{"id":29186,"date":"2017-09-24T10:50:00","date_gmt":"2017-09-24T10:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/09\/24\/tibullo-poeta-della-vita-semplice-o-del-nulla\/"},"modified":"2017-09-24T10:50:00","modified_gmt":"2017-09-24T10:50:00","slug":"tibullo-poeta-della-vita-semplice-o-del-nulla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/09\/24\/tibullo-poeta-della-vita-semplice-o-del-nulla\/","title":{"rendered":"Tibullo, poeta della vita semplice o del nulla?"},"content":{"rendered":"<p>Albio Tibullo: ecco un poeta che tutti, istintivamente, pensiamo di conoscere e di aver capito! Non \u00e8 forse, il mite Tibullo, il malinconico Tibullo, il sognante Tibullo, un poeta &quot;semplice&quot;? E di nuovo, come gi\u00e0 con Giovanni Pascoli, cadiamo, senza nemmeno rendercene conto, nel solito equivoco: quello di attribuire la semplicit\u00e0 a un poeta che canta le cose semplici. Ma chi ama e canta le cose semplici, non \u00e8 egli stesso, necessariamente, una persona semplice, tanto meno nel caso di un poeta: perch\u00e9 la poesia, di per s\u00e9, non \u00e8 affatto una forma di espressione semplice. E Tibullo, che tutti abbiamo letto ed amato sui banchi di scuola, si presta magnificamente all&#8217;equivoco, come e forse pi\u00f9 di Pascoli: la sua semplicit\u00e0, cos\u00ec frequentemente proclamata, quasi ostentata, ci aveva talmente convinti allora, che anche in seguito non ci \u00e8 mai venuto in mente di rivedere quel giudizio, di sottoporlo ad un minimo di riflessione critica. Aggiungiamo che quando si crede di aver capito un autore, o quando si crede di aver capito che non c&#8217;\u00e8 nulla di particolarmente profondo da capire, ma solo amore per i campi, per la vita raccolta, per la solitudine e la contemplazione, siamo gi\u00e0 nelle condizioni di perpetuare, in noi stessi, qualunque malinteso: perch\u00e9 il vero poeta non ha mai finito di dire ci\u00f2 che ci vuol dire, e credere di esser giunti alla &quot;fine&quot;, cio\u00e8 alla comprensione ultima, \u00e8 gi\u00e0 un averlo frainteso, travisato, equivocato.<\/p>\n<p>E invece no. Un poeta \u00e8 sempre misterioso; almeno, un vero poeta. E Tibullo lo \u00e8: non un grande poeta, ma un vero poeta, s\u00ec. D&#8217;altra parte, in lui si nota la caratteristica forma di travestimento cui sovente ricorrono i timidi, gli insicuri e gli scontenti: indossare la maschera della semplicit\u00e0, della mitezza e della dolcezza, per nascondere il proprio segreto. E cos\u00ec, il &quot;dolce&quot; Tibullo diventa il classico poeta per signorine romantiche e ipersensibili, magari per adolescenti introversi e sospirosi, un Aleardo Aleardi dell&#8217;et\u00e0 di Augusto (non oseremmo neanche dire: un Giovanni Prati, perch\u00e9 nel Prati gli sprazzi d&#8217;inquietudine ci sono, eccome, e lui non li nasconde affatto); e i moralisti un tanto al chilo possono celebrarlo come il rovescio della medaglia dell&#8217;imperialismo romano, la sua coscienza critica, ovvero il pacifista convinto e, quasi, quasi, il cittadino antimilitarista di una superpotenza inconsciamente presaga del proprio inevitabile tramonto. Da qui a vedere nel poeta che segue Messalla Corvino cos\u00ec malvolentieri nelle sue spedizioni militari, da ammalarsi gravemente lungo la strada (di una malattia che somiglia molto a un rigetto psico-somatico), un Bob Dylan del I secolo avanti Cristo, che contesta le campagne in Aquitania e in Siria come quello contester\u00e0 la guerra americana nel Vietnam, il passo \u00e8 breve, e si \u00e8 tentati di farlo.<\/p>\n<p>Dunque, vediamo: Tibullo piace, se piace (e di solito piace) perch\u00e9 canta, con accenti nostalgici ed elegiaci, la pace campestre e la schiettezza della vita rurale, contrapponendole non solo al disordine e al rumore della vita urbana, ma anche alle passioni che portano l&#8217;uomo a lasciarsi divorare dalla smania di cose essenzialmente esteriori: la ricchezza, il potere, la gloria. La campagna e la vita semplice diventano, per lui, un vero e proprio rifugio, quasi una scelta di vita ascetica (verrebbe quasi da dire: monastica, se non fosse per quella vena di spontanea sensualit\u00e0 che emerge qua e l\u00e0 dai suoi versi pi\u00f9 &quot;innocenti&quot;), e, nello steso tempo, una silenziosa protesta, una &quot;contestazione&quot; della maledetta fame dell&#8217;oro. Tutto chiaro, allora? Niente affatto. Prendiamo, a titolo di esempio, la prima elegia del primo libro, la famosissima <em>Divitias alius fulvi sibi congerat auro<\/em>, che generazioni di studenti alle prime armi hanno letto e ammirato nella sua esemplare, cristallina classicit\u00e0 e delicatezza, e nella sua candida, disarmante semplicit\u00e0. E chi non si \u00e8 lasciato rapire, almeno per un momento, in quel sogno di pace raccolta, in quell&#8217;idillio campestre, fatto solo di cose belle e di pochissimi, scelti amici; chi non si \u00e8 immedesimato nel poeta che la notte, a letto, ode cadere la pioggia che gli concilia il sonno e si sente quasi sciogliere nella dolcezza di un cos\u00ec soave abbraccio della natura? Le tenere viti, i rigogliosi pomi, i raggi del sole estivo che indorano le messi; e infine, ciliegina sula torta, lo scroscio notturno dell&#8217;acqua sul tetto della casetta campestre: come resistere a un fascino cos\u00ec immediato e innocente, a un sentimento cos\u00ec schivo e bucolico? C&#8217;\u00e8 perfino, quasi incredibile coincidenza, un&#8217;immagine che pare tratta dal Vangelo, quella del buon pastore: il poeta che si accorge di una capretta o di un agnellino rimasti indietro, dimenticati dalla madre, e che subito si affretta a raccoglierli e a stringerseli al petto, prima che i lupi feroci odano belare e piombino sulla preda in un baleno. Eppure, forse le cose non sono proprio cos\u00ec semplici; forse non stanno affatto cos\u00ec come sembra.<\/p>\n<p>Nei versi finali dell&#8217;elegia, che le edizioni scolastiche di una volta omettevano, sostituendoli con dei misteriosi puntini di sospensione, prorompeva la vena erotica, con la gioia del poeta di stringere a s\u00e9 Delia, la donna amata, mentre fuori imperversano i venti e scrosciano le acque. E tuttavia, la vena erotica si asciuga subito, quasi ghiacciata da un subitaneo pensiero: quello della morte. Bisogna amare adesso, perch\u00e9 la morte incombe; e, se non sar\u00e0 la morte, giunger\u00e0 presto l&#8217;odiosa vecchiaia, e non sar\u00e0 una bella cosa, dice Tibullo, giacere cos\u00ec abbracciati con i capelli bianchi e il corpo consunto dagli anni. Vi \u00e8 un&#8217;eco, o una concordanza, con il <em>carpe diem<\/em> oraziano, col suo invito a bere il buon vino di Falerno prima che sia troppo tardi, finch\u00e9 ci sono vita e un po&#8217; di futuro innanzi a noi. Pure, la filosofia epicurea del <em>carpe diem<\/em> non basta a spiegare il fatto che Tibullo passi dalle gioie dell&#8217;amore al pensiero della morte con una tal subitanea, impressionante velocit\u00e0. Si direbbe che egli non riesca a godere per nulla del presente, di quel presente che, a parole, sta decantando. Questo non \u00e8 da Orazio; e si sa che Orazio, dietro la sua vantata serenit\u00e0, \u00e8 un uomo angosciato e un poeta complesso, contraddittorio. E tuttavia, a paragone di Tibullo, Orazio risulta quasi semplice. Come si fa a scambiare per &quot;semplice&quot; un poeta che, subito dopo aver detto di sentirsi felice solo nell&#8217;abbracciare la sua donna, un attimo dopo parla di vecchiaia, di capelli bianchi, e descrive il proprio funerale, e Delia in lacrime che gli dar\u00e0 l&#8217;estremo addio? No, davvero; se questa non \u00e8 una posa, e tutto lascia pensare che non lo sia affatto, allora Tibullo \u00e8 un poeta completamente diverso da come ce lo avevano presentato a scuola, e da come noi stessi, per conformismo e pigrizia intellettuale, ce l&#8217;eravamo sempre immaginato.<\/p>\n<p>Vorremmo partire dalle seguenti osservazioni di Paolo Acrosso e di Giuseppe Morelli, autori del volume <em>Camena. Antologia latina ad uso della scuola media<\/em>, pubblicato negli anni nei quali &#8212; prima della riforma della Scuola media unica e prima del &#8217;68, tanto per intenderci ed essere chiari &#8211; un libro di testo per la scuola media poteva presentare dei pregi non inferiori, per competenza e chiarezza didattica, a quelli dei testi che oggi si adoperano e vanno per la maggiore nei licei e perfino all&#8217;universit\u00e0 (Bologna, Cappelli, 1961, pp. 357-358):<\/p>\n<p><em>&#8230; L&#8217;amicizia che lo legava a Messalla fece s\u00ec che il poeta, sia pure a malincuore, dovesse accompagnare nel 27 av. Cr. il grande generale nella sua fortunata spedizione in Aquitania. Tibullo non amava la guerra, ma la vita semplice e serena dei campi, invidiava la tranquillit\u00e0 e la modestia degli uomini comuni, non la gloria e gli onori dei potenti. Pi\u00f9 tardi quando Messalla volle condurlo in Oriente, espresse ancor pi\u00f9 vivacemente, nella III elegia del I libro, la sua avversione per la vita delle armi. Poco dopo esser salpati da Brindisi, colto da una malattia, il poeta fu costretto a fermarsi a Corcira. L\u00ec, solo, abbandonato dagli amici, che avevamo proseguito il loro viaggio, lontano dall&#8217;affetto dei suoi cari, al poeta sembr\u00f2 davvero di morire.<\/em><\/p>\n<p><em>Tibullo non \u00e8 un poeta gradissimo come Catullo o come Virgilio, eppure la sua poesia ha un tono inconfondibile. A Tibullo non interessano l&#8217;impero di Roma che sorge e si estende ogni giorno di pi\u00f9, la gloria militare e l&#8217;ambizione del suo amico Messalla Corvino, gli onori della corte di Augusto, la fama che pure poteva derivargli dalla poesia; l&#8217;unica cosa che lo commuove \u00e8 la sua sconfinata malinconia, per cui egli distrugge tutto e tutti introno a s\u00e9, tutto e tutti allontana e respinge da s\u00e9, per rifugiarsi nella solitudine o, meglio, nella &quot;r\u00eaverie&quot;, per poter vivere una vita intessuta interamente di sogni e di nostalgie. Ogni contatto con la realt\u00e0 produce sempre in Tibullo atroci conflitti e cupi scoramenti; per uscirne e per alleviare il dolore che gli deriva dalla presenza degli altri, il poeta si costruisce un mondo di fantasmi sereni, un mondo dove la matura e gli uomini assumono i dolci colori delle favole, e questo mondo egli canta,. Quasi fosse la sua vera patria, una patria di continuo travista e perduta, alla quale la sua anima anela, come alla ricerca di un impossibile idillio perenne.<\/em><\/p>\n<p>Colpisce sopratutto questo passaggio: <em>l&#8217;unica cosa che lo commuove \u00e8 la sua sconfinata malinconia, per cui egli distrugge tutto e tutti introno a s\u00e9, tutto e tutti allontana e respinge da s\u00e9, per rifugiarsi nella solitudine o, meglio, nella &quot;r\u00eaverie&quot;, per poter vivere una vita intessuta interamente di sogni e di nostalgie.<\/em> Un bovarismo <em>ante litteram<\/em>; un sognatore misantropo e disadattato, forse cronicamente depresso, che ha preso in odio l&#8217;umanit\u00e0 intera per reazione difensiva contro la complessit\u00e0 e la problematicit\u00e0 dell&#8217;esistenza; un poeta protestatario, non contro le guerre e l&#8217;<em>auri sacra fames<\/em>, ma contro le incognite e le sofferenze che ogni vita umana reca con s\u00e9, inevitabilmente, insieme alle gioie e alle cose belle: questo \u00e8 quanto emerge da una simile chiave di lettura, che ci sembra assai pi\u00f9 persuasiva di quella tradizionale, &quot;bucolica&quot; (o &quot;georgica&quot;) e pacifica, se non proprio pacifista, della figura e dell&#8217;opera di Tibullo. La <em>r\u00eaverie<\/em>, la fantasticheria: certo, ma una <em>r\u00eaverie<\/em> tutt&#8217;altro che serena e bucolica; al contrario: una <em>r\u00eaverie<\/em> cupa, o meglio, come dicono benissimo i due Autori su citati, popolata di fantasmi, e sia pure fantasmi sereni, ai quali \u00e8 demandato il compito di esorcizzare l&#8217;effetto penoso che il mondo reale produce sulla esasperata sensibilit\u00e0 del poeta. Tibullo \u00e8 un uomo che non accetta la realt\u00e0 e che ha bisogno, un bisogno fisiologico, di rifugiarsi in un mondo idealizzato: la campagna non \u00e8 che la proiezione fantastica di questo sogno, non \u00e8 che il tentativo di incardinarlo nella dimensione reale, dopo averla depurata di tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 causare dolore o turbamento. I fantasmi di cui Tibullo circonda il proprio mondo interiore sono dolci, perch\u00e9 egli ha bisogno di dolcezza; e ne ha bisogno perch\u00e9 la vita, cos\u00ec come realmente \u00e8, gli riesce intollerabile. Non un poeta &quot;dolce&quot;, pertanto, ma un poeta travagliato, angosciato, smarrito, incapace di vivere come vivono gli altri, e disgustato non dalle guerre del suo tempo, ma dal mondo degli uomini in generale. Le sue tirate contro l&#8217;avidit\u00e0 e contro la brama di onori e ricchezze sono solo il paravento che egli si fabbrica per nascondere a tutti, e specialmente a se stesso, la vera radice del suo male, della sua scontentezza: l&#8217;impatto con la realt\u00e0, guerre o non guerre, ricchezze o non ricchezze. \u00c8 la realt\u00e0 in quanto tale che Tibullo non riesce ad accettare, a causa della sua sensibilit\u00e0 abnorme, ipertrofica. Egli non possiede la forza titanica di un Leopardi, per cui non osa ribellarsi, n\u00e9 guardare il suo male in faccia e prendersela col suo vero nemico; che non \u00e8 il mondo, ma lui stesso, la sua mancata accettazione del vero. In fondo, Tibullo \u00e8 un &quot;moderno&quot;, e per questo piace cos\u00ec tanto a quasi tutti i lettori moderni: la sua modernit\u00e0 consiste nella pretesa di ammantare dietro nobili ragioni il suo sdegno ideale, che nasce invece dalla debolezza. La sua protesta non \u00e8 mai virile; ha sempre qualcosa di molle, di languido, di decadente, di effeminato (caratteri che sono stato colti, e al suo solito oltremodo esasperati, dal pittore Lawrence Alma Tadema nel suo celebre ritratto di Tibullo, eseguito nel 1866).<\/p>\n<p>Quali conclusioni trarre da tutto ci\u00f2? Primo, che un poeta non \u00e8 quello che dice di essere, ma quello che cerca di nascondere di s\u00e9; e questa non \u00e8 psicanalisti da quattro soldi, ma l&#8217;ABC del corretto approccio a un autore o a un testo letterario. Secondo, che chi dice di amare la vita semplice solo perch\u00e9 non regge il peso della vita, in realt\u00e0 non cerca altro che la morte. Terzo, che ci sono due maniere di sentirsi estranei al mondo: quella pagana e quella cristiana. La maniera pagana consiste nel cincischiarsi con il pensiero della morte (e delle lacrime degli amici al proprio funerale), e, intanto, consolarsi con l&#8217;illusione del <em>qui e ora<\/em>, che non reca, tuttavia, la sperata serenit\u00e0, ma un supplemento d&#8217;inquietudine. \u00c8 la maniera di Tibullo. La maniera cristiana consiste nel rivolgere lo sguardo da questo mondo, fragile e precario, a quell&#8217;altro, eterno e luminoso, che \u00e8 la patria celeste di tutte le creature; e nel trovare proprio in quella contemplazione le ragioni per tornare a vivere la vita terrena con un rinnovato slancio di fede, speranza e carit\u00e0. Virgilio, pagano, \u00e8 arrivato quasi sulla porta, con l&#8217;istinto che \u00e8 proprio delle anime profonde; Tibullo, che non ha la sua profondit\u00e0, non ci si \u00e8 mai neppure avvicinato. Questo non lo rende meno rispettabile o meno degno di attenzione, ma certamente riconduce la sua poesia entro un ambito pi\u00f9 ristretto. Talmente ristretto che ci si pu\u00f2 chiedere se, in fondo, non sia solo un nichilista. Chi non riesce a vivere se non facendo il vuoto attorno a s\u00e9, dunque ignorando la vera amicizia e l&#8217;amore, non \u00e8 un corteggiatore del nulla?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Albio Tibullo: ecco un poeta che tutti, istintivamente, pensiamo di conoscere e di aver capito! 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