{"id":29305,"date":"2011-06-20T06:40:00","date_gmt":"2011-06-20T06:40:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/06\/20\/umberto-cosmo-e-la-polemica-del-1918-su-caporetto-come-una-seconda-novara\/"},"modified":"2011-06-20T06:40:00","modified_gmt":"2011-06-20T06:40:00","slug":"umberto-cosmo-e-la-polemica-del-1918-su-caporetto-come-una-seconda-novara","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/06\/20\/umberto-cosmo-e-la-polemica-del-1918-su-caporetto-come-una-seconda-novara\/","title":{"rendered":"Umberto Cosmo e la polemica del 1918 su Caporetto come una seconda Novara"},"content":{"rendered":"<p>Quando un Paese entra in guerra, coloro che si sono opposti a quella decisione costituiscono automaticamente dei &quot;nemici interni&quot; o, quanto meno, un fattore di debolezza morale, che potrebbe incrinare la saldezza della nazione ed, eventualmente, essere anche responsabile di un cedimento delle truppe al fronte?<\/p>\n<p>Per rispondere a questa domanda, in primo luogo bisognerebbe distinguere tra guerra difensiva e guerra offensiva; e, nel caso dell&#8217;Italia nel 1915, non v&#8217;\u00e8 il minino dubbio che si sia trattato di una guerra offensiva, per giunta contro le sue ex alleate della Triplice.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 vero che l&#8217;Austria, lanciando l&#8217;ultimatum alla Serbia senza minimamente informarne l&#8217;Italia (mentre si era consultata, eccome, con la Germania), aveva dato a questa tutte le ragioni per non intervenire al suo fianco, tanto pi\u00f9 che la Triplice era una alleanza difensiva e non offensiva; per\u00f2, nell&#8217;evoluzione dalla neutralit\u00e0 all&#8217;intervento contro un ex alleato, ce ne corre, perch\u00e9 il passo \u00e8 decisamente lungo.<\/p>\n<p>In secondo luogo, bisogna distinguere fra regimi democratici e regimi autoritari. L&#8217;Italia del 1915 non era ancora una democrazia, ma piuttosto una monarchia parlamentare con elementi di democrazia in sviluppo: un Paese dove le elezioni erano largamente influenzate dalla corruzione e dalla violenza; dove gli scandali politici erano all&#8217;ordine del giorno; e dove, nonostante il nuovo orientamento di Giolitti, la forza pubblica tendeva a intervenire con mano pesante nei conflitti di lavoro, anche sparando sui lavoratori.<\/p>\n<p>Sebbene il suffragio universale (maschile) fosse entrato in vigore proprio nel 1912, il peso della corona nella vita politica era ancora cos\u00ec grande da consentire a Vittorio Emanuele III di attuare una specie di colpo di Stato, allorch\u00e9 rifiut\u00f2 di accogliere le dimissioni del presidente del Consiglio Salandra che, insieme al ministro degli Esteri, Orlando, aveva sottoscritto con le potenze dell&#8217;Intesa il Patto di Londra, venendo poi, per\u00f2, sconfessato dal Parlamento, che era neutralista a larga maggioranza.<\/p>\n<p>Secondo lo Statuto albertino, spettava al re e non al Parlamento dichiarare la guerra; per cui il respingimento delle dimissioni di Salandra metteva il Parlamento stesso nel grave dilemma di sconfessare il re medesimo, oppure di evitare una crisi costituzionale senza precedenti, uniformandosi alla volont\u00e0 interventista del governo e del sovrano; e fu questo ci\u00f2 che avvenne, in un clima di gravissime intimidazioni contro i neutralisti (con D&#8217;Annunzio che incitava la folla a linciare \u00abil boia labbrone i cui calcagni di fuggiasco sanno la via di Berlino\u00bb), ossia il capo riconosciuto dello schieramento neutralista, Giovanni Giolitti.<\/p>\n<p>Ora, se in una democrazia compiuta il consenso popolare ad una guerra offensiva \u00e8 assolutamente indispensabile, perch\u00e9 diversamente l&#8217;esercito e il popolo non ne sopporterebbero i lutti e i sacrifici, specie in una guerra dura e prolungata, in un regime autoritario, come lo erano quello zarista e, in minor misura, quelli austriaco e germanico, vi \u00e8 bisogno, s\u00ec, di un consenso dal basso, ma non attraverso la mediazione del Parlamento.<\/p>\n<p>Abbiamo visto che l&#8217;Italia non aveva n\u00e9 un regime pienamente democratico, n\u00e9 un regime del tutto autoritario (eventualit\u00e0, quest&#8217;ultima, profilatasi per un momento con il generale Pelloux e con la &quot;crisi di fine secolo&quot;, ma subito rientrata), in cui le masse non erano ancora entrare a pieno titolo, se non formalmente, nella vita politica del Paese; tanto \u00e8 vero che solo a guerra finita nascer\u00e0 il partito dei cattolici e si svilupper\u00e0 in modo proporzionato il partito socialista.<\/p>\n<p>Le istituzioni e la cultura politica dell&#8217;Italia del 1915 erano il risultato di un compromesso fra il Parlamento, che contava poco, e alcuni gruppi di pressione i quali contavano, invece, moltissimo (ad esempio, le pubbliche autorit\u00e0 avevano informato Giolitti di non essere in grado di garantire la sua sicurezza contro le violenze degli interventisti); esistevano, quindi, le premesse per un esautoramento del Parlamento stesso da parte di altri poteri, la monarchia in primis, ma anche, eventualmente, di gruppi extra-legali, come lo saranno, negli anni dell&#8217;immediato dopoguerra, quelli degli opposti estremismi socialista e fascista.<\/p>\n<p>Sta di fatto che la maggioranza degli Italiani, nel 1914-15, era indubbiamente contraria alla guerra, per di pi\u00f9 a una guerra offensiva contro le sue ex alleate; e anche la maggioranza del Parlamento lo era, come testimoniarono le centinaia di biglietti da visita recapitati a Giolitti dai deputati per sostenerlo nella sua scelta neutralista, durante i giorni convulsi che precedettero le &quot;radiose giornate&quot; del maggio 1915.<\/p>\n<p>Trascinato in guerra da una minoranza aggressiva ma eterogenea, che andava dai liberali moderati, ai nazionalisti, ai democratici come Salvemini, agli irredentisti, ai socialisti moderati come Bissolati, a un socialista massimalista come Mussolini, fino ad alcuni sindacalisti rivoluzionari come De Ambris e Corridoni (gruppi che avevano motivazioni ed obiettivi totalmente diversi gli uni dagli altri), il Paese e l&#8217;esercito, nel complesso, non mostrarono grande entusiasmo fino a Caporetto, quando la guerra si trasform\u00f2 da offensiva in difensiva e il pericolo incombente dell&#8217;invasione cre\u00f2 una concordia nazionale che, prima, non c&#8217;era mai stata.<\/p>\n<p>Caporetto, appunto: \u00e8 il momento della svolta, non solo militare, ma anche morale: \u00e8 il momento a partire dal quale i partiti serrano le file e l&#8217;esercito in fuga serra i ranghi, dando prova, sul Grappa e sul Piave, di un nuovo spirito di lotta, preludio alla vittoria finale del 1918. Ma, prima di Caporetto, c&#8217;era stato un momento in cui sembrava che stesse per ripetersi, in Italia, l&#8217;Ottobre bolscevico: in particolare, durante la sommossa di Torino dell&#8217;agosto 1917.<\/p>\n<p>Poi, dopo lo sfondamento del fronte dell&#8217;Isonzo da parte degli Austro-Tedeschi e prima che la nuova linea difensiva si consolidasse dai monti al mare Adriatico, vi erano state le settimane cupe e angosciose del novembre e del dicembre, le giornate della battaglia d&#8217;arresto, quando pareva che nemmeno il Piave sarebbe riuscito a contenere la marea nemica e che questa sarebbe traboccata fino alla Pianura Padana ed oltre.<\/p>\n<p>Passata la grande paura, subito, nel Paese e in Parlamento, si era scatenata la polemica sulle cause morali della disfatta dell&#8217;ottobre 1917 (quella sulle cause tecniche, demandata ad una apposita commissione d&#8217;inchiesta, si sarebbe risolta, a guerra finita, con un verdetto all&#8217;italiana, ossia con l&#8217;assoluzione e la promozione del maggiore responsabile del disastro: il generale Pietro Badoglio, l&#8217;uomo che un quarto di secolo dopo avrebbe firmato la pagina pi\u00f9 vergognosa della nostra storia nazionale, l&#8217;8 settembre 1943).<\/p>\n<p>Ansiosi di individuare un responsabile, alcuni giornalisti e uomini politici cominciarono, fin dall&#8217;indomani di Caporetto, a insinuare che esso andava cerato tra le file degli ex neutralisti, i quali, essendo sempre stati contrari alla guerra, avevano fatto in modo di sabotare lo sforzo bellico della nazione e, agendo sul piano psicologico e morale, erano riusciti a minare la compattezza dello spirito patriottico e a indebolire la volont\u00e0 combattiva dei soldati.<\/p>\n<p>Non solo tra i nazionalisti, ma anche tra i moderati prese piede questa interpretazione dei fatti, ad esempio per bocca del liberale Francesco Ruffini che, nel marzo 1918, paragon\u00f2 Caporetto, in un discorso tenuto al Parlamento, alla disfatta di Novara del marzo 1849.<\/p>\n<p>All&#8217;equazione fra Caporetto e Novara rispose fieramente il socialista Umberto Cosmo, insigne dantista e docente universitario, con due articoli su \u00abLa Stampa\u00bb di Torino, sempre nel marzo 1918, sostenendo l&#8217;impossibilit\u00e0 di quel paragone, negando ogni responsabilit\u00e0 morale dei neutralisti nella sconfitta e attribuendo quest&#8217;ultima, in primo luogo, ad errori da parte degli alti comandi militari (tesi che, in seguito, la maggioranza degli studiosi ha finito per condividere, anche se rimangono alcuni tenaci difensori del generale Cadorna e della sua strategia delle &quot;spallate&quot;, come lo storico Emilio Faldella, a mostrare quanto l&#8217;argomento sia controverso e, ancor oggi, non completamente risolto sul piano del giudizio tecnico).<\/p>\n<p>A quel punto un collega di Cosmo nella Universit\u00e0 di Torino, Vittorio Cian, storico della letteratura e membro dell&#8217;Accademia delle Scienze, lo accus\u00f2 di disfattismo e lo denunci\u00f2 sia alla magistratura che al Provveditorato agli Studi.<\/p>\n<p>Cian era stato membro fondatore, nel 1910, del Partito nazionalista; ed \u00e8 difficile dire se vi fossero, oltre alle ragioni di grave dissenso politico, anche delle antipatie e delle rivalit\u00e0 di carattere personale nello scontro fra i due professori: entrambi studiosi della letteratura italiana, entrambi docenti all&#8217;Universit\u00e0 d Torino, entrambi veneti e quasi conterranei (nativo di Vittorio Veneto il Cosmo, di San Don\u00e0 di Piave il secondo; ma laureato a Padova il primo, a Torino il secondo); e, comunque, la cosa esula dal significato profondo dell&#8217;episodio.<\/p>\n<p>Cosmo, che fu difeso da Benedetto Croce e dal giovane Antonio Gramsci (che era stato suo allievo all&#8217;universit\u00e0), usc\u00ec assolto dal procedimento penale, mentre ebbe tre mesi di sospensione dallo stipendio da parte del Provveditorato agli Studi.<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 dell&#8217;esito contingente di questa vicenda, rimane il suo valore esemplare come cartina al tornasole dei malesseri che la nazione, portata in guerra nel modo che abbiamo detto, continu\u00f2 a vivere tra coloro che avevano fortemente voluto l&#8217;intervento e quanti vi si erano opposti; e, pi\u00f9 in generale, come occasione per riflettere su quali dinamiche vengano a crearsi allorch\u00e9 una parte consistente di una nazione, e specialmente della sua intellighenzia, abbiano avversato la guerra e, poi, l&#8217;abbiano subita malvolentieri.<\/p>\n<p>Scrive Pier Paolo Brescacin nella sua monografia \u00abUmberto Cosmo e la pratica della libert\u00e0\u00bb (Vittorio Veneto, 1991, pp. 60-63):<\/p>\n<p>\u00abDi fronte a tale campagna di denigrazione, Cosmo sent\u00ec la necessit\u00e0 di uscire dalla contemplazione e dal silenzio in cui volontariamente s&#8217;era confinato.<\/p>\n<p>Finch\u00e9 la teoria era rimasta confinata a livello di Parlamento, Cosmo non aveva sentito la necessit\u00e0 di replicare. &quot;Non ci eravamo costituiti in tribunale di accusa contro alcuno, e non bisognava turbare il raccoglimento e la preparazione del paese alla sua prova suprema.&quot;(U. Cosmo, &quot;Memoriale di Autodifesa&quot;, p. 6). Ma quando abilmente orchestrata dai nazionalisti cominci\u00f2 a dilagare sui giornali, nelle discussioni pubbliche, &quot;e Novara divent\u00f2 , a chi la brandiva, un&#8217;arma per colpire i propri avversari politici&quot; (ibidem), Cosmo ruppe gli indugi, e spezz\u00f2 anch&#8217;egli una lancia per il bistrattato partito del neutralismo.<\/p>\n<p>&quot;Intendere la storia per certe ore &#8211; dice &#8211; non basta: bisogna cooperare a farla&quot; (p. 7). &quot;Urgeva snidare dagli animi quelle persuasioni pervertitrici, dissipare quei misteri svigoriti, dire al paese una parola di verit\u00e0 e concretezza&quot;. E soprattutto spiegare perch\u00e9 &quot;quei soldati che avevano gettato le armi ed eran poi fuggiti, erano pure quegli stessi che ora sul Piave, disorganizzati, senza munizioni, senza armi, compivano miracoli di valore e stupivano il mondo con l&#8217;incredibile umanit\u00e0 delle proprie gesta&quot; (&quot;La Stampa&quot;, 7 marzo 1918). &quot;I soldati non sollevano [infatti] l&#8217;animo alla vittoria quando s&#8217;insinua nel loro sangue il veleno della diffidenza verso i compagni pronti a gettare turpemente le armi al primo assalto nemico. Non [muoiono] al proprio posto solo perch\u00e9 la consegna \u00e8 di morire, quando dopo tante sofferenze durate, tanti eroismi compiuti, si \u00e8 rappresentati ai propri concittadini come dei fuggiti. Non si avanza contro il nemico, non si regge al suo assalto quando l&#8217;anima impallidisce&quot; (&quot;Memoriale di autodifesa&quot;, pp. 6-7).<\/p>\n<p>Ed \u00e8 i questo stato d&#8217;animo e con questo intendimento che Cosmo inizia la sua collaborazione con &quot;La Stampa&quot; di Torino del Frassati, di ispirazione giolittiana, uno dei pochi giornali rigorosamente neutralisti sin dagli inizi, che non solo appogger\u00e0 in pieno, anzi far\u00e0 sua la battaglia portata avanti dal Cosmo.<\/p>\n<p>Il suo esordio giornalistico su &quot;La Stampa&quot; avvenne appunto con due articoli all&#8217;insegna della confutazione delle tesi avanzate dal Ruffini: &quot;Come ci avviammo a Novara&quot; e &quot;La fatal Novara&quot;, pubblicati rispettivamente il 16 e il 17 marzo 1918.<\/p>\n<p>Documenti storici alla mano, Cosmo smonta pezzo per pezzo, portando fatti e ragioni, l&#8217;equazione neutralismo = sconfitta. Iniziando da dove avevano cominciato i detrattori, cio\u00e8 da Novara.<\/p>\n<p>Le pagine della relazione di inchiesta sul disastro di Novara, dice Cosmo, indicano s\u00ec i dissensi tra i partiti, e le manifestazioni di questi dissensi come coefficienti morali del disastro stesso, ma adducono ben altri fatti come responsabili diretti della sconfitta.<\/p>\n<p>Anzitutto l&#8217;impreparazione dell&#8217;esercito piemontese. &quot;Si credeva di avere 135.000 uomini&#8230; ma in effetti la forza arrivava a neppure 90.000 uomini da mettere in campo, [&#8230;] di cui la met\u00e0 uomini troppo avanzati negli anni, padri d famiglia anelanti &#8230; a tornare a casa e poco disposti a cimentare la vita; e per la maggior parte del resto nuove reclute non ancora ammaestra ten\u00e9 ritte alla disciplina&quot;. (&quot;La Stampa&quot;, &quot;La fatal Novara&quot;, 17 marzo 1918).Ma la guerra &quot;non si fa coi desideri, n\u00e9 colle speranze, n\u00e9 coll&#8217;immaginazione: la guerra si fa coi fatti.&quot; (ibidem.)<\/p>\n<p>E poi i numerosi errori tecnici dei comandanti: basti rileggere le motivazioni della sentenza di morte del generale Ramorino, per rendersi conto del&#8217;incidenza di queste cause dirette sull&#8217;esito della battaglia.<\/p>\n<p>Ci sono insomma &#8211; come dice lo stesso Frassati in un successivo articolo(&quot;La Stampa&quot; del 24 marzo 1918) a difesa del Cosmo &#8211; cause e cause: e &quot;le cause secondarie di un fatto non possono essere assunte a coefficienti essenziali.. altrimenti il naso di Cleopatra diventerebbe la causa della sconfitta di Antonio&quot; (ibidem).<\/p>\n<p>Ma non solo: contrari alla guerra, dice Cosmo,sono anche Mazzini e Cavour. E si pu\u00f2 dire che essi fossero traditori, venduti al nemico?<\/p>\n<p>Da qualsiasi parte lo si guardi, il sillogismo, secondo il quale avversare una guerra significa fare del disfattismo e portare alla sconfitta, non sta in piedi. E se ci\u00f2 \u00e8 vero per Novara, non si vede perch\u00e9 non possa esserlo anche per Caporetto.<\/p>\n<p>Gli articoli di Cosmo, che usciranno in regime di censura che impietosamente ne taglier\u00e0 alcune parti, non mancarono di trovare &quot;acconsentimento in tutta Italia, di uomini venerandi per dottrina e per virt\u00f9 patrie, di cittadini e di sodati di ogni ordine&quot;(&quot;Memoriale di Autodifesa&quot;, p. 7) per la copiosit\u00e0 dei fatti addotti e la logica stringente delle ragioni riportate. Lo stesso Ruffini ed il &quot;Corriere della Sera&quot; finirono per riconoscere, implicitamente, errata la tesi che addossava al disfattismo morale la sconfitta di Novara (Anonimo = Antonio Gramsci, &quot;Professori ed educatori&quot;, in Avanti!&quot;, 27 aprile 1918, dando cos\u00ec ragione alle argomentazioni di Cosmo.\u00bb<\/p>\n<p>Avevamo iniziato questa riflessione chiedendoci se i cittadini che si oppongono a una guerra diventino inevitabilmente, una volta che essa sia scoppiata, dei &quot;nemici interni&quot;; e ci rendiamo conto di non essere riusciti a rispondere in maniera chiara ed univoca.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che una guerra, che \u00e8 il cimento supremo nella vita di una nazione (almeno quando si tratta di una guerra per i suoi interessi vitali), avr\u00e0 tante maggiori prospettive di vittoria per quel popolo che, a parit\u00e0 di armamenti e di abilit\u00e0 strategica dei comandi rispetto al nemico, sappia accettarla e sopportarne i relativi sacrifici con animo forte, il che \u00e8 possibile solo se esso \u00e8 realmente persuaso che sia in gioco qualcosa di essenziale.<\/p>\n<p>Nel caso dell&#8217;Italia del 1915, ma un discorso analogo si potrebbe fare per il 1940, \u00e8 evidente che il popolo italiano non aveva tale intima persuasione: la trov\u00f2 solo dopo Caporetto, quando vide la Patria gravemente minacciata; mentre, dopo lo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, non la trov\u00f2 affatto, anzi vi furono l&#8217;8 settembre e la &quot;morte della Patria&quot;, quel collasso morale dal quale, probabilmente, non siamo ancora usciti neppure oggi, a tanti anni di distanza.<\/p>\n<p>Ma, per tornare alla questione di ordine generale: in che misura le critiche, il dissenso, che sono essenziali a una democrazia, possono conciliarsi con lo sforzo bellico di una nazione e con l&#8217;evidente necessit\u00e0 di non minare lo spirito combattivo delle forze armate, di non &quot;pugnalarle alle spalle&quot; mentre si stanno battendo contro il nemico?<\/p>\n<p>Anche a questa domanda \u00e8 difficile dare una risposta certa: le critiche sono, effettivamente, dannose per il morale di un Pese in guerra: ci\u00f2 dimostra la fondamentale incompatibilit\u00e0 tra guerra e democrazia.<\/p>\n<p>Bisognerebbe dunque che un governo democratico, allorch\u00e9 decide di fare una guerra, si assumesse la responsabilit\u00e0 di sospendere le garanzie costituzionali.<\/p>\n<p>E di non farlo in maniera strisciante, ipocrita, come negli Stati Uniti dopo il settembre 2001, quando un semplice sospetto \u00e8 divenuto sufficiente per spedire nell&#8217;inferno di Guantanamo i nemici esterni e per arrestare qualsiasi &quot;nemico interno&quot;, senza neppure uno straccio di &quot;habeas corpus&quot;, sbattendolo in prigione a tempo indeterminato.<\/p>\n<p>\u00abMa tanto, si tratta dei malvagi pi\u00f9 malvagi\u00bb, si giustific\u00f2 tranquillamente, all&#8217;epoca, il presidente statunitense Bush junior: abolendo di fatto, con queste poche parole, la chiave di volta dell&#8217;intero sistema giuridico liberaldemocratico.<\/p>\n<p>L&#8217;ipocrisia democratica, per\u00f2, diventa ancora pi\u00f9 grande e veramente insopportabile, quando &#8211; come ormai abitualmente avviene &#8211; ci si rifiuta di dichiarare la guerra a un altro Stato: la si fa, ma non la si dichiara; peggio: la si denomina &quot;operazione di pace&quot;&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando un Paese entra in guerra, coloro che si sono opposti a quella decisione costituiscono automaticamente dei &quot;nemici interni&quot; o, quanto meno, un fattore di debolezza<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[178],"class_list":["post-29305","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-italia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29305","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29305"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29305\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29305"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29305"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29305"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}