{"id":29412,"date":"2008-06-08T11:13:00","date_gmt":"2008-06-08T11:13:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/08\/luomo-immerso-nel-tempo-trova-il-suo-fine-solo-al-cospetto-delleternita\/"},"modified":"2008-06-08T11:13:00","modified_gmt":"2008-06-08T11:13:00","slug":"luomo-immerso-nel-tempo-trova-il-suo-fine-solo-al-cospetto-delleternita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/08\/luomo-immerso-nel-tempo-trova-il-suo-fine-solo-al-cospetto-delleternita\/","title":{"rendered":"L&#8217;uomo, immerso nel tempo, trova il suo fine solo al cospetto dell&#8217;eternit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Ma infine, chi \u00e8 l&#8217;uomo?<\/p>\n<p>Poche domande pi\u00f9 di questa irritano i filosofi del post-moderno, che in genere vi scorgono un doppio malinteso linguistico: perch\u00e9 si d\u00e0 per scontato che esista una definizione univoca del concetto di &quot;uomo&quot;; e perch\u00e9 si d\u00e0 per scontato che, definendolo, gli si possano assegnare anche una meta e un destino.<\/p>\n<p>Certo, \u00e8 pi\u00f9 facile parlare del &quot;destino&quot; dell&#8217;Occidente, oppure della nullit\u00e0 di tutti i fini della vita umana; e, in pi\u00f9, presenta il vantaggio di accodarsi alla moda del momento: nichilista, pessimista, catastrofista. Meglio, dunque, denigrare la vita e bollare di assurdit\u00e0 l&#8217;intero esistente, piuttosto che sobbarcarsi la fatica di cercare quale sia l&#8217;essenza dell&#8217;essere umano e quale il suo significato nel mondo. Avere un&#8217;essenza, vuol dire anche avere un significato; e avere un significato, vuol dire anche essere in cammino verso il proprio compimento.<\/p>\n<p>Se l&#8217;essenza dell&#8217;uomo fosse il nulla, allora il suo esistere non avrebbe alcun significato; e se il suo esistere fosse privo di significato, egli non attenderebbe alcun compimento, ma tornerebbe a quel nulla da cui era &#8211; per caso &#8211; emerso. Ma se fosse cos\u00ec, perch\u00e9 noi ora saremmo qui a porci delle simili domande? Interrogarsi sulla propria essenza, sul proprio significato e sul proprio compimento, \u00e8, da parte dell&#8217;uomo, la prova del fatto che egli non \u00e8 un nulla, che non viene dal nulla, n\u00e9 al nulla \u00e8 destinato.<\/p>\n<p>Non solo. Tali domande presuppongono un atteggiamento religioso, cos\u00ec come religioso \u00e8 il protagonista del <em>Canto notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia<\/em>; cos\u00ec come religioso \u00e8 il pensiero di Leopardi, a dispetto del suo conclamato ateismo. Tra parentesi, la stessa cosa si potrebbe dire per Lucrezio, l&#8217;autore del <em>De rerum natura.<\/em> Il vero ateo \u00e8 una figura molto rara nella storia del pensiero, prima della modernit\u00e0. I suoi antesignani sono i libertini del Settecento: coloro che non si affaticano a negare il sacro (se lo facessero, dovrebbero riconoscerlo tuttavia come un reale interlocutore), perch\u00e9 non hanno alcuna sensibilit\u00e0 verso di esso.<\/p>\n<p>Ora, noi sosteniamo che l&#8217;atteggiamento religioso \u00e8 l&#8217;atteggiamento naturale dell&#8217;uomo in tutto l&#8217;arco della sua storia, <em>fino alle soglie della modernit\u00e0.<\/em> Invano gli etnologi hanno cercato dei popoli nativi privi della nozione del sacro; e tutto quel che sappiamo del cosiddetto uomo preistorico, ci conferma che anch&#8217;egli, migliaia e migliaia d&#8217;anni fa, provava inquietudine davanti al mistero della vita e della morte, s&#8217;interrogava su di esso e cercava una risposta al di l\u00e0 della sfera della realt\u00e0 materiale. Le sue pitture rupestri, il suo modo di seppellire i morti, gli sbalorditivi complessi megalitici che costruiva &#8211; non sappiamo neppure come, dato che non avrebbe dovuto possedere alcuna tecnologia: tutto questo lo testimonia con certezza.<\/p>\n<p>La modernit\u00e0 ha eliminato la sfera del sacro, rendendo tutto profano: lo spazio, il tempo, i riti ed i miti. Ma, inevitabilmente, l&#8217;atteggiamento religioso &#8211; componente essenziale della condizione umana &#8211; \u00e8 rientrato dalla finestra, travestito in forme aberranti, perch\u00e9 negatrici della sua essenziale struttura trascendente; e cos\u00ec il progresso, la scienza, il profitto, il marxismo, la tecnica, ne hanno usurpato, volta a volta, la funzione.<\/p>\n<p>In nessuno di tali surrogati, per\u00f2, l&#8217;essere umano ha trovato il compimento della sua nostalgia: ed era logico che cos\u00ec fosse, poich\u00e9 un culto dell&#8217;al di qua \u00e8 una contraddizione in termini. Un culto, per sua stessa natura, definisce la sfera del sacro, separandola da quella del profano; e il sacro rimanda sempre a una dimensione ulteriore, soprannaturale. Non si d\u00e0 sacro all&#8217;interno della dimensione immanente, se non in senso traslato ed improprio (come nelle espressioni: avere il culto della disciplina; avere il culto della bellezza; ecc.).<\/p>\n<p>Ecco, allora, la disperata contraddizione nella quale \u00e8 venuto a situarsi l&#8217;uomo moderno. Da un lato egli nega la sfera del sacro, dall&#8217;altro la riproduce, travisandola; da un lato reprime la propria inquietudine, dall&#8217;altro la ingigantisce, con l&#8217;atto stesso di reprimerla. Si \u00e8 spinto in un vicolo cieco: e non sa come uscirne. La maggior parte degli intellettuali, oggi &#8211; almeno di quelli che hanno maggiore visibilit\u00e0 &#8211; hanno trovato che \u00e8 meglio far finta di niente, dire che l&#8217;uomo moderno \u00e8 in cammino verso prestigiosi traguardi; oppure che \u00e8 in cammino verso il nulla, <em>perch\u00e9 tali sono la sua natura e il suo destino.<\/em><\/p>\n<p>Non hanno il coraggio di dire che ha sbagliato strada, che si \u00e8 cacciato da s\u00e9 stesso un vicolo cieco; e che, per uscirne, dovrebbe ritornare indietro, almeno fino al punto in cui aveva abbandonato la strada giusta. Non osano farlo, perch\u00e9 ci\u00f2 sarebbe in contraddizione con il mito fondante della modernit\u00e0 stessa: il mito del progresso, che ha la forza di un dogma. Esso insegna che il sapere si accumula per una sorta di legge naturale; che noi, quindi, siamo assai pi\u00f9 evoluti dei nostri antenati, costretti alla contemporaneit\u00e0 con uomini trascurabili come Buhha, Platone, Aristotele, Cristo; che &quot;indietro non si torna&quot;, pena vanificare le pi\u00f9 recenti &quot;conquiste&quot; del pensiero e della scienza e ripiombare nell&#8217;aborrita barbarie.<\/p>\n<p>In altre parole, il re \u00e8 in mutande; ma non si scorge ancora, da nessuna parte, un bambino abbastanza ingenuo da gridarlo ad alta voce. Forse perch\u00e9 il mondo moderno considera l&#8217;ingenuit\u00e0 una brutta cosa, un vizio di cui occorre sbarazzarsi il pi\u00f9 in fretta possibile (cfr., a questo proposito, il nostro recente articolo <em>\u00c8 la perdita dell&#8217;ingenuit\u00e0 la \u00abmalattia mortale\u00bb del mondo moderno<\/em>, consultabile sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Proviamo, dunque, a dare una definizione dell&#8217;uomo; e, subito dopo, a determinare quali siano la sua meta e il suo destino.<\/p>\n<p>Una pietra, un cristallo, noi sappiamo cosa sono; e cos\u00ec un fiore, un albero. La loro essenza coincide con la loro esistenza. Ci\u00f2 vale anche, sia pure con sfumature diverse, per l&#8217;animale: un cane, una tigre sono quello che sono, e null&#8217;altro. Nel loro esistere, essi realizzano compiutamente la propria natura e rivelano la propria essenza.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, no. L&#8217;uomo non \u00e8 un <em>dato<\/em>, ma una <em>possibilit\u00e0<\/em>. Non ha una essenza, o meglio: la sua essenza consiste nella capacit\u00e0 di trascendere il proprio statuto ontologico. A rigore, non si pu\u00f2 neanche dire che l&#8217;uomo sia una persona, bens\u00ec che aspiri a diventarlo; perch\u00e9, pur avendo tutti i requisiti a ci\u00f2 necessari, pu\u00f2 anche rinunciare a diventarlo; pu\u00f2 anche, addirittura, regredire al di sotto della propria natura, abbrutendosi. In lui \u00e8 sempre presente una scintilla spirituale; ma pu\u00f2 accadere che questa rimanga interamente sommersa e dimenticata. Dimenticata da lui, beninteso; non dall&#8217;Essere che glie l&#8217;ha infusa, e che sempre lo chiama a S\u00e9.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, dunque, \u00e8 quell&#8217;ente che tende a realizzarsi come <em>persona<\/em>, creatura spirituale, immersa nella dimensione temporale; e, tuttavia, capace di trascendersi e di andare oltre se stesso. <em>Homo viator<\/em>, dunque: creatura perennemente in cammino. In cammino per realizzarsi, ossia per trascendersi.<\/p>\n<p>Ma in cammino verso dove?<\/p>\n<p>Il suo cammino \u00e8, in effetti, un <em>cercare la strada del ritorno.<\/em> Egli ha di fronte ha s\u00e9 innumerevoli strade, ma una sola \u00e8 quella che gli pu\u00f2 consentire di trascendersi come uomo e di divenire persona: ed \u00e8 la medesima strada per la quale egli \u00e8 entrato nell&#8217;esistenza. L&#8217;uomo, perci\u00f2, \u00e8 la creatura che si realizza tornando l\u00e0 di dove \u00e8 venuta. Senza dubbio, l&#8217;uomo non \u00e8 venuto dal niente: niente d\u00e0 niente, ancora e sempre; nulla pu\u00f2 avere origine dal niente. Egli \u00e8 venuto dall&#8217;Essere, come ogni altro ente; e all&#8217;Essere aspira a tornare; con la differenza che, in lui, tale aspirazione \u00e8 oggetto di scelta volontaria e non di cieco istinto.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, che abbiamo individuato un altro importante elemento da aggiungere alla precedente definizione di uomo. Egli \u00e8 quell&#8217;ente che tende a realizzarsi come <em>persona<\/em>, creatura spirituale, immersa nella dimensione temporale, ma capace di trascendersi e di andare oltre se stesso; ed \u00e8 anche l&#8217;unica, fra tutte le creature, che possa spontaneamente concorrere, oppure no, a tale trascendimento, che altro non \u00e8 se non un ritorno all&#8217;Essere da cui proviene.<\/p>\n<p>Tutti gli enti vengono dall&#8217;Essere e sono richiamati verso l&#8217;Essere, come in un gigantesco fenomeno di espirazione e inspirazione cosmica. Anche l&#8217;uomo fa parte di questo fenomeno: ma, se il primo movimento &#8211; quello dal non-essere all&#8217;essere &#8211; lo vede alla pari con tutti gli altri enti, perch\u00e9 egli viene tratto fuori senza il concorso della sua volont\u00e0, il secondo &#8211; quello dall&#8217;essere contingente all&#8217;Essere necessario &#8211; \u00e8 oggetto di una sua libera scelta. Egli \u00e8 l&#8217;unico ente che pu\u00f2 rispondere in modo affermativo al richiamo dell&#8217;Essere, e affrettare, cos\u00ec, il suo ritorno, divenendo un collaboratore del grande progetto cosmico. Ma pu\u00f2 anche rispondere in modo negativo, escludendosi da s\u00e9 e condannandosi al nulla.<\/p>\n<p>Il nulla, dunque, non \u00e8 il destino dell&#8217;uomo &#8211; come vorrebbero quasi tutti i filosofi della modernit\u00e0, guide cieche di una folla di ciechi. Il nulla \u00e8, per l&#8217;uomo, una <em>possibilit\u00e0<\/em>, della quale egli stesso \u00e8 responsabile: precisamente, la possibilit\u00e0 di dire <em>no<\/em> alla chiamata dell&#8217;Essere. Rinunciare a realizzarsi effettivamente come persona, ossia rinunciare a trascendersi ontologicamente, \u00e8 la prima maniera di dire <em>no.<\/em><\/p>\n<p>In questo senso, possiamo capire perch\u00e9 Kierkegaard diceva che l&#8217;uomo \u00e8 salvo finch\u00e9 sta davanti a Dio, mentre quando si allontana da Lui, perde s\u00e9 stesso. Se il baricentro spirituale dell&#8217;uomo fosse nell&#8217;Io, questa frase non avrebbe senso: come pu\u00f2 perdersi, colui che si trova? Ma l&#8217;uomo, se cerca se stesso allontanandosi da Dio, non si trova pi\u00f9: trova solo una parodia della figura umana, orribilmente deformata. Al centro dell&#8217;uomo, c&#8217;\u00e8 l&#8217;Essere; se davvero l&#8217;uomo rientra in se stesso, non pu\u00f2 che tornare nell&#8217;Essere; ma se crede di rientrare in se stesso escludendo il suo vero centro &#8211; che non \u00e8 l&#8217;Io, ma l&#8217;Essere &#8211; non trova nulla, e neanche se stesso.<\/p>\n<p>Abbiamo anche detto che l&#8217;uomo \u00e8 immerso nella dimensione temporale.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 innegabile: egli nasce in un certo tempo, ossia nella storia; e, dal momento in cui vi entra, incomincia a consumare il proprio stesso tempo, cio\u00e8 a morire.<\/p>\n<p>Questo avviene perch\u00e9 l&#8217;esistenza dell&#8217;uomo, al pari di quella di ogni altro ente, si colloca sul piano del relativo. A differenza di ogni altro ente, per\u00f2, l&#8217;uomo aspira a portarsi sul piano dell&#8217;Assoluto: ci\u00f2 fa parte del suo trascendimento, ossia della sua vocazione ontologica. L&#8217;uomo \u00e8 l&#8217;ente che pu\u00f2 andare oltre se stesso, dunque anche oltre le barriere del relativo. Fino a dove pu\u00f2 spingersi, con la sua tensione metafisica?<\/p>\n<p>Non lo sappiamo. Nessuno ha mai toccato il limite estremo; forse non c&#8217;\u00e8 un limite estremo. Certo \u00e8 che l&#8217;uomo il quale riesce a trascendere la propria natura, innalzandosi verso il piano dell&#8217;Assoluto, \u00e8 capace di oltrepassare di molto quelli che, all&#8217;uomo comune, sembrano dei limiti insuperabili. Pu\u00f2 librarsi nell&#8217;aria, pu\u00f2 attraversare porte chiuse e pareti, pu\u00f2 moltiplicare pani e pesci all&#8217;infinito, pu\u00f2 vincere la stessa morte. Pu\u00f2 trasformare il suo corpo perituro, di ossa e sangue, in un corpo glorioso, trasfigurato, libero dai vincoli dello spazio e del tempo.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 la meta e il destino dell&#8217;uomo non possono essere compresi finch\u00e9 si rimane entro l&#8217;orizzonte del nascere e del morire, entro l&#8217;orizzonte del tempo; ma solo allorch\u00e9, con uno sforzo dell&#8217;immaginazione, del sentimento, del pensiero, ci si porti verso il piano dell&#8217;Essere, che \u00e8 il piano dell&#8217;eterno.<\/p>\n<p>Ecco: il significato dell&#8217;uomo, lo scopo del suo esistere e il suo ultimo destino non possono rivelarglisi finch\u00e9 egli non si pone nella prospettiva dell&#8217;eterno; fino a quando non vede in se stesso, non la fragile creatura destinata a spegnersi e a perire, ma la creatura vittoriosa che ha saputo trascendersi e che aspira, con tutte le sue forze, a fare ritorno verso l&#8217;Essere, cio\u00e8 a realizzare la sua vita nell&#8217;eternit\u00e0.<\/p>\n<p>A completamento di quanto detto, ci piace riportare un brano del teologo tedesco Michael Schmaus, tratto dal suo libro <em>I novissimi del mondo e della Chiesa<\/em> (titolo originale: <em>Von den letzen Dingen<\/em>; traduzione italiana di T. Mabritto, Edizioni Paoline, Alba, 1969, pp. 27-44), che ci \u00e8 sembrato particolarmente denso e significativo; e che, nonostante la sua prospettiva dichiaratamente religiosa, ci sembra possa essere condiviso anche da un punto di vista puramente razionale.<\/p>\n<p><em>I numerosi saggi antropologici dei giorni nostri tradiscono l&#8217;incertezza in cui \u00e8 sfociata oggi l&#8217;intelligenza che l&#8217;uomo ha di s\u00e9. Oggi l&#8217;uomo non conosce pi\u00f9 ci\u00f2 che gli \u00e8 pi\u00f9 intimo, vale a dire, non conosce pi\u00f9 se stesso. La domanda: \u00abChe cosa \u00e8 l&#8217;uomo?\u00bb viene posta in tono tanto pi\u00f9 forte e riceve risposte tanto pi\u00f9 disparate quanto meno l&#8217;uomo sa che cosa debba ritenere di s\u00e9 stesso. Non intendiamo di passare qui in rassegna le diverse risposte, integrantisi a vicenda e non di grado contraddicentisi, offerte via via dalle visioni dei pensatori e poeti greci fino alle scoperte e alle esigenze del tempo presente.<\/em><\/p>\n<p><em>la maggioranza delle interpretazioni considera l&#8217;uomo come essenza a s\u00e9 stante, realizzata nei singoli. La questione dell&#8217;uomo viene impostata prescindendo dalle sue varie realizzazioni storiche. Un tale procedimento permette di determinare quei costituitivi essenziali senza i quali l&#8217;uomo non \u00e8 uomo, ma lascia cadere ila variopinta pienezza dell&#8217;umano. In questa determinazione della essenza non appare chiaro quello di cui l&#8217;uomo sia capace alla prova delle sue opere, quanto si debba aspettare da lui, cosa si possa sperare, cosa si debba temere. A una visione integrale perviene solo colui che non pone solo la questione dell&#8217;essenza astraendo dalla realizzazione storica, ma considera pure le fluttuazioni che l&#8217;umano subisce in dipendenza dei tempi e dei luoghi. Per questa strada si arriva, dalla semplice statica dell&#8217;umano, alla sua dinamica, da quello che l&#8217;uomo \u00e8, a quello che fa o almeno pu\u00f2 fare.<\/em><\/p>\n<p><em>La questione di quello che l&#8217;uomo fa o pu\u00f2 fare non \u00e8 un di quelle che si possano tralasciare o porre a piacere, se si vuol venire a capo del problema. Operare \u00e8 una propriet\u00e0 essenziale dell&#8217;uomo. Ci\u00f2 che noi intendiamo colla definizione che precisa la sua essenza non \u00e8 una natura morta, ma una realt\u00e0 ordinata all&#8217;azione, facente sgorgare da s\u00e9 l&#8217;azione. Cos\u00ec nella definizione essenziale che Aristotele d\u00e0 dell&#8217;uomo come animale ragionevole \u00e8 significato ed incluso il lato dinamico. Il dono della ragione richiama l&#8217;attivit\u00e0 spirituale, in quanto dice che l&#8217;uomo si apre alla realt\u00e0. Ma se si vuole non solo una definizione astratta, bens\u00ec una descrizione che sfiori l&#8217;essenza e insieme colga la pienezza dell&#8217;umano, allora bisogna parlare espressamente della sua dinamica.<\/em><\/p>\n<p><em>Da questo punto di vista si pu\u00f2 dire: L&#8217;uomo, a differenza di tutte le altre creature attinte dalla nostra esperienza, \u00e8 quell&#8217;essere che pu\u00f2 e deve andare oltre s\u00e9 stesso. Il trascendimento alla propria natura appartiene essenzialmente all&#8217;uomo. Egli ha un orizzonte verso cui la sua vita \u00e8 protesa: \u00e8 ordinato, sa e sente di essere ordinato a una realt\u00e0 diversa da s\u00e9, di cui tuttavia ha bisogno per conseguire il completo svolgimento della propria essenza. L&#8217;autosuperamento si compie in tutti gli strati del suo essere, dal corporale, allo psichico, allo spirituale: nel corporale, per esempio, mediante il respiro e la nutrizione, nello psichico mediante l&#8217;amore, nello spirituale mediante la conoscenza.<\/em><\/p>\n<p><em>Il fatto dell&#8217;autosuperamento dell&#8217;uomo non \u00e8 messo in dubbio da nessuno; ma gli spiriti si dividono allorch\u00e9 si tratta di precisare da vicino l&#8217;orizzonte verso cui la vita umana \u00e8 protesa: qui vengono fuori le risposte pi\u00f9 contraddittorie. Ne ricordiamo alcune tra le pi\u00f9 importanti.<\/em><\/p>\n<p><em>Taluni spiegano che l&#8217;uomo trascende s\u00e9 stesso verso il mondo inteso come apparenza terreno-visibile (Kant), o come civilt\u00e0 nelle sue varie creazioni (ottimisti della cultura del secolo XIX. Es. Hegel), o come il nulla (Heidegger): Altri credettero che l&#8217;orizzonte verso cui l&#8217;uomo vive fosse una nuova manifestazione dell&#8217;umano, o nella forma di nobile umanit\u00e0 (Umanesimo), o di pienezza di vita (filosofia vitalistica, di cui si pu\u00f2 indicare Dilthey come rappresentante), o del superuomo (Nietzsche), o della collettivit\u00e0, sia nella forma di un popolo (nazionalsocialismo), sia nella forma dell&#8217;umanit\u00e0 intera (marxismo).<\/em><\/p>\n<p><em>Una terza categoria di pensatori vede l&#8217;orizzonte per cui l&#8217;uomo vive e solo pu\u00f2 vivere, in una realt\u00e0 distinta dal mondo: Dio. Un filone tradizionale unisce in questa persuasione gli spiriti, da Agostino, attraverso Pascal, fino a M\u00f6hler, Newman e Kierkegaard. Quando Agostino dice che l&#8217;uomo possiede una capacit\u00e0 per Dio e il suo cuore \u00e8 tormentato da irrequietezza finch\u00e9 non riposa in Dio; o Pascal spiega che l&#8217;uomo sorpassa infinitamente l&#8217;uomo; o la scuola di Tubinga e i teologi moderni da lei dipendenti insegnano che l&#8217;uomo raggiunge veramente s\u00e9 stesso solo in Dio; o Kierkegaard dichiara che solo perseverando alla presenza di Dio l&#8217;uomo trova s\u00e9 stesso, mentre nella fuga da Dio anche s\u00e9 stesso, siamo sempre davanti al medesimo pensiero fondamentale: senza Dio l&#8217;uomo rimane incompleto, solo in lui consegue la sua vera, piena vita e la sua propria forma. L&#8217;uomo pu\u00f2 udire la voce di Dio e rispondere alla parola di Dio: questo lo distingue da tutti gli altri esseri. Come<\/em> orans <em>l&#8217;uomo \u00e8 una creatura di una specie tutta sua. Come tale egli esplica la sua essenza nel pi\u00f9 alto senso. Una visione puramente terrena dell&#8217;uomo si infrange sugli scogli della morte, del dolore, dell&#8217;insoddisfazione del cuore, per cui l&#8217;uomo, nei limiti di questo mondo, non pu\u00f2 arrivare al suo compimento.<\/em><\/p>\n<p><em>Quanto di vero c&#8217;\u00e8 nelle due prime determinazioni dell&#8217;orizzonte umano viene ripreso e incorporato nella terra. L&#8217;autosuperamento dell&#8217;uomo verso Dio infatti avviene su una via che attraversa il mondo., poich\u00e9 nessuno pu\u00f2 afferrare immediatamente Dio di slancio, ma che non si ferma al mondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Per una pi\u00f9 precisa determinazione di come l&#8217;uomo possa realizzare il superamento di s\u00e9 stesso verso Dio e pervenire al suo vero io \u00e8 di massima importanza la seguente constatazione: L&#8217;uomo non si possiede con una forza che riassuma insieme tutta la pienezza del suo essere, cos\u00ec che possa esprimersi totalmente volgendosi a Dio con un solo atto. Egli si possiede piuttosto in una dispersione, in una molteplicit\u00e0 di possibilit\u00e0 che non \u00e8 dato tradurre in atto contemporaneamente. Cos\u00ec, per esempio, la vita umana si fraziona in giovent\u00f9 e vecchiaia, nell&#8217;esistenza di uomo e in quella di donna. \u00c8 impossibile realizzare nello stesso tempo queste forme di vita. Se l&#8217;uomo vuole esaurire le sue possibilit\u00e0, se vuole attingere il suo essere in una maniera adeguata e portarlo al pieno svolgimento, deve fare una molteplicit\u00e0 di passi verso Dio. Ogni superamento di s\u00e9 stesso verso Dio lo porta un tratto avanti verso la pienezza della sua vita. Ma ogni singolo passo in questo senso apre l&#8217;adito ad una nuova dedizione, finch\u00e9 colla morte tutte le possibilit\u00e0 si estinguono e si consegue quella forma di essere che corrisponde al lavoro svolto durante la vita. L&#8217;umana dedizione a Dio, da cui consegue la perfezione dell&#8217;esistenza, si concreta perci\u00f2 in una serie di decisioni del cuore umano, l&#8217;una susseguente l&#8217;altra e sgorgante dall&#8217;altra.<\/em><\/p>\n<p><em>La circostanza per cui l&#8217;uomo non pu\u00f2 realizzare le possibilit\u00e0 della sua natura in una volta sola ma solo in una successione di atti noi la chiamiamo condizione temporale, col qual concetto va sottintesa la disposizione e la capacit\u00e0 ad agire con atti successivi. L&#8217;effettiva successione delle operazioni verr\u00e0 designata semplicemente colla parola temporalit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>In ogni atto di dedizione a Dio l&#8217;uomo gi\u00e0 si protende verso quello prossimo, di cui porta con s\u00e9 la possibilit\u00e0; e di rincontro, ogni presente autosuperamento reca il segno di quello precedente, che protrarre la sua efficacia nel successivo. Per questo costante schiudersi di nuove possibilit\u00e0 davanti a s\u00e9, l&#8217;uomo non pu\u00f2 attendersi il completamento del suo essere dall&#8217;istante immediato ma dal futuro. Egli \u00e8 un&#8217;essenza che vive librata nel futuro. E il futuro \u00e8 gi\u00e0 preformato dal passato che a sua volta impronta il presente. L&#8217;uomo \u00e8 quindi un&#8217;essenza che vive del passato, mediante il presente, protesa nel futuro. Non ha un essere compiuto, ma un essere in divenire. La tensione verso il passato e verso il futuro si manifesta nella coscienza, come ricordo e come speranza, cos\u00ec che si pu\u00f2 anche dire: l&#8217;uomo vive per necessit\u00e0 naturale di ricordi e di speranza.<\/em><\/p>\n<p><em>Queste cognizioni vogliono essere ancora approfondite. La costituzione fondamentale dell&#8217;uomo condizionata al tempo non significa che egli viva e adempia al suo compito entro il tempo come in uno spazio vuoto: il tempo non \u00e8 come il cavo di una forma che egli riempie; non \u00e8 nemmeno come un palcoscenico su cui egli rappresenta la parte che la vita gli ha assegnato. La condizione temporale vuole invece significare che l&#8217;uomo vive condizionato al tempo in ragione della sua intima particolare natura; che perci\u00f2 egli non pu\u00f2 affatto esistere altrimenti dal modo del tempo, e che tutto ci\u00f2 che egli compie reca il carattere della temporalit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>In conseguenza della sua condizione temporale l&#8217;uomo, con tutto quello che fa, produce tempo, in quanto indice trasformazioni nel mondo in cui vive e in s\u00e9 stesso. Cos\u00ec lui, il condizionato al tempo, diventa a sua volta temporale. Il tempo non \u00e8 per\u00f2 solo sua creazione. Anzi egli si trova coinvolto dal canto suo nel flusso dei tempi, in quanto vive nel mondo soggetto alla mutazione, distendentesi dal passato tramite il presente nel futuro, e prende parte alla sua metamorfosi. Appena comincia ad esistere nel mondo l&#8217;uomo viene afferrato dalla corrente del tempo e trasportato avanti; contemporaneamente egli stesso, che non scivola galleggiando sulla corrente del temo come un pezzo di essere immutabile, a questo flusso porta un contributo.<\/em><\/p>\n<p><em>IL fluire del tempo \u00e8 a sensi unico. Esso si muove in una direzione dalla quale non pu\u00f2 retrocedere. Noi diciamo a ragione che il tempo passa, e intendiamo con questo che ogni attimo se ne va e non ritorna, che il successivo sottentra per svanire a suo turno e lasciare il posto a uno nuovo. Il passato non \u00e8 ripetibile.<\/em><\/p>\n<p><em>Condizione temporale e temporalit\u00e0 non hanno il medesimo significato di condizione storica e storicit\u00e0, ma ne sono la premessa. Storicit\u00e0 aggiunge a temporalit\u00e0 alcune note nuove: il contrassegno dell&#8217;importanza, della pubblicit\u00e0, della comunit\u00e0. Quando ci\u00f2 che accade nel tempo, costituente a sua volta il tempo, \u00e8 di indole pubblica, \u00e8 significativo per la comunit\u00e0, quando mette in moto il mondo nella sua totalit\u00e0 o in un punto importante, cos\u00ec che ne derivino incitamenti e sviluppi per il futuro, allora noi parliamo di avvenimento storico.<\/em><\/p>\n<p><em>Ogni fatto di tale rilievo si fonda su una decisione: sulla decisione del singolo, che anche qui \u00e8 di nuovo portato dal tutto, di cui \u00e8 membro, e che reagendo colla sua azione a sua volta d\u00e0 forma al tutto. La decisione presuppone la libert\u00e0. Cos\u00ec all&#8217;essenza dei fatti storici appartiene la libert\u00e0 che si realizza nel tempo. L&#8217;uomo \u00e8 dunque condizionato ala storia, in quanto esiste nel tempo, come membro di una comunit\u00e0, nel mondo della libert\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Nella filosofia contemporanea Jaspers ha di nuovo accentuato, sia pure con acutezza esagerata, la libert\u00e0, che appartiene alle convinzioni fondamentali della fede cristiana. La libert\u00e0 dell&#8217;uomo non \u00e8 n\u00e9 arbitraria, n\u00e9 incondizionata. L&#8217;uomo \u00e8 inserito in un ordine di realt\u00e0 che non \u00e8 in suo potere predisporre, in una determinata situazione storica, in un determinato popolo, in una determinata famiglia, dotato di determinate forze corporali e spirituali, che costituiscono insieme il suo limite. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;uomo non pu\u00f2 tutto ci\u00f2 che vuole, e quello che per s\u00e9 gli sarebbe possibile non lo pu\u00f2 in ogni tempo, per lo meno non in ogni tempo con senso ed efficacia. Per una decisione sensata e feconda di ulteriori sviluppi la norma \u00e8 scegliere il momento giusto: una decisione prematura \u00e8 una esplosione nel vuoto; una decisione tardiva non pu\u00f2 ricuperare il perduto. Caratterizzata dalla temporalit\u00e0 e dalla decisione, l&#8217;azione umana consegue perci\u00f2 pure il contrassegno dell&#8217;unicit\u00e0 e dell&#8217;irripetibilit\u00e0. Cosa fatta non si lascia pi\u00f9 cancellare dalla storia, per nessuno sforzo.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;azione dell&#8217;uomo \u00e8 diretta ad un fine. Nella storia della filosofia si hanno molte laboriose riflessioni su quale sia il fine della storia umana. Un&#8217;unit\u00e0 di vedute non \u00e8 fino ad oggi nemmeno lontanamente raggiunta. Mostreremo come dal punto di vista della storia della filosofia non si possa rispondere con sicurezza alla questione del fine della storia umana. Per colui che crede alla rivelazione, il fine ultimo della storia umana \u00e8 la manifestazione senza veli dello splendore di Dio. Verso questo evento si muovono tutti i fatti della storia: la quale scorre verso una meta; non \u00e8 un eterno girotondo; non comincia sempre da capo. La storia si dirige verso un punto oltre al quale non potr\u00e0 andare. Il termine non \u00e8 un materiale strappo del filo della storia, ma una potenza che dal futuro opera anticipatamente sul presente storico. Tutto ci\u00f2 che accade nella storia sta sotto il giudizio e la benedizione dell&#8217;ultimo fine, a cui va incontro.<\/em><\/p>\n<p>Fanno male, crediamo, quei filosofi &quot;laici&quot; che, per partito preso, non leggono i libri dei teologi (a meno che siano in odore di eresia, quasi che solo a tale condizione valesse la pena di prenderli sul serio). Potrebbero trovarvi molti spunti utili e molti elementi di riflessione.<\/p>\n<p>E poi, come si fa anche solo a immaginare una categoria dei filosofi laici, distinta e contrapposta a quella dei filosofi religiosi?<\/p>\n<p>Il filosofo, per definizione, \u00e8 colui che ama la verit\u00e0 e che la ricerca ardentemente e spassionatamente; che rifugge da ogni schematismo ideologico e da ogni forzatura strumentale; che non teme di confrontarsi con un pensiero diverso dal proprio, ma, anzi, dal continuo confronto con l&#8217;altro si arricchisce ed allarga, sempre pi\u00f9, i propri orizzonti di pensiero e di vita.<\/p>\n<p>Ci auguriamo, in questo senso, che anche altri vadano a leggersi, o a rileggersi, il bel libro di Michael Schmaus. Ha quarant&#8217;anni, ma li porta molto bene; e ogni onesto cercatore della verit\u00e0 pu\u00f2 trovarvi una ammirevole chiarezza concettuale e una non comune acutezza di giudizio. Certo, la parte centrale do esso presuppone una lettura che nasca anche dalla fede. Tuttavia, la parte introduttiva pu\u00f2 essere apprezzata anche da chi si rivolga all&#8217;istanza razionale, purch\u00e9 non chiuda a chiave la porta della dimensione sovra-razionale.<\/p>\n<p>Ma perch\u00e9 dovrebbe farlo, poi?<\/p>\n<p>Abbiamo detto che l&#8217;uomo non pu\u00f2 trovare il centro di s\u00e9 stesso, se lo cerca animato da un folle orgoglio, escludendo a priori il piano trascendente dell&#8217;Essere, e sia pure come semplice ipotesi di lavoro.<\/p>\n<p>A patto che egli abbia l&#8217;umilt\u00e0 di lasciare socchiusa quella porta, molte cose che dapprima gli apparivano oscure ed assurde, finiranno per diventargli chiare e luminose; come luminoso \u00e8 l&#8217;Essere da cui, tutte, hanno origine &#8211; e lui con esse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ma infine, chi \u00e8 l&#8217;uomo? 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