{"id":29442,"date":"2012-07-17T07:17:00","date_gmt":"2012-07-17T07:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/07\/17\/nelle-vecchie-osterie-di-quartiere-sopravvive-lanima-genuina-delle-citta\/"},"modified":"2012-07-17T07:17:00","modified_gmt":"2012-07-17T07:17:00","slug":"nelle-vecchie-osterie-di-quartiere-sopravvive-lanima-genuina-delle-citta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/07\/17\/nelle-vecchie-osterie-di-quartiere-sopravvive-lanima-genuina-delle-citta\/","title":{"rendered":"Nelle vecchie osterie di quartiere sopravvive l\u2019anima genuina delle citt\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Il passaggio \u00e8 stato graduale e, come in molti altri casi &#8211; la scomparsa dei vecchi mestieri, ad esempio, o la rapida, silenziosa implosione della civilt\u00e0 contadina &#8211; in molti non se ne sono accorti, a cominciare dai pretesi intellettuali, cio\u00e8 coloro i quali, per professione, dovrebbero avere l&#8217;occhio e la mente esercitati e non lasciarsi sfuggire i passaggi epocali che avvengono sotto il nostro sguardo, ma cos\u00ec vicini da poter passare inosservati.<\/p>\n<p>Stiamo parlando della progressiva rarefazione delle vecchie osterie di quartiere, che popolavano numerose i borghi cittadini fino a qualche anno fa e che ora sono diventate sempre pi\u00f9 rare, anche se sopravvivono in alcune citt\u00e0 a misura d&#8217;uomo che la valanga industriale non ha investito in pieno ma che ha lasciato un po&#8217; in disparte, per loro fortuna, mentre fluiva impetuosa tutto intorno e disseminava le campagne e le periferie di capannoni, ciminiere e scarichi maleodoranti, imprigionandole in una fitta rete di strade, autostrade e svincoli trafficatissimi.<\/p>\n<p>L\u00e0, negli antichi borghi medievali con le case a due o tre piani dai muri affrescati e incorniciati di edera, con i vasi di gerani alle finestre e i ponticelli che scavalcano fiumi e rogge quieti che portano un alito di frescura anche nel caldo torrido dell&#8217;estate, affacciate su qualche via dal pavimento acciottolato o su qualche piazzetta tranquilla con i panni stesi sui balconi ad asciugare, si aprono ancora le vecchie osterie, con tavoli di legno massiccio e piani di marmo, le sedie impagliate, le pentole di rame appese alle pareti e magari qualche dagherrotipo, qualche sbiadita fotografia dei primi del Novecento, in cui si pu\u00f2 misurare la trasformazione urbanistica che abbiamo vissuto con cos\u00ec scarsa sensibilit\u00e0 e consapevolezza.<\/p>\n<p>Niente arredamenti di plastica, niente sedie di alluminio, niente musica ad alto volume e, soprattutto, niente giochi elettronici, niente macchinette mangiasoldi che, col loro clangore fastidioso e continuo, rendono difficile la conversazione; semmai, alcune mensolette di legno accanto ai tavoli, lungo le pareti, per posare i mazzi di carte degli affezionati della briscola; e ombra, ombra fresca come di cantina, poche finestre ma, in compenso, sovente, un bel cortiletto interno che, nella bella stagione, diventa il luogo ideale per sedere in santa pace a bere qualche bicchiere di buon vino in compagnia degli amici.<\/p>\n<p>Quella delle osterie di quartiere \u00e8 una vera e propria civilt\u00e0, una offerta di rapporto umano basato sulla serenit\u00e0 e sulla simpatia, fuori dalla fretta del mondo moderno, dai ritmi incalzanti dei rituali consumisti, dal vano agitarsi per fare mille cose di dubbia utilit\u00e0; uno squarcio di democrazia pratica, ove si pu\u00f2 incontrare il professore universitario che si gusta il suo bicchiere accanto al fruttivendolo o al falegname, in spirito di perfetta uguaglianza, accomunati dai discorsi sulla partita di calcio o su come preparare un piatto secondo l&#8217;antica ricetta.<\/p>\n<p>In osteria non si andava, e non si va, solo per ingollare del vino; mentre si centellina il contenuto del bicchiere, accompagnandolo con un mezzo uovo sodo o con qualche fetta di patata lessa aromatizzata col prezzemolo, con qualche bocconcino di pomodoro secco, con due carciofini o con una acciuga sott&#8217;olio, per qualche minuto almeno ci si spoglia della veste affannosa della vita moderna e si ritorna uomini, si parla con gli altri, si riscopre il valore del tempo fuori dal tempo, il piacere di un buon bianco secco o di un rosso sincero che scorrono gi\u00f9 per la gola; il piacere di lasciar vagare lo sguardo sulle persone e sulle cose senza fretta, sena ansia; il piacere di assaporare pensieri ed emozioni; di tessere inconsciamente, ciascuno per la propria parte, la trama complessa della vita collettiva.<\/p>\n<p>Ci si scambiano le ultime notizie, dov&#8217;\u00e8 finito questo, dov&#8217;\u00e8 andato quello; si viene a sapere di chi \u00e8 nato e di chi \u00e8 morto, di chi \u00e8 partito e di chi \u00e8 tornato, di chi si sposa e di chi si separa; e ci si accorge, vedendolo scritto sul volto del prossimo, del tempo che passa, impercettibile ma inesorabile, una capigliatura nera che \u00e8 diventata grigia, un passo baldanzoso che si \u00e8 fatto pi\u00f9 incerto, una schiena dritta che si \u00e8 incurvata; ma, nello stesso tempo, si vedono le nuove generazioni che subentrano a prendere il posto delle vecchie, come in un perenne respiro.<\/p>\n<p>La partita a carte, la lettura del giornale, la chiacchierata senza pretese, ma non necessariamente insulsa, o anche il piacere del silenzio, nelle ore assonnate del primo pomeriggio o della sera tardi: tutto questo \u00e8 socialit\u00e0 e, senza dubbio, \u00e8 anche civilt\u00e0; molto pi\u00f9 che lo stare chiusi in un ufficio, fra i computer, tutto il giorno; molto pi\u00f9 che lo stare fermi alla catena di montaggio, ridotti a semplici appendici e servitori delle macchine, obbligati ad assumere i loro ritmi, a rispettare le loro esigenze, ad adeguarsi ai loro meccanismi.<\/p>\n<p>Magari la vecchia osteria non \u00e8 dotata dell&#8217;impianto ad aria condizionata e, d&#8217;estate, vi farebbe davvero troppo caldo, se non fosse per un ventilatore che ronza piano, appeso al soffitto; magari, d&#8217;inverno, bisogna sedere vicino alla stufa per scaldarsi come Dio comanda, perch\u00e9 il freddo si fa sentire; magari le mosche si posano sul bordo dei bicchieri e, scacciate, ritornano sempre, insistenti e fastidiose: e che, forse per questo ci sar\u00e0 meno cara? Nemmeno la casa dei nostri vecchi genitori possiede tutte le comodit\u00e0 moderne: il deumidificatore, il videocitofono, l&#8217;ascensore; ma non per questo l&#8217;amiamo di meno, anzi semmai di pi\u00f9.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ha rievocato il clima delle vecchie osterie lo scrittore Cino Boccazzi, in un articolo apparso a suo tempo sul quotidiano \u00abIl Gazzettino\u00bb e poi raccolto, con altri, in un volume (C. Boccazzi, \u00abVetrina\u00bb, Riese Pio X, 1983, pp. 83-84):<\/p>\n<p>\u00abOSTERIA ALLE SCIATICHE. Una vecchia osteria sul vicoletto che da via Avogari porta al Cortiletto degli Sbirri: si entrava da una porta, a vetri d&#8217;estate, spostando certe tendine di tubicini di latta.<\/p>\n<p>A una tavola di legno scuro stava sempre seduto, alla sera, uno squisito umanista, Oreste Battistella, uno squisito umanista e un gran signore, alto imponente, il viso illuminato oltre che da un perpetuo sorriso, dal soffuso rossore del naso dovuto alle molte ombre di bianco di Soligo, un secco per cui il locale andava famoso.<\/p>\n<p>Il nome picaresco veniva da una vicina clinica dove si curavano le sciatiche e negli intervalli fra i massaggi di erbe medicamentose che poi erano ortiche, raccolte nei prati di Cantarene, i malati venivano a dissetarsi e a raccontare le loro disgrazie.<\/p>\n<p>Proprietaria e cuoca la siora Nina, identica ala strega di Biancaneve, tanto che quando a Treviso venne il film di Disney, si sussurr\u00f2 che l&#8217;avessero presa come modella, il che la faceva sorridere compiaciuta, mettendo in mostra l&#8217;unico dente canino, lungo e verde. Eccelleva nel preparare la &quot;fongadina&quot;, un piatto che pareva fatto di tubi e invece era trachea e polmone, pressappoco la stessa cosa. Scriveva il conto su una lavagnetta e al momento di pagare, Oreste Battistella declamava un poema in latino che le aveva dedicato, ma non arrivava mai oltre il primo verso, che poi &#8211; scoprimmo dopo &#8211; era il solo: &quot;Nina, sciaticarum, vacarumque regina&#8230;&quot;. Vacarumque adirata scacciava tutti dal locale e Oreste se ne andava a San Nicol\u00f2, nella sua bella casa sulla piazza, a rintanarsi nella biblioteca, dove la madre lo attendeva per sgridarlo, perch\u00e9, anche se aveva 67 anni e la madre 90, era sempre un bambino e trovava uno scodellone di latte che doveva bere d&#8217;un fiato.<\/p>\n<p>L&#8217;osteria, alla sera, era frequentata dai vecchi scapoli di Treviso, abituati a cenare fuori di casa e c&#8217;era uno che s&#8217;era rovinato coi cavalli e con le donne, rovina meravigliosa paragonata a quelle di adesso, un altro on le carte, il gioved\u00ec sera arrivava i vecchio Gobbi, padre di Gilmo a portare il baccal\u00e0, la Paccagnana, unica cameriera, correva indaffarata dalle cantine alle tavole e qualcuno di quegli incontinenti si alzava sesso per raggiungere un locale che altro non si poteva chiamare che cesso, antro tenebroso comunicante con la cucina, a significare emblematicamente le esistenziali comunicazioni dei clienti, col mondo esterno.\u00bb<\/p>\n<p>\u00c8 importante che le osterie di quartiere sopravvivano; certo, per mandar gi\u00f9 un bicchier di vino si pu\u00f2 entrare anche in un bar all&#8217;americana, non importa che razza di vino sia e non importa l&#8217;ambiente, che sia freddo o accogliente, anonimo o caratteristico: ma nelle veccie osterie quel che conta non \u00e8 tanto l&#8217;atto di bere in s\u00e9, ma l&#8217;atmosfera, il ritmo, la filosofia di vita, se \u00e8 vero che l&#8217;uomo non \u00e8 soltanto un animale cui basta soddisfare i bisogni primari perch\u00e9 si senta sazio e soddisfatto.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, le osterie rappresentano molto di quel che ancora vi \u00e8 di umano nella vita delle citt\u00e0 e dei paesi; sono come delle minuscole oasi in cui il tempo scorre con un altro ritmo e i sapori, gli odori, le parole e gli sguardi si aprono su di una diversa prospettiva, restituiscono altre emozioni e delineano un altro modo di porsi davanti alla vita; in un certo senso, rappresentano la misura di quanto una citt\u00e0 o un paese siano ancora vivibili, siano ancora a misura d&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Certo: c&#8217;\u00e8 stato un momento in cui le osterie, non che un fattore di aggregazione e di socialit\u00e0, hanno costituito un elemento di disorientamento e di disordine; per mettersi nella prospettiva di Padron &#8216;Ntoni, esse erano il polo opposto rispetto al &quot;focolare domestico&quot;, dove si sprecavano i magri guadagni del lavoro nel vizio del bere e in vuote chiacchiere all&#8217;inseguimento di impossibili sogni di fortuna.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 stato, appunto, un momento: il momento in cui la &quot;fiumana del progresso&quot;, per dirla sempre col Verga, ha investito le strutture patriarcali della societ\u00e0 contadina; passato il momento peggiore e giunte a un compromesso fra modernit\u00e0 e tradizione, le osterie sono tornate ad essere luoghi tutt&#8217;altro che negativi, luoghi essenziali per l&#8217;equilibrio sociale non meno che per il benessere dell&#8217;individuo.<\/p>\n<p>Potrebbe sembrare una prospettiva minimalista, specialmente a noi che siamo figli della grande ubriacatura ideologica del XX secolo; potrebbe sembrare che, se non ci si occupa dei massimi sistemi, dell&#8217;economia, della politica, della cultura, si perde del tempo e si fa del narcisismo individualistico e piccolo borghese; o, almeno, cos\u00ec sembrava agli assatanati protagonisti della contestazione sessantottina, ardenti di sacro zelo rivoluzionario e tutti chiusi nella loro immacolata e orgogliosa purezza di &quot;avanguardie&quot; dell&#8217;uomo nuovo.<\/p>\n<p>Ma questa \u00e8 una sciocchezza, anche se c&#8217;\u00e8 voluto un bel po&#8217; di tempo per arrivare a capirlo; perch\u00e9 le cose grandi sono fatte di tante cose piccole e perch\u00e9 non si avanza mai in civilt\u00e0, se non si \u00e8 capaci di preservare la civilt\u00e0 delle cose umili e semplici, delle cose minime.<\/p>\n<p>Chi non \u00e8 capace di considerare importante saper bere in compagnia, con moderazione ma in spirito di serenit\u00e0, non pu\u00f2 arrogarsi il diritto di costruire teorie sulla societ\u00e0 perfetta del futuro e neanche, semplicemente, di una societ\u00e0 migliore di quella presente.<\/p>\n<p>Bisogna diffidare dei profeti che disprezzano le occasioni quotidiane di socialit\u00e0, dei puritani che non si vogliono contaminare con i piccoli piaceri della vita, degli intellettuali saputelli e superciliosi che danno pi\u00f9 importanza al bicchiere che a quello che c&#8217;\u00e8 dentro, all&#8217;abbigliamento dei clienti che all&#8217;umanit\u00e0 e alla gradevolezza dell&#8217;ambiente. Per trangugiare hamburger e Coca-Cola basta un barbaro; per gustare e apprezzare un bicchiere di vino buono in compagnia degli amici, ci vuole un signore: e sovente le persone di condizione modesta sono pi\u00f9 signorili dei ricchi.<\/p>\n<p>La signora Alice, per esempio, andava sempre all&#8217;osteria, ogni volta che poteva. Vecchia, curva, mezza cieca, le mani callose di chi ha sempre lavorato, i vestiti sdruciti di chi non ha mai avuto il portafogli pieno; il suo bicchier di vino era un modo di mettere un po&#8217; di spazio fra lei e le sue tristezze: una nuora cattiva, un figlio egoista, povert\u00e0 e solitudine; e nemmeno un angolino tutto suo per piangere in santa pace.<\/p>\n<p>Eppure, a suo modo, la signora Alice era una regina: aveva pi\u00f9 dignit\u00e0 e pi\u00f9 nobilt\u00e0 di tutte le squallide divette, di tutte le Minetti dal seno rifatto che pretendono persino di far politica; e la sapeva pi\u00f9 lunga di tutti gli evirati intellettuali che stanno sempre l\u00ec a intonare le giaculatorie del femminismo, per mostrarsi politicamente corretti e progressisti.<\/p>\n<p>Ce ne fossero di pi\u00f9, di donne come la signora Alice. E ce ne fossero di pi\u00f9, di osterie di quartiere e di paese, dove la gente lascia cadere la maschera e si mostra per qualche minuto almeno, agli altri ed a se stessa, come realmente \u00e8.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il passaggio \u00e8 stato graduale e, come in molti altri casi &#8211; la scomparsa dei vecchi mestieri, ad esempio, o la rapida, silenziosa implosione della civilt\u00e0<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30188,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[32],"tags":[92],"class_list":["post-29442","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-varie-costumi-e-societa","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-varie-costumi-e-societa.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29442","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29442"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29442\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30188"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29442"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29442"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29442"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}