{"id":29180,"date":"2022-01-08T06:58:00","date_gmt":"2022-01-08T06:58:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/01\/08\/thomas-mann-e-lumanesimo-malato-dei-romanzieri\/"},"modified":"2022-01-08T06:58:00","modified_gmt":"2022-01-08T06:58:00","slug":"thomas-mann-e-lumanesimo-malato-dei-romanzieri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/01\/08\/thomas-mann-e-lumanesimo-malato-dei-romanzieri\/","title":{"rendered":"Thomas Mann e l&#8217;umanesimo malato dei romanzieri"},"content":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 il romanzo moderno non racconta mai, o quasi masi, storie di vincitori? Perch\u00e9 non presenta mai, o quasi mai, degli eroi positivi? Perch\u00e9 non ci fa vedere degli uomini e delle donne che, pur in mezzo alle difficolt\u00e0 della vita, riescono ad affermare i propri valori, a far trionfare la loro volont\u00e0, a conservare intatti i loro sogni? E perch\u00e9, tutto al contrario, i romanzieri moderni amano immensamente mostrarci degli uomini vinti, sconfitti, falliti, delusi, amareggiati, inetti, impotenti, in balia di un destino cento volte pi\u00f9 grande di loro? Perch\u00e9 cos\u00ec spesso indulgono a mostrarci dei malati, dei deviati, dei mostri, degli ossessi, dei nevrastenici, dei maniaci, dei depressi, dei delinquenti potenziali o effettivi?<\/p>\n<p>Verrebbe da rispondere che ci\u00f2 accade perch\u00e9 gli uomini di oggi sono cos\u00ec, e il romanziere li rappresenta come sono, senza aggiungere n\u00e9 togliere alcunch\u00e9; ma sarebbe una risposta superficiale e insoddisfacente. Molti sono cos\u00ec, e molti non lo sono; probabilmente la maggioranza degli uomini e delle donne odierni sono meno inetti, meno malati, meno confusi e sconfitti e amareggiati di come vengono rappresentati dagli scrittori. Resta perci\u00f2 la domanda: perch\u00e9 questi ultimi concentrano tutta la loro attenzione su un&#8217;umanit\u00e0 allo sbando, e ignorano quella parte di umanit\u00e0 che conserva salda la propria coerenza, la propria fiducia nella vita e la propria consapevolezza di s\u00e9? Le ragioni possono essere almeno due. La prima \u00e8 che rappresentare il male \u00e8 pi\u00f9 facile, pi\u00f9 interessante, pi\u00f9 gratificante che rappresentare il bene; e lo sanno da sempre gli studenti di liceo che adorano l&#8217;<em>Inferno<\/em> di Dante, ma si annoiano terribilmente a leggere e studiare il <em>Purgatorio<\/em>, e pi\u00f9 ancora il <em>Paradiso<\/em>. La seconda \u00e8 che gli scrittori sono afflitti dalla stessa lebbra che amano dipingere nei loro romanzi e perci\u00f2 si sentono istintivamente in sintonia con gli eroi negativi. Ce ne sarebbe una terza: che parlare del vizio, del male e del peccato rende di pi\u00f9, anche in termini commerciali; ma \u00e8 troppo maliziosa e, per non cadere nel medesimo peccato che stiamo censurando, evitiamo di approfondirla ulteriormente.<\/p>\n<p>Un tipico rappresentante di questa linea letteraria \u00e8 Thomas Mann, il quale, fin dalla <em>Morte a Venezia<\/em>, si \u00e8 qualificato come uno dei suoi maggiori esponenti, e i cui anti-eroi sono fra i pi\u00f9 caratteristici della categoria nella quale si riflette un certo tipo di umanit\u00e0 contemporanea; quella, per intenderci, che non essendo capace di vivere preferisce parlare e scrivere sulla vita, come ha insegnato Luigi Pirandello. Particolarmente acute ci sembrano le osservazioni svolte in proposito dal musicologo e critico musicale Quirino Principe, goriziano, classe 1935, svolte nel suo brillante e acuto saggio <em>La rivelazione incompiuta<\/em> (Milano, Rusconi Editore, 1974, pp.146-148; 150-151):<\/p>\n<p><em>L&#8217;umanesimo di Thomas Mann ha una colpa d&#8217;origine: esso trae fondamento da una concezione che comprende soprattutto la parte negativa dell&#8217;uomo, e la pi\u00f9 debole, falsamente considerata pi\u00f9 &quot;sincera&quot; e pi\u00f9 ricca di pathos. Mann difende l&#8217;Ottocento vantando, come maggior merito di quel secolo, quello che dovrebbe essere il suo pi\u00f9 decisivo capo di imputazione. L&#8217;Ottocento, non a caso inaugurato dalla filosofia romantica culminante in Hegel, \u00e8 stato l&#8217;epoca della confusione filosofica, cio\u00e8 l&#8217;epoca in cui la filosofia ha voluto abbracciare tutto, anche ci\u00f2 da cui si sarebbe dovuta guardare, e l&#8217;abbraccio \u00e8 stato mortale. Esistono realt\u00e0 che non possono giovare alla filosofia, che non saranno mai filosofia. Conquistare l&#8217;irrazionale alla ragione pu\u00f2 essere un progetto attraente, ma la razionalit\u00e0, se vuole sopravvivere come filosofia, deve semplicemente trascurare l&#8217;irrazionale. Trasformare la malattia in vitalit\u00e0 pu\u00f2 essere una fatica emozionante, ma la buona salute, se vuole persistere, deve soltanto tenere a bada la malattia: all&#8217;intelligenza non occorrono gli stimoli del bordello.<\/em><\/p>\n<p><em>Thomas Mann, come anche un altro scrittore a lui poco affine ma convergente in molti temi, ha pronunciato parole di lode per certi artisti, indicando all&#8217;ammirazione pubblica la presenza di spinte contrastanti, di contraddizioni capricciose o laceranti. Mann definisce l&#8217;opera di Wagner \u00abfenomeno fra i pi\u00f9 grandiosi, ambigui, complessi ed affascinanti nel mondo della creazione\u00bb. Proust, parlando di un musicista di minor grandezza ma non di minor talento, Saint-Sa\u00ebns, ne apprezzava molto \u00ables jeux habiles, d\u00e9concertants, diaboliques et divins\u00bb. Due giudizi che sono quasi l&#8217;uno la riproduzione dell&#8217;altro perch\u00e9 ci\u00f2 che \u00e8 abile e sconcertante si ritrova in patte nel grandioso e complesso, e l&#8217;antitesi diabolico-divino corrisponde all&#8217;antitesi ambiguo-affascinante. I caratteri sono tutti accomunati nella lode, perch\u00e9 l&#8217;ambiguo e il diabolico sono seducenti, mentre il divino e il grandioso hanno nobilt\u00e0 ed eccellenza, e finisce che la lode li accoglie insieme come tutti nobili, o tutti seducenti. Fra le ceneri dell&#8217;et\u00e0 borghese \u00e8 rimasto intatto un obbligo, quello di non considerare grande se non chi \u00e8 anche un po&#8217; ambiguo, un po&#8217; diabolico, un po&#8217; malato, un po&#8217; peccaminoso. A un antico concetto di grandezza, e cui grande \u00e8 chi, fra tanti ciechi sa scegliere LA strada giusta, subentra una nuova grandezza, propria di chi sceglie TUTTE le strade, quelle che vanno a destra o a sinistra, in alto o in basso, quasi con la stessa perizia con cui potrebbe sceglierle un cieco curioso. Lo stesso Mann giustificava,m in una lettera a K\u00e9renyi, il suo perenne occhieggiare dalla sponda del razionale verso l&#8217;irrazionale, per invocare poi subito dopo la razionalit\u00e0 come salvezza: \u00abIo sono un partigiano dell&#8217;equilibrio. Mi appoggio istintivamente a sinistra quando la barca minaccia di ribaltare a destra e viceversa\u00bb. Ma questa predilezione per la grandezza \u00abnel bene e nel male\u00bb, fondata in ugual misura su gradi meriti e su grandi vizi, rientra nella vocazione di una cultura della quale Thomas Mann ha rappresentato soltanto uno dei maggiori modi d&#8217;essere, non certo l&#8217;unico e neppure il maggiore.<\/em><\/p>\n<p><em>I suoi personaggi non sono mai uomini forti, tranne due , Mos\u00e8 nel racconto biblico &quot;Da Gesetz&quot;, e Gregorio nella leggenda medievale &quot;Der Erw\u00e4lhte&quot;. Ma essi non costituiscono alcun esempio, perch\u00e9 rappresentano nelle intenzioni dello scrittore, il passato che non esiste pi\u00f9 e del resto gi\u00e0 il protagonista di &quot;Joseph und seine Br\u00fcder&quot; \u00e8 pi\u00f9 abile che forte, ed \u00e8 favorito dalla fortuna. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Il romanzo moderno, incapace di narrare storie di vincitori &#8212; come nel medioevo, quando si esponevamo con felice naturalezza vite di santi -, riesce a narrare soltanto strie di perdenti, o almeno cos\u00ec sembra; in ogni caso, Mann \u00e8 una conferma eminente di questa attitudine. I suoi vinti sono fin da principio i MIGLIORI, e lo scrittore li presenta come eroi non BENCH\u00c9 perdano, ci\u00f2 che sarebbe giusto, ma PERCH\u00c9 perdono, \u00e8 una delle verit\u00e0 che Thomas Mann, insieme con altri scrittori, non ha capito; se la vittoria non \u00e8 segno di grandezza, neppure la sconfitta ne \u00e8 segno necessario, e la catastrofe non \u00e8 sufficiente garanzia di rivelazione.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma lo scrittore moderno, che \u00e8 per eccellenza scrittore di romanzi, predilige la rappresentazione del fallimento perch\u00e9 sembra sollecitare meglio l&#8217;indagine inclina verso la fenomenologia del vizio che del fallimento \u00e8 causa e preludio perch\u00e9 sembra piegarsi pi\u00f9 docilmente all&#8217;analisi,Quanto pi\u00f9 \u00e8 difficile la salvezza dell&#8217;anima, tanto pi\u00f9 ci si dedica allo studio dell&#8217;anima. \u00c8 un costume che si impone con la forza di un sillogismo: se la dissoluzione favorisce l&#8217;analisi, la perdizione dev&#8217;essere preferita alla salvezza perch\u00e9 ne tragga profitto la conoscenza.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;eroe negativo, che gradualmente trapassa nel ruolo dell&#8217;eroe perplesso e infine in quello dell&#8217;anti-eroe, \u00e8 la grande scoperta della letteratura romantica, che poi evolve e si prolunga sino a i nostri giorni: pensiamo al Werther di Goethe e a Julien Sorel ne <em>Il Rosso e il Nero<\/em> di Stendhal, fino al Pio Cid di \u00c1ngel Ganivet, ad Emilio Brentani in <em>Senilit\u00e0<\/em> di Svevo, per non parlare di personaggi come quelli di Alfredo Oriani o di Federigo Tozzi (ma, questi ultimi, accompagnati dalla contenuta piet\u00e0 dell&#8217;autore), tutti parenti pi\u00f9 o meno lontani, probabilmente nipotini dell&#8217;uomo del sottosuolo di Dostoevskij. E, ancora, i Leopold Bloom di Joyce, i Buddenbrook e gli Aschenbach di Thomas Mann, i Marcel del <em>Tempo perduto<\/em>, i Signori K. di Kafka, gli Urlich di Musil, le signore Galloway di Woolf, i Vitangelo Moscarda di Pirandello: e chi pi\u00f9 ne ha, pi\u00f9 ne metta. Che cos&#8217;hanno in comune tutti costoro? Il fatto che non sanno vivere; che non hanno imparato niente, n\u00e9 imparano mai nulla dalla vita; che ripetono sempre gli stessi errori, che si chiudono in una sterile saggezza e in una precoce senilit\u00e0 (la &quot;filosofia del lanternino&quot; di Pirandello), fatta di distacco senza amore, di atarassia senza tensione morale, di solitudine senza ascesi; che si costruiscono una loro visione del mondo fatta di amarezza, disperazione, frustrazione e desiderio di vendetta; che sono dei sociopatici incurabili, incapaci di provare alcuna empatia con il prossimo; e che hanno l&#8217;imperdonabile presunzione di voler fare dei propri fallimenti, delle proprie sconfitte e della propria angoscia una filosofia universale, buona per tutti e per ogni tempo: indizio infallibile che in essi tutto \u00e8 morto, tranne la loro piccola, meschina, miserabile vanit\u00e0 di sentirsi superiori al mondo intero e voler gettare in faccia al destino la loro &quot;superiore&quot; saggezza, che altro non \u00e8 se non una forma di velleitaria e sterile rivalsa su quel mondo che non hanno saputo capire e che nondimeno vogliono giudicare con inappellabile sentenza.<\/p>\n<p>E le cose sono giunte a un punto tale che un intero genere letterario, l&#8217;apologetica, \u00e8 pressoch\u00e9 scomparso, inabissato come un fiume carsico, e chiss\u00e0 se e quando lo rivedremo mai tornare in superficie: non solo perch\u00e9 il terreno sul quale prosperava, la cultura cattolica, si \u00e8 rapidamente inaridito, ma anche perch\u00e9 parlare dei Santi, dei mistici, dei missionari, dei martiri della fede, avrebbe oggi qualcosa di stonato, d&#8217;irrispettoso, perfino di molesto agli orecchi stessi dei cattolici &quot;adulti&quot; e dialoganti, quelli uscito fuori dal grande lavaggio del cervello del Concilio Vaticano II. A che scopo, per esempio, parlare delle stimmate di San Pio da Pietrelcina, o delle sue lunghissime e sofferte celebrazioni liturgiche, o del martirio quotidiano delle centinaia di confessioni che sosteneva per la salvezza delle anime, quando tutte queste cose appaiono, agli occhi della cultura laica e perfino di quella cattolica progressista, come decisamente inopportune, per non dire sbagliate, in quanto fondate su una certezza monolitica che non ha ragione d&#8217;essere, perch\u00e9 Dio parla attraverso tutte le fedi e tutte le chiese, e opinare diversamente vuol dire voler fare di Lui una specie di tiranno medievale, un corrucciato signore feudale che non ammette e non perdona nulla di quanto cresce al di fuori della Sua vigna? E per la stessa ragione, ecco spiegata la scomparsa della letteratura per l&#8217;infanzia: i libri per bambini devono parlare del bene che viene premiato e del male che viene punito; devono avere una morale positiva; devono incoraggiare una visone serena e rasserenante del mondo: ma tutto ci\u00f2 \u00e8 incompatibile con la direzione che i Padroni Universali vogliono imprimere alla cultura moderna, la quale deve rafforzare i dubbi, le inquietudini, le angosce dell&#8217;uomo; deve minare il principio d&#8217;autorit\u00e0; deve indebolire le famiglie e perfino il senso di appartenenza di genere, maschile e femminile. Perci\u00f2 basta coi libri per bambini; basta con le principesse che vengono risvegliate dall&#8217;amore del principe, che per loro affronta il drago e altri mille pericoli; basta con tutto ci\u00f2 che \u00e8 ordine, armonia, proporzione, bellezza, pace. Bisogna inoculare anche nei bambini il cattivo seme dell&#8217;infelicit\u00e0; bisogna tirar su dei futuri adulti disadattati, scontenti, pieni di complessi, di rancori e rivalse. Si possono tutt&#8217;al pi\u00f9 tollerare mediocri favole inquinate dalla magia e da un senso banale del soprannaturale, come la saga di Harry Potter; e se no, niente del tutto: lasciamo i bambini alle prese con lo s<em>martphone<\/em> e i giochi elettronici, e stiamo a vedere cosa accadr\u00e0 fra venti, trenta, quarant&#8217;anni.<\/p>\n<p>Tornando a Thomas Mann: davvero l&#8217;uomo contemporaneo si riflette in personaggi come il professor Aschenbach de <em>La morte a Venezia<\/em>, o i decadenti membri della famiglia Buddenbrook, il solitario Spinell di <em>Tristano<\/em>, gli allucinati ospiti del sanatorio alpino de <em>La montagna incantata<\/em>? A forza di sentirci ripetere di s\u00ec, dai professori del liceo e dell&#8217;universit\u00e0, e dalle innumerevoli trasposizioni cinematografiche di quei romanzi ed altri simili, un po&#8217; tutti noi ci siamo auto-convinti che quella \u00e8 la nostra fedele rappresentazione. Ma se cos\u00ec non fosse? Se ci fosse in noi pi\u00f9 salute, pi\u00f9 saggezza, pi\u00f9 amore per la vita, pi\u00f9 chiarezza d&#8217;idee, pi\u00f9 generosit\u00e0 e capacit\u00e0 di donare, di quanta non ne potrebbero mai ammettere scrittori come Thomas Mann, i quali, se ci\u00f2 dovesse mai accade, resterebbero praticamente disoccupati? Si ricordi questo concetto, cos\u00ec bene espresso da Quirino Principe: <em>L&#8217;Ottocento, non a caso inaugurato dalla filosofia romantica culminante in Hegel, \u00e8 stato l&#8217;epoca della confusione filosofica, cio\u00e8 l&#8217;epoca in cui la filosofia ha voluto abbracciare tutto, anche ci\u00f2 da cui si sarebbe dovuta guardare, e l&#8217;abbraccio \u00e8 stato mortale.<\/em> E la letteratura dietro la filosofia: una smania febbrile di abbracciare tutto, anche ci\u00f2 che si dovrebbe evitare, ci\u00f2 che \u00e8 pericoloso e distruttivo, quasi per un amaro gusto del <em>cupio dissolvi<\/em>. Menti confuse producono libri confusi; ma se tale confusione viene indicata come la condizione naturale dell&#8217;uomo, dopo aver fatto di tutto per coltivarla e alimentarla, il trucco dovrebbe apparire evidente&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Perch\u00e9 il romanzo moderno non racconta mai, o quasi masi, storie di vincitori? 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