{"id":29370,"date":"2020-05-31T08:04:00","date_gmt":"2020-05-31T08:04:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/05\/31\/una-storia-semplice\/"},"modified":"2020-05-31T08:04:00","modified_gmt":"2020-05-31T08:04:00","slug":"una-storia-semplice","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/05\/31\/una-storia-semplice\/","title":{"rendered":"Una storia semplice"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 un freddissimo mattino di febbraio del 1954 e le montagne del Friuli sono tutte coperte di neve e ghiaccio. Gli operai della cartiera, gli impiegati e i tre o quattro maestri elementari provenienti dalla citt\u00e0 sono scesi dalla corriera a Moggio Udinese, Mue\u00e7 in friulano, alla confluenza del Canal del Ferro con la Val d&#8217;Aupa. Intirizziti, entrano al bar per scaldarsi e mandar gi\u00f9 il caff\u00e8 bollente e dalla vetrina vedono allontanarsi con passo spedito, come ogni giorno, la maestrina ventenne che prosegue tutta sola per la minuscola frazione di Chiaranda, circa tre chilometri pi\u00f9 in su. La corriera non arriva fin l\u00e0 e del resto non c&#8217;\u00e8 neanche la strada asfaltata; quanto alla scuola \u00e8 un modestissimo edificio con una classe sola, nella quale fanno lezione tutti insieme i bambini dalla prima alla quinta. Gli avventori del bar si scambiano un&#8217;occhiata, quasi increduli, mentre la giovane si allontana con la borsa dei libri sotto il braccio e dicono che quando la vedono passare, cos\u00ec svelta e sorridente, \u00e8 come se portasse con s\u00e9 la primavera. A Chiaranda non c&#8217;\u00e8 la luce elettrica, n\u00e9 il riscaldamento, n\u00e9 acqua corrente nelle camere: solo una soffitta presso la bidella, dove, accanto al deposito delle mele, hanno sistemato un letto per lei che, dal tramonto, deve studiare con il lume a petrolio. Si sta preparando per sostenere un concorso e cercar di ottenere una destinazione pi\u00f9 comoda, se possibile in citt\u00e0, perch\u00e9 si \u00e8 sposata in settembre e adesso \u00e8 in arrivo un bambino che d\u00e0 gi\u00e0 i primi segni di vita &#8212; il nostro fratello maggiore. Il luned\u00ec si \u00e8 portata, insieme ai libri, un po&#8217; di cibo, ma vedendo quei piccoli che la osservano con occhi bramosi, non ha resistito all&#8217;impulso di distribuir loro gran parte della scorta. \u00c8 talmente innamorata del suo lavoro e cos\u00ec traboccante d&#8217;entusiasmo e di affetto per quei piccoli, da sentirli come creature sue, e lo scrive nel diario ove riversa le sue riflessioni quotidiane, dalle quali traspaiono un acume psicologico e una competenza didattica che si stenterebbe ad attribuire a una ragazza di vent&#8217;anni che, in fondo, sa ancora cos\u00ec poco della vita. Tutti la stimano e le vogliono bene nel minuscolo borgo, e c&#8217;\u00e8 perfino chi le confida le proprie pene e le chiede consigli su questioni delicate, scordandosi di aver di fronte una giovane che fino a qualche mese prima viveva in citt\u00e0, coi genitori, e di certe cose sa ben poco, anche se supplisce con la sensibilit\u00e0 e con la cristiana benevolenza verso il prossimo.<\/p>\n<p>Con l&#8217;avanzare della gravidanza, per\u00f2, quella sistemazione scomoda e precaria diventa insostenibile e cos\u00ec si \u00e8 accordata con una famiglia di Moggio, parenti acquisiti di una sorella pi\u00f9 grande, per cenare e dormire presso di loro. Restano comunque i tre chilometri di strada sterrata in mezzo al bosco da fare due volte al giorno, la mattina e il pomeriggio, dal luned\u00ec al sabato (niente giorno libero settimanale per gli insegnanti, allora), e solo la domenica da trascorrere a casa sua, in citt\u00e0, col marito ex militare di carriera e ora insegnante anche lui, professore d&#8217;inglese nelle scuole medie superiori. E quel giorno, di ritorno dalle lezioni, come il destino in agguato, lo scivolone rovinoso sulla strada ghiacciata; la poverina ruzzola per alcuni metri fino al margine del fosso. Per fortuna non si \u00e8 fatta male, per\u00f2 \u00e8 terrorizzata all&#8217;idea che quella caduta possa aver avuto conseguenze fatali per il nascituro, che da qualche tempo si fa sentire con vivacit\u00e0 e che adesso, con orrore, le pare di non sentire pi\u00f9. La strada \u00e8 buia e deserta; affrettando il passo arriva alla chiesa parrocchiale ormai vicina, non c&#8217;\u00e8 anima viva, entra e siede al banco di fronte all&#8217;altare della Madonna, e prega: <em>Maria Santissima, ti supplico, fa&#8217; che non sia successo niente di male al mio bambino; di qui non mi muovo finch\u00e9 non me lo fai sentire ancora<\/em>. Questo le chiede quella giovane donna piena di fede, e rivolge gli occhi imploranti alla Beata Vergine che pare ascoltarla, nel gran silenzio della chiesa semibuia e rivolgerle un lieve sorriso nella tenue luce dei ceri. A un tratto, il miracolo: il bambino (o la bambina?; allora non si faceva l&#8217;amniocentesi) d\u00e0 nuovamente dei timidi segni di vita. Allora \u00e8 vivo; allora sta bene; allora non \u00e8 successo niente d&#8217;irreparabile! S\u00ec, la Madonna dall&#8217;altare sembra proprio sorriderle; e la giovane, rassicurata, esultante, come in un piccolo Magnificat: <em>Ti ringrazio, Madre santa: lo sapevo che mi avresti ascoltata<\/em>.<\/p>\n<p>Questo, in fondo, non \u00e8 che un episodio di una lunga serie di piccoli atti di coraggio quotidiano, coi quali si potrebbe intrecciare una ghirlanda per raccontare la vita di una persona semplice, come lo era nostra madre e come lo erano molte persone di quella generazione, educate alla severa scuola del dovere e della responsabilit\u00e0, e tuttavia non inasprite dalle rinunce e dalla preoccupazioni, ma anzi, aperte e disponibili, perch\u00e9 animate da un sincero amore cristiano verso il prossimo. Un amore che era fatto di cose e gesti semplici e concreti e traeva alimento dalla bont\u00e0, della quale l&#8217;odierno buonismo, cos\u00ec politicamente raccomandato e quasi imposto per legge, \u00e8 solo una ipocrita e ignobile contraffazione. Potremmo riempire un grosso quaderno di ricordi, se volessimo elencare tutti i gesti di misericordia materiale e spirituale che abbiamo visto compiere spontaneamente dalla mamma nel corso della sua non facile esistenza; un quaderno pieno di azioni che hanno fatto del bene, s\u00ec, ma con discernimento (quello vero, non quello di Bergoglio), con saggezza, con prudenza e sempre con la finalit\u00e0 di elevare e in certo qual modo di educare il prossimo, non semplicemente di aiutarlo, lasciandolo per\u00f2, in sostanza, nelle stesse condizioni di prima, e soprattutto non incoraggiandolo nei suoi atteggiamento sbagliati o nelle sue pretese ingiustificate. Un quaderno che avrebbe molte cose da insegnare oggi ai grossisti della misericordia e inflazionisti della solidariet\u00e0 e dell&#8217;accoglienza, come il falso clero bergogliano e gl&#8217;intellettuali radical-chic con l&#8217;attico a New York, tipo Saviano, la cui vera molla \u00e8 l&#8217;odio della propria identit\u00e0 e del proprio patrimonio spirituale e una smania disordinata di agevolare, per ragioni astrattamente ideologiche che nulla hanno a che fare con la realt\u00e0 delle cose, quelli che non se lo meritano, perch\u00e9 le loro intenzioni non sono oneste e il loro stato d&#8217;indigenza \u00e8 sventolato come una bandiera per strappare diritti e privilegi, o viene esibito per conto e a nome loro da una giovent\u00f9 nostra che disdegna di assistere i vecchi delle case di riposo ma scalpita per poter andare in Africa ad aiutare i bambini di quel continente, salvo poi convertirsi all&#8217;islam e simpatizzare, magari, per quegli stessi terroristi che non esitano a rapire i cooperanti europei per chiederne il riscatto. No: non era di questo tipo la bont\u00e0 dei nostri genitori e dei nostri nonni; non era quella che ci insegnavano la maestra e il sacerdote; e nemmeno quella di cui parlavano gli uomini politici, nazionali e internazionali. Era una bont\u00e0 fattiva, virile, pedagogica; e in nessun caso un alibi o una scusante per il vizio e la colpa. Su questo erano tutti d&#8217;accordo: esisteva un orizzonte culturale e morale condiviso; non accadeva che la mamma desse ragione a noi bambini contro il pap\u00e0 o viceversa, salvo casi del tutto eccezionali; n\u00e9 che i nonni contraddicessero gli insegnamento dei genitori, e neppure il contrario; o che il professore desse torto al parroco, o viceversa; e cos\u00ec via. Erano tutti d&#8217;accordo sulle cose essenziali e su molte di quelle secondarie: dal fatto di osservare un&#8217;assoluta onest\u00e0 verso chiunque, adulto o bambino che fosse, a quello di recarsi alla santa Messa il primo giorno dell&#8217;anno scolastico. Non vogliamo dire con ci\u00f2 che il mondo della nostra infanzia fosse fatto di santi; le mele marce c&#8217;erano, e al bar o per la strada, e anche nei campi, le bestemmie non erano affatto rare; nessuno per\u00f2 aveva la sfrontatezza di affermare che il male fosse bene o che il bene fosse male; o se pure qualcuno ce l&#8217;aveva, veniva per ci\u00f2 stesso emarginato e guardato con un misto di diffidenza e disprezzo. Se un ragazzo si comportava male, si prendeva il meritato rimprovero o la meritata punizione e se li metteva in tasca, facendone tesoro; certo non andava in cerca di un adulto che prendesse le sue difese, perch\u00e9 non l&#8217;avrebbe trovato. Spesso, per la strada, il pap\u00e0 o la mamma incontravano degli ex alunni, o ne ricevevano la visita a casa, anche a distanza di moltissimi anni; tutti li ricordavano con riconoscenza e ammirazione: eppure sia l&#8217;uno che l&#8217;altro sapevano anche essere severi, e i voti non li regalavano affatto. Avevano per\u00f2 la dote di valorizzare i loro studenti, d&#8217;incoraggiarli, di entusiasmarli, di farli innamorare delle materie di studio; sapevano trasmettere curiosit\u00e0 e perseveranza, n\u00e9 mai scordavano il lato umano del rapporto educativo, senza per\u00f2 scivolare nella demagogica negazione, stile don Milani, della giusta distanza e della differenza di ruoli che esistono fra insegnante e alunno, cos\u00ec come non se ne scordavano con i loro stessi figli. E poi un grande, un grandissimo senso del dovere: da loro abbiamo appreso a non tirarci mai indietro, a non giocare al risparmio, ad andare al lavoro anche con qualche acciacco, perch\u00e9 non si muore per qualche linea di febbre o per un po&#8217; di mal di schiena. Povera mamma e povero pap\u00e0, tutta una vita dedicata alla scuola: che direbbero oggi, se vedessero che cosa la scuola \u00e8 diventata? Meglio che se ne siano andati prima.<\/p>\n<p>Cosa resta della mamma, oggi, a parte due quaderni a quadretti, rimasti su uno scaffale polveroso, con la &quot;bella&quot; delle sue lezioni ed esercitazioni didattiche, che paiono tratti da un libro stampato, tanto sono chiari, ordinati, ammirevoli anche sul piano estetico, cos\u00ec come del pap\u00e0 resta, in un angolo, la sciabola d&#8217;ordinanza da ufficiale, ricordo della sua carriera militare e degli anni della guerra? Cosa resta dei loro insegnamenti, dei loro esempi, del loro mondo, dei valori nei quali hanno creduto e nei quali hanno educato i loro figli e i loro allievi? Sarebbe troppo facile dire, sbrigativamente, che non \u00e8 rimasto nulla, e che quel mondo \u00e8 scomparso per sempre, cancellato dai disvalori e dagli antivalori di questa tarda modernit\u00e0 che sta mostrando tutta la fallacia delle sue lusinghe e delle sue promesse, con la tanto celebrata globalizzazione che ci sta crollando sulla testa come un castello dalle fondamenta putride, e la societ\u00e0 multietnica e multiculturale che ogni giorno di pi\u00f9 si rivela essere un incubo, oltre che un serbatoio al quale il potere finanziario attinge per avere manodopera a bassissimo costo? Bench\u00e9 l&#8217;amarezza che ci pervade sia legittima e comprensibile, essa non deve divenire l&#8217;alibi per il nichilismo, il fatalismo e la cupa rassegnazione. No, non \u00e8 questo che ci hanno insegnato i nostro genitori, e molte altre persone come loro e come i nostri nonni. Ci hanno insegnato a lottare, a rimboccarci le maniche, a spremere sudore e a correre anche qualche rischio, se necessario, per <em>fare ci\u00f2 che \u00e8 giusto<\/em>. Non gi\u00e0 per <em>inseguire i nostri sogni<\/em>, come oggi si insegna ai giovani, ingannandoli: non \u00e8 questo il senso della vita, non \u00e8 per questo che Dio ci ha fatti venire al mondo. Il senso dell&#8217;esistenza, e quindi della chiamata, \u00e8 mettersi a disposizione del Bene e combattere strenuamente contro il Male: siamo tutti operai della vigna, solo che possiamo scegliere se essere operai laboriosi e leali oppure operai pigri e neghittosi, e perfino bugiardi e traditori. Dio ci chiama, non ci costringe; ci invita col suo Amore, non ci d\u00e0 ordini. Siamo noi stessi che, mettendoci in ascolto, finiamo per udire ci\u00f2 che, nei mille rumori effimeri del mondo, si rischia di non udire mai: che siamo chiamati a collaborare col disegno divino, ciascuno per la sua parte e secondo le sue possibilit\u00e0, ma con la certezza che, se risponderemo con generosit\u00e0 ed entusiasmo, sar\u00e0 Lui stesso a fornirci i mezzi per condurre un buon lavoro. Non dovremo trovarli da noi stessi: ce li dar\u00e0 Dio, cos\u00ec come Dio faceva trovare ai cuochi di san Giovanni Bosco il pane per sfamare i suoi ragazzi, ogni mattina, anche se il pane, stando alle apparenze, spesso non era sufficiente. Dio non ci chiama ad essere dei superuomini; ci chiama ad essere dei santi: e la materia prima per la santit\u00e0 ce la d\u00e0 Lui, non ce la possiamo dare noi. E ci chiama ad essere santi non solo nelle grandi cose, ma anche nella vita quotidiana, ciascuno nel proprio stato e nel proprio ambito: genitori santi, figli santi, lavoratori santi, sacerdoti santi. Si usa dire che la santit\u00e0 \u00e8 difficile, che \u00e8 faticosa, che \u00e8 riservata solamente a pochi. Chi pensa cos\u00ec, non ha capito nulla n\u00e9 della santit\u00e0, n\u00e9 della relazione fra l&#8217;uomo e Dio, e neppure del senso della vita. Essere santi non sarebbe solo una cosa difficile, sarebbe addirittura impossibile, se si dovesse far da s\u00e9, con le proprie risorse. La creatura \u00e8 imperfetta, mentre la santit\u00e0 \u00e8 perfezione. Eppure \u00e8 evidente che Dio non ci pone sulle spalle un fardello superiore alle nostre forze; se ci chiede qualcosa, sa che possiamo farla; e se ci chiede molto, sa che possiamo dare molto, non da noi stessi, ma grazie allo Spirito Santo. Perci\u00f2 dobbiamo smetterla di piagnucolare sulle difficolt\u00e0 dell&#8217;ora presente, e astenerci dal continuo lamento: stiamo scoraggiando i giovani, che ci guardano e ci stanno osservando pi\u00f9 attentamente di quel che non c&#8217;immaginiamo. Non dobbiamo dar loro la sensazione che tutto \u00e8 perduto e che lottare \u00e8 divenuto inutile; non dobbiamo far loro pensare che il Male ha vinto e che non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 niente da fare. Il Bene \u00e8 infinitamente pi\u00f9 forte del Male, perch\u00e9 l&#8217;uno si auto-alimenta in un circolo virtuoso, l&#8217;altro si consuma in se stesso; e Dio \u00e8 incommensurabilmente pi\u00f9 potente del Diavolo. La battaglia \u00e8 solo incominciato, e pu\u00f2 darsi che noi non ne vedremo gli sviluppi e la fine. Ma la fine sar\u00e0 la vittoria del Bene, sicurissimamente e immancabilmente. Dio non inganna, Dio non mente, Dio non tradisce. Ha promesso di ritornare e di sconfiggere definitivamente il Male, spezzando per sempre le nostre catene; e le Sue promesse sono indefettibili. Non sappiamo quando accadr\u00e0: forse domani, forse fra un anno, forse fra cento o duecento: ma avverr\u00e0. Il Regno di Dio trionfer\u00e0, la morte sar\u00e0 sconfitta e Cristo diverr\u00e0 tutto in tutti. Ecco cosa resta del pap\u00e0 e della mamma: quel che ci hanno insegnato con le parole e soprattutto l&#8217;esempio. Anche ora ci seguono con lo stesso amore di prima, sciolti dal peso della carne. Coraggio! Ogni lacrima sar\u00e0 asciugata e il dolore si trasformer\u00e0 in gioia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 un freddissimo mattino di febbraio del 1954 e le montagne del Friuli sono tutte coperte di neve e ghiaccio. 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