{"id":29327,"date":"2016-04-21T11:26:00","date_gmt":"2016-04-21T11:26:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/04\/21\/un-eroe-del-nostro-tempo\/"},"modified":"2016-04-21T11:26:00","modified_gmt":"2016-04-21T11:26:00","slug":"un-eroe-del-nostro-tempo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/04\/21\/un-eroe-del-nostro-tempo\/","title":{"rendered":"Un eroe del nostro tempo"},"content":{"rendered":"<p>Dello scrittore tedesco Ernst Wiechert (1887-1950) ci siamo gi\u00e0 occupati, specialmente sotto il profilo letterario (cfr. l&#8217;articolo <em>Nei libri di Ernest Wiechert l&#8217;ardente nostalgia dell&#8217;Assoluto<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 15\/02\/2012, e ripubblicato anche su <em>Il Corriere delle Regioni<\/em>); in questa sede desideriamo, invece, approfondire il significato morale della sua opera, sullo sfondo della Prima guerra mondiale, della Repubblica di Weimar e, poi, della Germania nazista, del diluvio della Seconda guerra mondiale, delle molteplici e profondissime ferite che questa ha provato nella societ\u00e0 tedesca, aspetto poco considerato nel resto d&#8217;Europa, ove i Tedeschi sono ancora percepiti come il popolo che ha fatto soffrire gli altri, ma, quanto a se stesso, se l&#8217;\u00e8 cavata, forse, anche troppo a buon mercato (tanto \u00e8 vero che il &quot;mite&quot; Albert Einstein avrebbe voluto che la bomba atomica fosse sganciata su una citt\u00e0 tedesca, e rimase assai contrariato per la resa della Germania e la diversione del bombardamento nucleare sul lontano Giappone, che, tutto sommato, gli riusciva indifferente).<\/p>\n<p>Wiechert non appartiene al filone culturale direttamente o indirettamente influenzato dal marxismo, il che, di per s\u00e9, \u00e8 stato un elemento a sfavore della sua notoriet\u00e0, specialmente dopo il 1945, quando solo ci\u00f2 che sapeva di marxismo pareva aver valore agli occhi degli intellettuali europei, mentre ci\u00f2 che marxista non era, automaticamente veniva guardato con diffidenza, con sospetto, se non con aperta ostilit\u00e0, perch\u00e9 chi non \u00e8 con Marx non \u00e8 con il popolo, e chi non sta dalla parte del popolo deve essere, per forza di cose e per logica, inoppugnabile deduzione, un fascista, un nazista, un guerrafondaio e uno sfruttatore dell&#8217;umanit\u00e0. Wiechert si era opposto, s\u00ec, al nazismo, ma senza enfasi e senza sentirsi un soldato nelle file dell&#8217;esercito di sinistra; era, semplicemente, un cristiano, cui i metodi dei nazisti ripugnavano dal profondo del cuore, e suscitavano un autentico sgomento, al quale egli non aveva altre armi da opporre che quelle della sua stessa, sofferta umanit\u00e0. Ma tali armi, Wiechert le impugn\u00f2 e le adoper\u00f2 senza paura: non fu timido nel prendere posizione contro il regime hitleriano e pag\u00f2 un prezzo salato, che non tutti i militanti dell&#8217;ideologia marxista pagarono in eguale misura, anche se, a guerra finita, si trovarono automaticamente promossi a profeti cui la storia ha dato ragione, e circonfusi di gloria per la persecuzione subita.<\/p>\n<p>Wiechert, no. Il mite, il riservato, l&#8217;introverso cantore della vecchia societ\u00e0 patriarcale e il lirico poeta dei boschi, delle brughiere, delle paludi, dei vasti spazi solitari della Germania orientale, di una natura selvaggia e romantica, di una vita semplice a contatto con la santit\u00e0 della campagna, ancorata agli affetti familiari e alla morale cristiana, non era tipo da farsi avanti per reclamare il suo momento di gloria, per lasciarsi arruolare nell&#8217;esercito dei vincitori, per concede interviste dall&#8217;alto del pulpito come chi, alla fine, si \u00e8 visto premiato nei suoi sforzi e nella sua lungimiranza. Wiechert era un uomo schivo e uno scrittore del tutto indifferente alle mode letterarie, alla ricerca del facile successo, a qualsiasi cosa potesse anche solo vagamente adulare o blandire il pubblico. Lui era uno scrittore vero, che diceva solo quel che il cuore e la mente gli dettavano e che non amava furbizie, compromessi, sotterfugi: era un tedesco tutto d&#8217;un pezzo, della vecchia Germania pre-nazista, di una societ\u00e0 ordinata e tutto sommato bonaria, anche se un po&#8217; rigida; un uomo dal codice morale indistruttibile, a prova di bomba, abituato a non chinar mai la schiena, a non negoziare mai i suoi principi. Si \u00e8 parlato molto, dopo la guerra, della &quot;emigrazione interna&quot;, per intendere il corrucciato silenzio, lo sdegnoso appartarsi di quei tedeschi che non fecero la scelta di espatriare, ma neppure si piegarono ad adulare il regime; Wiechert fu qualcosa di pi\u00f9 di un &quot;emigrato interno&quot;: fu un lottatore che sfid\u00f2 il nazismo e fin\u00ec in campo di concentramento. Fece &quot;solo&quot; alcuni mesi a Buchenwald, \u00e8 vero: ma bastarono a minare il suo fisico per sempre.<\/p>\n<p>Dal 1938 al 1945, del resto, visse sotto il costante controllo della polizia: gli era stato detto, da Goebbels in persona, che, la prossima volta, avrebbe pagato un prezzo ben pi\u00f9 salato, se avesse osato ancora dar fastidio al regime. Eppure, a guerra finita, non ci risulta che sia stato acclamato come uno dei pi\u00f9 coraggiosi intellettuali tedeschi rimasti in Germania negli anni cupi del nazismo; furono acclamati, invece, Bertolt Brecht, che era fuggito fin dal 1933; Thomas Mann, che aveva fatto la stessa cosa, nello stesso anno, cio\u00e8 non appena Hitler era salito al potere; e G\u00fcnter Grass, che in Germania era rimasto, che si era arruolato giovanissimo nelle Waffen SS, e aveva combattuto per il regime di Hitler fino all&#8217;ultimo; ma che poi, con rapida inversione, era passato all&#8217;area politica marxista e si era segnalato come il capofila degli scrittori di sinistra, rifacendosi una problematica verginit\u00e0 democratica (messa in crisi solamente mezzo secolo dopo, dalla sua ammissione, ormai quasi ottantenne, di aver militato nelle famigerate SS).<\/p>\n<p>Per Ernst Wierchert, che non era comunista e neppure volle diventarlo; che aveva sempre prediletto la tranquilla societ\u00e0 piccolo borghese, descrivendo gli affetti semplici dell&#8217;uomo medio, timorato di Dio e amante della propria famiglia; per questo intellettuale che non aveva mai pensato in termini di lotta di classe, che non aveva mai sventolato la bandiera della rivoluzione, e che, a differenza anche di Heinrich B\u00f6ll, non aveva una spiccata propensione sociale e progressista, ma, &quot;semplicemente&quot;, una profonda umanit\u00e0 e una dirittura morale a tutta prova, non vi furono squilli di fanfara, ma un rapido, ingeneroso oblio; anche se, prima della guerra, era stato fra gli scrittori pi\u00f9 letti e pi\u00f9 apprezzati, di colpo, nel cima successivo al 1945, la sua scrittura apparve datata, obsoleta, irrimediabilmente <em>retr\u00f2<\/em>: aveva il profumo del &quot;mondo di ieri&quot; (per dirla con Stefan Zweig), non rispecchiava, n\u00e9 inneggiava alla marcia trionfale del progresso. Perfino i luoghi da lui cantati, le pianure boscose e solitarie della Prussia orientale, erano un ricordo del passato: quelle zone erano state annesse in parte dalla Polonia, in parte dall&#8217;Unione Sovietica, e i loro abitanti erano stati espulsi, nel corso di una gigantesca operazione di &quot;pulizia etnica&quot;, dopo aver sofferto tutto quel che un popolo vinto pu\u00f2 soffrire da un conquistatore ben deciso a vendicarsi delle violenze subite: stupri, saccheggi, brutalit\u00e0 di ogni genere, umiliazioni pubbliche sapientemente calcolate.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ha rievocato la sua figura il giornalista Enzo Biagi in uno dei suoi migliori libri di interviste e ricordi, <em>Mille camere<\/em> (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1984, pp. 270):<\/p>\n<p><em>Wiechert \u00e8 forse lo scrittore tedesco che ho amato di pi\u00f9, perch\u00e9 \u00e8 un incontro della giovinezza. Ormai \u00e8 quasi dimenticato, e anche i suoi compatrioti lo han messo da parte. Il suo mondo, le sue storie, i suoi personaggi &#8212; contadini, servi, pastori d&#8217;anime &#8211; i suoi cieli prussiani e le foreste, le pianure sterminate, le paludi, le nevi, le torbiere, gli stormi migranti, sono lontani, cancellati da nuove trame, e anche la sua voce rassegnata si perde nel frastuono che ci circonda.<\/em><\/p>\n<p><em>Per questo feci viaggio a Wolfratshausen, per conoscere la signora Paulmarie Wiechert. Ancora una vedova.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando i nazisti erano saliti al potere, distruggendo le botteghe degli israeliti percuotendo avversari, annunciando rimedi per la disoccupazione, nuove glorie per i vessilli dei vecchi soldati, veloci autostrade per i buoni borghesi, lo scrittore Ernst Wiechert, provveditore agli studi nella citt\u00e0 di Berlino, aveva detto: &quot;non voglio trattare con questa gente, voglio essere solo&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Si era ritirato in campagna, coi suoi libri, coi suoi sogni di uomo semplice, cresciuto tra grandi selve, abituato a riconoscere gli uccelli dal canto, e l&#8217;andamento delle stagioni dalle fughe della selvaggina.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando il pastore Niem\u00f6ller, che predicava contro la violenza, venne imprigionato,, e la famiglia, rimasta senza alcun sostegno, non aveva da vivere, il taciturno scrittore Ernst Wiechert rifiut\u00f2 il suo contributo al soccorso invernale del partito e mand\u00f2 del denaro alla moglie del ribelle. Fu ancora una volta solo, e poco dopo due robusti personaggi vestiti di grigio si presentarono ala sua porta, e caricarono su una grossa automobile nera quel mite signore dallo sguardo malinconico (&quot;Aveva gli occhi rassegnati dei cervi della sua terra&quot;, diceva la moglie), dalla altissima fronte, ancora pi\u00f9 accentuata dalla calvizie, dai modi calmi e riservati. Alto, magro, con un&#8217;aria sofferente, chiuso in un riserbo quasi impenetrabile, Ernst Wiechert segu\u00ec serenamente i due poliziotti. &quot;La vergogna del Reich&quot; aveva deciso &quot;non sar\u00e0 la mia vergogna&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Attorno a lui c&#8217;era tanta vilt\u00e0, tanta miseria: tutti si erano adattati al volere del F\u00fchrer, e lo seguivano con devozione: &quot;Servi sulle cattedre universitarie, sui seggi dei tribunali, dietro l&#8217;aratro che squarcia le zolle, al tavolo dei poeti&quot; scrisse; e il tradimento del suo popolo lo riemp\u00ec di sgomento.<\/em><\/p>\n<p><em>Lo mandarono in carcere, gli presero le impronte digitali, fu tra i delinquenti comuni, coi perseguitati politici, conobbe ogni genere di umiliazione, interrogatori estenuanti, l&#8217;abbandono degli amici, la volgarit\u00e0 di una certa vita in comune, l ipocrisia o l&#8217;indifferenza del prossimo.<\/em><\/p>\n<p><em>Il cappellano della prigione di Amberg disse ad un poveraccio, condannato a quindici anni di detenzione, per confortarlo: &quot;Ebbene, mio caro, non \u00e8 poi cos\u00ec terribile. Come vede, tre giorni sono gi\u00e0 passati&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Poi lo condussero a Buchenwald; e da allora egli non pot\u00e9 pi\u00f9 vedere, senza orrore, una foresta di faggi, gli pareva che tra gli alti alberi si muovessero fantasmi: quelle foglie inondate di sole coprivano, nascondevano una pena senza fine,<\/em><\/p>\n<p><em>Lo trasferirono a Heltesberg, e gli diedero un numero: 7180, rosso. Voleva dire: &quot;politico&quot;. C&#8217;erano i neri, renitenti al lavoro, e i verdi, criminali di professione, e i numeri rosa, per certi disgraziati dalle inconsuete debolezze [come si sente che Biagi scriveva queste righe trenta&#8217;anni fa esatti: oggi, nessun giornalista potrebbe adoperare impunemente simili espressioni, anche se \u00e8, o piuttosto, specialmente se \u00e8, in quota alla cultura progressista!], e i numeri gialli per gli ebrei. Il numero 7180, rosso, era rispettato da tutti, e anche amato: capivano che quel prigioniero non aveva che una colpa, difendeva la libert\u00e0 di tutti, le sue idee erano il suo peccato.<\/em><\/p>\n<p><em>Quando decisero di rimandarlo a casa, il ministro Goebbels volle parlargli: due minti, non fu un dialogo. Pallido, nervoso, sprezzante, Goebbels disse una sola frase: &quot;Se sentiremo ancora una sua parola, la annienteremo nello spirito e nel corpo&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Torn\u00f2 quass\u00f9, a Wolfratshausen: debole, malato, ancor pi\u00f9 assorto nelle sue irraggiungibili visioni: il vecchio cane lupo gli corse incontro scodinzolando, come se nulla fosse accaduto, la moglie e la figliola lo abbracciarono senza lacrime.<\/em><\/p>\n<p><em>Fece un lungo giro sul prato, s ferm\u00f2 davanti alla vite selvatica che copre di un bel coloro ruggine i muri di pietra viva, sal\u00ec sull&#8217;altana dove si ritirava a lavorare, e rimise in ordine i suoi quaderni. Pass\u00f2 davanti alla pendola olandese, e gli fece piacere sentire battere le ore; rivide, davanti alla porta della sua camera, la grossa testa dell&#8217;alce, che ricordava le cacce del suo paese lontano, laggi\u00f9 nella Prussia orientale. Ricominci\u00f2 a scrivere, e la mogie nascondeva le pagine tra le pianticelle della serra. In lui non era rimasto alcun segno dell&#8217;odio. Se ne and\u00f2 a morire in Svizzera: non c&#8217;era nel suo cuore n\u00e9 amarezza n\u00e9 paura. Ancora solo, come solo era vissuto.<\/em><\/p>\n<p><em>Mi disse la signora Wiechert, congedandomi: &quot;Rester\u00f2 in questa casa fino all&#8217;ultimo, per mantenere viva l&#8217;atmosfera che riempiva il suo spirito. Le sue parole non sono per tutti, per questo pochi lo seguono oggi, come pochi furono ieri con lui&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>Un cane abbaiava lontano, dai boschi veniva il freddo vento che rende ancor pi\u00f9 misteriosa e piena di presagi la notte. La signora Wiechert era ferma sulla porta, agitava stancamente una mano nel saluto.<\/em><\/p>\n<p>Chiss\u00e0; forse, se la Germania post-bellica invece di formarsi, e di formare i suoi giovani, su spettacoli e letture come <em>L&#8217;opera da tre soldi<\/em> di Brecht o <em>Il tamburo di latta<\/em> di Grass, avesse rivolto la sua attenzione ai libri di Ernst Wiechert, non solo tirando fuori dagli scaffali quelli anteriori alla Seconda guerra mondiale, come <em>Il servo di Dio Andreas Nyland<\/em>, del 1926, <em>Novella pastorale<\/em>, del 1935, e <em>La vita semplice<\/em>, del 1939, ma anche andando a leggersi quelli usciti dopo, come <em>I figli Jeromin<\/em>, del 1945-47, e <em>Missa sine nomine<\/em>, del 1950 (l&#8217;anno della sua morte), forse avrebbe appreso pi\u00f9 cose su se stessa, sul proprio passato, e acquisito anche le basi per un futuro pi\u00f9 saggio. Ci\u00f2 non \u00e8 accaduto, per via della fama di conservatore che accompagnava Wiechert, e, pi\u00f9 ancora, per il fatto che la critica lo accusava (e lo accusa) di essere un intellettuale &quot;disimpegnato&quot;, che cerca, fuori della storia, improbabili idilli bucolici, lontano dai problemi &quot;veri&quot; della societ\u00e0, alle cui problematiche non pare interessato.<\/p>\n<p>Forse, se si fosse levata (e si levasse) il paraocchi ideologico del <em>politically correct<\/em>, la critica si accorgerebbe, una buona volta, che c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 sostanza, pi\u00f9 amore vero per gli uomini, pi\u00f9 interesse per i loro drammi, le loro speranze, le loro delusioni, e una maggiore capacit\u00e0 di dare ad essi delle risposte profonde e universali, in uno scrittore apparentemente non impegnato, come Ernst Wiechert, che in tanti intellettuali lodati per il loro impegno e pi\u00f9 che disposti a sbandierare ovunque la loro militanza politica (di sinistra, ovviamente: come se essi soltanto avessero le &quot;credenziali&quot; giuste per essere presi sul serio, in una societ\u00e0 democratica e matura dal punto di vista civile), ma che poi si sono rivelati, in prospettiva, tanto meno illuminanti, tanto meno profondi, tanto meno sensibili alle vere questioni umane, di quel che sul momento non sembrasse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dello scrittore tedesco Ernst Wiechert (1887-1950) ci siamo gi\u00e0 occupati, specialmente sotto il profilo letterario (cfr. l&#8217;articolo Nei libri di Ernest Wiechert l&#8217;ardente nostalgia dell&#8217;Assoluto, pubblicato<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[86,111,156],"class_list":["post-29327","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-adolf-hitler","tag-comunismo","tag-germania"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29327","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29327"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29327\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29327"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29327"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29327"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}