{"id":29434,"date":"2016-10-06T07:32:00","date_gmt":"2016-10-06T07:32:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/10\/06\/vangelo-e-lotta-armata-un-connubio-possibile\/"},"modified":"2016-10-06T07:32:00","modified_gmt":"2016-10-06T07:32:00","slug":"vangelo-e-lotta-armata-un-connubio-possibile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/10\/06\/vangelo-e-lotta-armata-un-connubio-possibile\/","title":{"rendered":"Vangelo e lotta armata: un connubio possibile?"},"content":{"rendered":"<p>Che rapporto c&#8217;\u00e8 fra Vangelo e lotta armata? Un cristiano pu\u00f2 partecipare alla lotta armata, o anche solo approvala? Un sacerdote pu\u00f2 benedire le armi di una delle due parti in lotta?<\/p>\n<p>Abbiamo pensato di esaminare un po&#8217; la questione partendo dal punto di vista di un missionario cattolico che si \u00e8 trovato &quot;in situazione&quot;, cio\u00e8 ad operare in Paesi nei quali vi erano, e vi sono, gravi ingiustizie sociali e nei quali infuriava, o infuria, la guerriglia fra gli eserciti di &quot;liberazione&quot; e le forze governative. Abbiamo scelto per questo scopo un libro di Renato Kizito Sesana (Kizito \u00e8 il nome di uno dei martiri ugandesi, beatificati da Paolo VI), un sacerdote nato a Lecco nel 1943 e molto attivo anche sul fronte giornalistico. Come il mitico Alex Zanotelli, anche Renato Sesana, missionario comboniano, e direttore, per un periodo, della battagliera rivista <em>Nigrizia<\/em>, si pone come un personaggio carismatico. Ha trascorso molti anni in Africa, passando da un Paese all&#8217;altro, e sempre a contatto immediato con la gente, con i pi\u00f9 poveri; si \u00e8 molto adoperato per migliorare le condizioni di vita di quelle popolazioni; \u00e8 stato anche infangato da alcune accuse di violenza sessuale su minori, poi cadute perch\u00e9 rivelatesi del tutto infondate, il che la dice lunga su quanto la sua presenza abbia dato fastidio a chi ha interesse affinch\u00e9 le cose, dal punto di vista sociale, rimangano cos\u00ec come sono sempre state. Tutto questo rappresenta un capitale di credibilit\u00e0, di seriet\u00e0, di dedizione, che incute rispetto: \u00e8 impossibile avvicinarsi a uomini simili senza provare stima e rispetto per la loro dedizione. Ci sembra pertanto di grande interesse ascoltare la sua opinione sul rapporto fra Vangelo e lotta armata, dato che di queste cose egli un poco se ne intende; il sottotitolo di uno dei suoi libri, infatti, reca la dicitura: <em>Un prete fra i guerriglieri<\/em>.<\/p>\n<p>Dice, dunque, don Sesana nel libro-intervista firmato insieme al giornalista Stefano Girola, che gli faceva le domande, e, in questo caso, che gli chiedeva se avesse mai percepito un conflitto fra il messaggio nonviolento del Vangelo e la scelta di schierarsi attivamente a favore dei movimenti di liberazione africani (da: Renato Kizito Sesanas-Stefano Girola, <em>La Perla Nera. L&#8217;altra faccia dell&#8217;Africa sconosciuta<\/em>, Milano, Edizioni Paoline, 2002, 166-168):<\/p>\n<p><em>&#8230; Mi parve che in questa gente [cio\u00e8 i militanti dei movimenti di guerriglia], oltre purtroppo all&#8217;accettazione della violenza come unica via per resistere alla violenza coloniale e a quella razzista, ci fosse anche un forte desiderio di riscatto, di cambiamento, di redenzione. In un certo modo rappresentavano la parte migliore dell&#8217;Africa, ossia la volont\u00e0 di uscire da una situazione negativa. Poi magari cadevano in pesanti contraddizioni, ma era innegabile che vi fosse una tensione positiva in molti movimenti di liberazione. Quindi ho cercato di capire, e per fare questo ho iniziato a frequentarli. Da allora la mia vita di prete e missionario \u00e8 stata notevolmente marcata dai rapporti con i movimenti di liberazione: prima quelli della Guinea Bissau, Angola e Mozambico, poi, nei primi anni del mio ministero in Zambia, con quelli di Rhodesia e Sudafrica, infine con quello del Sudan. Certo in queste situazioni un prete si trova a disagio. A me \u00e8 capitato, agli inizi degli anni Settanta, di camminare per giorni nelle paludi della Guinea Bissau con una scorta di militari, e ancora, fino a poco tempo fa, di andare a celebrare una messa in un villaggio sperduto dei Monti Nuba accompagnato da un gruppo di militari armati fino ai denti. Nel sud del Sudan, sei anni fa, mi trovai in una situazione in cui per tre giorni ho avuti ai miei ordini, per fini umanitari, un contingente di 30 guerriglieri&#8230;.<\/em><\/p>\n<p><em>C&#8217;\u00e8 una contraddizione. Come posso annunciare l&#8217;Amore quando sono protetto che sono professionisti se non dell&#8217;odio, almeno della violenza? Innanzitutto evito di usare un linguaggio violento. Non mi riferisco all&#8217;esercito governativo come &quot;il nemico&quot;, come altri usano fare. Parlo di un atteggiamento prima di rispetto e poi di amore verso tutti, di superamento delle divisioni, dell&#8217;esempio di Ges\u00f9. Leggo il Vangelo. Faccio il possibile perch\u00e9 la mia presenza sia colta da tutti come una presenza di pace. \u00c8 insufficiente? Forse. Ma la parola del Vangelo \u00e8 forte e agisce da sola. L&#8217;alternativa, cio\u00e8 che in quella situazione mi metta a fare proposte dettagliate per adottare una metodologia nonviolenta, o peggio ancora a rimproverare la gente o accusare i leader di praticare la lotta armata, i sembra un po&#8217; ipocrita: che cosa ho fatto io, che cosa abbiamo fatto noi, il mondo che io rappresento agli occhi dei Nuba o dei Sud Sudanesi, per rendere la nonviolenza possibile?<\/em><\/p>\n<p><em>Noi, come Chiesa, nelle situazioni concrete di oppressione non siamo stati capaci di portare avanti proposte non violente. Basti pensare alla storia europea di questo ultimo secolo, alla nostra connivenza con l&#8217;oppressione coloniale. Io farei volentieri un discorso sulla non violenza, ma non posso pretendere di renderla cos\u00ec un&#8217;opzione praticabile in questo momento storico: \u00e8 un processo che necessita di una maturazione molto lunga. Non mi sento in diritto di dare lezioni a nessuno. Mi dispiace, ma io non riesco &#8212; in un contesto in cui c&#8217;\u00e8 chi ha visto le mogli, le madri, i figli uccisi, torturati, stuprati, schiavizzati, umiliati &#8212; andare da questa gente e dire: &quot;Voi sbagliate a reagire con la violenza, dovreste porgere l&#8217;altra guancia&quot;. Mi sento di dirlo come scelta mia personale e come proposta evangelica, ma questo \u00e8 ben diverso dal dare un giudizio negativo sulle scelte concrete fatte dai Nuba, per esempio. Per me si tratta di offrire una testimonianza fraterna, non accusatrice, non da chi insegna a chi impara; una presenza che faccia pensare, susciti degli interrogativi; poi le risposte e la pratica devono venire da loro.<\/em><\/p>\n<p><em>Prima di giudicare gli altri bisognerebbe provare a condividere la loro vita: fare il maestro dall&#8217;esterno mi sembra un atteggiamento insopportabile. Io posso dare una testimonianza personale importante: non prender\u00f2 le armi, mai, anche perch\u00e9 non ne sono capace, sono contrarie alla mia natura e questo deve essere evidente ai militari che mi conoscono.<\/em><\/p>\n<p><em>Posso anche dire di essere disposto a morire piuttosto che prendere in mano un fucile, ma ci\u00f2 pu\u00f2 suonare un&#8217;affermazione retorica. Queste sono cose che si insegnano solo con l&#8217;esempio, e solo se le circostanze mi netteranno in quella situazione concreta potr\u00f2 poi far parlare i fatti.<\/em><\/p>\n<p><em>Bisogna giungere infine che la teoria e la pratica della nonviolenza, almeno a livello ecclesiastico, sono ancora spetti elitari che si sono sviluppati in tempi relativamente redenti, anche in Occidente. Fino a pochi anni fa una coscienza diffusa e comune in questo senso non c&#8217;era. Il missionario deve, in tutto, come prima cosa, camminare con la gente, essere al loro fianco. Solo dopo molto cammino insieme pu\u00f2 affinare il modo in cui d\u00e0 la sua testimonianza , e poi eventualmente incominciare a fare delle proposte; ma solo dopo che la gente lo ha sentito &quot;suo&quot;, parte della propria storia e vita.<\/em><\/p>\n<p><em>Non dobbiamo dimenticarci che troppa violenza nel mondo \u00e8 avvenuta e avviene in nome della religione, anche della religione cristiana. Ci sono diverse teorie che cercano di spiegare il perch\u00e9: da chi fa notare che l&#8217;idea del sacrificio \u00e8 centrale in quasi tutte le religioni, o che l&#8217;idea della lotta tra il bene e il male serve di base per combattere e distruggere chi viene percepito come nemico della propria religione. L&#8217;Africa \u00e8 stata vittima per secoli di una violenza che veniva giustificata su basi religiose. Il re portoghese Enrico il Navigatore mandava le sue navi mercantili sulle coste dell&#8217;Africa con l&#8217;accompagnamento di bolle papali che lo autorizzavano a conquistare, dominare politicamente, ridurre in schiavit\u00f9, convertire con la forza le popolazioni che avrebbe incontrato. \u00c8 una storia che non deve impedirci di guardare avanti ma che non possiamo pretendere di ignorare.<\/em><\/p>\n<p>Don Sesana si \u00e8 laureato in Scienze Politiche all&#8217;Universit\u00e0 di Padova nel 1977. Per chi ha buona memoria, erano gli anni in cui, in quella facolt\u00e0, insegnava il professor Antonio Negri: il clima politico era caratterizzato da una vera e propria ubriacatura &quot;rivoluzionaria&quot;, operaista e barricadiera: nel 1978 venne rapito e ucciso Aldo Moro, nel 1979 scoppi\u00f2 il &quot;caso 7 aprile&quot;. Negri, come molti altri teorici e cattivi maestri del&#8217;estrema sinistra, veniva dalle file del cattolicesimo progressista. Crediamo che una parte di quelle idee si sia riversata in una parte del movimento missionario comboniano, e non solo in quello, e che esse abbiano contribuito ad orientarlo sempre di pi\u00f9 in senso politico, immanentistico, militante; e ci\u00f2 a detrimento dell&#8217;autentica ispirazione cristiana, che si colloca al livello della vita spirituale e che vede, semmai, nella ricerca della giustizia sociale, un riflesso della sola rivoluzione che si possa e si debba fare in termini cristiani: quella interiore, consistente nel superamento dell&#8217;uomo vecchio, centrato sul&#8217;amore di s\u00e9, e nella nascita dell&#8217;uomo nuovo, centrato nell&#8217;amore per Dio.<\/p>\n<p>Diversamente, riesce difficile capire come mai la questione della giustizia sociale gli appaia come una questione che si possa considerare staccata dall&#8217;orizzonte della rinascita spirituale in Cristo, e come mai egli parli dei movimenti di guerriglia come l&#8217;estrema risposta, in ultima analisi comprensibile e giustificabile, davanti alla prevaricazione economica e sociale, quasi che Ges\u00f9 Cristo non si fosse mai trovato a tu per tu con simili questioni e quasi che la Palestina del I secolo prima dell&#8217;era cristiana fosse stata una specie di Svizzera dell&#8217;antichit\u00e0, pacifica e benestante. Ges\u00f9 visse in un tempo e in un luogo caratterizzati da contrasti sociali fortissimi e da un alto grado di oppressione economica, politica e sociale. Egli stesso ne parl\u00f2 apertamente con i suoi discepoli, per esempio quando gli venne chiesto di esprimere un parere sulla repressione sanguinosa che il procuratore Ponzio Pilato aveva condotto contro alcuni Galilei che si erano ribellati all&#8217;autorit\u00e0 romana, forse in occasione di una ricorrenza religiosa (<em>Luca,<\/em> 3, 1-5): <em>In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Ges\u00f9 rispose: &quot;Credete che quei Galilei fossero pi\u00f9 peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovin\u00f2 la torre di Siloe? E li uccise, credete che fossero pi\u00f9 colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.<\/em><\/p>\n<p>Gi\u00e0 per il solo fatto di porre i due episodi, la repressione militare di Pilato e la disgrazia del crollo di un torre, a Gerusalemme, sullo stesso piano di ragionamento, avendo per fine quello di evidenziare il fatto che le vittime, in entrambi i casi, non erano pi\u00f9 colpevoli davanti a Dio di chiunque altro (e contro la mentalit\u00e0 giudaica che, invece, in casi analoghi, vedeva un esplicito intervento divino per punire i peccatori), fa capire, di riflesso, che cosa Ges\u00f9 pensasse dei movimenti di guerriglia, di liberazione, di indipendenza, eccetera, i quali, del resto, fiorivano tutto intorno a lui, al punto che alcuni suoi discepoli, come Giuda (non il futuro traditore), come Simone (non Simon Pietro) e come Tommaso, provenivano dalla setta degli Zeloti o Zelatori, partigiani della lotta anti-romana propensi all&#8217;assassinio politico come specifica arma di lotta. Ges\u00f9 non volle mai aver nulla a che fare con simili movimenti: accoglieva coloro che, da essi, volevano passare alla sua sequela, ma dopo aver messo bene in chiaro che il suo regno non \u00e8 di questo mondo, e che bisogna dare a Cesare quel che \u00e8 di Cesare, e a Dio quel che \u00e8 di Dio. Se c&#8217;\u00e8 una cosa che risulta assolutamente evidente nella predicazione di Ges\u00f9, \u00e8 la sua fermissima volont\u00e0 di non tollerare che ad essa si mescolassero elementi di natura estranea, politica o sociale, per quanto, in se stessi, legittimi, o, comunque, ben comprensibili nelle loro motivazioni; e che non si snaturasse il senso della sua predicazione del Regno di Dio in termini puramente umani e immanenti.<\/p>\n<p>Quanto al rapporto fra Vangelo e lotta armata, si sa che il cristianesimo non esclude la possibilit\u00e0 della guerra: la Chiesa ha sempre distinto fra &quot;guerra giusta&quot; e &quot;guerra ingiusta&quot;, ritenendo giusta, cio\u00e8 moralmente legittima (e non buona in se stessa!) quella difensiva contro una ingiusta aggressione, cos\u00ec come \u00e8 giustificato il singolo individuo che reagisce, anche con la violenza, per difendersi da una grave e immediata minaccia alla propria vita: purch\u00e9 si tratti di una minaccia, appunto, &quot;ingiusta&quot;, Non lo \u00e8, per esempio, nel caso che si tratti di un assassino, o magari di un mafioso, inseguito dalle forze di polizia, le quali legittimamente, se egli non si vuole arrendere, minacciano di fare ricorso a dei mezzi estremi contro di lui. La distinzione fra i due tipi di guerra \u00e8 stata particolarmente discussa e chiarita da san Tommaso d&#8217;Aquino, la cui autorit\u00e0, anche in questo campo, fa testo. Colpisce, per\u00f2, nel ragionamento di padre Sesana, il fatto che egli non faccia mai riferimento a tale distinzione, bens\u00ec si appelli ripetutamente al concetto di &quot;nonviolenza&quot;, presentandolo come qualcosa di ovviamente inerente al Vangelo. Le cose, per\u00f2, non stanno cos\u00ec. Il concetto di non violenza, o meglio, di lotta nonviolenta (<em>satyagraha<\/em>) \u00e8 un concetto gandhiano e non cristiano; e, se \u00e8 vero che Gandhi si \u00e8 largamente ispirato sia a Tolstoj, sia, prima ancora, a Thoreau, n\u00e9 l&#8217;uno, n\u00e9 l&#8217;atro di costoro rappresentano il pensiero della Chiesa cattolica su questo punto. Colpisce, pertanto, che un prete cattolico, il quale si \u00e8 trovato, per molti anni, a vivere e operare in situazioni di guerra endemica, o di guerriglia, citi ripetutamente la nonviolenza, ma non citi il pensiero della Chiesa cattolica.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, si tratta veramente di un terreno minato, anche se la maggior parte di coloro che discutono il problema del rapporto fra Vangelo e lotta armata fanno finta di non vederlo. San Tommaso parla della guerra fra due stati e non di quella cosa, ben diversa, che \u00e8 la guerra civile, ossia una guerra che lacera dall&#8217;interno una determinata societ\u00e0, che non distingue nettamente la figura giuridica del soldato da quella del civile, e che, di conseguenza, si presta alla perpetuazione, pressoch\u00e9 inevitabile, di atrocit\u00e0 d&#8217;ogni genere ai danni della popolazione civile, effettuate con particolare crudelt\u00e0 proprio per la natura di conflitto interno, che oppone i membri di una stesa comunit\u00e0, sulla base di motivazioni sociali, o religiose, o politiche, che ciascuno valuta da se stesso (tanto \u00e8 vero che sono possibili, e persino frequenti, dei rovesciamenti di fronte), mentre, nella guerra tradizionale, i membri di un esercito eseguono gli ordini dei superiori in base a motivazioni di ordine internazionale, che essi non sono chiamati a discutere, tanto meno ad approvare o disapprovare, attenendosi invece al criterio dell&#8217;obbedienza e della disciplina gerarchica, e in base a dei codici di comportamento che, almeno in teoria, sono stabiliti internazionalmente. Le guerre e guerriglie di cui parla don Sesana sono tutte ascrivibili alla tipologia delle guerre civili; l&#8217;imperialismo, il colonialismo, il razzismo, cui egli fa riferimento come a delle ovvie categorie di riconoscimento della causa &quot;sbagliata&quot;, sono, invece, categorie ideologiche, soggette ad una molteplicit\u00e0 di punti di vista e, pertanto, anche di valutazioni morali discordanti. Per fare un esempio, \u00e8 opinabile il fatto che i guerriglieri indipendentisti dell&#8217;Angola o del Mozambico fossero moralmente legittimati ad uccidere &#8211; sempre da un punto di vista cristiano &#8211; quando il loro nemico era l&#8217;esercito coloniale portoghese, visto che, giunti al potere, essi hanno mostrato una estrema immaturit\u00e0 politica, per non dire peggio, e inaugurato lunghi anni di feroci guerre intestine, nel corso dei quali \u00e8 probabile che gran parte della popolazione civile abbia rimpianto i tempi della dominazione portoghese (che non era, per inciso, una dominazione &quot;razzista&quot;, perch\u00e9 il Portogallo, a differenza della Repubblica Sudafricana, non teorizzava una superiorit\u00e0 della razza bianca e considerava come suoi cittadini sia i bianchi, che i neri e i mulatti).<\/p>\n<p>La ragione per la quale la Chiesa cattolica preferisce evitare di esprimersi in maniera definitiva e non ambigua riguardo alla questione del rapporto fra Vangelo e guerra civile, \u00e8 che essa ingombra i suoi armadi con un grosso scheletro: quello della guerra civile europea che divamp\u00f2 all&#8217;interno della Seconda guerra mondiale, nelle retrovie dei fronti di combattimento &quot;ufficiali&quot;. Dalla Francia alla Jugoslavia, dall&#8217;Italia alla Polonia, e, prima di tutte, in Spagna, nel 1936-39, la Chiesa e le comunit\u00e0 cattoliche si sono trovate immerse in guerre civili nel corso delle quali i singoli credenti, i singoli pastori e le singole Chiese nazionali adottarono scelte diverse, sotto la spinta di molteplici fattori. In Croazia, come \u00e8 noto, alcuni francescani furono coinvolti nella politica di sterminio degli ustascia contro la popolazione serbo-ortodossa. In Slovacchia, i cattolici andarono addirittura al potere, con monsignor Tiso, all&#8217;ombra dell&#8217;alleanza con la Germania hitleriana. Si tratt\u00f2 di scelte drammatiche, fatte sotto l&#8217;incalzare di circostanze drammatiche, che sarebbe irrealistico voler giudicare a tavolino, come se quei cattolici fossero stati perfettamente liberi di scegliere. E che dire del clero italiano, il quale, per vent&#8217;anni, nel suo complesso, approv\u00f2 il fascismo italiano, o, quanto meno, non vi si oppose, e poi, dopo il 25 luglio 1943, cambi\u00f2 sostanzialmente indirizzo? Nell&#8217;Italia settentrionale, sotto il regime della Repubblica Sociale, questo rovesciamento di fronte (basti dire che la Santa Sede non volle mai riconoscere il governo di Sal\u00f2 a livello diplomatico) comport\u00f2 contraddizioni gravissime: alcuni preti rimasero fedeli alla vecchia impostazione, identificando il fascismo con la Patria in pericolo, e rimasero al fianco dei fascisti, sino alla fine, subendo poi una sanguinosa repressione (si pensi alla fucilazione, senza processo, di don Tullio Calcagno, il direttore del giornale <em>Crociata Italica<\/em>; ma si pensi anche all&#8217;assassinio del seminarista quindicenne Rolando Rivi, la cui colpa era di vivere in una zona &quot;rossa&quot;, dove i partigiani comunisti volevano distruggere ogni segno della presenza cattolica, quale premessa alla imminente rivoluzione e alla conquista del potere); mentre tanti altri sacerdoti e vescovi si schierarono, pi\u00f9 o meno velatamente, dalla parte dei partigiani. Nel maggio del 1945, il fatto che una parte non piccola del clero potesse vantare tali benemerenze resistenziali, torn\u00f2 utile alla Chiesa cattolica, per aver voce in capitolo nella fase del dopoguerra e per far valere una rinnovata autorevolezza, voltando definitivamente pagina dopo la parentesi fascista e i patti Lateranensi, sicch\u00e9 Pio XII decise &#8211; secondo noi, saggiamente &#8211; di non esacerbare ulteriormente la divisione degli animi e di concentrare l&#8217;attenzione dei credenti sul processo di ricostruzione, morale e materiale, del Paese. La questione della guerra civile, cos\u00ec, non diede luogo a una chiara e approfondita riflessione dottrinale, da un punto di vista cattolico, perch\u00e9 tutti avevano qualcosa da farsi perdonare: la Chiesa, di aver sostenuto Mussolini, e sia pure fra incertezze e riserve, durante il ventennio, poi di averlo &quot;scaricato&quot; per un calcolo di convenienza politica; i preti di sinistra, per aver partecipato alla guerra civile ed essersi macchiati le mani, almeno idealmente, con il sangue dei fratelli che combattevano dall&#8217;altra parte della barricata; i comunisti, per aver ammazzato alcune migliaia di cattolici, e alcune decine di preti e religiosi, cos\u00ec come, del resto, avevano gi\u00e0 fatto in Spagna, teatro nel quale si erano preparati a replicare in patria le loro prodezze (e infatti <em>Oggi in Spagna, domani in Italia<\/em>, era stato il loro motto nel 1937), salvo poi collaborare con De Gasperi nella nascita dell&#8217;Italia democratica del 1945. Per\u00f2, se questa linea di prudenza fu consigliata dalla opportunit\u00e0 di non accentuare le gi\u00e0 gravissime divisioni interne, il prezzo che venne pagato fu il mancato chiarimento di una questione morale importantissima, e cio\u00e8: \u00e8 lecito, ad un cristiano, e, a maggior ragione, ad un religioso, partecipare a una guerra civile, o anche solo appoggiarla idealmente, pur sena partecipare in prima persona alle uccisioni?<\/p>\n<p>Questa mancanza di chiarezza, questa ambiguit\u00e0, sarebbero esplose, nel corso degli anni Sessanta, all&#8217;interno del clero latino-americano, nel corso delle numerose insurrezioni e lotte di guerriglia che incendiarono quei Paesi, sulla scia della rivoluzione castrista a Cuba. In Colombia, padre Camilo Torres fece la scelta di unirsi ai guerriglieri e and\u00f2 sulle montagne, rimanendo ucciso in uno dei primissimi scontri con le forze governative. La scelta di quel sacerdote venne disapprovata dalla Chiesa, a livello ufficiale, ma il suo esempio continu\u00f2 a pesare sulla psicologia dei cattolici e del clero stesso; ci sembra difficile negare che la stessa teologia della liberazione rechi in se stessa un riflesso della teoria marxista della lotta di classe, la quale, a sua volta, d\u00e0 per scontato che la causa &quot;buona&quot; sia quella dei proletari, e quella &quot;cattiva&quot; sia la causa (e la classe) dei borghesi. Non \u00e8 che molti missionari, compresi alcuni comboniani delle missioni africane, hanno sub\u00ecto un analogo processo psicologico, laddove danno per scontato che le lotte di guerriglia contro il potere politicamente scorretto (il colonialismo, il razzismo) siano moralmente legittimate, da un punto di vista cristiano, mentre non sarebbe legittimo schierarsi sul fronte opposto? In termini ancora pi\u00f9 espliciti: non \u00e8 che missionari come don Sesana hanno confuso il Vangelo con il <em>Manifesto<\/em>, e pensano che una guerriglia di sinistra sia buona e legittima, anche se, deprecabilmente, fa ricorso alle uccisioni (e non \u00e8 ipocrisia, <em>questa<\/em>?), mentre un regime di &quot;destra&quot; merita comunque di essere combattuto e spazzato via, anche se, disgraziatamente, moriranno molti civili innocenti?<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 un altro aspetto, nel discorso di don Sesana, che interpella la nostra attenzione. Egli parla con convinzione delle colpe dell&#8217;Europa, dei suoi torti, passati e presenti, nei confronti degli Africani; della incoerenza dei cristiani europei rispetto alla nonviolenza, e, quindi, del fatto che non hanno la necessaria credibilit\u00e0 per dire agli Africani che la lotta armata \u00e8 un male. Ci sembra che in questo complesso di colpa (a senso unico: pare che solo gli Europei abbiano sfruttato l&#8217;Africa; nemmeno una parola sullo schiavismo degli Arabi, ancor pi\u00f9 crudele di quello dei Portoghesi cattolici; n\u00e9 sulle atrocit\u00e0 degli Africani contro gli Arabi, ad esempio nel genocidio di Zanzibar, o contro gli Europei, come nel caso dei Mau-Mau del Kenya, i quali uccisero donne e bambini inglesi in maniera efferata), sia la chiave per capire molti altri passaggi del suo ragionamento. Per predicare il Vangelo integralmente (nonviolenza compresa, come la intende lui; pace cristiana, secondo noi), pare che occorra essere &quot;puri&quot;; altrimenti, non si ha il diritto di mettere il becco nelle questioni altrui. Ma, a parte il fatto che sarebbe <em>sempre<\/em> buona norma non immischiarsi nelle guerre civili altrui, essere &quot;puri&quot; \u00e8 auspicabile, ma non \u00e8 condizione irrinunciabile per annunciare il Vangelo: nemmeno Ges\u00f9 l&#8217;ha preteso dai suoi. Non ha detto loro: <em>Siate perfetti, se volete annunciare il Vangelo<\/em>; bens\u00ec: <em>Andate e predicate il Vangelo,<\/em> pur sapendoli imperfetti (ma esortandoli a esserlo)&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che rapporto c&#8217;\u00e8 fra Vangelo e lotta armata? Un cristiano pu\u00f2 partecipare alla lotta armata, o anche solo approvala? 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