{"id":29422,"date":"2012-10-28T09:19:00","date_gmt":"2012-10-28T09:19:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/10\/28\/esistono-utopie-buone-o-lutopia-e-sempre-cattiva-lutopia-e-buona-o-cattiva\/"},"modified":"2012-10-28T09:19:00","modified_gmt":"2012-10-28T09:19:00","slug":"esistono-utopie-buone-o-lutopia-e-sempre-cattiva-lutopia-e-buona-o-cattiva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/10\/28\/esistono-utopie-buone-o-lutopia-e-sempre-cattiva-lutopia-e-buona-o-cattiva\/","title":{"rendered":"Esistono utopie buone o l\u2019utopia \u00e8 sempre cattiva? L\u2019utopia \u00e8 buona o cattiva?"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;utopia \u00e8 buona o cattiva?<\/p>\n<p>A questo proposito sono illuminanti le riflessioni del giornalista Beniamino Placido contenute nel breve saggio \u00abL&#8217;avvenire dell&#8217;utopia\u00bb (in: AA.VV., \u00abVerso il Duemila\u00bb, Bari, Laterza, 1984, pp. 174-183):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230; In quella stessa Barcellona, in quella stessa Catalogna dove Orwell aveva imparato quanto crudele e spietata e inumana pu\u00f2 diventare un&#8217;utopia politica, Camillo Berneri apprende la medesima lezione. Non pu\u00f2 narrarla solo perch\u00e9 viene ucciso dalla polizia segreta staliniana durante le giornate sanguinose, di guerra civile nella guerra civile, del maggio 1937. Un utopista assassinato da altri utopisti. Per lui lo far\u00e0 la figlia. E difatti in questo libro, in questo &quot;viaggio attraverso l&#8217;utopia&quot; [&#8230;] Marie Louise Berneri non fa un solo accenno alla vita e alle vicende politiche e alla morte del padre. Nessun riferimento alla guerra di Spagna e agli anarchici, ai comunisti, agli stalinisti. Ma fa una rilettura della tradizione utopica occidentale, da Platone a Wells, per concludere: tutte le utopie (meno poche eccezioni) sono totalitarie. Tutte le utopie sono illiberali. Tute le utopie rassomigliano a &quot;1984&quot;. Lo dice &#8212; e questa \u00e8 una coincidenza singolare &#8212; senza citare &quot;1984&quot; di Orwell. [&#8230;] Ma &#8212; cosa tanto pi\u00f9 singolare se i due non si sono mai incontrati n\u00e9 conosciuti &#8212; Orwell e la Berneri espongono la stessa tesi, l&#8217;uno in forma di romanzo &quot;distopico&quot;, l&#8217;altra in forma di saggio di storia delle idee. Dicono che delle utopie, ormai, c&#8217;\u00e8 da aver paura. [&#8230;]<\/p>\n<p>Primo: le utopie si possono realizzare, si vanno realizzando, si sono in parte gi\u00e0 realizzate. Questo \u00e8 vero soprattutto per le proiezioni &#8212; pi\u00f9 o meno utopiche &#8212; di tipo scientifico. Sulla Luna ci si \u00e8 arrivati, il sommergibile lo si \u00e8 inventato. E la televisione anche. E cos\u00ec pure il &quot;robot&quot; e cos\u00ec anche &#8212; ahim\u00e9 &#8212; la bomba atomica. Non c&#8217;\u00e8 invenzione prevista da Verne o da Wells o da &quot;utopisti&quot; come loro, che non si sia realizzata, che non possa realizzarsi [&#8230;]. Secondo: abbiamo visto alcune utopie realizzate, e non ci piacciono affatto. Eppure sono proprio le Utopie classiche disegnate da Platone o da Tommaso Moro. Eppure sono state realizzate proprio a puntino. Come mai (si chiede Orwell, si chiede la Berneri), come mai non funzionano? Ci dev&#8217;essere evidentemente qualcosa di sbagliato nello stesso meccanismo di produzione (e proiezione) utopica. E ancora, terzo punto: la Berneri ha un tocco di felice intelligenza quando dice che l&#8217;Utopia \u00e8 la tomba dell&#8217;Utopia. In uno stato utopico, infatti, tutto va bene, tutto funziona perfettamente. Non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 nulla da desiderare, nulla da sognare, nulla da proiettare nel futuro. L&#8217;Utopia \u00e8 la sterilizzazione del futuro: non \u00e8 questo forse il suo maggior difetto? In un certo senso, la Berneri smaschera &#8212; per quel che concerne l&#8217;Utopia &#8212; un paradosso analogo a quello che \u00e8 stato individuato e smascherato per la Rivoluzione. Che \u00e8 (scriveva la Arendt) la peggiore nemica di se stessa., della sua stabilit\u00e0, dei risultati &#8212; rivoluzionari &#8212; raggiunti. Se una generazione ha fatto una rivoluzione, e se ne vanta deve aspettarsi che la generazione successiva voglia fare una Rivoluzione a sua volta (se la Rivoluzione \u00e8 una cosa cos\u00ec bella&#8230;). Se tu hai fatto la Resistenza (e te ne vanti) devi tollerare che tuo figlio voglia fare il &#8217;68, il &#8217;77, e magari anche qualcosa di pi\u00f9&#8230; L&#8217;Utopia come negazione di ogni altra possibile Utopia: l&#8217;Utopia come intrinsecamente statica, autoritaria, reazionaria: \u00e8 la conclusione cui giunge Marie Louise Berneri. \u00c8 sola in questa conclusione? No, non \u00e8 sola. Le stesse cose hanno scritto l&#8217;&quot;inglese&quot; Karl Popper nel 1947 (&quot;Utopia and Violence&quot;), il francese R. Ruyer nel 1950 (&quot;L&#8217;utopie et les utopies&quot;), il tedesco Dahrendorf nel 1967 (&quot;Pfade aus Utopia&quot;). [&#8230;] Come diavolo \u00e8 possibile che la gente parli allegramente della &quot;Repubblica&quot; di Platonee come se si trattasse di un modello di stato illuminato, laddove tutta l&#8217;utopia politica platonica (distribuita fra il &quot;Timeo&quot;, il &quot;Crizia&quot;, la &quot;Repubblica&quot; e &quot;Le leggi&quot;) \u00e8 un&#8217;utopia coerentemente reazionaria? [&#8230;] Com&#8217;\u00e8 possibile? C&#8217;\u00e8 evidentemente una spiegazione: gli ammiratori della &quot;Repubblica&quot; di Platone si sono ben guardati dal leggerla. Ma \u00e8 &#8212; evidentemente &#8212; una spiegazione tropo semplice. Ce ne deve essere un&#8217;altra. Forse questa: tutti abbiamo voglia di credere che le &quot;utopie&quot; (quelle che conosciamo per averle lette, quelle che riteniamo di conoscere per averne sentito parlare) siano costruzioni solari, aperte, flessibili. Sono invece costrizioni chiuse, ostili, ferrigne. La mentalit\u00e0 &quot;utopica&quot; \u00e8 una mentalit\u00e0 severa, costrittiva, autoritaria. [&#8230;] Le utopie che conosciamo sono manifestazioni di &quot;wishful thinking&quot;; e va bene: come sarebbe bello se le cose stessero cos\u00ec. Il guaio \u00e8 che questo piano &quot;precettivo&quot; cede il passo a un piano &quot;descrittivo&quot;. Non si dice: vorrei (vorremmo) che le cose stessero cos\u00ec. Si dice, nelle utopie: le cose stanno gi\u00e0 cos\u00ec. Questo slittamento di piani, questa forzatura del discorso si avverte all&#8217;interno delle utopie stesse, che sono costrette a escogitare dei &quot;macchiavelli&quot; perch\u00e9 i meccanismi predisposti funzionino. \u00c8 per questo (anche per questo) che i luoghi dell&#8217;utopia sono segregati, isolati (spesso sono proprio delle isole), difficilmente accessibili. Tipico &#8212; e paradossale insieme &#8212; il caso del&#8217;Utopia di Tommaso Moro. Che non \u00e8 originariamente un&#8217;isola. Lo divenne dopo che il leggendario suo fondatore, Utopo, fece tagliare la lingua di terra che la congiungeva al continente. [&#8230;]<\/p>\n<p>Di tutto questo una spiegazione si pu\u00f2 forse azzardare. Le utopie classiche sono state pensate quando l&#8217;umanit\u00e0 non aveva ancora risolto il problema dei problemi: quello della fame. O, per porla in altro modo, della sussistenza fisiologica. Forse tendiamo a dimenticare che cosa \u00e8 stata una civilt\u00e0, una cultura, uja storia dominata dalla questione del cibo. Evidentemente quella umanit\u00e0 (che \u00e8 poi la nostra: di ieri) deve aver pensato, deve aver sperato che una volta assicurato a ognuno il sostentamento minimo indispensabile tutto (o quasi tutto) sarebbe stato risolto. Deve aver sognato l&#8217;utopia come quel luogo dove si assicura (e si impone anche, peraltro) a tutti u rande pranzo in comune (proprio come nella Sparta di Licurgo), sicch\u00e9 tutti abbiano da mangiare. E nessuno al tempo stesso mangi troppo. Una volta assicurata agli uomini l&#8217;uguaglianza delle cose essenziali &#8212; nelle cose essenziali -, essi non avranno pi\u00f9 bisogno di invidiarsi o di competere esibendo ricchezze. Cos\u00ec si trova scritto in &quot;Cristianopoli&quot; di Valentin Andreae (e in innumerevoli altri luoghi utopici). Naturalmente, un&#8217;idea del genere la si pu\u00f2 avere solo prima che Veblen abbia scritto la sua &quot;Teoria della classe agiata&quot; e scoperto lo &quot;spreco opulento&quot;. Naturalmente, un0idea del genere non la si pu\u00f2 pi\u00f9 accarezzare dopo che Veblen ha mostrato (nel 1899) che una classe agiata &#8212; o comunque soddisfatta, o comunque pervenuta al soddisfacimento dei bisogni primari &#8212; non per questo se ne sta buona tranquilla., libera da stimoli esibizionistici e competitivi. Al contrario: investe tutto il sovrappi\u00f9 di ricchezza, di benessere di cui dispone per competere &quot;esibizionisticamente&quot; con gli altri. [&#8230;] Le utopie classiche sono rudimentali, spartane, perch\u00e9 hanno un concetto rudimentale, spartaneggiante dell&#8217;umana natura. Che \u00e8 molto pi\u00f9 irrequieta, molto pi\u00f9 imprevedibile, molto pi\u00f9 difficile da soddisfare e al tempo stesso molto pi\u00f9 tenacemente &quot;sempre la stessa&quot; (la stessa nei suoi impulsi competitivi e distruttivi) di quanto quelle utopie non pensassero.\u00bb<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;utopia \u00e8 buona o cattiva? 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