{"id":29241,"date":"2007-07-02T02:06:00","date_gmt":"2007-07-02T02:06:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/02\/i-misteri-della-terra-dei-fiordi-la-tribu-perduta\/"},"modified":"2007-07-02T02:06:00","modified_gmt":"2007-07-02T02:06:00","slug":"i-misteri-della-terra-dei-fiordi-la-tribu-perduta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/02\/i-misteri-della-terra-dei-fiordi-la-tribu-perduta\/","title":{"rendered":"I misteri della terra dei fiordi: la \u00abtrib\u00f9 perduta\u00bb"},"content":{"rendered":"<p><em>Misteriosa \u00e8 la Fiordland, l&#8217;estrema punta sud-occidentale della Nuova Zelanda, una terra incredibilmente fuori del tempo, ammantata di grandi foreste che, a dispetto del clima temperato-fresco (a sud di essa c&#8217;\u00e8 solo l&#8217;Antartide), ricevono una quantit\u00e0 di precipitazione paragonabile a quella dei luoghi pi\u00f9 piovosi del pianeta. Costellata di laghi dalle acque cristalline e dominata da montagne, ghiacciai e cascate spettacolari, essa esercita un fascino potente sul visitatore. \u00c8 una terra ove l&#8217;uomo non si \u00e8 mai insediato da padrone &#8211; n\u00e9 il maori, n\u00e9 il bianco -, limitandosi a costeggiarne gli altissimi fiordi affacciati sul Pacifico meridionale e, poi, a stabilirsi, ma con estrema discrezione e quasi in punta di piedi, ai suoi margini, ove il terreno \u00e8 meno accidentato e il clima un po&#8217; meno piovoso.<\/em><\/p>\n<p><em>La Fiordland \u00e8 in grado di riservare molte sorprese, specie nel campo della criptozoologia. Poco dopo la seconda guerra mondiale vi \u00e8 stato riscoperto, vivo e vegeto, un uccello straordinario che si credeva estinto da gran tempo, il<\/em> takahe<em>; e alcuni credono perfino (o sperano) che nelle sue dense foreste si celi qualche esemplare minore del famoso Moa (<\/em>Dinornis maximus<em>), il pi\u00f9 grande uccello non volatore mai vissuto sulla Terra, almeno in tempi storici.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma un mistero ancora pi\u00f9 grande \u00e8 quello della Trib\u00f9 Perduta: una tradizione che alcuni vorrebbero puramente leggendaria, mentre esistono seri elementi per pensare ch&#8217;essa possieda una vera e propria base storica, e che si riferisca ad avvenimenti reali, peraltro misteriosi e difficili da spiegare. Elementi che rimettono in discussione l&#8217;inspiegabile sparizione di singoli individui ma anche, talvolta, di interi gruppi umani, dei quali la Storia ha perso le tracce; e senza avere nemmeno (come nel caso dell&#8217;armata scomparsa di Cambise nel deserto egiziano) il pi\u00f9 piccolo indizio su dove possano essere andati a finire&#8230;<\/em><\/p>\n<p>La leggenda, o la storia (difficile dire quale delle due) della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb della Nuova Zelanda \u00e8 una delle pi\u00f9 singolari e affascinanti del suo genere. La scomparsa di singoli individui, magari famosi (come nel caso di Ettore Maiorana) ha sempre suscitato curiosit\u00e0 e stupore; ma la scomparsa di un intero gruppo umano, relativamente numeroso, \u00e8 uno di quei fatti che sfidano la nostra capacit\u00e0 di comprensione. In questo caso, poi, mancano del tutto quegli indizi che possono illuminare l&#8217;enigma di altri casi analoghi, come quello, assai noto, dell&#8217;armata persiana di Cambise che scomparve mentre marciava dalla valle del Nilo verso l&#8217;Oasi di Siwa, nel Deserto Libico. (1) Pertanto, la reazione istintiva davanti a un caso come quello della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb \u00e8 quella del rifiuto preconcetto anche della sola possibilit\u00e0: sentiamo che, ammettendola, ci spingeremmo su un terreno totalmente sconosciuto, privo di tutti gli abituali punti di riferimento. Ma la verit\u00e0 \u00e8 che <em>questo<\/em> sarebbe un atteggiamento irrazionale, e non gi\u00e0 accogliere il fatto sia pure come ipotesi di ricerca: il mistero, infatti, supera per definizione le nostre possibilit\u00e0 di comprensione <em>sul piano strettamente logico-razionale<\/em>, ma nulla e nessuna ci assicura che la logica formale sia la sola ed autentica forma di conoscenza della realt\u00e0. Bisogna avere l&#8217;umilt\u00e0 di riconoscersi piccoli davanti al mistero, e, al tempo stesso, trovare il coraggio intellettuale di prendere in considerazione altre forme e altre modalit\u00e0 di esperire il mondo intorno a noi. Alla fine della presente ricerca tenteremo, comunque, di formulare alcune ipotesi per spiegare la scomparsa della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb, ma con la chiara e onesta consapevolezza che solo di ipotesi si tratta, e che il mistero, in definitiva, \u00e8 destinato a rimanere tale, per quanto noi possiamo considerarlo scomodo o irritante per la nostra mentalit\u00e0 eccessivamente dominata da un Logos strumentale e calcolante.<\/p>\n<p>In Italia, che noi sappiamo, non esiste una bibliografia neanche minima sull&#8217;argomento. Siamo stati noi, pi\u00f9 di venti anni fa, a introdurre il tema della leggendaria \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb del popolo maori, nel contesto di un&#8217;opera letteraria di fantasia, sia pure basata su dati storici reali. (2) In quella sede ci siamo permessi una sola licenza poetica, quella di collegare due tradizioni storiche appartenenti ad epoche diverse: quella sulla \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb, che risale al XVIII secolo, e quella del viaggio verso l&#8217;Antartide del navigatore Hui-Te-Rangi-Ora, che \u00e8 molto pi\u00f9 antica, poich\u00e9 andrebbe collocato verso il VII o l&#8217;VIII sec. d. C., di quest&#8217;ultima ci siamo poi ampiamente occupati in una ricostruzione scientifica che \u00e8 stata pubblicata su una rivista specializzata di geografia polare. (3) Comunque, nel racconto <em>La bambina dei sogni<\/em> ci eravamo limitati a porre la questione della scomparsa della trib\u00f9 maori, senza pi\u00f9 riprenderla in una prospettiva di ricostruzione storica.<\/p>\n<p>Il primo elemento di cui occorre tener conto, in quella vicenda, \u00e8 la scarsit\u00e0 della popolazione indigena nell&#8217;Isola del Sud dell&#8217;arcipelago neozelandese, che, come l&#8217;Isola Stewart (la terza in ordine di grandezza), rimase ai margini della colonizzazione polinesiana. I Maori, che costituirono la &quot;seconda ondata&quot; di popolamento dell&#8217;arcipelago (prima di loro era giunta una popolazione di origini incerte, i &quot;cacciatori di moa&quot;, che iniziarono il dissesto del manto vegetazionale e della fauna locale), venivano quasi certamente da Hawaiki e, con la loro tecnologia rudimentale, ignari della lavorazione dei metalli e della terraglia, non amavano molto il clima decisamente fresco dell&#8217;Isola del Sud. Scrivono in proposito G. Corna Pellegrini e S. Raiteri: <em>\u00abL&#8217;origine polinesiana dei maori li porta a scegliere, per il loro insediamento, le regioni pi\u00f9 settentrionali dell&#8217;Isola del Nord, dove ritrovano un clima pi\u00f9 simile a quello delle isole dalle quali provengono\u00bb.<\/em> E ancora: <em>\u00abFino agli inizi dell&#8217;Ottocento gli abitanti della Nuova Zelanda erano unicamente Maori e si concentravano quasi tutti nell&#8217;isola del Nord, preferenziando soprattutto le zone costiere\u00bb.<\/em>(4)<\/p>\n<p>Bench\u00e9 poco numerosi, i Maori dell&#8217;isola del Sud proseguirono ed aggravarono lo squilibro ecologico gi\u00e0 innescato dai loro predecessori. <em>&quot;Le foreste, che gi\u00e0 avevano iniziato a morire &#8211;<\/em> sostengono D. Lews e W. Forman &#8211; <em>e i loro abitanti, i moa, alla fine furono costretti a soccombere al fuoco, impiegato dai Maori come metodo di caccia. Il fuoco \u00e8 sempre stato un&#8217;arma molto importante del cacciatore. Nel breve volgere di 250 anni, tra il 1.100e il 1.350, la distruzione delle foreste che ancora ricoprivano le pianure di Canterbury e Otago era stata portata a compimento dai cacciatori. Vaste estensioni di cespugli, disseminate di faggi, sostituirono le foreste bruciate e fornirono un ambiente povero, privo di semi e bacche. I moa subirono una decimazione e verso il XVII secolo erano estinti; parallelamente, anche la popolazione di cacciatori declin\u00f2. Privati della principale risorsa di cibo, i Maori evacuarono le zone interne dell&#8217;Isola del Sud e si riportarono lungo le coste. La mano dell&#8217;uomo, infine, che aveva alterato il fragile equilibrio della foresta tropicale e dei suoi abitanti incapaci di volare, gradualmente esaur\u00ec le risorse del mare e della costa la popolazione dell&#8217;isola del Sud declin\u00f2.&quot;<\/em> (5)<\/p>\n<p>Se l&#8217;Isola del Sud era poco popolata, la sua estremit\u00e0 sud-occidentale era praticamente disabitata, come del resto lo \u00e8 anche al giorno d&#8217;oggi. Si tratta di una regione dalla morfologia alpestre di recente modellamento glaciale, con valli strette e profonde, montagne scoscese, cascate spettacolari e numerosissimi laghi formati dallo scioglimento dei ghiacciai, molti dei quali tuttora esistenti. Ammantata da una fitta e rigogliosa foresta di faggi antartici (<em>Nothofagus<\/em>) e di pino <em>kauri<\/em> dal tronco robustissimo, con un sottobosco di felci arborescenti del genere <em>Dicksonia<\/em> che ricordano l&#8217;antichissima vegetazione dell&#8217;era terziaria (6), \u00e8 sferzata dai venti occidentali delle medie latitudini australi (7) e innaffiata da piogge copiosissime, quali si registrano solo nell&#8217;Amazzonia o nell&#8217;Assam, ai piedi della catena himalaiana. Le nebbie sono frequenti e le giornate di sole non molto frequenti; il clima ricorda in tutto e per tutto quello dell&#8217;estremit\u00e0 meridionale del Cile, all&#8217;altro capo dell&#8217;immenso Oceano Pacifico. Tali caratteristiche ne fanno una terra strana e difficile, che tiene lontana la presenza umana e che ha preservato a lungo la flora e la fauna indigena, sottraendola alle distruzioni recate dall&#8217;uomo. I fiordi della zona costiera, che hanno dato il nome di Fiordland all&#8217;intera regione, erano bens\u00ec frequentati dai pescatori Maori, che, con le loro grandi piroghe, si spingevano non solo all&#8217;Isola Stewart, ma anche alle sub-antartiche Isole Auckland, 500 km. a sud dell&#8217;estremit\u00e0 meridionale della Nuova Zelanda (8); ma l&#8217;interno era ed \u00e8 rimasto praticamente inaccessibile. Questa la cornice in cui si svolge la vicenda legata alla tradizione della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb dei Maori: una cornice grandiosa e inquietante, uno dei pochi luoghi della Terra (oltre alle regioni polari) non si sente padrone assoluto n\u00e9 si comporta da prepotente invasore nei confronti delle altre forme di vita. Ecco come la presentava, alcuni decenni fa, il giornalista John Forbis; e la sua descrizione \u00e8 ancor valida, nonostante negli ultimissimi anni sia stato fatto qualche timido tentativo d&#8217;impiantare un turismo di massa, facendo perno sul fiordo pi\u00f9 bello e famoso, il Milford Sound.<\/p>\n<p><em>&quot;A meno di 160 chilometri da Invercargill, un&#8217;operosa citt\u00e0 della Nuova Zelanda, si stende per oltre 1.200.000 ettari una vasta regione selvaggia che ha spezzato il core a molti uomini, infranto i loro sogni e causato la loro morte e che ancor oggi nasconde molti misteri. \u00abNessuno sa per certo cosa ci sia in quella plaga&#8230;perla semplice ragione che nessuno l&#8217;ha mai vista\u00bb dice Nagel Duckworth, pilota neozelandese, allevatore di pecore a tempo pieno ed esploratore a tempo perso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nota come Fiordland, o Terra dei fiordi, questa regione \u00e8 tutta un continuo succedersi di cime e di voragini, di valli strette e profonde e di laghi nascosti, di nude vette alpine e di fitte foreste pluviali, e da due secoli resiste ai reiterati tentativi di conquista da parte dell&#8217;uomo. Era ancora quasi tutta da scoprire quando, nel 1904, fu dichiarata Parco Nazionale, e ogni successiva esplorazione \u00e8 avvenuta in un certo senso casualmente. Lungo il versante bagnato dal mare, numerose barche da pesca si addentrano nelle insenature e nei fiordi. Ma anche dopo averli percorsi per tutta la loro lunghezza (in alcuni casi di una quarantina di chilometri) non \u00e8 poi possibile esplorare l&#8217;interno, perch\u00e9 ripide pareti di roccia e valli inaccessibili sbarrano il cammino.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A chi viene dalle ondulate pianure meridionali dell&#8217;entroterra, la Fiordland si para davanti all&#8217;improvviso. Laghi di un azzurro cobalto dai melodiosi nomi maori &#8211; Anau, Manapouri, Hauroko &#8211; estendono i loro bracci fra montagne dall&#8217;altezza vertiginosa. Alcuni anni fa una spedizione tent\u00f2 di attraversare i 30 chilometri che separano un lago interno dal Dusky Sound, ma rinunci\u00f2 al tentativo dopo tre settimane, quando non aveva percorso neanche met\u00e0 della distanza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma non \u00e8 solo il terreno a difendere la Fiordland dall&#8217;invasione dell&#8217;uomo. Improvvisi e violenti temporali fanno cadere su alcune zone quasi 800 centimetri di pioggia all&#8217;anno. Aborigeni e cacciatori esperti dicono di essere rimasti bloccati dalla pioggia in queste regioni per settimane di fila; parlano di campeggi spazzati via da fiumi gonfiatisi da un giorno all&#8217;altro e di nebbie talmente fitte che \u00abquando allunghi un braccio non vedi pi\u00f9 la mano\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sotto l&#8217;aspetto geologico, la Fiordland deve il suo profilo irregolare a tre distinte ere glaciali relativamente recenti. L&#8217;ultimo ciclo glaciale ebbe fine circa 15.000 anni fa, dopo aver eroso e scolpito le vette frastagliate, le alte valli e le ampie voragini della regione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il folclore maori, per\u00f2, d\u00e0 una spiegazione pi\u00f9 romantica dell&#8217;origine di questa terra misteriosa. Un dio benigno, dice la leggenda, volle rendere le montagne pi\u00f9 utili all&#8217;uomo spaccandole con la sua massiccia ascia di pietra per lasciarvi entrare l&#8217;oceano. All&#8217;inizio, a sud, i suoi fendenti erano ancora maldestri e il dio lasci\u00f2 troppe isole, ma procedendo verso nord acquist\u00f2 esperienza e con colpi ben precisi apr\u00ec fiordi stretti e profondi dove gli uomini potevano pescare senza pericolo e trovar riparo per le loro canoe.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sebbene la Fuordland rimanga una terra aspra e impervia, \u00e8 l\u00ec che \u00e8 avvenuta la prima colonizzazione europea della Nuova Zelanda. Nel 1773 il capitano James Cook gett\u00f2 l&#8217;ancora nel Dusky Sound per far riposare i suoi uomini e riparare la nave danneggiata da una tempesta. Cook vi rimase pi\u00f9 di un mese e sono ancora visibili i ceppi di alcuni podocarpi, conifere dure come il ferro, che i marinai abbatterono per sgombrare un&#8217;area da utilizzare per osservazioni scientifiche.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo Cook, fino al 1823, Dusky Sound fu una base per la caccia abusiva alle foche e uno scalo di fortuna per baleniere. Anche se di breve durata, fu la prima colonia europea della Nuova Zelanda e il fiordo fu il luogo dove sorse la prima casa, avvenne il primo naufragio e fu varata la prima nave costruita in Australasia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ci furono navigatori che esplorarono le coste della Fiordland, scandagliarono il fondo marino e fecero carte nautiche di molte delle sue tortuose insenature, ma anche per questi coraggiosi l&#8217;entroterra presentava difficolt\u00e0 insormontabili. Ci vollero uomini di terra e non marinai per affrontare quelle impervie montagne. Alcuni erano cercatori d&#8217;oro, altri scienziati, altri ancora pionieri in cerca di una facile via al mare attraverso la Fiordland.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ancor oggi c&#8217;\u00e8 una sola carrozzabile che attraversa il Parco Nazionale da Te Anau a Milford Sound e richiede agli automobilisti una rara perizia e vere acrobazie di guida perch\u00e9 si snoda e sale con stretti tornanti a pi\u00f9 di 900 metri ala testata della valle per scendere poi a precipizio attraverso una galleria lunga un chilometro. \u00c8 tipico della popolazione indigna tenace e resistente l&#8217;aver intrapreso il gigantesco lavoro di costruzione della galleria interamente a mano, senza avvalersi di altri mezzi, almeno nella fase iniziale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Anche se ci vorranno ancora molti anni per compilare i dati statistici di questa terra selvaggia, un&#8217;analisi approssimativa delle caratteristiche fisiche della regione offre un panorama grandioso. Entro i suoi confini si trovano quasi 200 isole, almeno 300 vette oltre i 1.500 metri, molte delle quali a picco sul mare, 12 ghiacciai, 15 grandi fiordi che si suddividono in altri dieci fiordi minori le cui acque si addentrano tra le montagne, centinaia di cascate, tra le quali quelle di Sutherland, fra le pi\u00f9 alte del mondo. Non \u00e8 mai stato fatto un conto preciso dei laghi della Fiordland, ma un&#8217;ipotesi attendibile li fa ammontare a oltre 300.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non ci vuole molto a capire che le stesse forze che tengono lontano l&#8217;uomo dalla Fiordland sono quelle che mantengono intatto l&#8217;ambiente naturale. Dopo l&#8217;avvento dell&#8217;elicottero vaste zone delle catene montuose e degli altipiani erbosi sono state scoperte da pescatori, cacciatori professionisti e occasionalmente da cercatori d&#8217;oro. Ma ci sono ancora molte valli inaccessibili dove con ogni probabilit\u00e0 vivono piante e uccelli praticamente scomparsi dal resto della Nuova Zelanda.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Un campeggiatore ha raccontato di essere stato morso da un insetto simile a una formica lungo cinque centimetri: gli entomologi assicurano che nella Nuova Zelanda non esistono animali del genere. A quanto pare, si pu\u00f2 ancora sentir risuonare nelle foreste della Fiordland il verso del &quot;gufo che ride&quot;, simile al grido di una donna isterica. I naturalisti, convinti che una specie di pipistrello (gli unici mammiferi nativi della Nuova Zelanda sono i pipistrelli) fosse ormai praticamente estinta, si rallegrarono quando cacciatori di cervi capitati per caso da quelle parti riferirono di aver avvistato quegli animaletti in 68 localit\u00e0 diverse della Fiordland.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma niente finora ha eguagliato l&#8217;entusiasmo suscitato dalla riscoperta del takahe da parte del dottor Geoffrey Orbell. Esperto cacciatore, gi\u00e0 presidente dell&#8217;Associazione cacciatori di cervi della Nuova Zelanda, il dottor Orbell era a caccia in una zona poco conosciuta a occidente del lago Te Anau, quando scopr\u00ec delle orme di uccello che senz&#8217;ombra di dubbio gli parvero del takahe, un grosso uccello incapace di volare appartenente alla famiglia dei rallidi e noto scientificamente con il nome di<\/em> Notornis Mantelli. <em>Ma solo quattro esemplari vivi del takahe erano stati catturati fino ad allora, l&#8217;ultimo 50 anni prima, di modo che si riteneva fosse estinto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tuttavia, un giorno dell&#8217;aprile 1948, il dottor Orbell segu\u00ec quella tenue traccia fino al centro della Fiordland. Risal\u00ec una valle che faceva capo al bacino di un lago glaciale dalle rive orlate d&#8217;erba. Tra i ciuffi di agrostide e di poa, Orbell scopr\u00ec prove inconfondibili che grossi uccelli si erano nutriti di quelle graminacee.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Prima che si facesse buio, Orbell aveva riscoperto il takahe. Successive esplorazioni hanno dimostrato che esemplari di questo rosso uccello sono largamente distribuiti tra i Monti Murchison. La cosa pi\u00f9 strana \u00e8 che un uccello notevolmente pi\u00f9 grosso di un gallo, con penne di color indaco e verde intenso, zampe e becco rossi, abbia potuto restare inosservato per tanto tempo senza che se ne sospettasse neppure l&#8217;esistenza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel corso degli anni, tuttavia, la vastit\u00e0 della Fiordland ha occultato alla vista dell&#8217;uomo animali ben pi\u00f9 grossi del takahe. Una sessantina di anni fa, dieci alci canadesi vennero messi in libert\u00e0 sulla punta del Dusky Sound. Queste grosse bestie dal carattere difficile scomparvero, senza lasciare la minima traccia, nell&#8217;intrico delle foreste pluviali. Per 17 anni si credette che gli alci fossero morti. Vers ola fine degli anni Venti il branco, apparentemente in ottima salute, riapparve ma spar\u00ec di nuovo altrettanto velocemente per non farsi pi\u00f9 vedere per altri 15 anni. Con grande sorpresa dei cacciatori e degli zoologi, due alci furono per\u00f2 catturati poco dopo il 1950.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dovevano passare altri vent&#8217;anni prima che un alce emergesse dal cuore della Fiordland. Ma negli ultimi due anni, esemplari di questo animale sono stati avvistati sempre pi\u00f9 spesso nella regione, , e all&#8217;inizio di quest&#8217;anno<\/em> [cio\u00e8 il 1972, nota nostra] <em>una spedizione di scienziati e di funzionari dei Parchi Nazionali ha trascorso tre settimane in quella zona nella vana speranza di scoprire questi grossi mammiferi dalle ampie corna importati dal Canada.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per certi appassionati della Fiordland, tuttavia, la sopravvivenza dell&#8217;alce e la riscoperta del takahe sono solo un preludio a fatti pi\u00f9 sensazionali; infatti aspettano con ansia il giorno in cui i dinornitidi, detti anche moa, uccelli incapaci di volare indigeni della Nuova Zelanda, faranno la loro ricomparsa dopo alcuni secoli.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si sa che almeno 20 generi di moa popolavano un tempo le isole della Nuova Zelanda. Il pi\u00f9 grosso era il dinornis, un gigante alto tre metri che pesava fino a due quintali, uno dei pi\u00f9 grossi uccelli conosciuti. Anche gli ornitologi pi\u00f9 ottimisti riconoscono che il dinornis , cacciato dai Maori per anni e anni, si estinse almeno quattro secoli fa. Tuttavia nella famiglia dei moa cera un cugino di dimensioni pi\u00f9 ridotte, poco pi\u00f9 grosso di un tacchino. Che ne \u00e8 stato di lui? Non potrebbe essere sopravvissuto in questo lembo di terra inaccessibile?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In linea generale, sono gli uomini pi\u00f9 a contatto con la Fiordland &#8211; cacciatori, escursionisti, naturalisti &#8211; a nutrire le maggiori speranze che i moa delle foreste possano essere ancora vivi. Harold Jacobs, capo delle guardie forestali del Parco Nazionale, dice: \u00abQuesta \u00e8 una terra selvaggia. Continuiamo a scoprire nuove specie di piante e di animali inferiori. Non mi sorprenderebbe se trovassimo dei moa.\u00bb<\/em> (9)<\/p>\n<p>Ed eccoci arrivati al suggestivo racconto relativo alla \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb, episodio che dovrebbe collocarsi verso la fine del XVIII secolo e addirittura <em>dopo<\/em> i primi due contatti dei Maori con gli Europei: quello con il navigatore olandese Abel Tasman (1642-43) e quello del capitano James Cook (1769-1770), che andava alla ricerca, per conto dell&#8217;Ammiragliato britannico, della mitica Terra Australe. (10)<\/p>\n<p><em>&quot;Ai neozelandesi romantici non contenti della possibilit\u00e0 di rivedere i moa, la Fiordland offre la legenda maori della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb. Gli storici fanno risalire l&#8217;episodio iniziale della vicenda al periodo immediatamente successivo alla permanenza del capitano Cook nel Dusky Sound, cio\u00e8 intorno al 1780. Tutto cominci\u00f2 con una breve e sanguinosa contesa fra due fazioni tribali presso una piccola insenatura. Una sottotrib\u00f9 ribelle, quella degli Hawea, era fuggita dalla costa meridionale rifugiandosi presso il lago Te Anau dopo aver ucciso un capo-trib\u00f9. Un gruppo di guerrieri deciso a vendicarlo aveva inseguito gli Hawea e in una furiosa battaglia sulle rive del lago li aveva sconfitti. Tuttavia almeno met\u00e0 della trib\u00f9 era scampata al massacro e si era rifugiata sulle montagne.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Come i moa, gli alci e i takahe, gli Hawea furono inghiottiti dalla Fiordland e scomparvero senza lasciar traccia, bench\u00e9 nei primi tempi della colonizzazione si parlasse di tanto in tanto di \u00abindigeni selvaggi\u00bb che vivevano nella regione delle foreste.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abPotrebbe darsi\u00bb dice uno studioso di questa terra \u00abche la &#8216;Trib\u00f9 Perduta&#8217; abbia mangiato l&#8217;ultimo moa intorno al 1840.\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nebbiosa, remota e imprevedibile, la Fiordland conserver\u00e0 probabilmente i suoi segreti per molti anni avvenire, offrendo agli esploratori una perenne sfida e ai neozelandesi un singolare anello di congiunzione con il lontano passato del loro paese, quando anche la valle pi\u00f9 vicina era misteriosa, affascinante e irraggiungibile quasi quanto la superficie della luna.&quot;<\/em> (11)<\/p>\n<p>Un racconto pi\u00f9 dettagliato e pi\u00f9 completo dell&#8217;oscura vicenda \u00e8 stato fatto dallo scrittore cecoslovacco Miloslav Stingl in una monografia sulle isole polinesiane, pubblicata dalla Casa Editrice Svoboda di Praga nel 1974. Egli \u00e8 innanzi tutto un etnologo e un divulgatore scientifico, molto noto nel suo Paese e discretamente tradotto anche all&#8217;estero; il suo interesse per le popolazioni native &#8211; antiche e moderne &#8211; del Per\u00f9, del Messico, del Nord America e della Polinesia ne fa un osservatore particolarmente attento agli aspetti materiali e spirituali delle civilt\u00e0 tradizionali extra-europee. Dodici anni dopo l&#8217;opera \u00e8 stata tradotta in italiano da una casa editrice specializzata in argomenti relativi al mare e alla navigazione, senza per\u00f2 che il capitolo in questione abbia suscitato particolari curiosit\u00e0 nel pubblico italiano o nella stampa, ormai fiorente (anche troppo!), che si occupa dell&#8217;insolito e del misterioso. Riportiamo qui di seguito quanto scrive lo Stingl a proposito dei misteri della Fiordland e, in particolare, del mistero pi\u00f9 fitto e pi\u00f9 intrigante di tutti. Quello della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb dei Maori. La prima parte del capitolo intitolato <em>\u00abQuesti uomini si sono estinti come i moa\u00bb<\/em>, in realt\u00e0, non parla della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb ma della pietra verde, la nefrite, di cui esistono ricchi giacimenti nel Milford Sound e anche altrove; mentre l&#8217;ultima parte si diffonde sugli uccelli neozelandesi e sulla scomparsa del <em>Moa<\/em>. Tuttavia abbiamo ritenuto di riportare integralmente l&#8217;intero capitolo, per uno scrupolo di completezza e per riguardo alle intenzioni dell&#8217;Autore. Ci sarebbe parso poco corretto nei suoi confronti, infatti, spezzare arbitrariamente un discorso ch&#8217;egli aveva concepito come unitario.<\/p>\n<p><em>&quot;QUESTI UOMINI SI SONO ESTINTI COME I MOA.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Verde come l&#8217;acqua del fiordo e non meno interessante \u00e8 anche la pietra detta nefrite, che gli abitanti originari della Nuova Zelanda trovarono qui, presso Milford, in maggiore quantit\u00e0 che altrove.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel secolo scorso<\/em> [cio\u00e8 nel XIX, dato che l&#8217;Autore scrive nel 1974: nota nostra], <em>anche i cacciatori di fiche scoprirono la nefrite a Milford Sound. Abbandonarono per essa la caccia, caricarono le loro panciute imbarcazioni di quella pietra rara e andarono in Cina, trasformando in moneta \u00abl&#8217;oro dei Maori<\/em>\u00bb. <em>Ma inutilmente. Il gusto cinese richiedeva un colore diverso da quel verde cos\u00ec caratteristico. Oggi si conoscono diversi altri luoghi dove i primi abitanti della Nuova Zelanda hanno raccolto questo tesoro: la foce del piccolo fiume Paroari, l&#8217;insenatura di Kotorepi, la alle di Teremaku e innanzi tutto Rimu, accanto a Milford Sound, il pi\u00f9 ricco.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il primo oggetto maori tipico che ho avuto tra le mani era di nefrite. La compagnia turistica neozelandese \u00abAir New Zealand\u00bb di cui un aeroplano mi ha portato ad Auckland, regala ai passeggeri che comprano u biglietto aereo transpacifico un singolare e tradizionale ornamento maori, che qui chiamano<\/em> heitiki.<\/p>\n<p><em>&quot;Nella mentalit\u00e0 religiosa degli abitanti originari della Nuova Zelanda, Tiiki \u00e8 spesso presentato come il primo uomo, come il primo abitante umano della terra, generato da genitori divini. Ancor oggi, in vari luoghi, l&#8217;immagine di Tiki accompagna passo passo i Maori. A volte un Tiki scolpito in legno, in grandezza naturale, orna la porta di un villaggio. A volte u piccolo Tiki, anch&#8217;esso di legno, informa e ammonisce che il luogo da lui custodito \u00e8 tab\u00f9.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Solitamente un<\/em> heitiki <em>\u00e8 costruito in nefrite. Solo eccezionalmente i Maori lo scolpiscono in osso di balena o con un teschio umano., L&#8217;altra parte del nome di quest&#8217;oggetto, la parola<\/em> hei, <em>significa semplicemente \u00abcollo\u00bb. I Maori portano effettivamente al collo questo loro ornamento prediletto. Esso misura da 5 a 15 centimetri e raffigura un Tiki seduto, con la testa inclinata sulla spalla. Il suo viso \u00e8 sempre espressivo e consta di un&#8217;enorme bocca, di un naso stilizzato, grosse orbite e sopraccigli fortemente rilevati.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sulla effettiva destinazione di quest&#8217;ornamento le opinioni degli scienziati che si occupano della cultura della Polinesia divergono. Per alcuni, l&#8217;heitiki \u00e8 un simbolo della fecondit\u00e0, per altri un&#8217;espressione del culto degli avi o un segno della fede nella rinascita. Non potrei dire quale affermazione sia pi\u00f9 esatta o sicura.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A quel che credo, i Maori che ancor oggi portano questo ornamento tradizionale non lo fanno per motivi di carattere religioso, ma manifestano cos\u00ec il loro orgoglio nazionale, l&#8217;amore per il proprio popolo e per la sua eredit\u00e0 culturale.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;heitiki \u00e8 oggi quasi diventato un simbolo di tutta la Nuova Zelanda. E io mi sono portato con me questa figurina dalla terra della nefrite, dall&#8217;Isola del Sud, e la posseggo ancora. Mi dispiace soltanto che i costumi europei non consentano, a un austero scienziato di sesso maschile, di girare il mondo con un ornamento di nefrite al collo!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Naturalmente, gli heitiki non erano l&#8217; unico oggetto che i Maori confezionavano con la loro bella pietra verde. Tra molte altre cose citerei volentieri la<\/em> mere<em>, cio\u00e8 la mazza dei capi (una sorta di bastone di comando).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;&quot;Gli abitanti originari della Nuova Zelanda ritenevano del resto che la nefrite fosse innanzi tutto un privilegio dei personaggi d&#8217;alto grado. Tra i Maori vigeva questa tendenza: \u00abTre cose sono necessarie all&#8217;ornamento di un capo: una mazza di nefrite, un mantello di pelle di cane e una casa scolpita\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In ogni caso, i Maori si rendevano conto che una cosa cos\u00ec bella come la nefrite non poteva essere una semplice pietra. Di conseguenza le diedero un significato soprannaturale. In effetti, nei complicati miti dei primi neozelandesi, troviamo che la dea Te Anu Matao (sovrana del freddo e del gelo) and\u00f2 sposa a Tangaloa, celebrato in tutta la Polinesia come dio del mare. Da questo sacro matrimonio nacquero quattro figli, dei quali una \u00e8 Pounamu, cio\u00e8 la nefrite.&quot;<\/em> (12)<\/p>\n<p>Ed eccoci giunti al punto che in questa sede ci interessa: la vicenda che sta alla base del racconto semi-storico (o semi-leggendario: ma fra i Polinesiani la distinzione \u00e8 meno netta che in Occidente) della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb dell&#8217;Isola del Sud. Si noti che la versione riferita da Miloslav Stingl \u00e8 diversa da quella narrata da Forbis: qui non si parla di una battaglia tra due diverse trib\u00f9 maori, ma della scomparsa improvvisa di un&#8217;unica trib\u00f9, la stessa che aveva stabilito il primo contatto con il capitano Cook.(13) L&#8217;epoca, tuttavia, \u00e8 chiaramente la stessa, pochi anni dopo la visita del famoso navigatore inglese, anche se verso la met\u00e0 dell&#8217;Ottocento alcuni membri della trib\u00f9 sarebbero stati rivisti, per l&#8217;ultima volta. Il dato cronologica, comunque, fa pensare chiaramente trattarsi del medesimo episodio, giunto soltanto in due versioni diverse, ma su una base comune agevolmente definibile; in particolare, \u00e8 confermato il sottofondo guerresco di quei bellicosi abitanti della Fiordland. Anche se il racconto di Stingl \u00e8, per certi versi, pi\u00f9 dettagliato, ci sembra possibile, per non dire probabile, che ad esso manchi proprio l&#8217;elemento iniziale, (riportato invece da Forbis). Una guerra intertribale fra gli Hawea e i Ngatimamoa, che avrebbe spinto i primi, usciti soccombenti dalla prova delle armi, a fuggire nell&#8217;interno di quella selvaggia regione, facendo perdere volontariamente le proprie tracce. Resta il fatto che <em>tutti<\/em> i Maori della regione scomparvero, per cos\u00ec dire, da un giorno all&#8217;altro: vincitori e vinti. E proprio qui sta l&#8217;aspetto pi\u00f9 sconcertante del mistero della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb.<\/p>\n<p><em>&quot;Prima dell&#8217;arrivo dei bianchi, risiedeva nella favolosa regione dei fiordi e nei territori circostanti la stirpe degli Ngatimamoa. I primi Maori giunti nell&#8217;isola del Sud si chiamavano Waitaha; ma dopo vi giunsero i guerreschi Ngatimamoa e li sopraffecero. Solo pochi tra gli sconfitti furono accolti nelle stirpi dei vittoriosi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel secolo XVII una terza ondata di abitanti si trasfer\u00ec qui dall&#8217;isola del Nord; ma anch&#8217;essi furono sopraffatti dagli Ngatimamoa. Poi approd\u00f2 in uno dei fiordi di questa magnifica terra &#8211; in Dusky Sound &#8211; il capitano Cook. Ci\u00f2 avvenne nel 1773. L&#8217;esploratore inglese fu allora accolto dai Maori &#8211; evidentemente proprio gli Ngatimamoa &#8211; molto amichevolmente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nel 1842, alcuni cacciatori di foche videro nuovamente alcuni Ngatimamoa, in questi paraggi. Da allora, in poco pi\u00f9 di un secolo, nulla si \u00e8 pi\u00f9 saputo di loro. Una gente che, sebbene non sconfitta da nessuno, \u00e8, in modo del tutto incomprensibile, sparita dalla faccia della terra.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cercatori d&#8217;oro, boscaioli e cacciatori, diedero, in seguito, qualche notizia intorno all&#8217;esistenza di un gruppo maori, nella regione desertica del sud-ovest dell&#8217;Isola del Sud. Presso il lago Te Anau fu rinvenuta l&#8217;orma di un piede scalzo. Un medico neozelandese trov\u00f2 tra le rocce a nord del lago l&#8217;osso di un femore umano, che doveva essere appartenuto a un uomo morto da un paio d&#8217;anni. La sorte di questa stirpe maori, cos\u00ec inspiegabilmente perduta, mi aveva interessato gi\u00e0 fin da quando ne avevo sentito parlare per la prima volta. Alla ricerca d questi Maori svaniti nel nulla mi sono perci\u00f2 arrampicato sulle pendici del Te Anau, allontanandomi da Milford Sound, per esplorare le pi\u00f9 dimenticate insenature del Manipouri. Naturalmente invano. Una simile impresa richiede, in questo territorio cos\u00ec difficilmente accessibile, un&#8217;indagine profonda e di lungo respiro e non gi\u00e0 qualche semplice escursione turistica.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questa stirpe attende fino ad oggi chi la riscoprir\u00e0. Della sua esistenza fa fede il fatto che n\u00e9 i bianchi n\u00e9 altri Maori hanno sconfitto in battaglia gli Ngatimamoa: quanti dunque non sono morti naturalmente, nei deserti della terra dei fiordi, vivono forse ancora, in qualche luogo nascosto delle foreste inaccessibili. Essi sarebbero allora l&#8217;ultimo resto di Polinesiani che &#8211; unici su queste terre &#8211; avrebbero evitato il contatto con il nuovo mondo. Se non sono morti tutti&#8230; Nell&#8217;anno 1848<\/em> [si tratta evidentemente di un refuso per 1948; e quella di Orbell era una semplice battuta di caccia, non una spedizione scientifica; nota nostra] <em>il valoroso studioso neozelandese dottor Orbell trov\u00f2, in una solitaria vallata dei Monti Murchison, altri esseri viventi che erano ritenuti estinti. La spedizione di Orbell scopr\u00ec, non lontano dal Te Anau, strani uccelli di uno stupendo colore azzurro. I Maori chiamano questi ritrovati ralliformi neozelandesi<\/em> takahe<em>; gli scienziati, nella storia naturale,<\/em> notornis mantelli.<\/p>\n<p><em>&quot;Del resto la Nuova Zelanda \u00e8 un paradiso per gli amici degli uccelli. A me piace pi\u00f9 di tutti quello chiamato<\/em> kiwi<em>, che non ha ali e che orna monete e francobolli neozelandesi,. Oltre il bruno<\/em> kiwi<em>, altre insolite specie di uccelli vivono qui; per esempio i pappagalli<\/em> kea, <em>di color verde oliva, i quali &#8211; contrariamente a quanto sapevo dei pappagalli &#8211; sono cruenti, aggressivi uccelli da preda. Piombano soprattutto sulle pecore e divorano reni e intestino della loro preda ancora vivente.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Un pacifico cugino del kea \u00e8 l&#8217;uccello notturno<\/em> kakapo <em>o pappagallo-civetta, che vive esclusivamente nel selvaggio territorio dei fiordi. Il miglior cantore della Nuova Zelanda \u00e8 il<\/em> kokorimoko<em>; gli indigeni lo chiamano \u00abl&#8217;uccello del campanellino\u00bb perch\u00e9 la sua voce ne ricorda il suono. Un altro uccello canterino \u00e8 il<\/em> poepoe <em>o \u00absucciamele\u00bb. Un tempo, le sue iume formavano l&#8217;ornamento principale dei manti maori.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Mi ha anche ammaliato il gabbiano delle tempeste neozelandesi. Quest&#8217;uccello &#8211; sotto altri aspetti tutt&#8217;altro che insolito &#8211; divide la propria dimora con una strana lucertola, che i Maori chiamano<\/em> tuatara<em>, \u00abdorso spinoso\u00bb. Durante la notte abita nell&#8217;alloggio comune luccello; di gioprno, invece, mentre il gabbiano delle tempeste va a caccia, e la tuatara, che cerca il proprio cibo di notte, a rientrare nella casetta comune.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo piccolo drago neozelandese \u00e8 d&#8217;altronde una creatura oltremodo bizzarra. Unico tra gli esseri viventi, ha un terzo occhio. I Maori temono molto la tuatara; la considerano una specie di vampiro o cannibale. Cook, secondo notizie raccolte dai suoi informatori locali, la defin\u00ec un \u00abdrago che divora la gente\u00bb. In realt\u00e0, la tuatara si nutre di vermi e scarabei. La lucertola ai tre occhi vive sulla terra gi\u00e0 da pi\u00f9 di 150 milioni di anni. Questo fossile vivente venne in Nuova Zelanda quando ancora queste isole, l&#8217;Australia e l&#8217;America del Sud formavano un&#8217;unica massa di terra.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il principale alimento dei cacciatori maori era tuttavia &#8211; accanto ad altri uccelli &#8211; il gigantesco<\/em> moa<em>, un uccellaccio alto spesso pi\u00f9 d&#8217;un uomo. Eppure, questi uccelli corridori furono alla fine completamente sterminati. Ho potuto ancora vedere scheletri completi di moa neozelandesi nelle vetrine di alcuni musei locali, a Christchurch e a Dunedin. Entrambe queste citt\u00e0 custodiscono nelle loro collezioni numerosi scheletri di questi uccelli giganti, con poderose ossa del peto e forti gambe fatte per camminare, che hanno piuttosto l&#8217;aria di gambe di cavalli. Nel museo di Dunedin ho perfino trovato un uovo di moa intatto, nonch\u00e9 una descrizione del contenuto dello stomaco e dell&#8217;intestino di questi grossi animali. Si nutrivano esclusivamente di piante.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dalle ricerche archeologiche condotte nell&#8217;Isola del Sud, \u00e8 risultato a poco a poco che non furono i Maori a sterminare i moa, ma un gruppo di immigrarti polinesiani giunti in Nuova Zelanda molto tempo prima dei viaggi delle note imbarcazioni provenienti da Hawaiki: addirittura al principio del nostro millennio. La data pi\u00f9 antica, che si \u00e8 ottenuta con l&#8217;ausilio del radiocarbonio, a Wairau, corrisponde all&#8217;anno 1.125 \u00b1 50 anni. I cacciatori di moa, come vengono chiamati questi primi neozelandesi, predecessori dei Maori, uccidevano gli animali giganti con mazze di nefrite.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gli archeologi hanno gi\u00e0 ritrovato tutta una serie d&#8217;insediamenti dei cacciatori di moa. Accanto alle ossa degli animali uccisi e alle mazze di nefrite, vi si rinvengono quasi sempre numerosi focolari., sui quali i cacciatori arrostivano le proprie prede, ricoperte d&#8217;argilla, poggiandole su pietre roventi. Questi primitivi abitanti della Nuova Zelanda avevano sicuramente &#8211; come anche i conquistatori di altre isole del Pacifico finora sconosciute &#8211; portati con s\u00e9 dalla originaria patria tropicale tutte le piante utili pi\u00f9 importanti. Ma, tranne la patata dolce, nessuna altra prosper\u00f2 nella fredda e umida Isola del Sud.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sul principio, nei luoghi di ritrovamento archeologico, si presentano molto frequentemente, insieme con le ossa di moa, orme umane. Ma poi gli scheletri degli uccelli diminuiscono e resti di nuovi alimenti li sostituiscono: pesci e molluschi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E infine il moa si \u00e8 estinto del tutto. E insieme a lui i cacciatori di quel grande uccello. Nella storia della Nuova Zelanda un nuovo uomo appare sulla scena: il Maori. I discendenti della gente venuta con le grandi piroghe.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La scienza deve ancora stabilire quale rapporto esistesse tra quegli antichi e scomparsi cacciatori di moa e i nuovi venuti, dediti all&#8217;agricoltura. I cacciatori di moa sono spariti come la stirpe degli Ngatimamoa, come sono spariti tanti altri popoli.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 rimasto soltanto un modo di dire, una frase che i Maori ripetono spesso e contro la quale vorrei protestare e arrabbiarmi. Una rase che \u00e8 come un requiem, un grande requiem per tutte le genti sterminate ed estinte, Indiani, Melanesiani, Australiani e, purtroppo, anche questi Polinesiani. L&#8217;alata parola dei Maori che dice: \u00abQuesti uomini si sono estinti come i moa\u00bb.<\/em>(14)<\/p>\n<p>Arrivati a questo punto, e dopo aver esposto i non molti fatti di cui siamo in possesso, non ci resta che tentar di avanzare alcune possibili ipotesi circa il destino di quegli indigeni che, forti e attivi al tempo di Cook, soltanto pochi ani dopo parevano essersi dissolti nel nulla, tra le fitte nebbie dei monti e dei boschi pluviali della Fiordland.<\/p>\n<p>1)  La \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb non \u00e8 mai esistita e, quindi, non \u00e8 mai scomparsa: si tratta di una leggenda puramente fantastica del folklore maori. Contro questa ipotesi, che potremmo definire totalmente negazionista, sta il fatto che i Ngatimamoa sono <em>effettivamente<\/em> scomparsi e che, nel 1842, alcuni uomini bianchi ne videro un piccolo gruppo. Se la loro esistenza \u00e8 stata un fatto <em>storico<\/em> (e ne abbiamo le prove, in particolare dalla relazione di James Cook), allora anche la loro scomparsa deve esserlo; e, come tutti i fatti storici, non po&#8217; essere elusa con una semplice alzata di spalle.<\/p>\n<p>2)  La \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb si \u00e8 estinta in seguito alle guerre con altre trib\u00f9 maori o con gli uomini bianchi. Questa ipotesi, che potremmo dire riduzionista, appare altrettanto insostenibile della precedente. Non abbiamo alcuna testimonianza di guerre che portarono alla distruzione dei Ngatimamoa o del sottogruppo degli Hawea. Inoltre, sarebbe stato trovato perlomeno qualche resto archeologico: resti di capanne, sepolture, ossa, manufatti, ecc. Anche se sterminato da vicini spietati, un gruppo umano non pu\u00f2 scomparire nel nulla, senza lasciare ila minima traccia del proprio passaggio.<\/p>\n<p>3)  La \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb si \u00e8 estinta a causa della scomparsa dei moa e di ogni altra selvaggina. Lontani dal mare, gli indigeni non potevano pescare o raccogliere molluschi e crostacei; e il clima freddo ed estremamente piovoso non consentiva di coltivare nemmeno la patata dolce. Cos\u00ec, quando ebbero ucciso l&#8217;ultimo moa, i Maori non ebbero pi\u00f9 nulla da mangiare e perirono di fame. Si potrebbe anche pensare che furono distrutti da una qualche epidemia, cosa non rara fra i popoli delle societ\u00e0 pre-moderne. Contro queste ipotesi valgono, per\u00f2, le stesse obiezioni che abbiamo fatto per la precedente: qualche segno del loro stanziamento avrebbe dovuto, in ogni caso, rimanere.<\/p>\n<p>4)  La \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb \u00e8 migrata, via terra o, magari, via mare, in qualche atro luogo: sulla pi\u00f9 favorevole costa orientale dell&#8217;isola del Sud, o magari ancora pi\u00f9 lontano, verso l&#8217;isola del Nord o verso le Isole Chatham. Riesce per\u00f2 estremamente difficile ammettere questa ipotesi, sia perch\u00e9 \u00e8 difficile pensare che un consistente gruppo umano possa migrare da un giorno all&#8217;altro senza un piano preciso; sia perch\u00e9 alcuni indigeni furono comunque avvistati casualmente, circa sessant&#8217;anni dopo la loro scomparsa, negli stessi luoghi di prima; sia infine, perch\u00e9 qualcosa di una eventuale migrazione sarebbe stato tramandato, come sempre in questi casi, nei racconti orali dei loro discendenti, una volta stabilitisi nelle nuove sedi.<\/p>\n<p>5)  La \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb esiste ancora, o almeno ne sopravvivono alcuni individui. Certo, \u00e8 questa un&#8217;ipotesi assai arrischiata; per\u00f2 non dovrebbe essere scartata aprioristicamente come frutto di fervida immaginazione. Noi sappiamo, ad esempio, che un minuscolo gruppo di indiani Yahi della California, braccati a morte dall&#8217;uomo bianco nella seconda met\u00e0 dell&#8217;Ottocento, riuscirono ad occultarsi nella boscaglia per molti decenni, finch\u00e9 il loro ultimo rappresentante, chiamato Ishi, si consegn\u00f2 spontaneamente agli abitanti di Oroville, nel 1911. (15) Accoltoi benevolmente e studiato da alcuni etnologi come \u00abl&#8217;ultimo uomo dell&#8217;et\u00e0 della pietra\u00bb in pieno XX secolo, sopravvisse altri cinque anni prima di morire, nel 1916. (16) Un caso ancor pi\u00f9 spettacolare, sia per il numero delle persone coinvolte che per la data assai pi\u00f9 recente, \u00e8 stato, nel 1975, quello della scoperta dei Tasaday, una piccolissima trib\u00f9 dell&#8217;isola di Mindanao, nelle Filippine, che viveva in grotte e conduceva un&#8217;esistenza totalmente &quot;primitiva&quot;. (17)<\/p>\n<p>6)  La \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb, o quanto di esso sopravviveva, \u00e8 stata al centro di un clamoroso caso di ci\u00f2 che i parapsicologi definiscono <em>asporto<\/em> o, se si preferisce, \u00e8 stata &quot;risucchiata&quot; &#8211; per cos\u00ec dire &#8211; in un&#8217;altra dimensione spazio-temporale. Siamo perfettamente consapevoli ella stranezza, anzi dell&#8217;assoluta bizzaria di questa ipotesi; per\u00f2 il lettore, prima di escluderla senza ulteriore approfondimento, tenga presente che i due fenomeni dell&#8217;apporto e dell&#8217;asporto, ben noti nel caso di oggetti, in alcuni casi <em>documentati<\/em> hanno coinvolto anche esseri umani. Nel 1593, a Citt\u00e0 del Messico, comparve un soldato spagnolo della guarnigione di Manila, distante migliaia di chilometri. L&#8217;uomo non sapeva spiegare come fosse giunto l\u00ec, ma le notizie di cui era latore (la morte violenta del governatore delle Filippine) vennero confermate da un veliero giunto due mesi dopo.(18) Viceversa, un agricoltore americano di nome David Lang, il 23 settembre 1880, scomparve letteralmente proprio davanti a casa sua, sotto gli occhi di cinque testimoni, tra i quali la moglie, a Gallatin, nel Tennesse. Sua figlia, giorni dopo, ne ud\u00ec ancora la flebile voce, poi pi\u00f9 nulla. (19) Il fatto dest\u00f2 un tale scalpore che il famoso scrittore Ambrose Bierce ne trasse ispirazione per uno dei suoi racconti del terrore, intitolandolo <em>La difficolt\u00e0 di attraversare un campo.<\/em>.(20) per quanto riguarda la scomparsa di interi gruppi, il caso certamente pi\u00f9 sconvolgente sarebbe (il condizionale \u00e8 d&#8217;obbligo) quello del reggimento inglese (pi\u00f9 di 1.000 uomini) &quot;scomparso&quot; in una specie di nuvola bassa, il 28 agosto 1915, nella Penisola di Gallipoli, durante un&#8217;azione contro le postazioni turche; e i cui membri non vennero mai pi\u00f9 ritrovati, n\u00e9 vivi n\u00e9 morti. <em>&quot;La fonte di questa notizia \u00e8 stata una testimonianza, resa pubblica 50 ani dopo l&#8217;incidente, di tre soldati neozelandesi, che dichiararono di aver osservato una densa nube, di aspetto solido e a forma di fetta d pane, abbassarsi fino al suolo, sul cammino di una colonna di truppe in avanzata. Dopo che gli uomini vi furono dentro, la nube si alz\u00f2, lasciando il terreno deserto.&quot;<\/em> (21)<\/p>\n<p>7)  Tralasciamo volutamente ipotesi ufologiche o, in genere, di stampo extraterrestre, non perch\u00e9 siano del tutto impensabili, ma perch\u00e9 manca, in questo caso, il minimo indizio che porti in una tale direzione ( avvistamenti di oggetti volanti sconosciuti, segni sul terreno, ecc.), come del resto \u00e8 logico, dato il tempo e il luogo della vicenda. Ma non avrebbe senso dilungarsi su un tipo di ipotesi che prescindono totalmente da ogni e qualsiasi sforzo di spiegazione &quot;normale&quot; (o, al limite, paranormale), per compiere un puro e semplice salto nel buio.<\/p>\n<p>Che altro dire?<\/p>\n<p>La storia della \u00abTrib\u00f9 Perduta\u00bb non \u00e8 la prima n\u00e9 l&#8217;ultima nel suo genere, per quanto il grande pubblico ignori che si tratta di fenomeni relativamente frequenti. Certo, per molti di essi \u00e8 possibile una spiegazione semplice e razionale, come per la gi\u00e0 citata scomparsa dell&#8217;armata persiana di Cambise, in Egitto, di cui parla il &quot;padre della storia&quot;, Erodoto. Le persone scompaiono, dopo tutto, ogni giorno; e le cause possono essere le pi\u00f9 svariate. Solo in piccola parte si tratta di scomparse misteriose; ma quella piccola percentuale esiste, e non \u00e8 suscettibile di essere liquidata con superficiale leggerezza. La scomparsa di un intero gruppo umano, al contrario, \u00e8 un evento certamente raro ed anomalo, che sfida oltre ogni limite le nostre capacit\u00e0 di spiegazione razionale e verosimile.<\/p>\n<p>Parlando in generale, ci sembra che esistano essenzialmente due maniere di porsi di fronte al mistero. La prima \u00e8 quello di considerarlo un muro che ci sbarra la strada, cio\u00e8 un ostacolo imprevisto e insopportabile, che va abbattuto, scalato o aggirato, insomma piegato ai nostri voleri &#8211; per meglio dire, ai voleri della ragione calcolante. La seconda maniera \u00e8 quella di vedere in esso uno stimolo e, al limite, una finestra: una finestra spalancata su qualcos&#8217;altro, qualche cosa di alieno. In questo caso, la ragione non si sente sfidata n\u00e9 umiliata, bens\u00ec sollecitata a fare spazio ad un modo di vedere la realt\u00e0 che non escluda altre forme e possibilit\u00e0 di comprensione; a fare un atto di doverosa umilt\u00e0 e a riconoscere &#8211; come dice Shakespeare nell&#8217;<em>Amleto<\/em> &#8211; che <em>\u00abvi sono pi\u00f9 cose fra cielo e terra di quante possa sognarne tutta la nostra filosofia\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p>1)  ERODOTO, III, 25-26; LIGABUE, Giancarlo (a cura di), <em>L&#8217;armata scomparsa di re Cambise,<\/em>Venezia, Erizzo Editrice, 1990; Id., _3Cem>Sono questi i resti dell&#8217;armata di Cambise,<\/em> su <em>Atlante,<\/em> dic. 1984, pp. 36-45.<\/p>\n<p>2)  LAMENDOLA, Francesco, <em>La bambina dei sogni e altri racconti,<\/em> Poggibonsi, Lalli Editore, 1984.<\/p>\n<p>3)  LAMENDOLA, Francesco, <em>La navigazione antartica di Hui-Te-Rangi-Ora. Una epopea polinesiana sulla rotta del Polo Sud,<\/em> su <em>Il Polo,<\/em> riv. dell&#8217;Ist. Geogr. Polare fondato da Silvio Zavatti, Fermo, vol. 2, giu. 1988, pp. 12-35.<\/p>\n<p>4)  CORNA PELLEGRINI, Giacomo-RAITERI, Silvio, <em>Nuova Zelanda,<\/em> Milano, Touring Club Italiano, 1990, pp. 189, 145.<\/p>\n<p>5)  LEWIS, David-FORMAN, Werner, <em>I Maori, un popolo di guerrieri,<\/em> Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1983, p. 24.<\/p>\n<p>6)  Cfr. le bellissime fotografie della flora scattate dalla spedizione scientifica del prof. Pichi-Sermolli, in MONTALENTI-Giuseppe-GIACOMINI, Valerio, <em>Corso di biologia per le scuole medie superiori,<\/em> Firenze, Sansoni 1970, p. 315; e BIASUTTI, <em>Il paesaggio terrestre,<\/em> Torino, U.T.E.T., 1962, tav. 13 f. t. (fra p. 368 e p. 369).<\/p>\n<p>7)  Cfr. BIASUTTI, Renato, Op. cit., pp. 371-375.<\/p>\n<p>8)  Cfr. LAMENDOLA, Francesco, <em>La scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora,<\/em> cit., p. 31, nota 8. Le spedizioni di pesca dei Maori alle isole Auckland cessarono del tutto solo nel XIX secolo, quando questo popolo, divenuto sedentario, dimentic\u00f2 per sempre le tradizionali conoscenze e abilit\u00e0, che ne avevano fatto uno dei pi\u00f9 arditi al mondo nel campo dei viaggi marittimi.<\/p>\n<p>9)  FORBIS, John, <em>Un paese che resiste alla sfida dell&#8217;uomo,<\/em> in <em>Selezione dal \u00abReader&#8217;s Digest\u00bb,<\/em> settembre 1972, pp. 147-152.<\/p>\n<p>10) Cfr. LAMENDOLA, Francesco, <em>Terra Australis Incognita,<\/em> su <em>Il Polo<\/em>, vol. 3, 1989, pp. 51-58; Id., <em>Mendana de Neira alla scoperta della Terra Australe,<\/em> su <em>Il Polo,<\/em>vol. 1, 1990, pp. 19-24; Id., _3Cem>Alla ricerca della Terra Australe,<\/em> su <em>Kur,<\/em> period. dell&#8217;Ass. \u00abLa Venta, Treviso, 2007.<\/p>\n<p>11) FORBIS, John, cit., p. 152.<\/p>\n<p>12) STINGL, Miloslav, <em>L&#8217;ultimo paradiso. Misteri e incanti della Polinesia<\/em>, Milano, Mursia, 1986, pp.225-226.<\/p>\n<p>13) ZAVATTI, Silvio, <em>I viaggi del capitano James Cook,<\/em> Milano, Schwarz, 1960, pp. 101-109.<\/p>\n<p>14) STINGL, Miloslav, cit., pp. 225-228.<\/p>\n<p>15) DOPLICHER, Mario, <em>Come l&#8217;uomo scopre il suo mondo,<\/em> Milano, Soc. Editrice Vie Nuove, 1973, pp. 19-24.<\/p>\n<p>16) KROEBER, Theodora, <em>Ishi, un uomo tra due mondi. La storia dell&#8217;ultimo indiano Yahi,<\/em> Milano, Jaca Book, 1985.<\/p>\n<p>17) HILL, L. G.- LITT, B., _3Cem>I Tasaday,<\/em> in <em>I popoli della Terra,<\/em> vol. 9: <em>Indonesia e Filippine,<\/em> Milano, Mondadori, 1981, pp. 38-49.<\/p>\n<p>18) WILSON, Colin, <em>Realt\u00e0 inesplicabili,<\/em> Milano, Rizzoli, 1976, pp. 29-31.<\/p>\n<p>19) BOAR, Roger-BLUNDELL, Nigel, <em>Fantasmi,<\/em> Milano, Fabbri Editori, 1998.<\/p>\n<p>20) BIERCE, AMBROSE, <em>Tutti i racconti dell&#8217;orrore,<\/em> Roma, Newton Compton Editori, 1994.<\/p>\n<p>21) BEGG, Paul, <em>Into Thin Air, The Unexplained Mysteries of Mind Space and Time,<\/em> vol. 3; WILSON, Colin, <em>Op. cit.,<\/em> pp. 26-28.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Misteriosa \u00e8 la Fiordland, l&#8217;estrema punta sud-occidentale della Nuova Zelanda, una terra incredibilmente fuori del tempo, ammantata di grandi foreste che, a dispetto del clima temperato-fresco<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30183,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[63],"tags":[259],"class_list":["post-29241","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-antica","tag-tradizione"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-antica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29241","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29241"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29241\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30183"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29241"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29241"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29241"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}