{"id":29242,"date":"2011-03-01T08:22:00","date_gmt":"2011-03-01T08:22:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/03\/01\/trieste-o-trst-la-faziosita-soft-della-nuova-storiografia-slovena-sulla-venezia-giulia\/"},"modified":"2011-03-01T08:22:00","modified_gmt":"2011-03-01T08:22:00","slug":"trieste-o-trst-la-faziosita-soft-della-nuova-storiografia-slovena-sulla-venezia-giulia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/03\/01\/trieste-o-trst-la-faziosita-soft-della-nuova-storiografia-slovena-sulla-venezia-giulia\/","title":{"rendered":"Trieste o Trst? La faziosit\u00e0 \u201csoft\u201d della nuova storiografia slovena sulla Venezia Giulia"},"content":{"rendered":"<p>Il libro di Jo\u017ee Pirjevec \u00abFoibe. Una storia d&#8217;Italia\u00bb (Torino, Euinaudi, 2009), uscito un paio d&#8217;anni or sono, \u00e8 interessante perch\u00e9 offre il punto di vista di uno storico sloveno contemporaneo sul dramma vissuto dalle popolazioni italiane della Venezia Giulia fra il settembre del 1943 e il periodo finale della seconda guerra mondiale &#8211; che, in quella regione, si \u00e8 conclusa nel maggio inoltrato del 1945 (e non attorno al 25 aprile, come nel resto del Nord Italia); nonch\u00e9 nelle settimane e nei mesi successivi alla conclusione &quot;ufficiale&quot; del conflitto.<\/p>\n<p>L&#8217;Autore \u00e8 docente di Storia presso l&#8217;Universit\u00e0 del Litorale di Koper\/Capodistria e membro dell&#8217;Accademia Slovena delle Scienze e delle Arti. Fra i suoi libri precedenti, si segnala in particolare \u00ab&quot;Trieste \u00e8 nostra!&quot; Lotta degli Sloveni per il mare (1848-1954)\u00bb, pubblicato a Lubiana dalla \u00abNova Revija\u00bb nel 2007. Ed \u00e8 proprio su questo aspetto della sua impostazione storiografica, ossia la questione della italianit\u00e0 o meno di Trieste, che intendiamo fermare per ora la nostra attenzione, rimandando ad alta occasione di entrare nel merito della sua ricostruzione degli eventi che culminarono, fra il 1943 e il 1945, nell&#8217;infoibamento, da parte delle truppe partigiane jugoslave comandate dal maresciallo Tito, di migliaia di cittadini italiani, donne e bambini compresi, di null&#8217;altro rei se non della loro appartenenza etnica.<\/p>\n<p>Questione di carattere minore, come si vede, rispetto a quella, ben pi\u00f9 tragica e scottante, delle foibe; e, tuttavia, questione altamente significativa per comprendere come la cultura accademica, per non dire del sentimento popolare, nelle Repubbliche della ex Federazione jugoslava, si rapporti tuttora, a quasi sette decenni di distanza (un quarto di secolo!), con la questione delle minoranze che, nel 1945, non trovando posto nel quadro ideologico e nazionale voluto da Tito e dai suoi seguaci, furono votate all&#8217;espulsione o allo sterminio.<\/p>\n<p>Pirjevec, dunque, insegna all&#8217;Universit\u00e0 del Litorale, con sede a Koper; ma sia &quot;Litorale&quot; che &quot;Koper&quot; sono espressioni geografiche tutt&#8217;altro che neutre: indicano la geografia del vincitore, non quella della storia millenaria di quelle terre. Certo, la storia conosce ben altre violenze: la tedeschissima K\u00f6nigsberg, ad esempio, la citt\u00e0 di Kant, divenuta la russa Kaliningrad, previa espulsione o massacro dei suoi abitanti; per non parlare del destino delle cittadine e dei borghi palestinesi, oltre che, in prospettiva, della stessa Gerusalemme, dopo che sono stati inglobati nello Stato d&#8217;Israele.<\/p>\n<p>Questo non significa che si tratti di situazioni normali; di situazioni normali, vogliamo dire, dal punto di vista culturale, dato che nessuno, grazie al Cielo, pensa di poter ripristinare la situazione originaria di quei luoghi mediante impossibili atti di forza unilaterali. Tuttavia, una cosa \u00e8 prendere atto delle violenze che la geografia ha inferto alla storia e segnalarle adeguatamente, mediante una terminologia rispettosa della verit\u00e0; e altra cosa \u00e8 passarle sotto silenzio: come avviene, per esempio, allorch\u00e9 il turista italiano, o anche d&#8217;altra nazionalit\u00e0, si trova fra le mani delle guide turistiche che decantano la bellezza di &quot;Pula&quot; e ne ricostruiscono perfino il passato, senza mai accennare al fatto che questa bella citt\u00e0 istriana, fino al 1947, era italianissima e si chiamava Pola; e che i suo abitanti furono costretti ad andarsene, spogliati di tutto, per le inique decisioni del Trattato di pace di Parigi.<\/p>\n<p>Ma torniamo alla questione della italianit\u00e0 di Trieste.<\/p>\n<p>Un capitolo del libro di Pirjevec si intitola, appunto, significativamente (p. 13) , \u00abTrieste o Trst?\u00bb, con un eloquente punto di domanda.<\/p>\n<p>Lo storico sloveno non perde tempo a considerare le statistiche relative alla percentuale di popolazione italiana e slovena (non lo fa nemmeno per le altre citt\u00e0 dell&#8217;Istria e della Dalmazia che, nel 1919 e nel 1947, vennero assegnate alla Jugoslavia, pur essendo a maggioranza italiana); si limita a sostenere che \u00e8 un mito la convinzione italiana che l&#8217;Austria abbia favorito, fra &#8216;800 e &#8216;900, l&#8217;immigrazione slovena in citt\u00e0 per contrastare l&#8217;italianit\u00e0 di Trieste.<\/p>\n<p>Oppure prendiamo l&#8217;esempio di quel che scrive Pirjevec a proposito della propaganda &quot;nazionalista&quot; italiana, come lui la chiama, volta a influenzare la decisione degli Alleati circa il destino finale della Venezia Giulia, fra il 1945 e il 1946 (strano argomento, visto che alla fine il trattato di Parigi assegn\u00f2 quasi tutto il territorio alla Jugoslavia), e di come egli riesca a manipolare abilmente il senso delle parole del vescovo di Trieste, Antonio Santin, in una lettera a De Gasperi (p. 138):<\/p>\n<p>\u00abCome dice Paolo G. Parovel, le foibe diventarono prova primaria della validit\u00e0 dell&#8217;interpretazione nazionalista della storia e dei rapporti interetnici locali come uno scontro fra &quot;latini&quot; e portatori della civilt\u00e0 e &quot;barbari&quot; sanguinari slavi. &quot;Questa concezione salda e legittima senza soluzione di continuit\u00e0 la tradizione irredentistica con il nazionalismo postfascista dei nuovi partiti &quot;democratici&quot;, trasversale a essi dalla destra alla sinistra moderata [e qui cita un lavoro INEDITO del Parovec].\u00bb Se ne fece autorevole interprete il vescovo di Trieste, monsignor Santin, che scriveva a De Gasperi:<\/p>\n<p>&quot;L&#8217;occupazione jugoslava di tutta la Venezia Giulia per quaranta giorni e l\u00ec&#8217;occupazione di tanta parte della regione ancor oggi, ha avuto un tale carattere di autentica barbarie, ha instaurato un tale regime di violenza, ha privato le popolazioni cos\u00ec brutalmente dei diritti pi\u00f9 elementari, ha dato tali esempi di ferocia e tale prova d&#8217;incapacit\u00e0 di amministrare queste terre, che furono ridotte alla situazione di certe zone africane, che nessun uomo di cuore che stimi la civilt\u00e0, pu\u00f2 aver animo di costringere delle popolazioni che non ne vogliono sapere, sotto tale insopportabile giogo&quot;.\u00bb<\/p>\n<p>Ora, qualcuno dovrebbe spiegare al professor Pirjevec che non \u00e8 cosa seria, in una pubblicazione storica, citare delle fonti inedite; che le virgolette usate dal Parovec per definire i partiti italiani &quot;democratici&quot; del dopoguerra, accomunati nell&#8217;accusa di antislavismo, ad accezione del Partito comunista &#8211; il quale, guarda caso, era favorevole alla cessione non solo di Zara, Fiume, Pola, Capodistria, ma anche di Trieste -, la dice lunga sul pregiudizio ideologico di quella fonte; e che nelle parole di monsignor Santin, integerrima figura di uomo di Dio e di uomo di profonda sensibilit\u00e0 civile, scritte, oltretutto, in una lettera privata, non si pu\u00f2 rintracciare, pur con tutta la malafede del caso, alcuna traccia di disprezzo etnico verso gli Savi, ma, semmai, di profonda disistima, e da parte di chi ne aveva fatto l&#8217;esperienza diretta, del sistema politico allora rappresentato dalla Jugoslavia comunista del maresciallo Tito.<\/p>\n<p>Oltre a ci\u00f2, il Pirjevec non esita a lanciarsi in un processo alle intenzioni e, a proposito dell&#8217;intervento italiano in guerra nel 1915, sostiene testualmente (p. 14):<\/p>\n<p>\u00abQuando, scoppiata la prima guerra mondiale, il governo di Roma decise di associarsi nello sforzo bellico alle potenze dell&#8217;Intesa, lo fece non tanto per salvare i fratelli &quot;irredenti&quot; dal giogo austriaco, quanto per assicurarsi domini sui territori cui pensava di avere diritto quale erede dell&#8217;Impero di Giulio Cesare e su quello marinaro di Venezia\u00bb.<\/p>\n<p>A parte il fatto che l&#8217;esimio professore universitario dovrebbe sapere che i Romani conquistarono l&#8217;Istria non al tempo di Giulio Cesare, ma molto prima, nel 178-177 avanti Cristo, all&#8217;epoca del re istro Epulo; e, inoltre, che all&#8217;epoca di Giulio Cesare non esisteva ancora l&#8217;Impero Romano, ma una Repubblica; ci piacerebbe che egli avesse pure aggiunto che, nel 1915, nemmeno i pi\u00f9 sfrenati nazionalisti serbi, quelli che portano la responsabilit\u00e0 di aver provocato lo scoppio del primo conflitto mondiale con le trame della &quot;Mano Nera&quot; e il delitto di Sarajevo, avrebbero mai sognato di poter creare un regno degli Slavi del Sud che arrivasse fino al Monte Nevoso e nei pressi di Tarvisio, come poi, invece, accadde nel 1919, grazie alla potente protezione che il presidente americano Wilson accord\u00f2, verso la fine del conflitto, ad alcuni fuoriusciti serbi e croati, suggestionato dalla loro abile propaganda (quella s\u00ec, abile, visti i risultati stupefacenti che ottenne; non, per\u00f2, altrettanto fondata sulla realt\u00e0, considerata la duplice dissoluzione di quella costruzione artificiale: nel 1941-45 e nel 1991-95: ed, entrambe le volte, con una serie di guerre civili sanguinosissime e caratterizzate da atrocit\u00e0 senza pari).<\/p>\n<p>Se proprio uno storico si sente chiamato a fare il processo alle intenzioni, allora sarebbe giusto che egli sapesse guardare anche la trave che si trova nell&#8217;occhio della sua parte politica, e non solo il bruscolo che \u00e8 nell&#8217;occhio degli altri.<\/p>\n<p>Ma la faziosit\u00e0 &quot;soft&quot; di Pirjevec, che simula un atteggiamento di imparzialit\u00e0 e di disponibilit\u00e0 al dialogo, non si limita al solo testo scritto.<\/p>\n<p>L&#8217;apparato iconografico, per esempio: a dispetto del titolo dell&#8217;opera, \u00abFoibe\u00bb, delle 13 fotografie che corredano il volume, una sola mostra la riesumazione delle vittime delle foibe, e, per giunta, la parola &quot;foibe&quot; \u00e8 messa tra virgolette. Tutte le altre fotografie documentano la presenza fascista e nazista nella Venezia Giulia e le atrocit\u00e0 commesse dai nazi-fascisti ai danni della popolazione e dei partigiani slavi; una paio di esse mostrano dei manifestini con i quali gli Italiani della Venezia Giulia chiedevano agli Alleati di non essere abbandonati alla merc\u00e9 delle truppe di Tito (e la didascalia suggerisce che l&#8217;equiparazione delle fosse di Katyn alle foibe del Carso, fatta dagli estensori di quei documenti, non sarebbe legittima).<\/p>\n<p>Certo, si tratta di fatti reali: nessuno storico serio nega, oggi, che non solo l&#8217;esercito germanico, ma anche quello italiano, prima dell&#8217;8 settembre 1943, si siano macchiati di crimini di guerra nel teatro di operazioni jugoslavo. Il punto non \u00e8 questo, ma piuttosto: che cosa c&#8217;entrano quei fatti, con quelli cui dovrebbe essere dedicata l&#8217;opera in questione? Naturalmente, essi servono per chiarire una situazione complessiva; ma \u00e8 corretto mostrare quelli pi\u00f9 di questi, quasi a suggerire che, se anche le atrocit\u00e0 contro gli Italiani vi furono, altro non sono state che la logica reazione a quelle che gli Slavi, a loro volta, avevano subito durante la guerra?<\/p>\n<p>Poi, il linguaggio.<\/p>\n<p>Nel capitolo dedicato alla &quot;corsa per Trieste&quot;, l&#8217;Autore riporta (a p. 84) l&#8217;ordine operativo di Tito alla Quarta Armata jugoslava: &quot;Bisogna avanzate anzitutto verso l&#8217;Istria e contemporaneamente su Trieste. Non curarsi dei fianchi&quot;. Riportato cos\u00ec, senza commento, sembra un semplice documento strategico, oltretutto di sapore quasi napoleonico: puntare dritto al cuore dello schieramento nemico, trascurando gli obiettivi secondari.<\/p>\n<p>Non si dice che quella strategia aveva una matrice politica piuttosto che militare: Tito voleva occupare Trieste perfino prima di Zagabria e di Lubiana, perch\u00e9 sapeva che, nella prospettiva della conferenza di pace, il possesso di un territorio esercita un peso decisivo sul suo destino futuro, anche se quest&#8217;ultimo sia ancora teoricamente impregiudicato.<\/p>\n<p>Nessuno, al tavolo della pace, si sarebbe sognato di contestare l&#8217;appartenenza di Lubiana o di Zagabria allo Stato jugoslavo, monarchico o repubblicano che fosse; molti, invece, avrebbe trovato discutibile l&#8217;attribuzione ad esso di Trieste: ma, se la citt\u00e0 giuliana fosse stata gi\u00e0 nelle mani dell&#8217;esercito jugoslavo, le rivendicazioni di Tito (che arrivavano fino all&#8217;Isonzo ed oltre) avrebbero acquistato, automaticamente, molta pi\u00f9 forza.<\/p>\n<p>In breve, non si dice che la strategia militare di Tito e del Partito Comunista jugoslavo era ispirata, sotto la vernice di una ideologia marxista e stalinista, da una potentissima componente nazionalista; che nel nazionalismo Tito vedeva il collante per la ricostruzione del nuovo Stato jugoslavo, crollato come un castello di carte nell&#8217;aprile del 1941; e che, in una tale prospettiva, le componenti non slave del futuro Stato jugoslavo (italiane, tedesche, ungheresi, ecc.) avrebbero dovuto essere rese innocue, preferibilmente mediante una vera e propria &quot;pulizia etnica&quot;.<\/p>\n<p>Quest&#8217;ultima sarebbe passata pi\u00f9 facilmente inosservata, nel resto del mondo, se fosse stata avvalorata la versione appositamente predisposta da Tito e dai suoi collaboratori, quella cio\u00e8 di nascondere la &quot;pulizia etnica&quot; dietro il pretesto della &quot;guerra di liberazione&quot; e della epurazione dei nazifascisti e dei collaborazionisti, in primo luogo gli ustascia croati.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, un&#8217;Europa ancora coperta di macerie fumanti ed una comunit\u00e0 internazionale moralmente sotto shock per gli immani disastri provocati da sei anni di conflitto e culminati nei funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, avrebbe chiuso facilmente un occhio davanti ai &quot;regolamenti di conti&quot; che, all&#8217;interno della Jugoslavia, vedevano i &quot;buoni&quot;, cio\u00e8 i vincitori, liquidare senza troppi complimenti i &quot;cattivi&quot;, cio\u00e8 non solo quanti avevano combattuto per l&#8217;Asse, ma anche le inermi popolazioni che avevano la disgrazia di appartenere ad una minoranza etnica non slava.<\/p>\n<p>Del resto, che la &quot;forma mentis&quot; dell&#8217;Autore sia naturalmente incline a scusare e giustificare una siffatta versione della storia, che ricorda quella, mostruosa dal punto di vista giuridico e morale, messa in opera dagli Alleati al processo di Norimberga contro i crimini della Germania nazista (ed assolvendo implicitamente i crimini degli Alleati e particolarmente dei Sovietici), lo si evince da tutto il suo modo di esprimersi.<\/p>\n<p>Per lo storico, la scelta delle parole \u00e8 molto pi\u00f9 che una questione tecnica: \u00e8 una questione di imparzialit\u00e0 ideologica.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, quando, per esempio, nello stesso capitolo, si dice (ibidem, p. 86) che il IX Corpus sloveno, alla fine di aprile del 1945, si accingeva a &quot;liberare&quot; Monfalcone e Gorizia, solo un lettore molto distratto o molto ignorante delle cose locali pu\u00f2 prendere per buona una simile espressione, senza trasalire: Monfalcone e Gorizia erano citt\u00e0 a maggioranza largamente italiana e la cosiddetta &quot;liberazione&quot; da parte dei partigiani sloveni, cio\u00e8 la loro brutale occupazione, fu vissuta con terrore e disperazione da quegli infelici.<\/p>\n<p>Per loro, dietro la retorica libertaria del linguaggio adoperato dal vincitore (che \u00e8, guarda caso, anche quello dello storico sloveno, pi\u00f9 di sessant&#8217;anni dopo) si nascondevano violenze, imprigionamenti, processi sommari, deportazioni, ruberie d&#8217;ogni genere, morte per fucilazione o per infoibamento; o, nel migliore dei casi, una fuga alla disperata, senza poter portare via con s\u00e9 nulla dei propri beni, senza alcuna speranza di ritorno, senza il conforto di una patria pronta ad accoglierli con umanit\u00e0 e solidariet\u00e0, visto che l&#8217;Italia del 1945 aveva gi\u00e0 tante ferite da medicare e visto il ruolo vergognoso svolto dai militanti comunisti contro i profughi giuliani, presentati immancabilmente come &quot;fascisti&quot; e &quot;nemici del popolo&quot; (ma quale?).<\/p>\n<p>Potremmo continuare per ore, dato che ogni pagina, ogni frase del libro di Pirjevec contiene una continua, sottile &#8211; e talvolta anche grossolana &#8211; mistificazione dei fatti, gi\u00e0 a partire dal linguaggio e, come si \u00e8 detto, dal (magro) apparato icnografico; ma crediamo che basti.<\/p>\n<p>Chi ne abbia voglia, pu\u00f2 andarsi a leggere il libro e verificare quanto andiamo dicendo: purch\u00e9, si capisce, possieda un minimo di conoscenza di quella terra e di quegli eventi. Conoscenza che non molti, in Italia, hanno, almeno fuori di Trieste, Gorizia e del vicino Friuli, dato il gigantesco processo di rimozione collettiva, nonch\u00e9 di pura e semplice ignoranza e insensibilit\u00e0, che caratterizza il rapporto della societ\u00e0 italiana contemporanea verso la tragedia di quei suoi figli delle terre nord-orientali, vittime della sua colpevole indifferenza, oltre che della violenza della storia. Basti dire che non pochi turisti italiani, mentre si recano regolarmente a trascorrere le vacanze estive sulle spiagge dell&#8217;Istria e della Dalmazia, non sanno neppure che quelle localit\u00e0 furono italiane per secoli, fino al drammatico esodo del 1945-47&#8230;<\/p>\n<p>Non vogliamo, peraltro, sottrarci alla domanda che avevamo posta fin dall&#8217;inizio: se, cio\u00e8, Trieste debba essere considerata, storicamente, etnicamente, culturalmente, italiana o slovena; domanda estremamente rozza, ma posta dal nazionalismo sloveno e ripresa, come abbiamo visto, da storici accademici, quali il professor Pirjevec.<\/p>\n<p>Ebbene: finch\u00e9 Trieste era parte di un grande organismo multinazionale, quale fu l&#8217;Impero austriaco prima, la Duplice monarchia austro-ungarica poi (dal 1867) e, soprattutto, quando essa era il principale porto ed emporio commerciale dell&#8217;alto Adriatico, &quot;polmone&quot; della economia di gran parte della Mitteleuropa, la sua natura cosmopolita pot\u00e9 trovare una dignitosa composizione che, pur fra spinte e tensioni etniche e sociali, le assicur\u00f2 una posizione forse unica al mondo, di vivacissimo crogiolo culturale e di nodo vitale di una vasta area commerciale, quella danubiano-balcanica.<\/p>\n<p>Ma, dopo che l&#8217;idea dello Stato dinastico fu definitivamente tramontata nella cultura e nella politica dell&#8217;Europa, con l&#8217;avvento dell&#8217;idea dello Stato nazionale, il destino di Trieste fu segnato, cos\u00ec come lo fu quello della stessa Austria-Ungheria: Trieste doveva entrare a far parte di uno Stato nazionale, anche se ci\u00f2 avrebbe comportato, inevitabilmente, un ridimensionamento della sua economia e anche un certo restringimento dei suoi orizzonti culturali.<\/p>\n<p>Ma, a quel punto, non vi \u00e8 il minimo dubbio che l&#8217;unico Stato che avesse le carte in regola per rivendicare la sovranit\u00e0 su Trieste era quello italiano, dato che la grande maggioranza dei Triestini erano, e sono, di lingua, di cultura e di sentimenti italiani. N\u00e9 allora, cio\u00e8 nel 1919, n\u00e9 dopo, cio\u00e8 nel 1945, Trieste avrebbe mai potuto venire ragionevolmente e legittimamente assegnata alla Jugoslavia, ovvero alla Slovenia che ne faceva parte. Se ci\u00f2 fosse avvenuto, si sarebbe trattato di una intollerabile forzatura delle ragioni della storia, oltre che del principio di libera autodeterminazione dei popoli.<\/p>\n<p>E questo \u00e8 il nocciolo della questione, checch\u00e9 ne dicano gli storici &quot;revisionisti&quot; sloveni i quali, non paghi dell&#8217;annessione al loro Paese, e alla vicina Croazia, di terre e citt\u00e0 squisitamente italiane, e italiane da secoli e secoli, continuano a rammaricarsi che anche Trieste e Gorizia non siano andate a far parte del bottino di guerra del vincitore: l&#8217;esercito partigiano comunista di Tito.<\/p>\n<p>Cosa concludere da tutto ci\u00f2?<\/p>\n<p>Che l&#8217;antico, aggressivo nazionalismo slavo cambia il pelo, ma non il vizio: basta confrontare le opere di uno storico jugoslavo dell&#8217;epoca di Tito, come Vladimir Dedijer, con quelle del Pirjevec, per rendersi conto che, prima sotto un regime nazionalcomunista, poi sotto un sistema democratico, il nazionalismo anti-italiano (e anche anti-tedesco: basti pensare all&#8217;assurdo tentativo di annessione della Carinzia, nel 1919) \u00e8 sempre ugualmente virulento e ha sempre lo stesso scopo: giustificare ci\u00f2 che \u00e8 ingiustificabile, vale a dire l&#8217;annessione alla Jugoslavia di terre su cui vivevano, da sempre, non meno di 400.000 Italiani, la stragrande maggioranza dei quali dovette letteralmente fuggire dopo la seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p>Certo, nessuno li espulse. Se ne andarono da soli, visto quel che era successo a tanti di loro, nelle foibe del Carso e nei campi di concentramento dell&#8217;interno.<\/p>\n<p>Se ne andarono in silenzio, dalla mattina alla sera, come a Pola: dove una intera cittadinanza si imbarc\u00f2 sulle navi e lasci\u00f2 aperte le porte delle case, come a dire ai nuovi padroni: \u00abEcco, entrate pure; prendete quel che volete, ormai \u00e8 tutto vostro&#8230;\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il libro di Jo\u017ee Pirjevec \u00abFoibe. 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