{"id":29298,"date":"2008-04-03T02:01:00","date_gmt":"2008-04-03T02:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/03\/il-cadavere-rimosso-di-ulrike-meinhof-ingombra-la-coscienza-della-democrazia-tedesca\/"},"modified":"2008-04-03T02:01:00","modified_gmt":"2008-04-03T02:01:00","slug":"il-cadavere-rimosso-di-ulrike-meinhof-ingombra-la-coscienza-della-democrazia-tedesca","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/04\/03\/il-cadavere-rimosso-di-ulrike-meinhof-ingombra-la-coscienza-della-democrazia-tedesca\/","title":{"rendered":"Il cadavere rimosso di Ulrike Meinhof ingombra la coscienza della democrazia tedesca"},"content":{"rendered":"<p>Una scia di saliva colava dalle labbra del cadavere di Ulrike Meinhof e scendeva gi\u00f9, lungo la gola ed il petto, fino all&#8217;ombelico. Come mai? Forse perch\u00e9 la donna era nuda quando la vita usc\u00ec dal suo corpo, e poi venne rivestita perch\u00e9 nessuno se ne accorgesse?<\/p>\n<p>E perch\u00e9 gli esperti trovarono tracce di liquido seminale sulla sua biancheria intima, nonch\u00e9 tracce di ecchimosi sui fianchi e sul bacino? Era stata picchiata, aveva subito violenza fisica e sessuale, prima di morire?<\/p>\n<p>Ed era credibile che la giornalista quarantaduenne si fosse strangolata da s\u00e9, impiccandosi con un paio di calze all&#8217;inferriata della finestra della sua cella, in un carcere tedesco di massima sicurezza come quello di Stammheim, a Stoccarda, quel 9 maggio del 1976?<\/p>\n<p>Interrogativi scomodi, interrogativi politicamente molto scorretti.<\/p>\n<p>Con i quali la democrazia tedesca non ha ancora fatto i conti; al contrario, ha attuato una vera e propria rimozione di tutto quel periodo storico, che pure tante cose avrebbe potuto insegnare, a chi avesse voluto ascoltarlo.<\/p>\n<p>Nata a Oldenburg il 7 ottobre del 1964, Ulrike Meinhof aveva qualcosa della <em>pasionaria<\/em>, qualcosa di una Rosa Luxemburg: un vivo senso della giustizia, una intransigenza e una coerenza di ideali che l&#8217;avrebbero portata ben presto in rotta di collisione con i suoi colleghi giornalisti politicamente moderati e con il salotto buono della cultura della Repubblica Federale Tedesca. Amica di autorevoli esponenti dell&#8217;<em>intellighenzia<\/em> e personalmente stimata da scrittori come Heinrich B\u00f6ll, era gi\u00e0 un personaggio scomodo, ma celebre, quando si avvicin\u00f2 al movimento antinucleare tedesco. Firmava programmi per la radio e per la televisione, partecipava come ospite fissa a un <em>talk-show<\/em> di successo e insegnava <em>part-time<\/em> alla Libera universit\u00e0 di Berlino.<\/p>\n<p>Nel 1958, a ventiquattro anni, aveva incominciato la sua militanza politica, aderendo ad un gruppo d&#8217;azione contro l&#8217;atomica nell&#8217;universit\u00e0 di M\u00fcnster. Poi era diventata editorialista del giornale radicale <em>Konkret<\/em>, manifestando una crescente esasperazione per quello che lei giudicava il moderatismo dei gruppi della sinistra e per la svolta filo-fascista, sempre a suo dire, del governo della RFT. Ma il suo bersaglio principale, sul piano della politica interna, era Franz Joseph Strauss, contro il quale scriveva articoli di fuoco.<\/p>\n<p>Nel 1961 Ulrikre Meinhof aveva sposato l&#8217;editore del giornale <em>Konkret<\/em>, Klaus Rainer R\u00f6hl, militante comunista; e, l&#8217;anno dopo, in settembre, le erano nate due gemelle, Bettina e Regine. Ma il suo impegno politico non era diminuito; finch\u00e9, nel 1968, aveva divorziato. Le bambine erano finite in una comune <em>hippy<\/em> in Sicilia, dove un amico del padre, pi\u00f9 tardi, le avrebbe ritrovate e riportate a casa, dal genitore.<\/p>\n<p>Nubi sempre pi\u00f9 pesanti si addensavano sulla societ\u00e0 tedesca tra fine degli anni Sessanta e l&#8217;inizio degli anni Settanta. Le tensioni sociali erano fortissime, specie tra i giovani; la Germania Occidentale era, insieme all&#8217;Italia, il Paese d&#8217;Europa (e del mondo) dove il 1968 aveva aperto la pi\u00f9 dura stagione di confronto politico-sociale fra capitale e lavoro, fra intellettuali e societ\u00e0, fra nuove generazioni e borghesia conservatrice e penpensante. Un abisso si andava scavando fra istituzioni e Paese reale, che i successi economici e il diffuso benessere non avrebbero dissimulato a lungo.<\/p>\n<p>Nonostante il prestigio e il carisma di Willy Brandt (i cui discorsi venivano preparati dallo scrittore G\u00fcnther Grass, l&#8217;autore del celebre <em>Il tamburo di latta<\/em>), presidente della coalizione social-liberale dal 1969, gli intellettuali pi\u00f9 sensibili, come Heinrich B\u00f6ll, intuivano che si stava avvicinando una terribile tempesta, e che solo una maggiore capacit\u00e0 di dialogo e di riforme, da parte delle forze politiche tradizionali, avrebbe forse potuto scongiurarla. Ma ci\u00f2 avrebbe richiesto una lungimiranza e una capacit\u00e0 di ascolto che ben pochi, nell&#8217;ambito delle istituzioni, possedevano; e, dall&#8217;altra parte, una disponibilit\u00e0 al dialogo che i gruppi pi\u00f9 estremi della sinistra giovanile rifiutavano <em>a priori<\/em>, convinti di essere alla vigilia di un grande processo rivoluzionario: di quella rivoluzione che la societ\u00e0 tedesca non aveva mai conosciuto, almeno dopo il fallimento della grande insurrezione contadina del 1525.<\/p>\n<p>Ecco come il giornalista Enrico Nassi ha rievocato quel periodo del movimento studentesco tedesco e della vita di Ulrike Meinhof, nel suo libro-inchiesta <em>La banda Meinhoff<\/em> (Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1974, pp. 43-45 e 60-61), scritta, peraltro, ancora &quot;a caldo&quot; , ma due anni prima del tragico epilogo della sua vita, nel carcere di Stammheim.<\/p>\n<p><em>&quot;La repressione del movimento giovanile di protesta \u00e8 stata particolarmente dura all&#8217;inizio del &#8217;68, dovunque., ma soprattutto nella Germania Federale. \u00abEra inevitabile &#8211; racconta Peter Lange &#8211; perch\u00e9 la pace politica realizzata col governo cristiano-socialista sembrava aver dato alla potenza economica federale un carattere permanente, irreversibile. Quindi, la classe dirigente, come del resto la grande massa del &#8216;Kleiner Mann&#8217;, il ceto medio, non poteva tollerare che la protesta extraparlamentare s&#8217;incuneasse nel sistema come una bomba a miccia corta\u00bb. Peter Lange, come molti esponenti dell&#8217;avanguardia rivoluzionaria che nel &#8217;67 hanno trasformato le citt\u00e0 tedesche in teatri di battaglia, sta vivendo il suo momento di riflusso cercando di capire perch\u00e9, dove, come e quando la contestazione ha sbagliato. \u00abNel 1967 &#8211; dice ancora &#8211; il nostro movimento era cresciuto, anche ideologicamente, passando dalla fase emotiva della sfida a quella pi\u00f9 politica dell&#8217;alternativa rivoluzionaria. I nostri messaggi, anche i pi\u00f9 confusi, avevano immediata risonanza in tutto il mondo occidentale, persino a Praga, dove Dubcek tentava di sperimentare un comunismo pi\u00f9 umano La nostra capacit\u00e0 di mobilitazione non aveva limiti. Gli intellettuali erano con noi, qualcosa cominciava a muoversi anche nelle fabbriche. Eppure il crollo \u00e8 stato improvviso e non basta a giustificarlo la violenza della repressione\u00bb. Secondo un&#8217;analisi del &#8217;69 del sociologo Erwin Schiech, questo \u00e8 accaduto perch\u00e9 la grande capacit\u00e0 di attrazione e di mobilitazione del movimento antiautoritario non dipendeva tanto da una convergenza politica tra avanguardia e massa giovanile, quanto dalla possibilit\u00e0 di far apparire la protesta come una protesta &#8216;del&#8217; corpo studentesco. La scelta dei temi era &#8216;giusta&#8217;, perch\u00e9 corrispondeva a una generale insoddisfazione per la propria esistenza. I messaggi infine avevano una forte carica emozionale. \u00abParadossalmente &#8211; dice Lange &#8211; siamo crollati quando abbiamo capito, e cio\u00e8 quando abbiamo preso coscienza dei limiti &#8216;corporativi&#8217; del movimento studentesco, della sua radice piccolo-borghese\u00bb. La realt\u00e0 \u00e8 che il processo di maturazione \u00e8 avvenuto in modo confuso, acritico, quando l&#8217;utopia aveva gi\u00e0 corroso il movimento come un cancro.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La sfida al sistema era stata pesante, per il carattere di globalit\u00e0 in cui era maturata.; ed aveva portato alle barricate nella convinzione di \u00abdover sfruttare la situazione &#8216;subito&#8217;, passando all&#8217;azione per dare alla teoria lo sfogo naturale della prassi\u00bb. L&#8217;elaborazione di questo passaggio, che Rudi Dutscke aveva definito &#8216;salto di qualit\u00e0&#8217;, \u00e8 avvenuta attraverso drammatiche rotture \u00abe in un clima esaltante, di delirio intellettuale\u00bb. Sulle barricate del movimento di protesta, e particolarmente su quelle di Berlino Ovest, per tutto l&#8217;arco del 1967 si sono dati convegno tutti gli intellettuali della contestazione. Alken Ginsberg vi ha recitato<\/em> L&#8217;urlo<em>, il suo poema pi\u00f9 forte. Paul Sweezy e Herbert Marcuse vi hanno tenuto lezione. Giangiacomo Feltrinelli vi aveva predicato la necessit\u00e0 di un collegamento internazionale e di una saldatura di tutti i movimenti in lotta contro l&#8217;imperialismo, dai tupamaros del Sudamerica ai fedayn palestinesi, dai cattolici dell&#8217;IRA irlandese ai baschi di Spagna. \u00abLa guerra &#8211; diceva Giangiacomo Feltrinelli &#8211; deve essere universale\u00bb; e, citando Marcuse, aggiungeva che \u00abcon la lotta non si inizia una nuova catena di atti violenti, ma si spezza quella costituita\u00bb. \u00abEra troppo &#8211; dice oggi Peter Lange &#8211; e allo stesso tempo troppo poco: tanto, comunque, da provocare tra di noi un grosso sommovimento, con esplosione di crisi di coscienza e contrasti violenti: un terremoto che ha avuto effetti centrifughi di grande portata anche perch\u00e9 una caratteristica peculiare del nostro movimento ,come del resto di tutta la contestazione, \u00e8 stata quella di non avere avuto n\u00e9 strutture n\u00e9 quadri n\u00e9 capi. Le discussioni sul primato della prassi ci hanno perci\u00f2 frantumato facilmente, proprio mentre la repressione si andava sviluppando dovunque in modo organico, a giri concentrici sempre pi\u00f9 stretti, sempre pi\u00f9 duri\u00bb. L&#8217;APO (l&#8217;associazione extraparlamentare fondata ad Hannover nel giugno del &#8217;67) si dissolve in una miriade di gruppuscoli che rivendicano autonomia d&#8217;azione accentuando il distacco e l&#8217;isolamento non solo dai corpi sociali, ma persino dalla massa studentesca, anticipando, ancora una volta, quello che poi sarebbe accaduto dovunque, particolarmente in Italia e in Francia. Le frange pi\u00f9 politicizzate e pi\u00f9 colte rifluiscono verso la sinistra storica, o, per lo meno, si propongono un processo di rifondazione della sinistra marxista cercando legami di classe organici e razionali. Ma la maggior parte delle mini-formazioni, spesso vaganti nella subcultura dell&#8217;hascisc e del misticismo religioso d&#8217;origine tibetana, non riescono ad inserirsi nel processo storico del riflusso e oscillano ora attratti dalla suggestione del rifiuto ed ora dal fascino dell&#8217;azione violenta&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ulrike Meinhoff \u00e8 a Berlino da qualche mese [nel 1969], scrive per<\/em> Konkret<em>, il pi\u00f9 raffinato periodico radicale che si stampi in Europa. \u00abEro una bambola di lusso &#8211; dice &#8211; e ora sto cercando me stessa\u00bb. \u00c8 venuta da Amburgo con due gemelle di sette anni, Regina e Bettina, e un guardaroba \u00abda puttana del sistema\u00bb; i bauli sono l&#8217;unico arredamento della casa che affitta, ma non li apre mai, preferisce comprare &#8216;vecchi stracci&#8217; al &#8216;mercato delle pulci&#8217; dietro la moschea pakistana, a un tiro di schioppo dal Senato che governa la citt\u00e0. Scrive ancora per<\/em> Konkret <em>e i suoi articoli sono molto apprezzati tra gli intellettuali di sinistra. La sua campagna di stampa cntro Franz Joseph Strauss (definito come \u00abil pi\u00f9 infame degli uomini politici\u00bb \u00e8 stata ripresa ed elogiata dal<\/em> Times <em>di Londra. Nella<\/em> kommune 1 <em>ha conosciuto Horst Mahler che, come lei, ha abbandonato la famiglia \u00abper tentare di vivere in modo nuovo\u00bb. Hors Mahler, che la ricorda come un&#8217;arrampicatrice sociale colta elegante e sofisticata, la provoca. \u00abLa lotta di classe &#8211; le dice &#8211; non \u00e8 come la carriera&#8230; Non d\u00e0 pensione\u00bb. Ulrike sconvolge i suoi comportamenti e lo fa lucidamente, senza aiutarsi con la droga: frequenta le cellule sindacali, e in particolare quelle degli immigrati, racconta degli scioperi &#8216;a gatto selvaggio&#8217; dei gruppi operaistici italiani che ha intervistato a Milano, parla delle catene di montaggio che ha visto e fotografato a Torino-Mirafiori; tenta di politicizzare i ragazzi delle case di rieducazione; milita nell&#8217;APOP, l&#8217;opposizione extraparlamentare, e scrive un originale televisivo mai trasmesso,<\/em> Bambule<em>, ambientato in una casa di correzione femminile. Mahler le propone d&#8217;intervistare Andreas Baader e Gudrun Ensslin. Accetta con entusiasmo. \u00abIl mio articolo &#8211; dice &#8211; sar\u00e0 protesta, sovversione e libert\u00e0\u00bb. Mantiene la parola: mai prima, su<\/em> Konkret<em>, \u00e8 stata pubblicata roba cos\u00ec forte. Klaus Reiner Rohel, editore e redattore di<\/em> Konkret<em>, ha esitato a lungo prima di pubblicarlo e si \u00e8 deciso a farlo solo &#8216;per motivi personali&#8217;: Ulrike \u00e8 sua moglie e malgrado il divorzio, spera ancora che torni a vivere con lui nell&#8217;immensa villa che s&#8217;erano costruiti nel &#8217;62 alla periferia di Amburgo. L&#8217;articolo viene ripreso dai giornali di protesta in tutto il mondo occidentale: il processo a Baader diventa un &#8216;caso nazionale&#8217; a Parigi come a Berkeley, a Roma come a Londra. Il senatore agli Interni di Berlino invece non riesce a sensibilizzare come vorrebbe la stampa tedesca benpensante: ha la frustrante sensazione che anche la repressione, come la protesta, sia entrata in fase di riflusso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Andreas Baader, Gudrun Ensslin e altri due giovani di estrema sinistra erano stati condannati per una bomba incendiaria in un negozio di Francoforte.<\/p>\n<p>Dopo 14 mesi erano usciti dal carcere grazie ad un ricorso, sotto sorveglianza, in attesa della nuova decisione della corte. Ma Baader, Ensslin e un terzo, Proll, si erano messi al sicuro in Svizzera, per poi rientrare clandestinamente in Germania, nel 1970. Qui, per\u00f2, Baader era caduto nuovamente nelle mani della polizia ed era stato rinchiuso nel carcere di Tegel a Berlino Ovest.<\/p>\n<p>Il 14 maggio 1970 fugg\u00ec dalla prigione proprio con l&#8217;aiuto di Ulrike Meinhof. Le autorit\u00e0 carcerarie gli avevano concesso di scrivere un libro sulla insoddisfazione giovanile e lo avevano autorizzato a frequentare l&#8217;Istituto tedesco per i problemi sociali di Berlino Ovest (situato nel quartiere di Dahlem), allo scopo di raccogliere i materiali necessari.<\/p>\n<p>Gudrun Ensslin, la sua compagna, aveva deciso di farlo evadere con qualsiasi mezzo ed era entrata in contatto con la Meinhof, che si rivel\u00f2 la pedina vincente per l&#8217;azione clamorosa che avevano meticolosamente preparato.<\/p>\n<p>Ecco come hanno rievocato questa fase cruciale della vita di Ulrike Meinhof i saggisti inglesi Colin e Damon Wilson (ne <em>Il grande libro dei misteri irrisolti<\/em>, apparso nel 2000 in Gran Bretagna, e tradotto in italiano da Franco Ossola per la Casa editrice Newton Compton di Roma nel 2002, pp. 609-610):<\/p>\n<p><em>&quot;14 maggio 1970. Ulrike Meinhof si presenta all&#8217;istituto per i problemi sociali. Il bibliotecario che apre la porta dice che quella mattina \u00e8 giornata di chiusura. La Meinhof afferma di saperlo, ma di aver avuto il permesso di dare una mano a Andreas Baader nella stesura del suo libro. Poich\u00e9 la donna \u00e8 famosa e viene subito riconosciuta, questi non pu\u00f2 immaginare che lo stia ingannando. Viene chiamato Baader, che arriva libero dalle manette. A questo punto il campanello suona di nuovo. Si presentano due donne che dicono di dover consultare con grande urgenza dei documenti. Appena la porta si apre, un uomo col volto mascherato irrompe nel locale imbracciando un&#8217;arma. All&#8217;istante le due donne estraggono altre armi dalle loro borsette e nella confusione che segue &#8211; con la gente in strada coricata a terra spaventata &#8211; Baader e Meinhof scappano da una finestra e si infilano nell&#8217;Alfa Romeo che li aspetta fuori, con alla guida Astrid, la sorella di Proll. Nella sparatoria un bibliotecario viene gravemete ferito.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ora Mahler predispone una fuga collettiva &#8211; lui, Baader, Ensslin e Meinhof &#8211; con meta il Medio Oriente, dove i quattro sovversivi si addestrano nei campi paramilitari nelle tecniche terroristiche presso i centri del PFLP, il Fronte Popolare per la liberazione della Palestina. \u00c8 in questo momento che decidono di chiamarsi RAF (Frazione dell&#8217;Armata Rossa), a imitazione del gruppo terroristico Armata Rossa giapponese.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una volta rientrato in Germania, Mahler organizza colpi alle banche per poter finanziare il movimento e lui stesso, nell&#8217;ottobre del 1970, viene arrestato. Nel maggio del 1972 la RAF firma l&#8217;attentato al quartier generale del Quinto corpo d&#8217;armata americano a Francoforte, dove un colonnello trova la morte e altre tredici persone sono gravemente ferite. I danni stimati ammontano a non meno di un milione di dollari. Una telefonata anonima rivela che le bombe sono da collegarsi alla guerra del Vietnam. Il giorno dopo, alcune scatole contenenti degli ordigni esplosivi, fanno saltare la stazione di polizia di Augsburg, in Baviera, provocando il ferimento grave di cinque agenti. Passano cinque giorni e la moglie di un giudice di Karlsruhe rimane ferita seriamente per lo scoppio di un&#8217;auto bomba. Il 19 maggio, due ordigni a orologeria deflagrano negli uffici della segretaria della casa editrice di destra di Springer ad Amburgo. Infine, il 25 maggio del 1972 una violenta esplosione alla base militare americana di Heidelberg provoca la morte di tre militari e il ferimento di cinque.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Immediatamente dopo quest&#8217;ultimo fatto, la polizia di Francoforte riceve una soffiata che conduce gli agenti nel garage di una casa a nord della citt\u00e0. In un box si trova tutto il materiale necessario per la fabbricazione di ordigni esplosivi. E cos\u00ec quando alle prime ore del 1\u00b0 giugno 1972, Andreas Baader arriva al garage a bordo della sua sfavillante Porsche color lilla, trova la polizia armata che lo aspetta. In auto ci sono con lui Jan-Carl Raspe e un altro terrorista, Holger Meins. Alla vista dei poliziotti Raspe apre il fuoco e cerca di scappare, ma viene falciato. Baader e Meins riescono a infilarsi lo stesso nel garage, ma vengono catturati col lancio di gas lacrimogeni. Baader esce lievemente ferito sa un fianco, lo stesso fa Meins che si consegna in mutande ai poliziotti, con le mani ben alzate sulla testa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Passano sei giorni e Gudrun Ensslin viene pizzicata in una boutique di Amburgo, dove una commessa le aveva notato la pistola nella borsetta e aveva subito avvertito la polizia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ulrike Meinhof viene arrestata a Hannover una settimana dopo, a seguito di una clamorosa soffiata operata dagli stessi esponenti della sinistra rivoluzionaria, convinti che la giornalista stesse per tradirli e passare su un altro fronte politico. Il 25 giugno a Stoccarda un ragazzo inglese di nome Ian MacLeod viene colpito a morte da un poliziotto che tenta di arrestarlo perch\u00e9 accusato di essere sul punto di acquistare clandestinamente delle armi per sostenere un gruppo eversivo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I componenti della banda vengono rinchiusi nel carcere di sicurezza Stammheim di Stoccarda, dove sono condannati a tre ani di detenzione.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Durante i Giochi olimpici di Monaco, nel 1972, alcuni terroristi arabi di <em>Settembre nero<\/em> presero in ostaggio nove atleti israeliani, ne uccisero due e posero alle autorit\u00e0 tedesche una serie di richieste, tra le quali il rilascio dei membri della banda Baader-Meinhof (cos\u00ec era ormai stata battezzata dai mass-media, anche se il cervello di essa non era la Meinhof e nemmeno Baader, ma, semmai, la Ensslin). I corpi di sicurezza tedeschi attaccarono i terroristi all&#8217;aeroporto e, nella sparatoria, trovarono la morte sia i rapitori, che gli ostaggi.<\/p>\n<p>Il 27 febbraio del 1975 un gruppo di terroristi della RAF rap\u00ec il capo del Partito cristiano democratico, Peter Lorenz, e chiese in cambio la liberazione di sei terroristi (uno dei quali, Mahler, rifiut\u00f2); stranamente l&#8217;elenco non comprendeva n\u00e9 Baader, n\u00e9 Ensslin e nemmeno Meinhof. Comunque il governo cedette, e cinque terroristi vennero liberati e trasferiti all&#8217;estero.<\/p>\n<p>Un nuovo tentativo per liberare i capi storici della RAF venne compiuto il 24 aprile del 1975, ad opera di un commando che si autodefiniva <em>Holger Meins<\/em> (in ricordo del terrorista deceduto in carcere l&#8217;anno precedente, in seguito a un prolungato sciopero della fame). Questa volta fu l&#8217;ambasciata tedesco-occidentale a Stoccolma a venire presa d&#8217;assalto; ma un&#8217;esplosione accidentale mand\u00f2 a monte il piano, un terrorista rimase ucciso e gli altri furono catturati e trasferiti in carcere nella Repubblica Federale Tedesca.<\/p>\n<p>Infine, il 9 maggio del 1976, Ulrike Meinhof venne trovata morta nella sua cella, nelle circostanze che abbiamo descritto all&#8217;inizio di questo articolo.<\/p>\n<p>Il processo al resto della banda, iniziato nel maggio del 1975 e definito il pi\u00f9 imponente e costoso della storia tedesca moderna, si concluse nell&#8217;aprile del 1977 con la condanna all&#8217;ergastolo per Baader, Ensslin e Mahler (pi\u00f9 quindici anni aggiuntivi per una rapina in banca).<\/p>\n<p>Ma non era ancora finita.<\/p>\n<p>Il 13 ottobre del 1977 quattro terroristi palestinesi dirottarono un aereo della <em>Lufthansa<\/em> e, dopo una serie di scali intermedi, lo condussero all&#8217;aeroporto di Mogadiscio, in Somalia. Chiedevano la liberazione di undici membri della RAF, tra i quali i capi storici. Il 18 ottobre, truppe speciali antiterrorismo, giunte segretamente dalla Germania, attaccarono l&#8217;aereo fermo sulla pista, penetrarono all&#8217;interno e ingaggiarono una battaglia con i dirottatori, tre dei quali rimasero uccisi, insieme a uno dei passeggeri, mentre il quadro venne ferito.<\/p>\n<p>Il mattino di quello stesso giorno, 18 ottobre (prima, quindi, dell&#8217;assalto all&#8217;aeroporto di Mogadiscio, che ebbe luogo nel pomeriggio), i corpi di Jan-Carl Raspe, Andreas Baader, Gudrun Ensslin vennero trovati morti o moribondi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, ove gi\u00e0 era deceduta Ulrike Meinhof. Raspe e Baader erano stati uccisi con dei colpi di pistola, Ensslin era stata trovata impiccata alle sbarre di ferro della sua cella, proprio come Meinhof l&#8217;anno prima. Una quarta terrorista, Irmgard Moller, colpita da quattro pugnalate al petto, venne ricoverata d&#8217;urgenza per un intervento chirurgico, e salvata <em>in extremis<\/em>.<\/p>\n<p>Le autorit\u00e0 carcerarie parlarono di un suicidio multiplo concordato fra i terroristi, e questa divenne la versione ufficiale del governo tedesco-occidentale. Ma una parte dell&#8217;opinione pubblica non ci ha mai creduto e pensa che i tre, come pure Ulrike Meinhof, vennero &#8216;suicidati&#8217;, proprio per prevenire, una volta per tutte, ogni possibile azione terroristica finalizzata a chiederne il rilascio.<\/p>\n<p>\u00c8 una pagina oscura della storia tedesca contemporanea; una pagina brutta.<\/p>\n<p>Sono in molti, in moltissimi, a non voler pi\u00f9 sapere, a non voler ricordare.<\/p>\n<p>Non \u00e8 un segno di buona salute, per una democrazia degna di questo nome. La verit\u00e0, anche se sgradevole, deve venire alla luce.<\/p>\n<p>Gli scheletri chiusi negli armadi finiscono per ammorbare l&#8217;aria, rendendola irrespirabile.<\/p>\n<p>Noi, in Italia, ne sappiamo qualcosa: le molte verit\u00e0 negate sugli &#8216;anni di piombo&#8217; intossicano la vita democratica, continuano ad avvelenare l&#8217;atmosfera anche dopo venti, trenta, quaranta anni (e l&#8217;anno prossimo sar\u00e0, appunto, il quarantennale della strage di Piazza Fontana).<\/p>\n<p>Esattamente come nella vita dei singoli individui, nessuna societ\u00e0 pu\u00f2 tornare ad essere &#8216;normale&#8217; se non dopo avere fatto i conti con il proprio passato, e averli fatti sino in fondo: senza sconti per nessuno.<\/p>\n<p>Lo vogliono i vivi, lo esige il rispetto per i morti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una scia di saliva colava dalle labbra del cadavere di Ulrike Meinhof e scendeva gi\u00f9, lungo la gola ed il petto, fino all&#8217;ombelico. Come mai? 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