{"id":29297,"date":"2008-05-29T05:30:00","date_gmt":"2008-05-29T05:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/05\/29\/le-aporie-della-democrazia-parlamentare-nel-pensiero-politico-di-ugo-spirito\/"},"modified":"2008-05-29T05:30:00","modified_gmt":"2008-05-29T05:30:00","slug":"le-aporie-della-democrazia-parlamentare-nel-pensiero-politico-di-ugo-spirito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/05\/29\/le-aporie-della-democrazia-parlamentare-nel-pensiero-politico-di-ugo-spirito\/","title":{"rendered":"Le aporie della democrazia parlamentare nel pensiero politico di Ugo Spirito"},"content":{"rendered":"<p>Ugo Spirito: una figura un po&#8217; dimenticata, nel pur affollatissimo panorama della filosofia italiana novecentesca; una figura cui certo non ha giovato non tanto la militanza in una parte politica risultata perdente &#8211; fu fascista convinto, di una &quot;fascismo di sinistra&quot; molto vicino al corporativismo &#8211; quanto la dignit\u00e0 con cui accett\u00f2 la sconfitta e non si mise in coda per ottenere il condono da parte dei vincitori e un certificato di verginit\u00e0 democratica, come altri fecero senza ritegno e come era prassi consolidata nel Paese del gattopardo.<\/p>\n<p>Toscano, nato ad Arezzo nel 1896, allievo di Giovanni Gentile, era stato professore di politica ed economia corporativa presso l&#8217;Universit\u00e0 di Pisa dal 1932 al 1935 e, in seguito, professore di storia della filosofia nell&#8217;Universit\u00e0 di Messina, e di filosofia teoretica nelle Universit\u00e0 di Genova e di Roma. E nella capitale si \u00e8 spento, nel 1979, all&#8217;et\u00e0 di ottantatre anni, dopo una vita intensa e laboriosa.<\/p>\n<p>Influenzato, inizialmente, dal suo maestro Gentile, il suo pensiero ha preso le mosse dall&#8217;identit\u00e0 attualistica di filosofia e vita da una parte, e di filosofia e scienza dall&#8217;altra. Ma il periodo trascorso all&#8217;Universit\u00e0 di Pisa vide <em>\u00abil fallimento del programma corporativistico (&#8230;), inteso come un tentativo di immettere nell&#8217;ideologia fascista le esigenze del collettivismo e di realizzare nell&#8217;impegno politico la pienezza dell&#8217;immanentismo attualistico<\/em>\u00bb (in <em>Dizionario di Filosofia,<\/em> Rizzoli, Milano, 1999, 435), e lo spinse ad elaborare la parte pi\u00f9 originale della sua filosofia, nota sotto il nome di problematicismo.<\/p>\n<p>Il problematicismo parte dalla constatazione che ogni filosofia si pone come contraddittoria rispetto alle altre, e a questo limitre nessuna sfugge, neppure l&#8217;attualismo. In particolare, tutte le tesi della metafisica occidentale mirano a dare una definizione del tutto e, cos\u00ec, a trascenderlo, s\u00ec da renderlo parte di una nuova realt\u00e0 che si sottrae ad ogni tentativo di definizione e sistematizzazione. Abbiamo gi\u00e0 visto (nel precedente saggio <em>Il pensiero della fine e la morte di Dio nella filosofia di Martin Heidegger<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice) che a questa aporia non era sfuggito, secondo Heidegger, nemmeno Nietzsche, allorch\u00e9, volendo capovolgere tutti i valori, non esit\u00f2 a proporne di nuovi, ricadendo cos\u00ec nel limite che aveva cercato di superare.<\/p>\n<p>Pertanto, dal punto di vista del problematicismo, le posizioni meno contraddittorie sono quelle della \u00abvita come ricerca\u00bb, che rifiuta la logica del sistema e presenta, quindi, analogie con le filosofie &quot;della via&quot;, ad es. quella di Heidegger; della \u00abvita come arte\u00bb, basata sulla fruizione appagante della realt\u00e0 immediata; e, infine, della \u00abvita come amore\u00bb, in cui si persegue l&#8217;unit\u00e0 profonda tra gli esseri umani, che trascende le differenze contingenti e cerca il positivo in ogni manifestazione della realt\u00e0.<\/p>\n<p>Se queste tre forme di esistenza ricordano, per certi aspetti, gli stadi dell&#8217;esistenza kierkegaardiani (estetico, etico e religioso), dall&#8217;altro l&#8217;ultima di esse, la \u00abvita come amore\u00bb, sottolinea l&#8217;atteggiamento di accoglienza e di gratitudine verso tutto ci\u00f2 che la vita esprime, e ricorda da un lato la memorabile esclamazione del protagonista nel <em>Diario di un curato di campagna<\/em> di Bernanos: \u00abTutto \u00e8 grazia!\u00bb; dall&#8217;altro l&#8217;\u00abonnicentrismo\u00bb che, partendo da diversi presupposti e, certamente, sviluppato in maniera del tutto indipendente, vediamo oggi in pensatori come Raimon Panikkar, preoccupati di realizzare un pensiero che valorizzi ogni aspetto del reale e che non faccia perno unicamente sull&#8217;io del soggetto, bens\u00ec includa una quantit\u00e0 di centri, tutti egualmente significativi. Ogni punto dell&#8217;universo \u00e8 il centro della realt\u00e0 e ogni giudizio deve essere sospeso (antidogmatismo), perch\u00e9 la vita deve cercare di includere tutto.<\/p>\n<p>\u00c8 da notare che l&#8217;assunzione di una prospettiva problematica dell&#8217;esistenza e del pensiero stesso non implica necessariamente, e certo non nel caso di Ugo Spirito, una posizione speculativa di tipo scettico. Non si tratta, infatti, di dichiarare la bancarotta del pensiero e l&#8217;impossibilit\u00e0, per la mente umana, di comprendere la natura del reale, bens\u00ec di assumere consapevolmente la coscienza dei limiti oggettivi di ogni forma del pensare: limiti che si collocano fra le rocciose certezze del dogmatismo e le perplessit\u00e0 disarmanti dello scetticismo.<\/p>\n<p>Se il problematicismo, come tendenza generale della filosofia, \u00e8 caratteristico di indirizzi speculativi anche diversi fra loro (l&#8217;idealismo crociano, l&#8217;attualismo gentiliano, il materialismo storico), caratterizzati dal comune denominatore dello storicismo e dell&#8217;immanentismo, come indirizzo specifico elaborato da Spirito esso si qualifica come consapevolezza del limite e, nella sua <em>pars destruens<\/em> (ma abbiamo visto che vi \u00e8 anche una <em>pars costruens<\/em>, imperniata sui tre tipi di vita) fornisce indubbiamente una base teorica per le filosofie nichiliste, le quali propugnano l&#8217;insignificanza e l&#8217;illusoriet\u00e0 dei progetti sia teorici che pratici dell&#8217;essere umano. E, in quest&#8217;ultimo versante, esso presenta alcune significative analogie con l&#8217;esistenzialismo, specialmente di Sartre, pur motivando assai diversamente le proprie conclusioni.<\/p>\n<p>L&#8217;ultima fase dell&#8217;itinerario speculativo di Ugo Spirito ruota attorno all&#8217;idea della scienza come quella forma del conoscere che, superando le contraddizioni del mito e della stessa filosofia, pu\u00f2 consentire all&#8217;uomo di avviarsi verso una concezione onnicentrica, antidogmatica e problematica della realt\u00e0. Una posizione certamente discutibile e che noi, personalmente, non ci sentiamo di condividere (cfr. in particolare Francesco Lamendola, <em>Il pensiero mitico \u00e8 diverso, non certo inferiore a quello scientifico<\/em>, dedicato specialmente alle tesi di Kurt H\u00fcbner; sempre su sito di Arianna Editrice); e, tuttavia, una posizione legittima e che ha una sua dignit\u00e0 e una sua intima coerenza. Tanto pi\u00f9 che Spirito non fu mai un adoratore acritico del pensiero scientifico &#8211; che egli intendeva in senso assai ampio, includendovi quello giuridico e quello economico &#8211; n\u00e9 un ingenuo cantore delle <em>magnifiche sorti e progressive<\/em>; ma, ben al contrario, ne vide con chiarezza sia i limiti che le potenzialit\u00e0 degenerative, contro le quali seppe mettere in guardia quando la cosa non era affatto di moda come lo \u00e8 divenuta oggi, allorch\u00e9 tutti fanno a gara nel chiudere le porte della stalla rimasta desolatamente vuota.<\/p>\n<p>Il limite intrinseco del pensiero di Ugo Spirito risiede nella fatale contraddizione tra l&#8217;essersi sforzato di tracciare una strada che porti l&#8217;uomo fuori dall&#8217;abisso della disperazione, e l&#8217;aver negato la possibilit\u00e0 di un giudizio etico che discrimini il bene dal male e, in definitiva, che promuova le ragioni di una lotta contro quel male che \u00e8 la disperazione.<\/p>\n<p>Per usare le parole di Giovanni Baravalle (in <em>L&#8217;uomo e i suoi problemi<\/em>, Cuneo, Bertello Edizioni, 1988, vol. 3, pp. 378-379),<\/p>\n<p><em>&#8230;Spirito fu dominato dall&#8217;ansia di accostare la filosofia alla vita e dalla passione speculativa di penetrare il significato della &quot;crisi&quot; in cui viviamo e di proporre una visione del mondo che possa salvare dalla disperazione. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>La vita \u00e8 antinomicit\u00e0, impossibilit\u00e0 di decidere in modo sicuro sulla base di un criterio assoluto. Cosciente di questa contraddizione, il problematicismo aspira ad annullarla e presenta l&#8217;omnicentrismo nel riconoscimento della centralit\u00e0 di ogni cosa. Spirito giunge ad una visione del mondo di tipo spinoziano, in cui la dualit\u00e0 di io e tu \u00e8 solo apparente ed in cui non ha pi\u00f9 senso il giudizio morale.<\/em><\/p>\n<p><em>La filosofia della crisi dovrebbe diventare una sapienza salvifica, che nega la morale della responsabilit\u00e0 e nega i concetti di bene e di male, perch\u00e9 la realt\u00e0 del tutto \u00e8 in ogni cosa e tutto \u00e8 come deve essere. Ma allora non ha pi\u00f9 senso lottare contro la disperazione incombente.<\/em><\/p>\n<p>E, ripetiamo, se la concezione dell&#8217;onnicentrismo e della relativit\u00e0 dei concetti di bene e di male presenta analogie con importanti indirizzi filosofici dell&#8217;Oriente (ad es. del taoismo e del buddhismo Zen), e presenti una indubbia dimensione di verit\u00e0 nella sfera dell&#8217;Assoluto, la vita umana si svolge, tuttavia, sul piano del relativo; nel quale \u00e8 fuori discussione che il male ed il bene esistono, anche se non sempre risulta facile separarli in via teorica.<\/p>\n<p>Il pensiero di Ugo Spirito, cos\u00ec, si qualifica per una forte consapevolezza della crisi della modernit\u00e0 e per una spiccata sensibilit\u00e0 verso i problemi dell&#8217;esistenza concreta; della crisi, tuttavia, egli \u00e8 stato pi\u00f9 un testimone e un appassionato e instancabile avversario, che non una guida capace di traghettare il pensiero contemporaneo oltre di essa.<\/p>\n<p>Tra le opere pi\u00f9 importanti di Ugo Spirito ricordiamo: <em>Il pragmatismo nella filosofia contemporanea<\/em> (1921); <em>Storia del diritto penale italiano<\/em> (1925); <em>I fondamenti dell&#8217;economia corporativa<\/em> )1932); <em>Scienza e filosofia<\/em> (1933); <em>La vita come ricerca<\/em> (1937); <em>La vita come arte<\/em> (1941); <em>Il problematicismo<\/em> (1948); <em>la vita come amore<\/em> (1953); <em>Cristianesimo e comunismo<\/em> (1958); <em>Nuovo umanesimo<\/em> (1964) <em>Critica dell&#8217;estetica<\/em> (1964); <em>Il comunismo<\/em> (1965); <em>Dal mito alla scienza<\/em> (1966); <em>Giovanni Gentile<\/em> (1969); <em>L&#8217;avvenire dei giovani<\/em> (1972); <em>Dall&#8217;attualismo al problematicismo<\/em> (1976).<\/p>\n<p>In questa sede vogliamo fermare l&#8217;attenzione su un lavoro &quot;minore&quot; di Ugo Spirito, una riflessione &#8211; frutto degli ultimi anni di vita del filosofo &#8211; sull&#8217;ambiguo rapporto esistente fra democrazia parlamentare e demagogia, parte di uno studio pi\u00f9 ampio dedicato al tema <em>L&#8217;avvenire dei giovani<\/em> (Sansoni Editore, Firenze, 1972, 1973, pp. 121-132).<\/p>\n<p>Siamo all&#8217;inizio degli anni Settanta del secolo scorso, sull&#8217;onda lunga del 1968 e nel pieno e tumultuoso sviluppo del movimento studentesco. Al tempo stesso, esisteva la chiara percezione che il riflusso fosse imminente, e che potenti forze restauratrici (non solo nazionali) stessero attivando ogni loro risorsa &#8211; politica, finanziaria, culturale &#8211; per imbrigliare quel movimento, per riportare la societ\u00e0 italiana verso l&#8217;\u00abordine\u00bb e la \u00absicurezza\u00bb. L&#8217;esperimento di governo del centro-sinistra aveva mostrato tutti i suoi limiti; la politica riformista segnava il passo, mentre il malcontento sociale cresceva a vista d&#8217;occhio; e, fin dal dicembre 1969, con la bomba di Piazza Fontana, era incominciata la stagione della \u00abstrategia della tensione\u00bb. Anni terribili si profilavano all&#8217;orizzonte, con il Paese dilaniato dal terrorismo di estrema sinistra e di estrema destra, e con le trame occulte di potentissimi gruppi di potere, quali la Loggia P2 del &quot;venerabile Maestro&quot; Licio Gelli, che tendevano a delineare un vero e proprio &quot;governo ombra&quot; di tipo affaristico-massonico, fuori da ogni controllo di legalit\u00e0 e democrazia.<\/p>\n<p>\u00c8 questo il contesto nel quale Ugo Spirito, in appendice al suo libro <em>L&#8217;avvenire dei giovani<\/em>, pubblica un breve scritto dal titolo <em>Parlamento e demagogia<\/em> in cui, all&#8217;et\u00e0 di settantasei ani, con giovanile energia si confronta su un tema particolarmente scottante e, in genere, prudentemente evitato dagli intellettuali di estrazione accademica. Ma in lui, ex fascista di tendenza corporativa, la critica alle degenerazioni della democrazia parlamentare non assume tanto i toni e la prospettiva di un nostalgico rimpianto di tipo conservatore, ch\u00e9 conservatore Spirito non lo era mai stato, neanche in pieno fascismo. Piuttosto, il retroterra filosofico della critica alla democrazia muove, in lui, da echi e suggestioni della miglior tradizione del pensiero classico, da Platone in primo luogo, e si sostanzia nella lucida consapevolezza della impossibilit\u00e0 di affidare il destino della <em>res publica<\/em> a persone impreparate, emotive e facilmente suggestionabili (cfr. anche, su questo punto, F. Lamendola, <em>Prima considerazione inattuale: recuperare il giusto concetto di \u00ab aristocrazia \u00bb<\/em>, sempre sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Spirito non \u00e8 stato &#8211; come, ad es., Julius Evola &#8211; un pensatore \u00abdi nicchia\u00bb, punto di riferimento per i giovani estremisti di destra che non accettavano l&#8217;ordinamento democratico in se stesso, per le loro istintive tendenze autoritarie; bens\u00ec un pensatore aperto al nuovo e capace di confrontarsi con i tempi nuovi, senza complessi per il proprio passato e senza pregiudizi di alcun tipo, proprio grazie al &quot;taglio&quot; onnicentrico e problematico del suo filosofare.<\/p>\n<p><em>Una delle caratteristiche fondamentali della crisi che attraversiamo riguarda l&#8217;iato che si \u00e8 determinato tra scienza e tecnica da una parte e opinione dall&#8217;altra. \u00c8 il dualismo tradizionale di competenza e politica per il quale la sfera del sapere umano si divide in due zone affatto diverse e reciprocamente indipendenti. V&#8217;\u00e8 il campo di cui possono occuparsi esclusivamente coloro che hanno una reciproca esperienza teorica e pratica; e v&#8217;\u00e8 il campo sul quale si presume che<\/em> tutti <em>abbiano la possibilit\u00e0 di scegliere e di decidere, qualunque sia la loro preparazione e la loro capacit\u00e0. In linea preliminare occorre tentare di distinguere con rigore i due campi re segnare i loro attributi peculiari. Per quel che riguarda il campo scientifico e tecnico la definizione \u00e8 semplice e non ha bisogno di particolari chiarimenti. Ogni lavoratore ha seguito uno speciale cammino lungo il quale ha appreso ci\u00f2 che costituisce lo strumento per la sua attivit\u00e0. Per costruire un ponte occorrono tanti scienziati e tanti tecnici, che non possono essere sostituiti da chi non abbia percorso un determinato periodo di addestramento. Nessuno pu\u00f2 dubitare della necessit\u00e0 dell&#8217;apposita formazione dell&#8217;ingegnere o del medico o del chimico. E nessuno si affiderebbe alle mani di chi non avesse ottenuto il riconoscimento esplicito della sua attitudine al compito da soddisfare.<\/em><\/p>\n<p><em>Per quel che riguarda, invece, il campo della cos\u00ec detta politica, l\u00e0 dove ogni individuo \u00e8 chiamato a esprimere il proprio parere, la precisazione dei problemi da affrontare e da risolvere non \u00e8 egualmente evidente e soprattutto non sono costanti il loro contenuto e lo svolgimento delle loro conseguenze. Per rendere pi\u00f9 facilmente comprensibili queste affermazioni occorre porre subito in luce la scelta fondamentale che il cittadino \u00e8 chiamato a fare nel momento pi\u00f9 decisivo nell&#8217;esercizio della sua sovranit\u00e0: la scelta dei rappresentanti per le camere legislative. Una volta tale scelta era compiuta puntualizzandola nell&#8217;indicazione di un singolo individuo (collegio uninominale) e si poteva avere l&#8217;illusione di un rapporto di umanit\u00e0 che avesse il peso di una decisione pi\u00f9 o meno consapevole. Ma ora la scelta si \u00e8 spostata verso i partiti politici e cio\u00e8 verso i loro programmi. Che cosa importi una tale scelta non \u00e8 facile dire perch\u00e9 i programmi dei partiti, se hanno una veste organica e un principio unitario, corrispondono a determinate concezioni del mondo e implicano perci\u00f2 un sistema di conseguenze intelligibili soltanto per chi ha la capacit\u00e0 di sollevarsi a un pensiero speculativo di speciale livello. La preparazione necessaria, in altri termini, per giudicare la differenza dei programmi e per giungere alla scelta, presuppone un fondamento culturale di lunga e difficile formazione. Si aggiunga, poi, che la scelta deve effettuarsi tra i partiti e cio\u00e8 tra<\/em> parti <em>che pretendono tutte di rappresentare la superiore verit\u00e0, pur escludendo le altre parti e contrapponendosi ad esse. Chi volesse scegliere un partito al di sopra delle parti non avrebbe modo di soddisfare il suo desiderio.<\/em><\/p>\n<p><em>Basta aver accennato a questo presupposto del regime democratico-parlamentare per comprendere l&#8217;assurdit\u00e0 della separazione della politica dalla competenza. Il cittadino deve decidere, indipendentemente da ogni sua preparazione, intorno a una forma di governo la cui determinazione implica una visione speculativa di eccezionale gravit\u00e0. Ma la conseguenza pi\u00f9 paradossale \u00e8 che i rappresentanti eletti dovrebbero avere una esplicita competenza ideologica e nessuna particolare competenza scientifica e tecnica. Se non che a rappresentanti cos\u00ec scelti e raccolti nelle due camere \u00e8 affidata, poi, la funzione di decidere intorno a<\/em> tutti <em>i problemi nazionali e internazionali: problemi che sono necessariamente scientifici e tecnici.<\/em><\/p>\n<p><em>Sulla base del rapporto, cos\u00ec descritto, tra elettore ed eletto, si determina il governo della nazione, che si viene svolgendo fuori da ogni competenza tecnica e perci\u00f2 sul piano di un intrecciarsi di opinioni, dal quale scaturiscono i pi\u00f9 contraddittori compromessi. Sono, in particolare, i compromessi cui danno luogo i programmi dei diversi partiti della maggioranza, con concessioni pi\u00f9 o meni vistose ai programmi della minoranza. Lo sbocco ultimo \u00e8 segnato da una legislazione frammentaria e inconcludente, suscettibile delle pi\u00f9 varie interpretazioni e dei pi\u00f9 abili adattamenti sofistici<\/em><\/p>\n<p><em>La crisi del regime democratico-parlamentare \u00e8 ormai giunta alla sua forma pi\u00f9 paradossale e pi\u00f9 distruttiva. Se volessimo spiegare con maggiore precisione le ragioni del fato, dovremmo approfondire il significato del dualismo d scienza e opinione. Il mondo di oggi \u00e8 caratterizzato in maniera peculiare dalla trasformazione, sempre pi\u00f9 evidente, di tutti i problemi in problemi scientifici. Il sistema democratico tradizionale, che pu\u00f2 avere significato nell&#8217;ambito di una piccola comunit\u00e0 per cui la discussione \u00e8 insieme di scienza e di opinione, non regge pi\u00f9 quando la scienza si stacca dall&#8217;opinione e finisce per contrapporsi ad essa. L&#8217;opinione del cos\u00ec detto politico deve farei conti con la consapevolezza delle conseguenze che scaturiscono dalle sue scelte, e, se tale consapevolezza \u00e8 esclusa dalla mancanza di preparazione, la via della degenerazione \u00e8 aperta senza possibilit\u00e0 di rimedio. Ora, invece, siamo giunti alla pi\u00f9 incosciente esaltazione della politica della scelta e rinunciamo ogni giorno di pi\u00f9 alla collaborazione scientifica. Si pensi, infatti, al sistema bicamerale senza distinzione delle competenze; ma si pensi, soprattutto, alla sfrontatezza con la quale i pi\u00f9 incompetenti ministri passano da un ministero all&#8217;altro senza intendersi in alcun modo del campo specifico nel quale debbono operare. La distinzione tra politica e scienza, che dovrebbe via via annullarsi, si esaspera invece in modo pauroso secondo un processo di degenerazione sempre pi\u00f9 grave. \u00c8 l&#8217;incompetenza che trionfa sulla competenza; e gli uomini politici tendono progressivamente a staccarsi dagli altri, costituendo una classe a s\u00e9, di carattere pi\u00f9 o meno professionale (burocrazia dei partiti), caratterizzata appunto dalla esclusione di ogni specifica competenza. Da una parte, la realt\u00e0 dimostra il processo di continuo approfondimento scientifico di tutti i problemi sociali; da un&#8217;altra parte, invece, il sistema politico si irrigidisce nelle forme tradizionali, portandole all&#8217;estrema espressione della loro contraddittoriet\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Se questa \u00e8 la situazione dell&#8217;attuale crisi della nostra societ\u00e0, si tratta di vedere anzitutto quali siano gi\u00e0 le conseguenze pi\u00f9 paradossali del processo di involuzione. Siccome la politica non pu\u00f2 vivere senza investire tuta la societ\u00e0, occorre precisare come la societ\u00e0 venga a trasformarsi in funzione di una politica sempre pi\u00f9 staccata dalla competenza.<\/em><\/p>\n<p><em>La prima riflessione da approfondire circa il rapporto esposto tra politica e competenza \u00e8 quella relativa al processo di progressiva politicizzazione dell&#8217;abito mentale della nuova generazione. Il significato del processo ha ormai una origine chiara anche se non consapevole. Il suffragio universale che ha informato il nostro regime fino ad oggi comincia a dare i suoi nuovi frutti peggiori. Esso, infatti, comincia a tradursi, pi\u00f9 o meno rapidamente, in una convinzione sempre pi\u00f9 diffusa, che deriva dalla presunzione di ognuno di poter affrontare senza competenza i pi\u00f9 difficili problemi della realt\u00e0. Noi tutti &#8211; si comincia a pensare &#8211; siamo ritenuti capaci di giudicare i programmi dei diversi partiti e cio\u00e8 le pi\u00f9 importanti determinazioni della vita sociale: la competenza massima, dunque ci \u00e8 riconosciuta, non per la nostra specifica preparazione, ma soltanto in funzione de nostro essere uomini e cio\u00e8 in virt\u00f9 della nostra essenza naturale. Ma, se \u00e8 cos\u00ec, perch\u00e9 non potremmo e non dovremmo essere riconosciuti anche nella nostra capacit\u00e0 di affrontare tutti gli altri problemi? Naturalmente il ragionamento non \u00e8 cos\u00ec esplicito e consapevole, ma ci si comincia ad orientare in tale senso e si viene consolidando la persuasione di un sapere comune sufficiente per giungere al cuore di ogni problema. D&#8217;altra parte chi ragiona cos\u00ec fa leva sul fatto di rappresentare sempre di pi\u00f9 la<\/em> maggioranza <em>e perci\u00f2 di potere, prima o poi, di poter imporre la propria volont\u00e0 e di far riconoscere le proprie pretese.<\/em><\/p>\n<p><em>Lo svolgimento di questo processo pu\u00f2 sembrare assurdo e senza fondamento, ma in realt\u00e0 \u00e8 la logica conseguenza di un regime politico caratterizzato dai presupposti propri del suffragio universale e della validit\u00e0 della maggioranza. Se si riconosce a tutti il potere culturale necessario a fare la scelta tra concezioni della realt\u00e0 che implicano un orientamento fondamentale nella totalit\u00e0 degli aspetti della vita, non si capisce perch\u00e9 tale riconoscimento dovrebbe fermarsi di fronte agli altri problemi di orizzonti pi\u00f9 angusti.<\/em><\/p>\n<p><em>Il punto di arrivo della strada cos\u00ec imboccata non pu\u00f2 essere che quello della<\/em> demagogia. <em>E oggi, appunto, siamo di fronte a un&#8217;affermazione della demagogia che ha assunto caratteri specifici, non assimilabili a quelli dei tradizionali atteggiamenti che portano questo nome. La storia, infatti, ci aveva abituati a concezioni demagogiche di governanti che si volevano ingraziare i favori delle masse; ora, invece, sono le stese masse che cominciano a pretendere un trattamento di favore, in virt\u00f9 di una presunta competenza conquistata attraverso il comune attributo dell&#8217;umanit\u00e0. Sono le masse che reclamano sempre di pi\u00f9 una parificazione dei meriti gratuitamente riconosciuti. Sono, ad esempio, le masse studentesche che cominciano a parlare di voto unico e di promozioni comuni. Sono gli impiegati e i funzionari che pretendono le abolizioni dei concorsi e le assunzioni senza controllo. Naturalmente, i governanti non sanno resistere e, lungi dal reagire, secondano tali rivendicazioni e concedono eliminazioni di esami e di concorsi, incitamenti e sanatorie di tutti i generi, e regali di titoli senza fondamento. Chi guardi alle nostre scuole secondarie e universitarie non pu\u00f2 non constatare l&#8217;incapacit\u00e0 di contrapporsi all&#8217;indirizzo generale e la facilit\u00e0 con la quale ormai si distribuiscono i voti pi\u00f9 alti e pi\u00f9 evidentemente immeritati. \u00c8 una prassi che si diffonde con ritmo crescente e che finisce per suggestionare anche le persone pi\u00f9 refrattarie, trascinate a poco a poco dall&#8217;esempio comune. Tutto l&#8217;apparato strutturale della vita pubblica si trasforma progressivamente in tale direzione e prima o poi il criterio si estende in qualche misura anche alle aziende private, relativamente impotenti di fronte alle manifestazioni della indisciplina dilagante. Ma la conseguenza peggiore \u00e8 che anche i migliori elementi e soprattutto quelli che, in altro tempo, hanno affrontato prove difficili e controlli e concorsi rigorosi, si trovano ora accomunati con i nuovi elementi intellettualmente inferiori, e perdono fiducia nella propria azione e nel loro sentimento del dovere. I migliori sono mortificati e travolti da una massa che irrompe, senza avere un&#8217;eguale preparazione ed un&#8217;eguale disciplina. L&#8217;effettiva competenza non appare pi\u00f9 come condizione imprescindibile di una scelta fondata, ma \u00e8 rinviata nello sfondo di una realt\u00e0 che si costituisce con criteri di tutt&#8217;altro genere. La demagogia trionfa con una forza che si impone dal basso e che \u00e8 sempre di pi\u00f9 tollerata, quando addirittura non incoraggiata, dall&#8217;alto.<\/em><\/p>\n<p><em>La descrizione che si \u00e8 compiuta dell&#8217;attuale situazione della nostra societ\u00e0, dominata, per un verso, da un&#8217;accentuazione progressiva del progresso scientifico e tecnico e, per un altro verso, dalla contemporanea accentuazione del sistema democratico-parlamentare costituito in funzione dell&#8217;incompetenza e della demagogia, ci pu\u00f2 aprire gli occhi di fronte al futuro che si va preparando. Come si \u00e8 detto, la crisi che attraversiamo \u00e8 determinata proprio dal dualismo di scienza e di politica, e deve essere compresa e affrontata nei termini che si sono esposti. Sono due strade in netta opposizione reciproca, che non possono essere seguite ulteriormente senza una scelta decisiva. O competenza o incompetenza, o scienza o politica. La scelta, naturalmente, sar\u00e0 fatta dalla realt\u00e0 nel suo svolgimento. Allo studioso pu\u00f2 attribuirsi soltanto il compito di indicare alcune conseguenze della eventuale direzione preferita.<\/em><\/p>\n<p><em>Facciamo l&#8217;ipotesi, in primo luogo, della continuazione del prevalere dell&#8217;indirizzo demagogico, che \u00e8 l&#8217;espressione pi\u00f9 significativa dell&#8217;ideologia democratica. La prosecuzione di un regime di un regime di questo tipo pu\u00f2 essere definita con precisione come un ideale antiscientifico. La sua realizzazione implica necessariamente il progressivo dissolversi della scelta degli uomini capaci di agire sul piano di una cultura superiore. Il risultato \u00e8 quello dell&#8217;appiattimento generale dei valori e del sacrificio sempre maggiore della ricerca ad alto livello. Vi sono g\u00e0 manifestazioni di vario genere, dirette alla negazione del mondo della scienza e della tecnica; e le varie battaglie antitecnologiche, che si vanno svolgendo in virt\u00f9 di atteggiamenti non ben definibili, non possono escludere l&#8217;affermazione di correnti antiscientifiche e anticulturali. Il regime democratico potrebbe concludersi con un ritorno a una societ\u00e0 di carattere pi\u00f9 o meno primitivo, e con una negazione pi\u00f9 o meno radicale delle conquiste storiche effettuate e soprattutto delle conquiste scientifiche di questo ultimo secolo. La mancanza di uomini capaci di continuare il cammino percorso finora potrebbe produrre prima o poi l&#8217;arresto del processo che ha informato il presente. Si tratterebbe di un arresto limitato nello spazio e nel tempo, ma potrebbe essere anche una via del futuro comune ai popoli di pi\u00f9 elevata civilt\u00e0. L&#8217;egualitarismo di massa potrebbe affermarsi dunque e dare luogo a una civilt\u00e0 di altro genere. Non ci sono ragioni che vietano di pensare a un avvenire diverso dagli ideali presenti, n\u00e9 ci sono ragioni effettive per escludere il determinarsi di nuovi ideali contemplativi contrari al ritmo della velocit\u00e0 che caratterizza il nostro tempo. L&#8217;eventuale nuovo tipo di civilt\u00e0 non \u00e8 ancora teorizzato dalla cultura di oggi, ma non pu\u00f2 essere negato a priori come esigenza del domani. La crisi attuale non dipende dall&#8217;affermazione di un nuovo principio, ma soltanto dal dualismo tra il vecchio principio democratico e il sempre pi\u00f9 vivo principio della scienza e della tecnica. Se si vuole superare la contraddizione, non si pu\u00f2 pretendere perci\u00f2 di escludere il sorgere di un nuovo ideale sociale che sostituisca la realt\u00e0 di oggi.<\/em><\/p>\n<p><em>Facciamo l&#8217;ipotesi, invece, che si voglia passare effettivamente dal regime demoratico-parlamentare a quello sempre pi\u00f9 consapevole della scienza e della tecnica. Quale sar\u00e0 allora la via da seguire? Se si riconosce che la democrazia \u00e8 in antitesi con la scienza, \u00e8 chiaro che la via da seguire \u00e8 quella della selezione sempre maggiore dell&#8217;attitudine scientifica e tecnica. Il principio da affermare diventa il principio aristocratico da potenziare nell&#8217;educazione degli uomini fin dai primi ani di vita. La scuola deve diventare aristocratica e con essa aristocratica deve diventare tutta la societ\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Naturalmente i termini di democrazia e di aristocrazia vanno intesi nel loro effettivo significato da instaurare e non in quello tradizionale. E il nuovo significato implica, per un verso, che la democrazia, spogliata dal falso concetto illuministico, rappresenti la sola eguaglianza possibile, e cio\u00e8 il diritto di ognuno di affermarsi in funzione della propria capacit\u00e0; e, per un altro verso, che l&#8217;aristocrazia rappresenti il frutto della selezione delle capacit\u00e0 di ognuno, in modo che ognuno conquisti il posto che gli compete nell&#8217;ordine gerarchico (gerarchia di meriti) della societ\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Il nuovo concetto di aristocrazia deve cominciare ad effettuarsi nella scuola, subito dopo la scuola dell&#8217;obbligo. L\u00e0 deve determinarsi la prima scelta delle capacit\u00e0 e delle attitudini, sia pure lasciando la possibilit\u00e0 di riesami e di nuove selezioni. Come debba configurarsi la scelta sar\u00e0 determinato dall&#8217;esame effettivo degli alunni in rapporto a tutta la loro personalit\u00e0, e in funzione della scuola alla quale possono essere destinati. E le scuole saranno costituite e articolate in modo che esse possano porre in evidenza gli alunni secondo le loro specifiche capacit\u00e0, superando sempre il concetto indifferenziato della massa da accogliere in modo uniforme ed estrinseco. Ma la selezione maggiore deve effettuarsi soprattutto all&#8217;ingresso nell&#8217;universit\u00e0, dove deve essere instaurato il numero chiuso e il rigoroso controllo delle attitudini in rapporto alle esigenze della societ\u00e0 nella quale i laureati debbono essere inseriti. N\u00e9 il criterio della selezione deve arrestarsi con il conseguimento della laurea, ch\u00e9, anzi, la laurea pu\u00f2 rappresentare soltanto il primo grado di una scelta sempre pi\u00f9 rigorosa per far procedere i pi\u00f9 meritevoli verso i posti di maggiore impegno.<\/em><\/p>\n<p><em>Se volessimo definire con precisione il nuovo criterio da seguire, dovremmo convenire ch&#8217;esso deve rappresentare proprio l&#8217;opposto della demagogia ed escludere ogni concessione che non sia fondata sul criterio del valore scientifico o tecnico degli individui. Democraticamente, ognuno sovrano, ma sovrano dal posto che gli compete per le sue particolari capacit\u00e0: aristocraticamente, ognuno sovrano, ma sovrano per la stessa ragione e cio\u00e8 in virt\u00f9 del grado e della forma del suo sapere.<\/em><\/p>\n<p><em>La precisazione, che si \u00e8 cercato di compiere, del significato dell&#8217;attuale crisi e del suo possibile sbocco, ha il solo scopo di far notare la contraddizione alla quale d\u00e0 luogo l&#8217;accentuarsi contemporaneo della democrazia parlamentare e del progresso scientifico e tecnico. Ma il compito della scienza, evidentemente, deve consistere, tra l&#8217;altro, nella negazione del regime politico e nell&#8217;affermazione del regime scientifico. La rivendicazione dell&#8217;aristocrazia \u00e8 dovere esplicito al quale non si pu\u00f2 rinunciare senza tradire la scienza. Oggi, purtroppo, le cose non vanno propriamente nella direzione indicata ed i professori universitari, ad esempio, non rivendicano il numero chiuso e fanno lezione prescindendo dalla personalit\u00e0 degli alunni. fanno esami a centinaia e a migliaia, giudicando giovani che non conoscono e che non hanno mai visti. Cedono a una nuova situazione di fatto che essi stessi alimentano con un grado maggiore o minore di incoscienza. Essi non possono instaurare alcuna aristocrazia perch\u00e9 in realt\u00e0 non credono alla propria. Non sentono, soprattutto, i limiti dell&#8217;opposizione tra scienza e democrazia, e indulgono con un conformismo inverosimile a una realt\u00e0 alla quale non sanno reagire.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma allora il problema si sposta e investe proprio quella che dovrebbe essere l&#8217;espressione della massima aristocrazia di oggi. Sono i professori universitari all&#8217;altezza del loro compito o sono gi\u00e0 travolti dalla stessa demagogia alla quale non sanno o non vogliono contrapporsi? \u00c8 gi\u00e0 cominciata in loro quella crisi della scienza che prelude al processo di involuzione? Non \u00e8 facile rispondere, anche se la risposta deve venire da chi formula una critica che lascia indifferenti i colleghi nella loro totalit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>Questo articolo venne originariamente pubblicato in <em>Nuovi studi politici,<\/em> 1971, n. 1, pp. 25-23, e, poco dopo &#8211; come si \u00e8 detto &#8211; in appendice al volume <em>L&#8217;avvenire dei giovani.<\/em><\/p>\n<p>Molti, moltissimi sarebbero gli spunti di riflessione che esso presenta; ma, per ragioni di spazio, ci limiteremo qui ad andare dritti all&#8217;essenziale.<\/p>\n<p>Spirito vede il progresso della scienza e della tecnica (&quot;scienza&quot; qui intesa nel senso pi\u00f9 ampio della parola, e quasi come sinonimo di &quot;competenza specifica&quot;) come incompatibile con la politica parlamentare, sbocco naturale dell&#8217;idea democratica. Sia perch\u00e9 il mondo contemporaneo appare sempre pi\u00f9 improntato agli sviluppi della scienza, sia perch\u00e9 egli stesso ha individuato in essa &#8211; per le ragioni sopra esposte &#8211; lo strumento privilegiato per uscire dalle aporie del relativismo e dello scetticismo, Spirito \u00e8 indotto a fare una scelta netta a favore di una politica sempre pi\u00f9 ispirata, per non dire subordinata, alle esigenze dell&#8217;apparato tecno-scientifico, e mostra con spietata lucidit\u00e0 gli esiti degenerativi di una democrazia che, presupponendo una competenza tecnica da parte di coloro che non ce l&#8217;hanno (con echi evidenti dal <em>Gorgia<\/em> platonico), non pu\u00f2 che sfociare nella tirannide inefficiente di una demagogia scaturente dal basso.<\/p>\n<p>Non sono pi\u00f9, come nell&#8217;antica Grecia, i capi politici ad attuare una politica demagogica, per compiacere le masse; sono le masse che pretendono, in prima persona, l&#8217;instaurazione di un sistema politico fondato sulla demagogia, ossia sull&#8217;appiattimento di tutti e di ciascuno sul livello, mortificante, dei meno esperti e dei meno dotati.<\/p>\n<p>Spirito vede un esempio lampante di tale degenerazione nella situazione della scuola superiore e dell&#8217;universit\u00e0 italiane. La rinuncia al numero chiuso, la standardizzazione dell&#8217;insegnamento, la richiesta del voto politico da parte del movimento studentesco, gli appaiono come altrettante conferme di questa degenerazione, di questa selezione alla rovescia. E la stessa cosa avviene nei pubblici uffici &#8211; nonch\u00e9, in misura minore, nelle aziende private -, ove la progressiva abolizione degli esami di concorso e di ogni criterio di selezione del personale sta portando verso una situazione caotica di assoluta inefficienza e confusione.<\/p>\n<p>Ci sembra che su molta parte dell&#8217;analisi di Spirito si possa concordare, specie da parte di chi, come noi, ha avuto modo di vivere gli effetti del principio demagogico invalso nelle scuole e nelle universit\u00e0 negli anni Sessanta e Settanta del Novecento e pu\u00f2 assistere, ancora oggi, alle conseguenze drammatiche che ha avuto, per l&#8217;intera societ\u00e0 italiana, l&#8217;abolizione di ogni criterio di meritocrazia negli studi, nelle professioni e nei mestieri.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 detto, rimane da guardare il fenomeno rovesciando la medaglia e adottando un diverso punto di vista.<\/p>\n<p>Spirito non sembra avere dubbi sul fatto che il predominio sempre pi\u00f9 rapido del progresso scientifico sulla societ\u00e0 civile sia un bene; e tuttavia, non possiamo fare a meno di chiederci: un bene per chi?<\/p>\n<p>Qui vi sono da considerare, contemporaneamente, due ordini di problemi.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 che un sapere tecno-scientifico sempre pi\u00f9 specializzato impone un governo sempre pi\u00f9 ristretto, un governo dei tecnici che, per la forza stessa delle cose, tende a diventare una vera e propria dittatura &#8211; pur restando salve, questo \u00e8 del tutto secondario, le forme esteriori della democrazia.<\/p>\n<p>Il secondo ordine di problemi deriva dal fatto che questo governo dei tecnici, per sua natura, far\u00e0 &#8211; o, per meglio dire, sta gi\u00e0 facendo &#8211; tutto quanto in suo potere per rimuovere ogni ostacolo alla propria espansione, subordinando ogni esigenze non tecnica e non scientifica a un modello sociale puramente tecnico e scientifico.<\/p>\n<p>Ma siamo sicuri che questo sia un bene per la societ\u00e0?<\/p>\n<p>E siamo poi sicuri che la pratica del fare, della manipolazione, del dominio sugli enti, che un tale modello tecnologico comporta, siano intrinsecamente pi\u00f9 confacenti al benessere umano, dei valori della contemplazione, dell&#8217;ascolto, in altre parole dell&#8217;estetica, dell&#8217;etica e della religione?<\/p>\n<p>Per un momento, ma per un momento solo, Spirito sembra sfiorato da questo dubbio, e si pone la domanda; ma poi va subito oltre, e sembra non pensarci pi\u00f9.<\/p>\n<p>Invece noi dobbiamo porci con forza un tal genere di interrogativi. Dove vogliamo andare? Quale futuro immaginiamo, quale futuro desideriamo per noi e per le prossime generazioni? Che cosa ci autorizza a credere che una societ\u00e0 a misura della tecno-scienza possa rendere gli uomini pi\u00f9 felici, o meno infelici, di una societ\u00e0 costruita sulla contemplazione, sulla ricerca della pace interiore, sulla fratellanza e sull&#8217;amore?<\/p>\n<p>Ancora: possiamo facilmente capovolgere il ragionamento iniziale di Spirito e obiettare che, se in una societ\u00e0 improntata al modello scientifico sono i tecnici a dover formare l&#8217;aristocrazia, non esistono ragioni per supporre che essi siano le persone pi\u00f9 atte a governare il mondo degli uomini, <em>essendo eccellenti solo nel campo ristretto della loro specializzazione<\/em>. Perci\u00f2, se \u00e8 vero che un politico digiuno di competenze scientifiche non sar\u00e0 un buon governate in senso tecnico, \u00e8 altrettanto vero che un tecnico, per quanto competente nel proprio ambito specifico, pu\u00f2 benissimo risultare un politico inadeguato, nel senso pi\u00f9 ampio della <em>res publica.<\/em><\/p>\n<p>Pertanto, ci sembra che Spirito, pur animato dalla lodevole intenzione di ripristinare il sacrosanto principio che la cosa pubblica deve essere affidata ai migliori, non approfondisce adeguatamente il criterio in base al quale si possa stabilire chi sono i migliori, per fare che cosa e per andare verso dove.<\/p>\n<p>Forse, se fosse vissuto fino a vedere gli orrori della bioingegneria, degli arsenali nucleari sempre pi\u00f9 micidiali, della clonazione degli esseri viventi, della graduale sostituzione degli esseri umani mediante i robot (in Giappone ve ne sono operanti non solo per le funzioni pi\u00f9 semplici, ma anche, per quelle pi\u00f9 complessa, ad es., quali direttori d&#8217;orchestra), forse, dicevamo, il Nostro avrebbe cambiato idea o, quanto meno, avrebbe cominciato a nutrire dei dubbi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ugo Spirito: una figura un po&#8217; dimenticata, nel pur affollatissimo panorama della filosofia italiana novecentesca; una figura cui certo non ha giovato non tanto la militanza<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30168,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[141,164,194],"class_list":["post-29297","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-metafisica","tag-filosofia","tag-giovanni-gentile","tag-martin-heidegger"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-metafisica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29297","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29297"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29297\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30168"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29297"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29297"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29297"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}