{"id":29307,"date":"2007-09-13T08:01:00","date_gmt":"2007-09-13T08:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/13\/umberto-galimberti-e-la-morale-del-cristianesimo\/"},"modified":"2007-09-13T08:01:00","modified_gmt":"2007-09-13T08:01:00","slug":"umberto-galimberti-e-la-morale-del-cristianesimo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/13\/umberto-galimberti-e-la-morale-del-cristianesimo\/","title":{"rendered":"Umberto Galimberti e la morale del cristianesimo"},"content":{"rendered":"<p>Recensendo, sul Corriere della Sera del 12\/09\/2007, il libro di Gianfranco Ravasi <em>Le porte del peccato.<\/em> <em>I sette vizi capitali<\/em>, Umberto Galimberti sostiene che il tentativo della cultura cristiana di reintrodurre nel mondo laico e sazio dell&#8217;Occidente contemporaneo il concetto di peccato \u00e8 una fatica vana e contraddittoria. Infatti, secondo lui, l&#8217;etica cristiana \u00e8 un&#8217;etica della mortificazione e pu\u00f2 avere un senso e una efficacia solo in una societ\u00e0 povera, che non si sia ancora libert\u00e0 dal bisogno. Ora, la societ\u00e0 occidentale moderna \u00e8 gi\u00e0 passata, e da tempo, nella fase del benessere e dello spreco, quindi il cristianesimo, che \u00e8 alle radici spirituali di essa, vene inevitabilmente percepito nel Sud della Terra come parte di quella abbondanza e la sua etica non appare coerente n\u00e9 credibile, Riportiamo il passaggio-chiave del suo ragionamento:<\/p>\n<blockquote>\n<p><em>&quot;Se la virt\u00f9, come il cristianesimo ce l&#8217;ha insegnata \u00e8 essenzialmente moderazione se non mortificazione del desiderio e del bisogno, come \u00e8 praticabile oggi in una societ\u00e0 organizzata essenzialmente, come la pubblicit\u00e0 quotidianamente ci mostra, per soddisfare tutti bisogni e tutti i desideri?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come conciliare la cultura cristiana che tutti individuano come forma dell&#8217;Occidente con il livello di ricchezza e abbondanza raggiunto dalle societ\u00e0 occidentali?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come conciliare l&#8217;etica della mortificazione, che il cristianesimo ci ha insegnato in tutta la sua storia caratterizzata da un &#8216;economa di sussistenza, con l&#8217;opulenza offertaci dalla produzione e dal consumo d beni, dove la soddisfazione dei bisogni (e non la loro mortificazione) \u00e8 un fattore economico, e dove la soddisfazione dei vizi \u00e8 il secondo fattore dopo che i bisogni sono stati soddisfatti? Come si fa a essere cristiani e quindi mortificati &quot; in un &#8216;epoca in cui la societ\u00e0 \u00e8 aggregata dall&#8217;economia che per la sua sussistenza non chiede mortificazione, ma consumo e soddisfazione? Varrebbe la pena di far esplodere questa contraddizione che di solito non appare perch\u00e9 un piccolo trucco la nasconde. Dice il trucco: il cristianesimo \u00e8 una religione, l&#8217;economia \u00e8 una forma di scambio con cui si regola la produzione e la distribuzione de ben. Certo. Ma potremmo anche dire: il cristianesimo \u00e8 una morale (della mortificazione) e l&#8217;economia \u00e8 un &#8216;altra morale (della soddisfazione).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Le due morali sono incompatibili, per cui parlar e di un &#8216;economia cristiana ha lo stesso significato e spessore logico di un circolo quadrato, con buona pace d tutti i benpensanti che ritengono di poter fare quadrare il cerchio. Nel momento infatti in cui la societ\u00e0 \u00e8 passata dallo stato di bisogno allo stato soddisfazione del bisogno, la morale del cristianesimo ha finito la sua storia, e quindi o emigra nel terzo e nel quarto mondo dove vige la mortificazione del bisogno, o sparisce. E gi\u00e0 se ne vedono i segni, facilmente leggibili se si evita quell&#8217;altro trucco che, contrapponendo la civilt\u00e0 cristiana alla civilt\u00e0 islamica, nasconde la vera contrapposizione che \u00e8 tra ricchezza dell&#8217;Occidente e povert\u00e0 del mondo, tra i viziosi per forza e i virtuosi per necessit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Qui il cristianesimo, se vuoi essere credibile, deve cominciare a far nuove riflessioni a partire dalla povert\u00e0 del mondo, che \u00e8 il disastro etico che fa impallidire tutti i problemi morali su cui la Chiesa tanto insiste e si accanisce. &quot;<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n<p>La conclusione implicita di questo ragionamento \u00e8 che il suicido dell&#8217;Occidente (tesi cara a Galimberti) proseguir\u00e0 anche mediante la distruzione della sua credibilit\u00e0 etico-religiosa e che, nel frattempo, bene farebbe la Chiesa a derubricare dal suo catechismo il concetto di peccato, per non essere colta in flagrante reato di contraddizione e ipocrisia.<\/p>\n<p>Eppure, a dispetto del fatto che per due volte Galimberti tacci i suoi contraddittori ideali di barare al gioco (quando li accusa di negare che l&#8217;economia sia una forma di etica e quando li accusa di gettar fumo negli occhi allorch\u00e9 parlano di &quot;scontro di civilt\u00e0&quot; fra cristianesimo e islamismo), non si pu\u00f2 dire che il suo ragionamento, in apparenza cos\u00ec scorrevole e levigato, non faccia ricorso a qualche astuzia significativa per corroborare la propria tesi e per minimizzare o dissimulare i suoi punti deboli.<\/p>\n<p>Tanto per cominciare, ci sembra che definire l&#8217;etica del cristianesimo come un&#8217;etica della mortificazione sia una eccessiva semplificazione e risenta di una visione storica piuttosto datata, quella dello storicismo idealistico ottocentesco e del positivismo di matrice neo-marxista e neo-darwinista. Senza voler fare l&#8217;avvocato d&#8217;ufficio dell&#8217;etica cristiana, crediamo che essa si dovrebbe definire un&#8217;etica della <em>liberazione dal bisogno,<\/em> non mediante la sua soddisfazione immediata e materiale, bens\u00ec mediante il riconoscimento dei bisogni autentici della natura umana e il rigetto di quelli indotti e artificiali (come \u00e8 il caso del consumismo). Vale a dire che l&#8217;etica cristiana propone semmai una mortificazione dei bisogni fasulli e una riscoperta dei bisogni veri: pertanto la mortificazione non \u00e8 il suo fine n\u00e9 il suo aspetto caratterizzante, ma solo una parte (la <em>pars destruens)<\/em> del cammino di liberazione che all&#8217;essere umano viene proposto. Molto pi\u00f9 importante e caratterizzante \u00e8, invece, la <em>pars costruens,<\/em> il cui fine \u00e8 consentire all&#8217;essere umano un ritorno nell&#8217;Essere da cui proviene e col quale aspira a ricongiungersi.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 poi il fatto che definire l&#8217;economia (qualunque forma di economia, non solo quella capitalista) come una morale, equiparando l&#8217;una cosa all&#8217;altra e facendo dei due termini dei sinonimi, apre la strada a un ordine di ragionamenti ove il significato dei concetti sfuma di continuo a piacere di colui che li adopera per dimostrare una tesi precostituita. Non si dovrebbe pertanto affermare che &quot;\/\/ <em>cristianesimo \u00e8 una morale (della mortificazione) e l&#8217;economia \u00e8 un&#8217;altra morale (della soddisfazione)&quot;,<\/em> ma semmai che <em>ogni morale, come qualsiasi altro fattore culturale, ha dei rapporti storici con l&#8217;economa e che ogni economia ha dei risvolti morali.<\/em> E ci\u00f2 sorvolando sul fatto che nessuna religione si riduce esclusivamente a morale e, quindi, \u00e8 scorretto identificare il cristianesimo semplicemente con la sua morale (che peraltro &#8211; come abbiamo visto &#8211; solo con una forzatura di tipo ideologico si pu\u00f2 definire &quot;della mortificazione&quot;).<\/p>\n<p>La terza osservazione che vogliamo fare \u00e8 che, certamente, la vera contrapposizione che attraversa il mondo odierno \u00e8 quella fra umanit\u00e0 opulenta e sprecona ed umanit\u00e0 sfruttata ed emarginata; ma ci\u00f2 non ha nulla a che fare con l&#8217;asserzione che il cristianesimo, per sopravvivere, dovrebbe emigrare nel terzo e quarto mondo, oppure tacere e rassegnarsi a sparire. Da buon materialista (e sia detto con tutto il rispetto per il materialismo filosofico, che \u00e8 un indirizzo di pensiero pienamente legittimo e dignitoso), Galimberti pare non avere il minimo sospetto che, accanto al bisogno fisiologico, ossa esistere uno stato di bisogno spirituale; che, anzi, il disagio e la povert\u00e0 spirituali sono altrettanto devastanti di quelle materiali Lo provano, in Occidente appunto, l&#8217;altissimo numero di suicidi, il ricorso massiccio agli psicofarmaci e alle psicoterapie, il diffondersi esponenziale degli stati nevrotici e depressivi. Pertanto un&#8217;etica della liberazione, come abbiamo definito quella cristiana, \u00e8 pi\u00f9 che ma interrogata da un simile stato di cose e, si fa per dire, di lavoro ne ha fin che ne vuole nella nostra societ\u00e0 opulenta e sprecona, ma spiritualmente disastrata: altro che emigrare altrove o ridursi al silenzio! Vogliamo andare pi\u00f9 in l\u00e0 e ci permettiamo di fare una sorta di profezia: nella societ\u00e0 occidentale satura di beni materiali si sta instaurando un clima ideologico tale per cui la battaglia per la riconversione al cristianesimo, se ci sar\u00e0, sar\u00e0 durissima, tanto da far impallidire il ricordo de padri gesuiti che, nel XVII secolo, pur di convertire i &quot;pagani&quot;, si lasciavano legare al palo della tortura degli Irochesi o bruciare vivi sul rogo dalle autorit\u00e0 scintoiste nipponiche.<\/p>\n<p>Galimberti, quindi, adopera con voluta ambiguit\u00e0 sia il termine <em>mortificazione,<\/em> sia il termine <em>bisogno,<\/em> ma non si prende la briga di specificare <em>mortificazione di che cosa<\/em> n\u00e9 di quali <em>bisogni<\/em> discuta: forse perch\u00e9, diversamente, dovrebbe riconoscere che l&#8217;ansia occidentale di soddisfare ad ogni costo dei <em>bisogni puramente artificiali,<\/em> inutili per il benessere dell&#8217;individuo e spesso dannosi per la sua salute nonch\u00e9 per il suo equilibrio psicologico, conduce al vizio e cio\u00e8 a quello che la morale cristiana, legittimamente &#8211; dal suo punto di vista &#8211; chiama peccato e contro il quale si \u00e8 <em>sempre<\/em> pronunciata, anche se spesso, \u00e8 vero, con i suoi rappresentanti che predicano bene e razzolano male. Per\u00f2 quest&#8217;ultimo aspetto, ci sia consentito dirlo, apre un altro e diverso discorso: non sarebbe infatti corretto, n\u00e9 metodologicamente n\u00e9 storicamente, imputare alla morale cristiana una ipocrisia che risiede in una parte di coloro che <em>dicono<\/em> di professarla. Galimberti parla di morale, cio\u00e8 di idee; e, anche se \u00e8 chiaro che qualsiasi morale cammina sulle gambe di uomini concreti, fatti di carne ed ossa, non \u00e8 lecito mescolare idee e comportamenti storicamente determinati, almeno fino a quando ci si tiene nel campo della riflessione etica, cio\u00e8 filosofica, e si ragiona per categorie di pensiero e non per situazioni storiche contingenti.<\/p>\n<p>Che dire, infine, della tesi di Galimberti secondo la quale la Chiesa dovrebbe smetterla di &quot;accanirsi&quot; (?) su problemi morali secondari, mentre &quot;<em>il<\/em> <em>cristianesimo, se vuoi essere credibile, deve cominciare a far nuove riflessioni a partire dalla povert\u00e0 del mondo, che \u00e8 il disastro etico che fa impallidire&quot;<\/em> tutto il resto? Eh gi\u00e0, qui il filosofo non esita a vestire i panni del moralista e del predicatore e invita i suoi interlocutori cristiani, Ravasi in testa, a fare ammenda per essersi lasciati fuorviare dalla reprimenda di peccatucci veniali, mentre essi non sarebbero capaci di elaborare &quot;nuove riflessioni&quot; sul disastro etico della povert\u00e0 nel mondo. Se cos\u00ec stanno le cose, ci mostri il professor Galimberti una figura autorevole dell&#8217;Occidente contemporaneo che abbia saputo fare non solo una riflessione, ma una scelta radicale paragonabile a quella di madre Teresa di Calcutta o alle migliaia e migliaia di cristiani, laici e sacerdoti, uomini e donne, che silenziosamente, quotidianamente, offrono la loro vita per condividere le sofferenze degli ultimi della Terra, non di rado affrontando il martirio da parte di proprietari terrieri, squadroni della morte, militari al soldo di governi terroristici (come il vescovo Romero a San Salvador). Noi abbiamo avuto il privilegio di conoscere alcuni di questi personaggi, ad esempio quel padre Alex Zanotelli che, dopo aver denunciato per anni e anni, dalle pagine di <em>Nigrizia,<\/em> la vergogna del traffico di armi dai Paesi ricchi a quelli poveri e le oscure commistioni fra politica e aiuti internazionali, se ne \u00e8 andato <em>a vivere<\/em> nell&#8217;inferno dantesco della immensa <em>bidonville<\/em> di Nairobi, dove un milione di sciagurati vivono in mezzo ai rifiuti e hanno a disposizione meno acqua di quanta ne alimenti una sola delle piscine dei quartieri alti.<\/p>\n<p>Certo, non tutti i cristiani hanno avuto la forza e la coerenza di fare scelte del genere: ma come si fa a dire che la morale cristiana, oggi, non ha imparato a fare i conti con il problema della fame nel mondo? Ci dispiace dirlo, ma questi sono discorsi da autobus, non da filosofi di professione.<\/p>\n<p>Queste sono le riflessioni di qualcuno che non ha interessi o parrocchie da difendere, che nemmeno si riconosce in una determinata confessione religiosa, ma che non pu\u00f2 tacere davanti ad affermazioni gratuite come quelle di Galimberti. Il quale, lo scorso 7 febbraio, nel corso di  una conferenza pubblica Conegliano, in provincia di Treviso, intitolata <em>Le ragioni del corpo,<\/em> sostenne fra l&#8217;altro, che l&#8217;immortalit\u00e0 dell&#8217;anima fu pi\u00f9 o meno una &quot;invenzione&quot; di S. Agostino, mentre i cristiani dei primi quattro secoli non ci credevano affatto. Ancora semplificazioni eccessive, ancora affermazioni arbitrarie e uso volutamente ambiguo dei concetti. I filosofi di professione non dovrebbero presumere di poter dire qualunque cosa ad un pubblico che tanto, si sa, \u00e8 disinformato e sprovveduto. E dovrebbero ben sapere che, nella complessit\u00e0 del reale, proprio le specificazioni e le sfumature sono tutto, mentre le frasi a effetto e le tesi generiche sono la morte del ragionamento filosofico e della verit\u00e0 storica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Recensendo, sul Corriere della Sera del 12\/09\/2007, il libro di Gianfranco Ravasi Le porte del peccato. 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