{"id":29284,"date":"2018-10-25T01:07:00","date_gmt":"2018-10-25T01:07:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/10\/25\/tutto-e-iniziato-colla-separazione-tra-fenomeno-e-noumeno\/"},"modified":"2018-10-25T01:07:00","modified_gmt":"2018-10-25T01:07:00","slug":"tutto-e-iniziato-colla-separazione-tra-fenomeno-e-noumeno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/10\/25\/tutto-e-iniziato-colla-separazione-tra-fenomeno-e-noumeno\/","title":{"rendered":"Tutto \u00e8 iniziato colla separazione tra fenomeno e noumeno"},"content":{"rendered":"<p>La filosofia moderna, che i professori, al liceo e all&#8217;universit\u00e0, presentano agli studenti come un gigantesco balzo in avanti dopo la stasi e le &quot;tenebre&quot; del medioevo, non \u00e8 altro che un graduale, metodico, inesorabile processo di autodistruzione della ragione: della ragione vera, la ragione complessiva e armoniosa, <em>espirt de g\u00e9ometrie<\/em> pi\u00f9 <em>esprit de finesse<\/em>, a vantaggio di una dimensione univoca della ragione, quella logico-matematica. Il processo di dissoluzione parte dal tardo medioevo, cin Guglielmo di Ockham, se non prima, con Pietro Abelardo, e procede a grandi falcate nei secoli successivi; ma raggiunge il suo vertice e il suo &quot;capolavoro&quot; con il criticismo kantiano. \u00c8 Kant, colui che separa radicalmente e irreversibilmente il fenomeno dal noumeno, la cosa come appare dalla cosa in s\u00e9, che conduce a compimento tale processo di disintegrazione. Di questo tragico esito abbiamo gi\u00e0 parlato diffusamente a suo tempo (cfr. il nostro articolo <em>L&#8217;&quot;io penso&quot; kantiano e l&#8217;autocastrazione del pensiero moderno<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 15\/05\/07 e ripubblicato sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 15\/11\/17; ora ci resta da considerare, in tutta la sua portata, gli effetti devastanti che tale &quot;scoperta&quot;, o, se si preferisce, tale &quot;rivoluzione&quot;, ha avuto sul pensiero successivo.<\/p>\n<p>Arthur Schopenhauer, e non \u00e8 stato il peggiore dei suoi errori, tributa un&#8217;autentica ovazione a Kant per aver felicemente condotto a\u00a0 termine tale scoperta, riprendendo e perfezionando la primitiva intuizione di Locke: cio\u00e8 la distinzione fra propriet\u00e0 primarie e secondarie delle cose, come del resto avevano sostenuto molti altri prima di lui, per esempio Cartesio. Scriveva il filosofo di Danzica ne <em>Il mondo come volont\u00e0 e rappresentazione<\/em> (tr. di Paolo Savj-Lopez G. Di Lorenzo, Milano, Ed. CDE, 1993, pp. 542-543):<\/p>\n<p><em>Il pi\u00f9 grande merito di Kant \u00e8 la distinzione del fenomeno dalla cosa in s\u00e9, &#8211; fondata sulla dimostrazione che tra le cose e noi sussiste sempre l&#8217;intelletto, per cui esse non possono essere riconosciute secondo quello che, che esse possono essere in se stesse. Egli venne condotto su questa via da Locke (vedi i &quot;Prolegomeni ad ogni metafisica, \u00a7 12, nota 2). Questi aveva dimostrato, che le propriet\u00e0 secondarie delle cose, come suono, odore, colore, durezza, mollezza, liscezza e simili, essendo fondate sulle affezioni dei sensi, non apparterrebbero al corpo obiettivo, alla cosa in se stessa, a cui egli invece assegn\u00f2 solo le qualit\u00e0 primarie, ossia quelle, che presuppongono solo lo spazio e l&#8217;impenetrabilit\u00e0, come estensione, forma, solidit\u00e0, numero, mobilit\u00e0. Solo che questa distinzione di Locke, facile a trovarsi, e che si mantiene alla superficie delle cose, fu quasi soltanto un preludio giovanile di quella di Kant. Questa invero, partendo da un punto incomparabilmente pi\u00f9 alto, spiega tutto ci\u00f2, che Locke aveva lasciato valere come &quot;qualitates primarias&quot;, ossia propriet\u00e0 della cosa in se stessa, come del pari appartenente solo alla manifestazione di essa nella nostra facolt\u00e0 intellettiva, ed invero proprio perci\u00f2, che le condizioni di essa, spazio, tempo e causalit\u00e0, ci sono note &quot;a priori&quot;. Dunque Locke aveva sottratto dalla cosa in s\u00e9 la parte, che gli organi dei sensi hanno nella sua manifestazione; Kant per\u00f2 ora ne sottrasse anche la parte delle funzioni cerebrali (quantunque non sotto questo none); per cui adesso la distinzione del fenomeno dalla cosa in s\u00e9 acquist\u00f2 un significato infinitamente pi\u00f9 grande, ed un senso assai pi\u00f9 profondo. A questo scopo egli dov\u00e9 imprendere la grande separazione della nostra conoscenza &quot;a priori&quot; da quella &quot;a posteriori&quot;, il che prima di lui ancor non era mai avvenuto con la debita precisione e perfezione, n\u00e9 con chiara conscienza; nondimeno ora questo divenne la materia principale delle sue profonde investigazioni&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Lasciamo al buon vecchio Schopenhauer la responsabilit\u00e0 di queste iperboliche lodi, come pure quella di non aver visto che la sua bestia nera, quegli che lui considerava il cialtrone filosofico per eccellenza, Hegel, \u00e8, al contrario, l&#8217;erede pi\u00f9 che legittimo di Kant: che altro \u00e8, infatti, l&#8217;aver ridotto tutto il reale a pensiero, se non la logica conseguenza di aver ridotto il pensabile all&#8217;esperibile, e aver messo fra parentesi quel che resta fuori? Se le qualit\u00e0 esistono (e sia pure le qualit\u00e0 primarie>: ma \u00e8 rigorosa, \u00e8 davvero scientifica a distinzione fra primarie e secondarie?), ma sono inerenti al pensiero piuttosto che alle cose in se stesse, allora \u00e8 il pensiero, e non la realt\u00e0, l&#8217;oggetto del nostro conoscere; ma in tal caso, come stupirsi che arrivi un filosofo ancora pi\u00f9 audace, e anche pi\u00f9 coerente, il quale, partendo da tali premesse, dichiara che tutta la realt\u00e0 \u00e8 pensiero, e quindi il pensiero non \u00e8 una qualit\u00e0 dell&#8217;essere, ma l&#8217;essere una qualit\u00e0 del pensiero? A questo pazzesco capovolgimento del giusto ordine delle cose Hegel non \u00e8 arrivato da solo: \u00e8 stato Kant, tanto calorosamente applaudito da Schopnehauer, che gli ha fornito la corda per impiccarsi. Quanto pi\u00f9 lontano aveva saputo\u00a0vedere Berkeley, il quale aveva negato la distinzione fra le qualit\u00e0 primarie e secondarie, concludendo, dopo un attento esame, che le qualit\u00e0 sono<em>\u00a0tutte<\/em>\u00a0secondarie, e dunque sono tutte soggettive. In effetti, ammettere la distinzione cartesiana e lockiana, che \u00e8 poi la distinzione kantiana, fra ci\u00f2 che \u00e8 e ci\u00f2 che appare, crea inevitabilmente una schizofrenia: da un lato ci sono le cose quali ci appaiono, ma che costituiscono la sola realt\u00e0 a noi accessibile; dall&#8217;altro, ci sono le cose in se stesse, delle quali non si pu\u00f2 dir nulla, perch\u00e9 non sono esperibili, e quindi sono s\u00ec pensabili, ma che senso ha pensare ci\u00f2 che non potr\u00e0 mai essere constatato? In effetti, il <em>noumeno\u00a0<\/em>\u00e8 il\u00a0<em>caput mortuum<\/em>\u00a0del criticismo kantiano: se ne sta l\u00ec, in disparte, ineliminabile ma sostanzialmente inutile: non serve a nulla, e tuttavia non si pu\u00f2 far finta che non ci sia. Dopotutto, esso \u00e8 la garanzia che le cose ci sono e che il mondo esiste, e che ci\u00f2 che noi esperiamo non \u00e8 solo il delirio di un pazzo: in teoria, dunque, \u00e8 la chiave di volta di tutto; in pratica, il filosofo procede sulla via del conoscere ignorandolo del tutto, andando avanti come se non ci fosse. Non \u00e8 molto logico e non ha molto senso.<\/p>\n<p>A suo modo, \u00e8 pi\u00f9 logica e pi\u00f9 sensata la filosofia di Hegel, che riduce tutto a Pensiero, non si sa bene di chi, pensiero di se stesso; se delle cose in s\u00e9 non possiamo dir nulla, non ci resta che <em>dire<\/em>: il nostro dire scaturisce dal pensare, e il pensare \u00e8 la sola cosa certa. Capire chi sia il soggetto pensante, \u00e8 un altro paio di maniche: a ogni giorno basta la sua pena. Questo, del resto, \u00e8 tipico della cultura moderna: perch\u00e9 farsi tanti problemi in anticipo, perch\u00e9 rovinarsi la digestione, preoccupandosi in anzitempo di un problema che potremo risolvere in un secondo momento? L&#8217;abbandono del sistema (il tanto vituperato &quot;sistema&quot;, cio\u00e8 della metafisica), il pragmatismo, il riduzionismo, il pensiero debole, il pensiero a termine, il pensare come tecnica senza un perch\u00e9, la scelta dei mezzi slegata dai fini: tutto nasce da qui. In fondo, \u00e8 un oblio della seriet\u00e0 del pensare; ed \u00e8 nato dall&#8217;oblio della seriet\u00e0 della vita. Solo se si parte dal presupposto che il mondo ha un senso, e quindi anche il nostro esistere ha un senso, solo in questo caso il pensiero si pone sui binari giusti: cerca di capire come e perch\u00e9. Ma se si sorvola su questo presupposto, il pensare si riduce a un voler spiegare, anche senza aver capito. La filosofia moderna si \u00e8 specializzata in quest&#8217;arte pazzesca, aberrante: vuol spiegare ogni cosa, sul modello della scienza moderna, galileiana e sperimentale, al punto da sentenziare che, se pure vi \u00e8 qualcosa che essa non pu\u00f2 spiegare, quel qualcosa non ci riguarda minimamente (anzi \u00e8 meglio gettare nel fuoco i libri che ne parlano, come esorta a fare David Hume); per\u00f2 non si preoccupa di comprendere, perch\u00e9 per comprendere bisogna porre la questione del senso: infatti non si pu\u00f2 comprendere una cosa che non abbia senso. Ma dire che del <em>noumeno<\/em> nulla sappiamo, \u00e8 la stessa cosa che dire che non sappiamo se il reale abbia un senso, oppure no. Intanto costruiamo le macchine, manipoliamo la materia, cloniamo gli esseri viventi: poi, forse, cominceremo a domandarci che senso abbia. Lo facciamo, perch\u00e9 \u00e8 possibile,\u00a0<em>e pi\u00f9 non dimandare<\/em>. L&#8217;essere, che \u00e8 la cosa in s\u00e9, si comporta allo stesso\u00a0 modo: si nasconde, non si lascia vedere; e, cos\u00ec facendo permette che ciascuno se ne vada per la sua strada, indipendentemente dalla ricerca del fine comune. Forse il fine comune non esiste: tanto vale che ciascuno insegua il proprio fine particolare.\u00a0Ebbene, questo \u00e8 un pensiero aberrante, perch\u00e9 semina il caos nel quale oggi stiamo annaspando; un caos intellettuale prima ancora che sociale, politico, economico, morale, culturale.<\/p>\n<p>I filosofi antecedenti alla modernit\u00e0, e solo pochi filosofi che in essa si son trovati a vivere, ma senza subirne le pressioni e i ricatti, come Kierkegaard, bens\u00ec tenendo alta la bandiera della vera libert\u00e0 del pensiero, si sarebbero vergognati di giungere a simili conclusioni. Essi infatti sapevano che la vera libert\u00e0 non \u00e8 la libert\u00e0 assoluta: sia perch\u00e9 questa \u00e8 impossibile, essendo un attributo divino, sia perch\u00e9, se anche fosse possibile, poterebbe l&#8217;uomo a diventare nemico di se stesso. L&#8217;uomo, creatura finita, ma con l&#8217;ardente nostalgia dell&#8217;infinito, non pu\u00f2 n\u00e9 appagare da solo tale nostalgia, n\u00e9 deve negarla, attribuendo a se stesso le prerogative divine, perch\u00e9 in entrambi i casi finisce per esorbitare dal proprio statuto ontologico, mettendosi in un vicolo cieco, il che gli frutter\u00e0 solo delusione, amarezza e dolore. La filosofia moderna esalta la <em>curiositas<\/em>, ma nega o ignora la <em>virtus<\/em>: \u00e8, paradossalmente, sia una filosofia della <em>hybris<\/em>, della dismisura, perch\u00e9 rivendica all&#8217;uomo l&#8217;esercizio di possibilit\u00e0 che non gli appartengono, sia una filosofia della rinuncia e della sconfitta, perch\u00e9 si mortifica da se stessa in ci\u00f2 che di pi\u00f9 grande ha l&#8217;uomo: la profondit\u00e0 di un pensiero che non pensa in maniera slegata, difforme e perfino contraria al senso dell&#8217;essere, il quale ultimo comprende, spiega e supera il pensiero, conducendolo fin l\u00e0 dove esso, da solo, non potrebbe mai giungere, cio\u00e8 fino alle soglie dell&#8217;Essere. D&#8217;altra parte, una filosofia che dichiara inconoscibile la cosa in s\u00e9, \u00e8 una filosofia dimezzata, buona per esseri dimezzati, che si adattano a vivere una vita dimezzata. E non solo dimezzati: sdoppiati, scissi. Il dramma dell&#8217;uomo moderno \u00e8 essenzialmente questo: avendo perduto il riferimento con la cosa in s\u00e9, ha perduto anche la coscienza della propria unit\u00e0 interiore. \u00c8 divenuto <em>uno, nessuno e centomila<\/em>; e dubita di tutto, perfino se la vita sia sogno o realt\u00e0 (Calderon de la Barca), perfino se sia cosa migliore essere o non essere, vivere o morire (Shakespeare), perfino se la vita non gli sia stata data da un dio malvagio e beffardo (Leopardi) e se la libert\u00e0 non gli sia stata data, come un dono avvelenato, per la sua maledizione e la sua infelicit\u00e0 (Montale, Sartre).<\/p>\n<p>Non si esce da questo vicolo cieco, se non tornando all&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;essere, superando la divisione tra fenomeno e <em>noumeno<\/em>. E non si torna all&#8217;unit\u00e0 dell&#8217;essere se non si recupera l&#8217;unit\u00e0 della coscienza. E non si recupera l&#8217;unit\u00e0 della coscienza se non si torna alla consapevolezza dello statuto ontologico dell&#8217;uomo: al senso del suo limite, al senso della sua grandezza, al senso della sua vocazione. Fino a quando l&#8217;uomo moderno continuer\u00e0 a considerare irraggiungibile e indefinibile la cosa in s\u00e9, non far\u00e0 alcun passo avanti, non riuscir\u00e0 a superare il punto morto. Certo, \u00e8 evidente che le cose come appaiono a noi non sono, in tutto e per tutto, le cose in se stesse; ma di qui a dire che sono due cose diverse, ce ne corre. Non sono due cose diverse, bens\u00ec due aspetti di una stessa cosa. Il fenomeno non \u00e8 una realt\u00e0 separata dal <em>noumeno<\/em>, perch\u00e9, se lo fosse, sarebbe anche staccata da esso, il che \u00e8 assurdo: se fossero due realt\u00e0 staccate, in che modo il <em>noumeno<\/em> si manifesterebbe a noi come fenomeno? Invece sono la stessa cosa, ma il fenomeno \u00e8 ci\u00f2 che noi riusciamo a percepire direttamente del <em>noumeno<\/em>, mentre quest&#8217;ultimo \u00e8 la cosa nella sua intima verit\u00e0. Una mela, direbbe san Tommaso d&#8217;Aquino, \u00e8 sempre una mela: solo che se un osservatore \u00e8 daltonico, non la vede dello stesso coloro che vedono gli altri; e se \u00e8 estremamente miope, da una certa distanza non saprebbe nemmeno identificarla. Eppure \u00e8 sempre lei: sia che resti posata sul tavolo, sia che la guardiamo da lontano; sia che ci sia molta luce, sia che ve ne sia poca. Anche noi siamo sempre noi, perch\u00e9, se fossimo nessuno o centomila, non staremmo qui a tormentarci con questo dubbio: infatti \u00e8 un dubbio che pu\u00f2 sorgere solo da parte di una coscienza unitaria. Se la coscienza non fosse unitaria, non ci sarebbe alcun dubbio, ma solo la consapevolezza di essere degli io differenti; nel qual caso resterebbe da spiegare come sia nata la credenza nell&#8217;io. Allo stesso modo, solo colui che ha conservato almeno un barlume di ragione pu\u00f2 dubitare di essere pazzo; ma il vero pazzo non sospetta la propria pazzia, al contrario, si ritiene il pi\u00f9 savio degli uomini. \u00c8 tipico dei pazzi credersi savi, ed \u00e8 tipico dei savi temere d&#8217;impazzire. Ora, la rinuncia alla cosa in s\u00e9 ha introdotto la pazzia nel mondo perch\u00e9 solo la cosa in s\u00e9, essendo ci\u00f2 che \u00e8 e venendo riconosciuta come tale, garantisce la verit\u00e0 di tutto il resto. Senza la cosa in s\u00e9, o meglio senza la fiducia di poter riconoscere &#8212; non diciamo di comprendere &#8212; la cosa in s\u00e9, viene meno qualsiasi criterio di verit\u00e0, per cui tutto diventa fluido, relativo, evanescente. Il mondo allora \u00e8 una foresta da incubo, disseminata di specchi che ci rimandano all&#8217;infinito l&#8217;immagine di uno sconosciuto inquietante, allucinato, che siamo noi stessi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La filosofia moderna, che i professori, al liceo e all&#8217;universit\u00e0, presentano agli studenti come un gigantesco balzo in avanti dopo la stasi e le &quot;tenebre&quot; del<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30158,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[39],"tags":[98,153,173],"class_list":["post-29284","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-filosofie-moderne","tag-arthur-schopenhauer","tag-georg-wilhelm-friedrich-hegel","tag-immanuel-kant"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-filosofie-moderne.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29284","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29284"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29284\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30158"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29284"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29284"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29284"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}