{"id":29383,"date":"2007-11-28T10:16:00","date_gmt":"2007-11-28T10:16:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/11\/28\/il-paradosso-della-coscienza-uno-o-molti\/"},"modified":"2007-11-28T10:16:00","modified_gmt":"2007-11-28T10:16:00","slug":"il-paradosso-della-coscienza-uno-o-molti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/11\/28\/il-paradosso-della-coscienza-uno-o-molti\/","title":{"rendered":"Il paradosso della coscienza: uno o molti?"},"content":{"rendered":"<p>Uno dei problemi pi\u00f9 affascinanti dell&#8217;ontologia \u00e8 quello circa la reale natura della coscienza e, in particolare, se essa sia davvero sussistente e unitaria o se non sia che il temporaneo punto di equilibrio fra una pluralit\u00e0 di stati coscienziali, in presenza dei quali sorge il dubbio se si possa ancora parlare di una realt\u00e0 unitaria. Non intendiamo qui parlare dei casi che la psicologia considera patologici, come la schizofrenia o la sindrome della personalit\u00e0 multipla; e nemmeno di quella tendenza dell&#8217;essere umano ad assumere maschere di volta in volta considerate socialmente necessarie, che Pirandello ha sintetizzato nella formula <em>uno, nessuno e centomila<\/em>. Intendiamo alludere invece a una pi\u00f9 profonda e radicale condizione di lacerazione dell&#8217;io, dovuta alla sua stessa condizione ontologica: quella tra la condizione finita e l&#8217;aspirazione all&#8217;infinito; tra la dimensione fisica e corporea dell&#8217;esistenza e quella intellettuale e spirituale; tra ci\u00f2 che siamo e ci\u00f2 che vorremmo essere.<\/p>\n<p>A nostro parere, non \u00e8 affatto esagerato parlare di una vera e propria ferita che caratterizza il nostro <em>status<\/em> originario di persone. La lacerazione tra opposti impulsi ed esigenze, non di natura temporanea e contingente, ma di natura globale, non \u00e8 un qualche cosa che sia frutto di una condizione storica &#8211; anche se, non abbiamo alcuna difficolt\u00e0 ad ammetterlo, il particolare clima spirituale della modernit\u00e0, nel quale ci troviamo a vivere, contribuisce di per s\u00e9 ad accentuare la lacerazione e a spargervi sopra, per cos\u00ec dire, il sale di una ulteriore sofferenza. La ferita di cui parliamo \u00e8 piuttosto di natura strutturale e caratterizza la condizione umana in quanto tale: non nel senso che essa sia ontologicamente disarmonica, ma nel senso che l&#8217;esercizio della libert\u00e0 morale, senza il quale non si potrebbe neanche parlare di <em>persona<\/em> nel senso autentico della parola, reca con s\u00e9, inevitabilmente, l&#8217;angoscia della <em>possibilit\u00e0<\/em> e, quindi, di una profonda disarmonia che \u00e8 inseparabile dal nostro essere uomini, qui e ora.<\/p>\n<p>A questo proposito si suol dire e ripetere che l&#8217;animale, essendo privo di libert\u00e0, \u00e8 anche privo di angoscia e che l&#8217;angoscia, per conseguenza, \u00e8 un fatto specificamente umano, una sorta di blasone di nobilt\u00e0 della nostra specie. A dire il vero, noi non ne sappiamo abbastanza sulla natura della coscienza degli altri viventi per fare un&#8217;affermazione cos\u00ec recisa; e, tanto per fare un semplice esempio, un cane che abbaia alla luna potrebbe anche dar voce alla propria angoscia esistenziale, cos\u00ec come noi le diamo voce nelle forme che sono proprie alla nostra specie. Quanto alla libert\u00e0, potremmo avanzare qualche dubbio circa il fatto che gli animali &#8211; per limitarci agli animali; ma un discorso analogo vale per le piante e, forse, perfino per la natura cosiddetta inanimata &#8211; ne siano totalmente sprovvisti. Un cane che si lascia morire di fame sulla tomba del padrone, per fare un altro, semplice esempio, ci sembra indicare tutt&#8217;altro che una mancanza di libert\u00e0 di scelta. Forse sbagliava Leopardi quando, nel <em>Canto notturno di un pastore errante dell&#8217;Asia,<\/em> affermava che solo l&#8217;uomo prova angoscia e inquietudine anche dopo aver soddisfatto le esigenze primarie della propria sopravvivenza. Ma non intendiamo approfondire la questione, che ci porterebbe lontano dal nostro assunto, e ritorniamo al punto.<\/p>\n<p>A noi pare che lo statuto ontologico della persona sia caratterizzato da una incompletezza originaria che non \u00e8 &#8211; propriamente parlando &#8211; frutto di disarmonia, quanto piuttosto segno e testimonianza di una aspirazione all&#8217;unit\u00e0 e all&#8217;armonia, di una nostalgia verso quell&#8217;Essere da cui promana e al quale anela a far ritorno. La persona, infatti, ha l&#8217;essere ma non \u00e8 l&#8217;essere; possiede un essere contingente, non la pienezza dell&#8217;essere: quasi un pegno e una caparra d&#8217;infinito, che gli rende pi\u00f9 acuto e struggente il desiderio di riconquistare ci\u00f2 che gli manca; e che, tuttavia, in qualche modo &#8211; egli lo sente, sia pure in maniera oscura &#8211; gli appartiene.<\/p>\n<p>In fondo, si tratta del grande problema della morte.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo sa con assoluta certezza, dal momento in cui viene al mondo, una cosa soltanto: che dovr\u00e0 morire. Tuttavia, qualche cosa in lui non si rassegna: e non per cieco e irrazionale attaccamento alla vita (anche se in molti individui tale rifiuto assume una simile forma), bens\u00ec perch\u00e9 egli intuisce di essere il depositario di un bene incommensurabile che gli deriva dalla sua stessa condizione originaria. In altre parole, l&#8217;uomo intuisce di essere fatto per la vita e non per la morte; che il fatto di essere implica la promessa di poter partecipare all&#8217;unit\u00e0 e all&#8217;eternit\u00e0 dell&#8217;Essere; che il suo porsi nel mondo non pu\u00f2 nascere da altro che da un movimento che dall&#8217;essere parte e all&#8217;essere vuole e pu\u00f2 e deve fare ritorno. In un modo che essa non sa bene spiegarsi, la persona avverte che la sua vita corporea non \u00e8 la vita vera, non \u00e8 l&#8217;unica cosa che possiede; che il suo essere non si identifica con essa: ma sente, al contrario, di essere la beneficiaria di un lascito incommensurabilmente grande e magnifico, che qualcosa o qualcuno ha fatto a suo favore nel momento stesso in cui essa \u00e8stata chiamata, insieme ad ogni altra cosa, all&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 mai le cose si darebbero la pena di esistere, se fosse per il nulla? Perch\u00e9, nella persona, l&#8217;esistente avrebbe raggiunto l&#8217;autocoscienza, se dovesse contemplare solamente la propria nullit\u00e0 e il proprio camminare verso l&#8217;annientamento totale?<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una bella pagina del teologo francese R\u00e9n\u00e9 Le Troquer (pochissimo noto in Italia, ed \u00e8 un peccato), che illustra l&#8217;aporia fondamentale della condizione umana e, da un punto di vista quasi esistenzialista &#8211; l&#8217;esistenzialismo di Gabriel Marcel, non quello di Sartre &#8211; apre un potente squarcio d&#8217;azzurro e di libero cielo nella opprimente atmosfera che caratterizza la presa di coscienza di essa da parte dell&#8217;individuo (R. Le Troquer, titolo originale <em>Homme, qui suis-je?,<\/em> Fayard, Parigi, 1957; traduzione italiana di Maria Teresa Garutti, <em>Chi sono io?<\/em>, Catania, Edizioni Paoline, 1958, pp. 84-89):<\/p>\n<p><em>&quot;Dal momento in cui l&#8217;uomo si sveglia alla coscienza di s\u00e9, vale a dire non appena egli \u00e8 capace di assumere, almeno in parte, la propria esistenza, egli sembra essere soggetto a un doppio movimento che gli rivela in qualche modo l&#8217;ambiguit\u00e0 del proprio essere e gli fa sentire il paradosso della sua condizione fisica e spirituale, la complessit\u00e0 della sua situazione. (&#8230;) La realt\u00e0 umana, la cui unit\u00e0 \u00e8 tensione e lotta, nasconde in s\u00e9 germi di lotta e di rottura che possono diventare effettive ferite. In quanto complesso, l&#8217;uomo corre il rischio di accordare privilegi all&#8217;aspetto fisico e temporale del suo essere, senza che peraltro egli possa eliminare l&#8217;aspetto spiritual;, come dice eroe di Dostojevsky: \u00abS\u00ec, veramente, io mi divido in due e proprio di questo ho paura. \u00c8 come se il vostro sosia stesse vicino a voi\u00bb. Questi rischi hanno radici nella nostra natura, spirito e carne, nella nostra vocazione che su svolge nella libert\u00e0, nella nostra fondamentale limitazione di esseri creati; per ognuno di noi essi diventano realt\u00e0 quotidiana.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una prima evidenza ci si impone: siamo in una situazione, cio\u00e8 in un intreccio di relazioni, nell&#8217;universo e nel mondo degli uomini.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Prendiamo coscienza di noi stessi all&#8217;interno di questo universo materiale che ci circonda e ci avvolge. Infatti, nel momento in cui ci svegliamo all&#8217;esistenza, perch\u00e9 il mondo fa irruzione in noi, ci rendiamo conto di essere diversi da tale mondo e al tempo stesso uguali., dato che partecipiamo della stessa misteriosa realt\u00e0, l&#8217;esistenza. Siamo in un clima fraterno con l&#8217;universo in cui dobbiamo operare, non solo per trarne i nostri mezzi di sussistenza, ma anche per trasformarlo, umanizzarlo e spiritualizzarlo. Immediatamente, tuttavia, sorge l&#8217;ambivalenza di questa relazione con il mondo. &quot;Nel risveglio della nostra coscienza in seno all&#8217;universo, non possiamo non risentire degli strani limiti e scopriamo tosto un elemento di debolezza e fragilit\u00e0 che nessun diversivo potr\u00e0 farci evitare. Sappiamo di correre il rischio di lasciarci dominare da ci\u00f2 che pensavamo di aver padroneggiato, e questo rischio sembra oggi diventare una dolorosa realt\u00e0 sotto la spinta di una scienza e di una tecnica che sembrano aver perso ogni legame con l&#8217;umano in ci\u00f2 che esso ha di profondo. Il &#8216;suicidio cosmico&#8217; di cui parlava il filosofo Nicolai Hartmann pu\u00f2 ben verificarsi, poich\u00e9 la semplice virt\u00f9 scientifica non \u00e8 certo sufficiente per impedire a tale pericolo di diventare una realt\u00e0. Siamo colpiti da questo paradosso che manifesta la profonda disarmonia dell&#8217;uomo e dell&#8217;universo: la paura dell&#8217;uomo di fronte alla natura progressivamente dominata sembra accrescersi di pari passo con il suo potere su di essa. La lotta \u00e8 diventata il centro delle relazioni con l&#8217;universo; l&#8217;uomo \u00e8 il padrone ma pu\u00f2 diventare lo schiavo; egli si erge quale prodigioso dominatore al di sopra del mondo visibile, ne capta le pi\u00f9 segrete energie; ma gli \u00e8 tanto sottomesso da cedere finalmente alle forze congiunte della materia, senza poter intravedere contro di essa una rivincita sicura o appena possibile. L&#8217;armonia fraterna delle origini sembra essere diventata davvero una profonda disunione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel mondo degli uomini sperimento lo stesso paradosso. Sappiamo certo che la grandezza della nostra esistenza \u00e8 di non essere solitaria; &#8216;l&#8217;uomo non \u00e8 un&#8217;isola&#8217;, Noi tendiamo essenzialmente all&#8217;unione e alla comunione fra gli uomini; sappiamo di essere solidali gli uni con gli altri, non solo nell&#8217;indigenza della nostra vita materiale, ma, anche e pi\u00f9 autenticamente, sul piano della sovrabbondanza della nostra vita spirituale, per mezzo della conoscenza e dell&#8217;amore. Sappiamo cos\u00ec che nella nostra relazione all&#8217;uomo sorge la nostra autentica e personale esistenza, questo \u00e8 il dritto, ma ben presto si presenta il rovescio della medaglia. Se siamo capaci dei migliori sentimenti e dei pi\u00f9 efficaci slanci verso il bene e l&#8217;amore, siamo egualmente capaci di malizia e di egoismi che rovinano ogni amore; succede inoltre che il nostro amore per l&#8217;uomo non venga ricambiato, ma tradito., e che i nostri intimi sentimenti siano male interpretati, \u00abEgli scaccia i demoni in nome di Belzeb\u00f9, principe dei demoni\u00bb (Lc., 11, 15).Gli uomini dovrebbero mirare a questa unione e comunit\u00e0 di esseri fraterni, partecipi della stessa vita e animati dallo stesso spirito, ma sul piano politico ed economico la lotta delle classi \u00e8 un fatto che nessuno pu\u00f2 negare, fra le nazioni la guerra \u00e8 allo stato endemico, e su tutti gli orizzonti l&#8217;uomo \u00e8 spesso oppresso dal suo simile. In effetti la storia dei rapporti umani \u00e8 forse semplicemente la storia dei loro conflitti. La societ\u00e0, sotto la spinta di ideologie, non \u00e8 pi\u00f9 dell&#8217;uomo, ma, servendosi dell&#8217;uomo, lo riduce a strumento, la cui unica libert\u00e0 \u00e8 di entrare in quel movimento che lo rende schiavo. Ha forse ragione Sartre quando scrive: \u00abL&#8217;essenza dei rapporti fra coscienze non \u00e8 il &#8216;mit-sein&#8217; (essere con), ma il conflitto\u00bb<\/em> (L&#8217;Etre e le N\u00e9ant<em>), oppure ancora, nella rase diventata celebre: \u00abL&#8217;Inferno, sono gli altri\u00bb (<\/em>Huis Clos<em>)?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se dalla sfera pi\u00f9 evidente della nostra esistenza, quella delle relazioni, ci volgiamo verso l&#8217;intimit\u00e0 del nostro essere, nel suo dinamismo e nella sua realt\u00e0, proviamo un identico sentimento. D&#8217;altronde, questo conflitto che l&#8217;uomo prova nella sua situazione, nell&#8217;universo e nel mondo degli uomini, ha radici nella alterit\u00e0 dell&#8217;uomo con se stesso. Attraverso tutti i nostri atti proviamo una strana indigenza basata su un sentimento d&#8217;impotenza e, al tempo stesso, su un&#8217;aspirazione mai colmata e tuttavia reale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 certo che il pensiero in noi non si realizza mai pienamente e che la nostra volont\u00e0 incontra invincibili ostacoli in ci\u00f2 che vuole e che penetrano di soppiatto incurabili debolezze in ci\u00f2 che fa. Nella sua azione l&#8217;uomo sembra tendere verso l&#8217;infinito (\u00abnon possiamo amare nulla &#8211; scriveva il filosofo tedesco Fichte &#8211; se non lo consideriamo come eterno\u00bb), e spesso non afferra che il finito; nella sua ricerca egli somiglia al fanciullo che corre dietro la propria ombra senza mai poterla raggiungere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per la debolezza dei nostri sentimenti e l&#8217;incostanza dei nostri desideri, inseguiamo avidamente il possesso degli esseri e delle cose, ma la realizzazione delle nostre speranze ci lascia spesso a bocca asciutta. Vi \u00e8 in noi, con la nostalgia dell&#8217;eterno, una incostanza e capacit\u00e0 grandissima di oblio, e possiamo ripetere le parole di san Paolo: \u00abNon il bene che voglio io fo, ma il male che non voglio questo io faccio\u00bb (Rom., 7, 19).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una frattura alla quale la nostra ragione non trova alcun rimedio, avviene alla giuntura stessa del nostro essere. La morte fa del personaggio umano un &#8216;defunto&#8217;, cio\u00e8 qualcuno che non ha pi\u00f9 alcuna parte da rappresentare sulla scena degli uomini, ci\u00f2 che giustifica questo amaro discorso di Achille: \u00abNon mi parlare della morte! Preferirei essere un bifolco e servire per un salario, essere un uomo povero che ha appena di che nutrirsi, piuttosto che comandare a tutti i morti i quali non sono pi\u00f9\u00bb. Attraverso tutte le fluttuazioni del tempo, scopriamo che siamo degli &#8216;esseri-per-morire&#8217;; e attraverso gli insuccessi, le separazioni e il nostro stesso invecchiare, nasce in noi il pensiero che la vita, dopo tutto, \u00e8 forse solo un&#8217;attesa della morte. Tuttavia, in questa esperienza, ci\u00f2 che d&#8217;altronde ne assicura la consistenza, si fa strada una profonda aspirazione a superare i limiti dello spazio e del tempo, a tendere verso un super-essere che altro non \u00e8 se non l&#8217;aspirazione a non morire; veniamo allora, per cos\u00ec dire, respinti verso il mistero della nostra esistenza, e posti di fronte alla questione fondamentale, quella di sapere se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Vi \u00e8 nell&#8217;uomo una contraddizione interna in questa dialettica dell&#8217;assoggettamento er del superamento, della debolezza e della grandezza, dell&#8217;affermazione e della negazione, che crea conflitto e sofferenza nella coscienza umana. Tale conflitto sembra avere le radici nella limitazione del nostro essere, nella sua contingenza, cio\u00e8 nel fatto che portiamo in noi il distintivo del nostro &#8216;nulla&#8217; originale e che non godiamo di alcun genere di necessit\u00e0. Ma si raggiunge cos\u00ec il fondo stesso del problema? Il conflitto non \u00e8 forse il porre di fronte l&#8217;uomo all&#8217;uomo, nella coscienza della sua inadeguatezza e del suo frazionamento; non \u00e8 il porre l&#8217;uomo di fronte a Dio?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ora, sono proprio la categoria della libert\u00e0 e le sue inevitabili compagne, angoscia e inquietudine, che ci forniscono la bussola per orientarci nel mare nebbioso e tempestoso dell&#8217;esistenza. L&#8217;unit\u00e0 della coscienza si regge con fatica al di sopra del magma ribollente della ferita originaria. Quel che pu\u00f2 far pendere la bilancia verso la dissoluzione irrimediabile dell&#8217;io oppure, al contrario, verso le forze centripete che preludono al reintegro della persona nell&#8217;essere, \u00e8 precisamente la scelta che noi, posti nella situazione dell&#8217;esistenza, volta a volta operiamo per poterci determinare appunto come persone.<\/p>\n<p>Dare la preferenza alla nostra componente transitoria e contingente significa aprire la strada a quella discesa verso le tenebre che caratterizza un&#8217;esistenza disperatamente rivolta ad inseguire la propria fine. Puntare, al contrario, sulla componente necessaria e imperitura del nostro io, significa gettare un ponte in direzione dell&#8217;unica possibile redenzione dal nostro essere-per-la-morte e creare le premesse, mediante il potenziamento della nostra spiritualit\u00e0 superiore, del nostro reintegro finale nell&#8217;Essere originario, nell&#8217;Assoluto e nell&#8217;Eterno.<\/p>\n<p>A noi la scelta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Uno dei problemi pi\u00f9 affascinanti dell&#8217;ontologia \u00e8 quello circa la reale natura della coscienza e, in particolare, se essa sia davvero sussistente e unitaria o se<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30168,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[92],"class_list":["post-29383","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-metafisica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-metafisica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29383","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29383"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29383\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30168"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29383"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29383"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29383"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}