dei due \u00e8 stato finora tradotto in lingua italiana, n\u00e9 in inglese. (21) Nel secondo, Serrano racconta di un sogno nel quale una creatura misteriosa gli rivela che l&#8217;immortalit\u00e0 si raggiunge fra i ghiacci e si consegue a patto di ibernarsi, in vista del supremo combattimento con l&#8217;Angelo delle Ombre. Tuttvia, noi concentreremo ora la nostra attenzione sul primo di questi due libri, che ci pare pi\u00f9 significativo nel senso della tradizione esoterica relativa al continente antartico e pi\u00f9 &quot;in linea&quot;, idealmente, con quelli gi\u00e0 esaminati di Poe e di Lovecraft.<\/p>\n<p><em>La Ant\u00e0rtica y otros Mitos<\/em> \u00e8 la trascrizione di una serie di conferenze tenute dall&#8217;autore nella sua patria. Fin dalla copertina, il libro tributa un omaggio esplicito al <em>Gordon Pym<\/em> e alla sua dimensione esoterica: vi campeggia la figura spaventosa di un gigante alato, bicorne, che impugnando un tridente si staglia al di sopra di un candido paesaggio ghiacciato. Del resto, come osserva Erwin Robertson, l&#8217;Antartide in se stessa \u00e8 un mito (22); dunque il &quot;mito antartico&quot; di Serrano non \u00e8 che una variante di un mito preesistente alla tradizione esoterica occidentale, gi\u00e0 presente &#8211; secondo lui &#8211; nelle credenze del popolo che da migliaia d&#8217;anni vive pi\u00f9 vicino a quel mistero: gli Ona della Terra del Fuoco.<\/p>\n<p>Ma lasciamo la parola a Sergio Fitz Roa, uno dei pi\u00f9 noti studiosi di Serrano nei paesi di lingua spagnola: <em>&quot;Serrano riporter\u00e0 numerose leggende intorno al tema che ci interessa: le cronache delle guerre degli Onas (antichi abitanti della Terra del Fuoco), la leggenda della vergine dei Ghiacci, il continente Lemuria, il gigante di Poe e, ancora, la sfacciata idea che Adolf Hitler vive nel freddo antartico. E anche se a prima vista ci sembra non esistere alcuna relazione tra ciascuna di esse, vi \u00e8, dato che tutte queste leggende fanno riferimento ai misteriosi dimoratori dell&#8217;Antartide. Vi \u00e8 qui un altro punto nel quale confluisce il pensiero di questi tre autori<\/em> [cio\u00e8 Poe, Serrano e Lovecraft]<em>. Serrano conosce il racconto di Poe e riguardo al Gigante Bianco annota: &#8216;Poe conosceva la leggenda dei Selknam sugli Jon che abitano l&#8217;Isola Bianca. O sapeva anche del Prigioniero dell&#8217;Antartide, che vive nel suo nero fondo, e che per questo stesso motivo appare bianco?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per capire chi sono gli Jon e a che cosa si riferisca Serrano quando parla dell&#8217;Isola Bianca, si raccomanda di leggere la pagina 25 de<\/em> La ant\u00e0rtica y otros Mitos<em>, dove si spiega che gli antichi Onas (i Selknam erano solo una delle trib\u00f9 Onas) credevano nell&#8217;esistenza degli Jon: uomini di una casta aristocratica dotati di facolt\u00e0 sovrannaturali e possessori dei Misteri. &#8216;Furono gli Jon, maghi Selknam della Terra del Fuoco, coloro che conservano i segreti insegnati da Queno e che ancora si immortalizzavano imbalsamandosi entro i ghiacci del sud, per resuscitare rinnovati nel pi\u00f9 lontano futuro. Dicono anche i Selknam che \u00e8 nel Sud, l\u00ec, in quell&#8217;Isola Bianca che sta nel Cielo dove dimorano gli spiriti dei loro antenati, conducendo una vita libera da preoccupazioni.&#8217;<\/em> (23)<\/p>\n<p><em>&quot;Saranno questi spiriti ancestrali gli Antichi menzionati da Lovecraft? Sar\u00e0 l&#8217;Antartide quella Isola Bianca della quale parlano le vecchie leggende onas?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Serrano, che fu uno dei primi cileni a visitare la regione antartica, ci parla della relazione esistente fra questo luogo e la follia e segnaliamo, da parte nostra, che il titolo dell&#8217;indimenticabile racconto di Lovecraft<\/em> Alle Montagne della Follia <em>non \u00e8 dovuto a un capriccio o a una trovata ingegnosa per richiamare l&#8217;attenzione di alcuni lettori febbricitanti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Serrano dir\u00e0 che l&#8217;unica via per comprendere questa realt\u00e0 del Sud o, meglio, per salvarsi dalla follia che l\u00ec \u00e8 in agguato, \u00e8 il Sogno; ed il mondo dei sogni \u00e8 un elemento classico nella narrativa di H. P. Lovecraft.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;inquietante possibilit\u00e0 che esista una entit\u00e0 non-umana nell&#8217;Antartide si registra anche nelle pagine del testo dell&#8217;autore cileno. Il sincronismo tra questi due scrittori ci lascia stupefatti, soprattutto per il fatto che Miguel Serrano non conosceva l&#8217;opera di Lovecraft, quando scrisse<\/em> La Ant\u00e0rtica y otros Mitos<em>. Citiamo, allora, Serrano, che con la sua arte ci ricorda i vecchi alchimisti: &#8216;Senza dubbio, in quel continente del riposo e della morte vive qualcuno.Un prigioniero si agita, avendo come mezzo di sopravvivenza il fuoco ardente ed eterno. Questa idea di Serrano si plasma anche in un altro testo del medesimo autore:<\/em> Quien llama en los Hielos.<\/p>\n<p><em>&quot;In esso vi \u00e8 un paragrafo di una bellezza terribile: &#8216;Io ho visto questo essere, questo Angelo nero: l\u00ec, nel suo recinto del Polo Sud. \u00c8 in una immensa cavit\u00e0 oscura che egli risiede&#8230; Spazi enormi, senza limiti, lievi e deprimenti allo stesso tempo, che si estendono, sicuramente, nell&#8217;interiorit\u00e0 psichica della Terra, al di sotto dei ghiacci eterni. E cos\u00ec si muove il Zinoc&#8230; Ascende o discende fino all&#8217;estremo di quell&#8217;apertura e, da l\u00ec, si lancia ad una velocit\u00e0 vertiginosa in cerca del suo altro estremo, della sua fine irraggiungibile&#8230; Tutta l&#8217;eternit\u00e0 l&#8217;ha trascorsa in questo sforzo, cadendo a testa in gi\u00f9, cercando di raggiungere il luogo antipodico dal quale \u00e8 stato proscritto dall&#8217;inizio stesso della creazione. Il nord \u00e8 il suo sogno, il suo profondo anelito e la sua maggior sofferenza.&#8217; Lovecraft, da parte sua, nel suo racconto scriver\u00e0 qualcosa di rivelatore: &#8216;Fondarono nuove citt\u00e0 terrestri, le pi\u00f9 importanti di esse nell&#8217;Antartico, perch\u00e9 quella regione, scenario del loro arrivo, era sacra. A partire da allora, l&#8217;Antartico fu come prima il centro della Civilt\u00e0 degli Antichi, e tutte le citt\u00e0 costruite l\u00ec dalla prole di Chtulhu furono distrutte.&#8217; Pi\u00f9 innanzi il narratore del racconto di Lovecraft indicher\u00e0 che le mappe incontrate nella vecchia citt\u00e0 polare mostrano che le citt\u00e0 degli Antichi nell&#8217;epoca pliocenica si trovavano, nella loro totalit\u00e0, al di sotto del 50\u00b0 parallelo di latitudine Sud. Queste referenze di entrambi gli autori sono fondamentali, perch\u00e9 ci indicano l&#8217;opposizione simbolica tra il Polo Nord (o la mitica Iperborea) ed il Polo Sud, sede degli Antichi. Qusta opposizione non risponde solamente a una differenza di carattere geografico ma, prima di tutto, a delle differenze spirituali. In effetti, il Polo Nord \u00e8 il polo positivo &#8211; in termini cristiani, il Bene &#8211; ed il Polo Sud, secondo la stessa prospettiva, il Male. Senza dubbio, questi opposti, conformi ai princ\u00ecpi della filosofia manichea, sono complementari. Entrambi i Poli mantengono l&#8217;Ordine della Terra, regolano il buon funzionamento energetico del nostro mondo. L&#8217;unica possibile differenza ha relazione col tipo di energia che irradiano detti luoghi, dacch\u00e9 in verit\u00e0 sono dei centri energetici. Questa conoscenza che si esprime attraverso la letteratura moderna (Lovecraft e Serrano), che differenzia i centri volitivi terrestri, concorda punto per punto col pensiero antico o tradizionale che insegnarono i maestri indoeuropei, per i quali le parole che danno il nome ai distinti luoghi sacri sono: Cielo, Terra o Mondo, Centro e Inferno. Il Cielo, per essi, \u00e8 la dimora degli eroi, coloro che vissero la vita come si deve, e corrisponde ad Iperborea o al nostro Polo Nord; la Terra \u00e8 il luogo abitato o il terreno di spedizioni e viaggi, essi la identificavano con l&#8217;Asia e l&#8217;Europa. L&#8217;Inferno , che era la casa dei d\u00e8moni &#8211; gli Antichi e gli shoggots &#8211; sembra non essere mai stata descritta e ubicata con maggior dettaglio dagli antichi saggi indoeuropei. Questo Inferno \u00e8 per noi il Polo Sud.&quot;<\/em> (24)<\/p>\n<p>\u00c8 appena il caso di notare che, negli ultimi decenni, alcuni autori hanno incominciato a ventilare la possibilit\u00e0 che sia esistita effettivamente un&#8217;antica civilt\u00e0 nel continente antartico, che poi l&#8217;avanzata dei ghiacci avrebbe lentamente soffocato e le cui rovine giacerebbero, quindi, a migliaia di metri sotto la calotta glaciale del Polo Sud. Il primo ad avanzare questa ipotesi, a quanto ne sappiamo, \u00e8 stato proprio uno studioso italiano, Flavio Barbiero, col suo libro <em>Una civilt\u00e0 sotto il ghiaccio<\/em> che, negli anni Settanta, \u00e8 passato praticamente inosservato; anche se, poi, le sue tesi sono state riprese in gran parte da due scrittori canadesi di successo, Rand e Rose Flem-Ath. (25) Il libro di Barbiero recava una presentazione di Silio Zavatti, il quale confermava la sua straordinaria capacit\u00e0 di pensare in maniera indipendente rispetto ai dogmi dell&#8217;archeologia e della scienza accademica, mantenendo un&#8217;apertura epistemologica di trecentosessanta gradi pur essendo abituato, lui uomo di scienza, a muoversi sul solido terreno dei fatti. Il nucleo delle tesi dell&#8217;autore era che esistette un&#8217;antichissima civilt\u00e0 primordiale, erede diretta di quella di Atlantide, che svolse il ruolo di centro di diffusione per le successive culture a noi note dell&#8217;antichit\u00e0.<\/p>\n<p><em>&quot;Continuando a credere nella teoria diffusionista &#8211;<\/em> scriveva Zavatti nella sua prefazione &#8211; [&#8230;] <em>bisognerebbe ammettere che nonostante millenni di lenta maturazione, popoli profondamente diversi abbiano inventato simultaneamente l&#8217;agricoltura, l&#8217;architettura, gli usi, gli ordinamenti sociali ecc. che presentano un fondo comune senza che vi fossero stati dei contatti di qualsiasi ordine.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sarebbe voler credere nell&#8217;impossibile e infatti nessuno pi\u00f9 vi presta fede.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Bisogna allora ritornare a un&#8217;origine comune della civilt\u00e0 e non c&#8217;\u00e8 altra strada che riprendere il creduto mito di Atlantide. Non s&#8217;inventa nulla perch\u00e9 in tutte le civilt\u00e0 antiche se ne parla, dai Maya agli Egizi, dai Sumeri agli Indiani, pur sotto nomi diversi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ecco, dunque, che il quadro si completa; le navi atlantidi superstiti della tragedia approdarono in terre diverse e i loro occupanti, in misura pi\u00f9 o meno sensibile, influenzarono le culture delle popolazioni incontrate, quando addirittura non le formarono. Solo cos\u00ec si spiega il fondo comune di tutte le civilt\u00e0 e la spiegazione non ha bisogno di funambolismi per apparire logica.<\/em> [&#8230;]<\/p>\n<p><em>&quot;La prova per eccellenza che la teoria del Barbiero \u00e8 esatta si pu\u00f2 avere soltanto da uno scavo sistematico da farsi in un determinato punto dell&#8217;isola Berkner ma, come si \u00e8 detto, gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del progetto sono molteplici e di varia natura.&quot;<\/em> [&#8230;]<\/p>\n<p><em>&quot;Al principio del 1976 l&#8217;ing. Barbiero ebbe la possibilit\u00e0 di aggregarsi a una spedizione alpinistica e un po&#8217; scientifica, organizzata alla garibaldina, che per una ventina di giorni oper\u00f2 nell&#8217;area della Penisola Antartica, una regione, cio\u00e8, molto lontana dal Mare di Weddell e dall&#8217;isola Berkner, ma che poteva riservare pur sempre delle sorprese. Infatti fu nell&#8217;isola Seymour che il capitano norvegese C. A. Larsen trov\u00f2, nel 1893, una cinquantina di palline di sabbia e &#8216;cemento&#8217; messe su colonnette dello stesso materiale. Larsen scrisse che quegli oggetti sembravano &#8216;fatti da una mano umana&#8217;. Un&#8217;espressione generica per dire che erano oggetti fatti molto bene? Forse, e infatti non li fece mai studiare e analizzare ed oggi, putroppo, non li possediamo pi\u00f9 perch\u00e9 andarono distrutti nell&#8217;incendio della sua casa a Grytviken (Georgia Australe).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel corso della spedizione del 1976 l&#8217;ing Barbiero scopr\u00ec nell&#8217;isola Re Giorgio (una del gruppo delle Shetland Australi), una grande quantit\u00e0 di tronchi semifossilizzati che potrebbero risalire a 10-12.000 anni fa. Purtroppo gli istituti scientifici ai quali erano stati inviati i campioni di questi tronchi per la datazione col metodo del C14 non hanno fatto conoscere ancora la loro risposta. In Antartide sono stati trovati, a pi\u00f9 riprese, dei fossili di alberi e altre piante (Robert Falcon Scott stesso ne riport\u00f2 moltissimi), ma se i tronchi semifossilizzati trovati da Barbiero risalgono veramente a un massimo di 12.000 ani fa, si ha la prova che fino a quell&#8217;epoca l&#8217;Antartide poteva essere abitata e molti fatto coinciderebbero con le affermazioni contenute nei dialoghi di Platone e, di conseguenza, con l&#8217;ipotesi avanzata da Barbiero in questo volume.&quot;<\/em> (26)<\/p>\n<p>Anche studiosi anglosassoni, come il professor Charles Hapgood, erano giunti a conclusioni analoghe, studiando il problema di alcune antiche carte geografiche che rivelano conoscenza &quot;impossibili&quot;, a meno di ammettere l&#8217;esistenza di una evoluta civilt\u00e0 antidiluviana, padrona dei mari all&#8217;epoca in cui la morsa dei ghiacci con aveva ancora stretto l&#8217;Antartide, e dalla quale sarebbero derivate le conoscenze cartografiche e marittime altrimenti inspiegabili; si veda, per tutte, la celebre carta nautica dell&#8217;ammiraglio turco Piri Reis. (27) Fantasie? Certo \u00e8 che Miguel Serrano, cos\u00ec come Lovecraft e, forse, Poe, hanno dato voce poetica a una ipotesi che ora alcuni studiosi di formazione scientifica hanno ripreso con la massima seriet\u00e0: che quanto oggi sappiamo sul continente antartico \u00e8 solo una piccola parte della sua storia antichissima, misteriosa e affascinante; che forse vi fiorirono, prima dell&#8217;ultima glaciazione, le imponenti citt\u00e0 di una razza evoluta; che forse <em>qualcosa<\/em> o <em>qualcuno<\/em> ancora vi si trova, in attesa di essere rivelato all&#8217;umanit\u00e0.<\/p>\n<p>NOTE<\/p>\n<p>1)  BECKER, Beril, <em>Jules Verne, il viaggiatore della fantasia<\/em>, Milano, Mursia, 1974, pp. 202-204.<\/p>\n<p>2)  Cfr. CHESNEAUX, Jean, <em>Scienza e avventure: Jules Verne,<\/em> in <em>Storia della letteratura francese<\/em> (dir. Da P. Abraham e R. Desn\u00e9), Milano, Garzanti, 1985, vol. II, pp. 802-803.<\/p>\n<p>3)  SORIANO, Marc, <em>Il caso Verne,<\/em> Milano, Emme Edizioni, 1982, p. 124.<\/p>\n<p>4)  <em>Ibidem,<\/em> p. 191.<\/p>\n<p>5)  <em>Ibidem,<\/em> p. 248-250.<\/p>\n<p>6)  VERNE, JULES, <em>Edgar Poe et ses oeuvres,<\/em> 1864, pubblicato in <em>Le Mus\u00e9e des familles.<\/em><\/p>\n<p>7)  DE TURRIS, Gianfranco, <em>tutti i seguiti del &quot;Gordon Pym&quot;,<\/em> su <em>Il Tempo<\/em> del 23 maggio 2004.<\/p>\n<p>8)  Su questo arcipelago scomparso, cfr. LAMENDOLA, Francesco, <em>Il mistero delle Isole Auroras,<\/em> su <em>Il Polo,<\/em> vol. 3 del 2004, pp. 25-39, e relativa bibliografia.<\/p>\n<p>9)  VERNE, Jules, <em>La Sfinge dei ghiacci,<\/em> Milano, Mursia, 1977, pp. 255, 258-260.<\/p>\n<p>10) ZAVATTI, Silvio, <em>Emilio Salgari e i suoi romanzi polari,<\/em> pubblicazione della Scuola Media Statale <em>Ippolito Nievo<\/em> di Spilimbergo, 1957 (prov. di Pordenone, allora prov. di Udine).<\/p>\n<p>11) ZAVATTI, Silvio, <em>Ibidem,<\/em> pp. 8-9.<\/p>\n<p>12) Cfr. HOUGH, Richard, <em>La caccia all&#8217;ammiraglio von Spee,<\/em> Milano, Longanesi &amp; C., 1971, p.318.<\/p>\n<p>13) PIGAFETTA, Antonio, <em>Relazione del primo viaggio intorno al mondo,<\/em> a cura di Manfroni<em>,<\/em> Milano, Alpes, 1928; e MOSER, Giorgio, <em>Alla scoperta di Magellano,<\/em> Milano, F.lli Fabbri ed., 1974, pp. 122-24.<\/p>\n<p>14) SALGARI, Emilio, <em>Al Polo Australe,<\/em> Bologna, Carroccio, 1961, pp. 31-32.<\/p>\n<p>15) Cfr. SALGARI, Emilio, <em>Le due tigri<\/em>, Bologna, Carroccio, p. 58.<\/p>\n<p>16) SALGARI, Emilio, <em>Al Polo Australe,<\/em> cit., pp. 55-56.<\/p>\n<p>17) ARMELLINi, G.-COLOMBO, A., _3Cem>La letterarura italiana,<\/em> Bologna, Zanichelli, 1999, vol. 8, pp. 425-426.<\/p>\n<p>18) SALGARI, Emilio, <em>Ventimila leghe sotto l&#8217;America,<\/em> Milano, Bietti, 1974, pp.27-28.<\/p>\n<p>19) SALGARI, Emilio, <em>Le stragi delle Filippine<\/em> (a cura di M. Spagnol), Milano, Mondadori, 1974, p. 222.<\/p>\n<p>20) Cfr. ROBERT, James, <em>La guerra segreta della Gran Bretagna in Antartide,<\/em> su <em>Nexus,<\/em> nr. 61 e 62 del 2006; Temolo, Luca, <em>I dischi volanti di Hitler,<\/em> su <em>Xch\u00e9,<\/em> nr. 3 del 2003; TROMBETTI, Pierluigi, <em>Una base nazista in Antartide,<\/em> su <em>Hera Magazine<\/em>; BACCARINI, Enrico<em>, Dal nazismo occulto al fascismo esoterico,<\/em> su <em>Archeomisteri,<\/em> nr. 20 e 21 del 2004.<\/p>\n<p>21) Ci serviremo, pertanto, della traduzione italiana di alcuni passi dell&#8217;opera eseguita dal sito Internet <em>Alchemica<\/em> (<a href=\"../../../../../www.alchemica.it/antartidemito.html\">www.alchemica.it\/antartidemito.html)<\/a>).<\/p>\n<p>22) ROBERTSON, Erwin, <em>Por el Hombre que Vendr\u00e0,<\/em> in <em>Ciudad de los C\u00e9sares,<\/em> nr. 18, 1990.<\/p>\n<p>23) Il missionario-esploratore De Agostini, uno dei massimi conoscitori della Terra del Fuoco, che conobbe diversi sciamani e pot\u00e8 osservarli da vicino nelle loro attivit\u00e0 occulte, li chiama non Jon, ma Kon, e afferma che <em>&quot;il potere dei Kon si estendeva fin dopo morti e per questo i Kon venivano seppelliti con la faccia rivolta all&#8217;ingi\u00f9, affinch\u00e9 non potessero inviare malattie ai vivi&quot;<\/em>:DE AGOSTINI, A. M., _3Cem>Trent&#8217;anni nella Terra del Fuoco,<\/em> Torino, S. E. I., 1955, p. 302.<\/p>\n<p>24) FITZ ROA, Sergio, <em>L&#8217;Antartide e il mito lovecraftiano,<\/em> in <em>Ciudad de los C\u00e9sares,<\/em> nr. 47, 1997.<\/p>\n<p>25) FLEM-ATH, rand e Rose, <em>la fine di Atlantide<\/em>, Casale Monferrato, Piemme ed., 1997.<\/p>\n<p>26) BARBIERO, Flavio, <em>Una civilt\u00e0 sotto ghiaccio,<\/em> Milano, Ed. Nord, Milano, 1974, pp. XII-XV.<\/p>\n<p>27) HAPGOOD, Charles P., <em>Maps of Ancient Sea King,<\/em> Adventure Unilimited Press, 1996; HANCOCK, Graham, <em>Imoronte degli D\u00e8i,<\/em> Milano, Corbaccio, 1996; Id., <em>Civilt\u00e0 sommerse,<\/em> Milano, TEA, 2005.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Prosegue il nostro viaggio attraverso la presenza del tema polare nella storia della letteratura occidentale. 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