{"id":29376,"date":"2015-08-20T08:58:00","date_gmt":"2015-08-20T08:58:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/20\/lunica-risposta-allinferno-del-dolore-e-lo-slancio-dellanima-verso-dio\/"},"modified":"2015-08-20T08:58:00","modified_gmt":"2015-08-20T08:58:00","slug":"lunica-risposta-allinferno-del-dolore-e-lo-slancio-dellanima-verso-dio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/08\/20\/lunica-risposta-allinferno-del-dolore-e-lo-slancio-dellanima-verso-dio\/","title":{"rendered":"L\u2019unica risposta all\u2019inferno del dolore \u00e8 lo slancio dell\u2019anima verso Dio"},"content":{"rendered":"<p>Tutti rimpiangono, a parole, la quercia caduta; ma nessuno si cura del dolore della povera capinera, il cui nido \u00e8 stato distrutto insieme ad essa.<\/p>\n<p>\u00abLa quercia caduta\u00bb, che fa pare dei \u00abPrimi Poemetti\u00bb (pubblicati nel 1897), \u00e8 una delle liriche pi\u00f9 struggenti, ma anche pi\u00f9 profonde, di Giovanni Pascoli: non solo per la sua capacit\u00e0 di calarsi nel dolore dell&#8217;animale, oltre che in quello umano, ma anche per l&#8217;acutezza straordinaria nel denunciare l&#8217;insensibilit\u00e0, l&#8217;ipocrisia, l&#8217;utilitarismo cinico e incosciente con cui gli uomini si pongono di fronte alle cose e alle persone, lodandone il valore quando le hanno ormai sfruttate, ma senza aver mai rivolto ad esse, in precedenza, un pensiero di gratitudine.<\/p>\n<p>\u00abLA QUERCIA CADUTA<\/p>\n<p>Dov&#8217;era l&#8217;ombra, or s\u00e9 la quercia spande<\/p>\n<p>Morta, n\u00e9 pi\u00f9 coi turbini tenzona.<\/p>\n<p>La gente dice: Or vedo: era pur grande!<\/p>\n<p>Pendono qua e l\u00e0 dalla corona<\/p>\n<p>I nid\u00efetti della primavera.<\/p>\n<p>Dice la gente: Or vedo: era pur buona!<\/p>\n<p>Ognuno loda, ognuno taglia. A sera<\/p>\n<p>Ognuno col suo grave fascio va.<\/p>\n<p>Nell&#8217;aria, un pianto&#8230; d&#8217;una capinera<\/p>\n<p>Che cerca il nido che non trover\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p>La quercia non \u00e8 stata abbattuta dagli uomini, \u00e8 caduta per cause naturali: forse colpita da un fulmine, forse trascinata a terra da una frana. Gli uomini non hanno colpa della sua morte, e restano ammirati e stupiti per la possanza di quel cadavere: per\u00f2 non esitano a trarre qualche vantaggio dal dramma che ha piegato il vecchio gigante. Perch\u00e9 sprecare tanto ben di Dio? E allora ciascuno si accosta al colosso prostrato e si mette a lavorare di sega e d&#8217;accetta; ciascuno porta via quanta pi\u00f9 legna \u00e8 possibile. Non senza spendere parole di ammirazione per quell&#8217;albero colossale, al quale finora, non avevano prestato molta attenzione. Solo adesso vedono e riconoscono quanto fosse grande e quanto fosse vigorosa.<\/p>\n<p>\u00c8 cosa troppo facile riconoscere la bont\u00e0 di qualcosa, dopo che \u00e8 stata distrutta; ed \u00e8 cosa turpe, mentre si recita un tale elogio funebre, seguitare nel saccheggio delle sue spoglie: sono due atteggiamenti umani, l&#8217;uno di superficialit\u00e0 ed egoismo, l&#8217;altro di disonest\u00e0 morale e di cinismo, che si danno la mano e che s&#8217;intrecciano, e non si saprebbe decidere quale di essi sia il peggiore, tanto sono bassi, vili e meschini l&#8217;uno e l&#8217;altro. Viva, quella cosa non era stata apprezzata, n\u00e9 difesa in alcun modo; morta, diventa una ghiotta occasione della quale approfittare e suggerisce parole di lode tanto tardiva, quanto grossolanamente interessata.<\/p>\n<p>L&#8217;unico rimpianto sincero \u00e8 quello di chi sapeva bene il valore di quella cosa che \u00e8 stata distrutta, perch\u00e9 su di essa aveva costruito il proprio presente; nella poesia del Pascoli, \u00e8 la capinera che leva nell&#8217;aria la sola voce di dolore autentico: lei che, con la caduta della poderosa quercia, ha perso, insieme al suo nido, tutto il suo piccolo mondo, il suo rifugio.<\/p>\n<p>Gli altri hanno perduto il superfluo, e, del resto, si stanno risarcendo abbondantemente, facendo man bassa delle spoglie; la capinera ha perduto l&#8217;essenziale, e il danno, per essa, \u00e8 stato totale e irrimediabile. \u00c8 lei la sola e vera vittima. Le parole di circostanza degli uomini, quasi in presenza di un vecchio amico defunto, servono solo a placare i loro scrupoli, forse il sottile rimorso per la loro indifferenza precedente; il lamento della capinera non \u00e8 una voce di circostanza, ma un autentico lamento, l&#8217;espressione di una desolazione vissuta sino in fondo.<\/p>\n<p>A lei, tuttavia, nessuno pensa. Rimpiangono la quercia caduta, ma non si curano del dolore della capinera: il povero uccellino \u00e8 completamente solo con se stesso. Lodano l&#8217;albero morto e si rammaricano per la sua scomparsa; non si accorgono nemmeno che un&#8217;altra creatura vivente \u00e8 rimasta orfana, assai pi\u00f9 di loro e nel senso pi\u00f9 vero dell&#8217;espressione. Se essi hanno perso un&#8217;amica, che rappresentava un elemento familiare nel paesaggio della campagna, la capinera ha perso tutto, senza rimedio, e per sempre. Nulla potr\u00e0 risarcirla, in alcun modo. La voce della capinera si perde nel buio della sera come una delle tante voci della natura, come uno dei tanti canti di uccelli: ed invece \u00e8 un pianto sconsolato, colmo di disperazione.<\/p>\n<p>Giovanni Pascoli \u00e8 stato grande: in pochissimi versi, con poche parole, ha detto tutto: pi\u00f9 di quanto uno scrittore meno penetrante sarebbe riuscito ad esprimere in diverse pagine di prosa. Perch\u00e9 questo \u00e8 il vero senso della poesia: andare dritto al cuore delle cose, in un baleno, in un lampo, tralasciando tutto il resto. Agli altri, il commento; a lui, il poeta, la capacit\u00e0 di penetrare, in un attimo, nel mistero pi\u00f9 grande di tutti: come un fulmine che squarcia il buio della notte e che rivela vividamente, quasi spietatamente, ci\u00f2 che stava nascosto nel seno dell&#8217;oscurit\u00e0. Il poeta sa vedere quel che gli altri non vedono, se qualcuno non fa loro un po&#8217; di luce.<\/p>\n<p>Il mistero pi\u00f9 grande di tutti &#8212; Pascoli lo aveva visto perfettamente &#8212; \u00e8 il mistero del dolore. Non c&#8217;\u00e8 mistero pi\u00f9 grande: tutti gli altri, al suo confronto, rimpiccioliscono e scompaiono; lui solo rimane, indecifrabile, a sfida perenne. Ed \u00e8 anche il solo che non si possa eludere, mai, in alcun modo: ovunque si vada, in qualsiasi direzione si dirigano i propri passi, presto o tardi si finisce per imbattersi in esso. Si ha un bel girarci intorno o voltargli le spalle: fatto un altro po&#8217; di strada, ecco che lo si ritrova nuovamente, imperioso, enigmatico. Non d\u00e0 tregua. E lancia la sua sfida: o voi mi comprendete, oppure io vi perseguiter\u00f2 per tutta la vita, come un mastino affamato, come un persecutore implacabile.<\/p>\n<p>La filosofia aiuta, ma non basta. Chi \u00e8 sul punto di schiantarsi per il dolore, non trova sufficienti ragioni nel pensiero: perch\u00e9 nessun pensiero \u00e8 cos\u00ec abissale da rendere ragione d&#8217;un mistero tanto grande. E, mistero nel mistero, cos\u00ec profondo da dare le vertigini, cos\u00ec sconvolgente da turbare il sonno di qualunque giusto: il dolore che colpisce il piccolo, l&#8217;innocente. Il dolore che colpisce la capinera; il dolore che si abbatte su di un bambino. Non ci sono ragionamenti per spiegarlo; non c&#8217;\u00e8 filosofia abbastanza grande per comprenderlo, meno ancora per spiegarlo. Il pensiero \u00e8 impotente, la filosofia diventa un trastullo verbale. Ma il dolore del piccolo, rimane.<\/p>\n<p>Eppure, il dolore non risolto diventa una forza demoniaca: bisogna strappargli ad ogni costo il pungiglione, oppure il suo veleno infetter\u00e0 ogni piano di esistenza e quell&#8217;anima sar\u00e0 persa. Esistono molti modi di trasformare il dolore in una forza del male: uno dei pi\u00f9 facili, e dei pi\u00f9 abietti, \u00e8 quello di vivere di rendita grazie ad esso, imponendo il fardello del senso di colpa su tutti gli altri, &quot;rei&quot; di non soffrire altrettanto. Ci sono non solamente individui, ma gruppi e addirittura comunit\u00e0, che hanno scelto questa forma di sfruttamento demoniaco del dolore: di essi si pu\u00f2 avere solo compassione, ma bisogna anche difendersi dal loro atroce ricatto morale. Subirlo, sarebbe non soltanto una ingiustizia verso se stessi, ma un vero e proprio cedimento &#8211; e dunque una forma di collaborazione &#8211; con il male stesso.<\/p>\n<p>Esiste una sola maniera per strappare al dolore il suo pungiglione velenoso: guardarlo bene in faccia, accettarlo, trasformarlo in un atto di amore, di offerta, di preghiera, e far s\u00ec che la maledizione diventi una benedizione, l&#8217;abisso della disperazione si trasformi in una esplosione di luce e di calore. Questo \u00e8 l&#8217;unico modo: non ce ne sono altri, che non siano dei meri palliativi. Esistono dozzine di falsi medici e di false ricette che pretendono di insegnare altre maniere per &quot;oltrepassare&quot; il dolore: ma la verit\u00e0 \u00e8 che il dolore non si oltrepassa, lo si pu\u00f2 solamente attraversare e, dopo averlo attraversato, trasfigurarlo.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 solo un problema: che l&#8217;essere umano, e sia pure il pi\u00f9 evoluto, il pi\u00f9 spirituale, il pi\u00f9 nobile degli esseri umani, \u00e8 assolutamente incapace di realizzare una impresa del genere. Pensare il contrario, sarebbe come immaginare che esistano degli esseri umani capaci di volare fino ai pianeti pi\u00f9 lontani, solo perch\u00e9 nell&#8217;anima umana vi sono il sogno e il desiderio ardente di volare e di uscire dai confini angusti di questo universo. Sogni e desideri non bastano affatto, per quanto ardenti possano essere. Chi scambia l&#8217;esistenza di un desiderio con la possibilit\u00e0 di realizzarlo, \u00e8 uno sciocco o un deliberato impostore.<\/p>\n<p>E allora?<\/p>\n<p>La soluzione esiste: ma, per riuscire a vederla &#8212; non diciamo ad attuarla &#8212; \u00e8 necessario un atto preliminare di umilt\u00e0: \u00e8 assolutamente indispensabile deporre quell&#8217;orgoglio luciferino che \u00e8, ed \u00e8 sempre stato, il principale nemico che l&#8217;uomo abbia coltivato in se stesso. Nessun nemico esterno ha mai procurato cos\u00ec gravi danni all&#8217;umanit\u00e0, quanto l&#8217;orgoglio sfrenato che si annida nelle profondit\u00e0 dell&#8217;anima: l&#8217;orgoglio di credersi autosufficienti, di poter fare da soli, di essere pari al Creatore. Finch\u00e9 non si piega e non si spezza questo orgoglio diabolico, qualunque tentativo di uscire dal carcere dell&#8217;io sar\u00e0 condannato in partenza al fallimento. Perch\u00e9 l&#8217;io \u00e8 un vero e proprio carcere, una prigione soffocante e desolata: \u00e8 in essa che la ferita del dolore s&#8217;infetta e diventa velenosa. Strappare al dolore il suo pungiglione, significa sfondare le porte ed abbattere le pareti di quel carcere, annientando le catene dell&#8217;orgoglio.<\/p>\n<p>Quando l&#8217;uomo impara a deporre la pesante armatura dell&#8217;orgoglio &#8211; che egli s&#8217;illude valga a proteggerlo dalle minacce esterne, mentre \u00e8 il principale strumento della sua inconsapevolezza, e quindi della sua sofferenza &#8212; allora, e solo allora, incomincia a vedere il reale per quello che realmente \u00e8, e non per quello che credeva che fosse: una proiezione dell&#8217;io, cio\u00e8 una moltiplicazione all&#8217;infinito della sua stessa prigione. Ma il reale non \u00e8 questo: non \u00e8 la proiezione dell&#8217;io, bens\u00ec \u00e8 la manifestazione dell&#8217;amore universale. L&#8217;io, aggrappato al proprio feroce egoismo, \u00e8 ci\u00f2 che si oppone all&#8217;amore; l&#8217;io, che &#8212; si badi &#8212; non \u00e8 male in se stesso, ma lo diventa, quasi inevitabilmente, ogni qualvolta la coscienza gli concede troppo spazio e gli permette di insignorirsi, abusivamente, di tutta la vita dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>Riportare l&#8217;io dentro i suoi legittimi confini, significa valorizzare le sane aspirazioni di cui \u00e8 portatore; ma non tutte le sue aspirazioni sono sane e, quel che \u00e8 peggio, la sua naturale tendenza \u00e8 quella di debordare, di invadere spazi della coscienza che non gli appartengono. Se fosse per lui, se gli si lasciasse le redini libere sul collo, tutto il resto scomparirebbe o verrebbe sottomesso dalla sua crescita esponenziale. La maggioranza degli esseri umani \u00e8 afflitta da un io ipertrofico, cio\u00e8 malato: chi ha compreso questo, ha anche nelle mani gli strumenti per iniziare un percorso di redenzione dall&#8217;inferno dell&#8217;io esorbitante e chiuso in se stesso.<\/p>\n<p>Non stiamo dicendo che tutte le sofferenze provengono dall&#8217;io, ma che l&#8217;io \u00e8 responsabile della maniera radicalmente sbagliata con la quale noi siamo soliti affrontarle. Le sofferenze possono venire anche dall&#8217;esterno: questo \u00e8 verissimo. Ma sta a noi decidere se vogliamo dare loro sempre nuova esca, alimentando l&#8217;incendio con cui ci divorano l&#8217;anima, oppure far s\u00ec che non trovino pi\u00f9 alimento e finiscano per spegnersi, restituendoci la nostra pace. Tuttavia, abbiamo detto che una tale impresa non \u00e8 da uomini: \u00e8 da Dio. Solo sopprimendo il proprio orgoglio e affidandosi a Dio, l&#8217;uomo pu\u00f2 trovare la redenzione dal dolore. Il dolore accettato e offerto a Dio diventa il principio della liberazione, della luce e della gioia. Noi non siamo stati fatti per soffrire, ma per gioire (il che \u00e8 cosa assai diversa dal &quot;godere&quot;, come credono i materialisti).<\/p>\n<p>Tornando alla poesia di Pascoli: il rimpianto degli uomini per la quercia caduta \u00e8 sterile e ipocrita; il pianto della capinera \u00e8 sincero, ma sterile anch&#8217;esso. Se il dolore si chiude in s\u00e9, diventa l&#8217;inferno della nostra vita. Noi dobbiamo guardare avanti e in alto: all&#8217;Amore divino che incendia ogni cosa&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tutti rimpiangono, a parole, la quercia caduta; ma nessuno si cura del dolore della povera capinera, il cui nido \u00e8 stato distrutto insieme ad essa. \u00abLa<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30170,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[69],"tags":[166],"class_list":["post-29376","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-morale-e-spiritualita","tag-giovanni-pascoli"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-morale-e-spiritualita.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29376","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29376"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29376\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30170"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29376"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29376"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29376"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}