{"id":29101,"date":"2015-07-29T07:14:00","date_gmt":"2015-07-29T07:14:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/come-mai-lincrociatore-sydney-si-lascio-sorprendere-dal-kormoran\/"},"modified":"2015-07-29T07:14:00","modified_gmt":"2015-07-29T07:14:00","slug":"come-mai-lincrociatore-sydney-si-lascio-sorprendere-dal-kormoran","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/come-mai-lincrociatore-sydney-si-lascio-sorprendere-dal-kormoran\/","title":{"rendered":"Come mai l\u2019incrociatore \u00abSydney\u00bb si lasci\u00f2 sorprendere dal \u00abKormoran\u00bb?"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo parlato a suo tempo, dell&#8217;epico, sanguinoso combattimento che ebbe luogo il 19 novembre 1941, al largo dell&#8217;estremit\u00e0 occidentale dell&#8217;Australia, fra l&#8217;incrociatore corsaro tedesco \u00abKormoran\u00bb, al comando del capitano Theodor Detmers, e l&#8217;incrociatore leggero australiano \u00abSydney\u00bb, comandato dal capitano Joseph Burnett (cfr. l&#8217;articolo \u00abLa crociera della nave corsara Kormoran\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25\/09\/2008).<\/p>\n<p>Vogliamo ora tornare sull&#8217;argomento, per considerare un particolare aspetto di essa: quello che tanto meravigli\u00f2 gli esperti della guerra navale e che, soprattutto, sconcert\u00f2 e mise in crisi non pochi uomini ell&#8217;Ammiragliato britannico e non piccola parte dell&#8217;opinione pubblica australiana, traumatizzata dalla perdita di oltre 600 vite umane in una operazione di guerra che, stando ai dati tecnici delle due rispettive unit\u00e0 che si erano affrontate al largo dell&#8217;isola Dirk Hartog, avrebbe dovuto presentarsi come quasi senza rischio, poco pi\u00f9 che una mera esercitazione navale, visto anche come erano andate le cose con altre navi corsare tedesche, ad esempio con la leggendaria \u00abAtlantis\u00bb del comandante Bernhard Rogge, la quale, proprio negli stessi giorni (22 novembre 1941), era stata affondata dall&#8217;incrociatore britannico \u00abDevonshire\u00bb. In quel caso, infatti, la nave tedesca era stata affondata dopo un brevissimo combattimento, nel corso del quale non aveva mostrato un particolare spirito combattivo, poich\u00e9 era stata abbandonata dal suo equipaggio dopo avere opposto solo una debole resistenza; bisogna per\u00f2 tener presente che, in quella circostanza, due fattori avevano giocato contro di essa: il fatto che era stata sorpresa mentre era ferma, in mezzo all&#8217;oceano, per rifornire di nafta un sommergibile tedesco, e la saggia prudenza del comandante inglese, il quale tenne il \u00abDevonshire\u00bb a 10.000 metri da essa, dunque ben oltre la gittata dei sei cannoni da 150 millimetri della nave tedesca.<\/p>\n<p>Per avere un quadro il pi\u00f9 possibile esatto del problema, innanzitutto riepiloghiamo le fasi principali della battaglia avvenuta il 19 novembre 1941, servendoci della ricostruzione di un autore britannico, autore del libro \u00abLe navi segrete di Hitler\u00bb (titolo originale: \u00abThe secret raiders\u00bb, 1966; traduzione dall&#8217;inglese di Ginetta Pignolo, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1966, pp. 196-200):<\/p>\n<p>\u00abIl duello fra la &quot;Kormoran&quot; e il &quot;Sydney&quot; ebbe inizio il 19 novembre alle 16, quando la vedetta della nave corsara avvist\u00f2 fumo a proravia. Non tard\u00f2 a esser chiaro che un incrociatore leggero, il &quot;Sydney&quot;, puntava direttamente verso la &quot;Kormoran&quot;. Questa si allontan\u00f2 subito a tutta velocit\u00e0, raggiungendo i diciotto nodi. La rotta scelta da Detmers per fuggire era contro sole e con mare e vento contrari. Il &quot;Sydney&quot; si lanci\u00f2 all&#8217;inseguimento sviluppando una forte velocit\u00e0 (circa venticinque nodi, giudicarono i tedeschi), e facendo insistenti segnali col riflettore. L&#8217;unit\u00e0 corsara iss\u00f2 la bandiera olandese, mentre l&#8217;incrociatore continuava a far segnali luminosi, ai quali i tedeschi risposero con bandiere, come usano i mercantili. Il dottor Habben scrisse che Detmers segu\u00ec lo svolgersi di questo scambio di messaggi &quot;con grande sangue freddo&quot;. Ogni tanto faceva issare messaggi volutamente confusi, e spesso in risposta al &quot;Sydney&quot; segnalava &quot;non capito&quot;. Tutto questo fece guadagnar tempo. L&#8217;incrociatore non apr\u00ec il fuoco, ma si avvicinava rapidamente da poppa e in breve fu a poca distanza dalla nave corsara. Gi\u00e0 da lungo tempo Detmers aveva riflettuto su come comportarsi qualora si fosse trovato di fronte a un&#8217;unit\u00e0 da guerra nemica di potenza superiore alla sua e senza possibilit\u00e0 di fuga, e ora si dispose risolutamente a mettere in atto i suoi piani. Alle 17,30 &#8212; un&#8217;ora e mezzo dopo il primo avvistamento &#8212; il &quot;Sydney&quot; aveva raggiunto il &quot;Kormoran&quot; e navigava alla sua sinistra, a una distanza di neppure 850 metri. I tedeschi ebbero l&#8217;impressione che il comandante dell&#8217;incrociatore dubitasse di non aver inseguito che un innocuo mercantile alleato. La catapulta dell&#8217;aereo della &quot;Sydney&quot; che era stata ruotata verso l&#8217;esterno, come se il velivolo stesse per esser lanciato, venne a un certo punto ritirata entro bordo, e attraverso i binocoli i tedeschi osservarono che solo una met\u00e0 degli addetti ai cannoni erano ai loro posti di combattimento. Intanto, proseguendo nello scambio di segnali, si giunse al momento in cui il &quot;Sydney&quot; richiese il segnale segreto delle navi olandesi, secondo il travestimento della corsara. Alla &quot;Kormoran&quot; non restava altro da fare che dar battaglia. Fu impartito l&#8217;ordine di scoprire i cannoni, eseguiti nel tempo record di sei secondi, mentre veniva ammainata la bandiera olandese e al suo posto si alzavano quella tedesca e la fiamma del comandante. La bandiera di combattimento non aveva ancora raggiunto la vetta dell&#8217;albero maestro, allorch\u00e9 i tedeschi aprirono il fuoco. Il tiro fu troppo corto, ma la seconda salva di tre cannoni colp\u00ec la plancia del &quot;Sydney&quot;, danneggiando il meccanismo di puntamento della torretta A; cos\u00ec una met\u00e0 dell&#8217;armamento nemico era fuori combattimento. La catapulta aerea dell&#8217;incrociatore venne di nuovo ruotata verso l&#8217;esterno, ma il velivolo fu immediatamente distrutto con un colpo diretto; a quella distanza era quasi impossibile mancare il bersaglio. Un siluro colp\u00ec il &quot;Sydney&quot;a proravia, e la prua s&#8217;immerse nell&#8217;acqua. La velocit\u00e0 dell&#8217;incrociatore diminu\u00ec, mentre la &quot;Kormoran&quot; spazzava il ponte con la mitragliera anticarro da trentasette millimetri e la mitragliatrice antiaerea da venti, impedendo all&#8217;avversario di mettere in azione i lanciasiluri e le armi antiaeree. Si poteva facilmente osservare che le mitragliatrici tedesche avevano causato gravi perdite fra il personale di controllo del tiro. Tutto il sistema controllo del &quot;Sydney&quot; era adesso inservibile, e il nemico era ridotto a un tiro indipendente coi cannoni delle due torrette a poppavia, che colpirono tre volte il &quot;Kormoran&quot;: il primo proiettile attravers\u00f2 la ciminiera, esplose sul fianco non impegnato della nave corsara e riemp\u00ec di schegge la cabina-radio, uccidendo due uomini. Il secondo esplose nella sala macchine e rese inservibile anche l&#8217;attrezzatura antincendio della nave. Il terzo distrusse i trasformatori del motore principale, mentre una quarta, inesplosa, fer\u00ec alcuni serventi del cannone n. 3. Nella sala macchine l&#8217;esplosione provoc\u00f2 un grave incendio, e in un caos tenebroso di fumo, rotto dai frequenti bagliori delle scariche e dei corto-circuiti dell&#8217;impianto elettrico, il personale tent\u00f2 di spegnere il fuoco. Nessuno di questi uomini fui pi\u00f9 rivisto. In seguito alle avarie riportate, il &quot;Sydney&quot; era inclinato di poppa, ma vedendo che la &quot;Kormoran&quot; aveva perso il controllo, cerc\u00f2 di speronarla. I cannoni della nave corsara continuavano per\u00f2 a sparare, e tennero in rispetto il nemico. Quest&#8217;ultimo vir\u00f2 allora di bordo allontanandosi a bassa velocit\u00e0, non pi\u00f9 di cinque o sei nodi, e mentre si ritirava lanci\u00f2 quattro siluri, il pi\u00f9 vicino dei quali manc\u00f2 la &quot;Kormoran&quot; di circa 150 metri. Il &quot;Sydney&quot; voltava adesso l&#8217;altro fianco all&#8217;avversaria, ma evidentemente le sue torrette erano rimaste bloccate, perch\u00e9 i cannoni erano puntati verso il lato disimpegnato, mentre i tedeschi continuavano a tenerlo sotto il fuoco, colpendolo ripetute volte all&#8217;altezza della linea di galleggiamento: i pezzi da 150 millimetri. Sparavano una salva ogni quattro-cinque secondi; in tutto furono sparati circa 500 colpi. Alle 18, mezz&#8217;ora esatta dopo l&#8217;inizio dell&#8217;azione, tutto il lato sinistro dell&#8217;incrociatore australiano era in fiamme e a bordo avvenivano continue esplosioni. In queste condizioni, riusc\u00ec tuttavia a portarsi fuori tiro; e dalla &quot;Kormoran&quot; lo si vide allontanarsi lentamente verso l&#8217;orizzonte. Ancora per quattro ore, mentre lottavano per salvare la propria nave, i tedeschi continuarono a vedere il grosso incendio che divorava l&#8217;unit\u00e0 nemica, finch\u00e9 all&#8217;una di notte l&#8217;incrociatore scomparve. Probabilmente fu allora che il &quot;Sydney&quot; affond\u00f2.\u00bb<\/p>\n<p>In quel momento, cio\u00e8 all&#8217;una di notte, terminava anche la vita del \u00abKormoran\u00bb, abbandonato dall&#8217;equipaggio incapace di domare l&#8217;incendio, mentre il capitano Detmers scendeva nell&#8217;ultima scialuppa, dopo aver ammainato la bandiera, e andava incontro, insieme ai suoi uomini, al destino di prigionia che lo attendeva. Le varie scialuppe erano state disperse dalla corrente e si erano perse di vista l&#8217;una con l&#8217;altra; alcune furono soccorse da navi di passaggio, altre raggiunsero la terraferma, non senza che i marinai tedeschi soffiassero crudelmente per la ristrettezza dello spazio, per il caldo diurno e per il freddo notturno.<\/p>\n<p>Da sempre, dunque, su tutta l&#8217;azione militare che port\u00f2 alla distruzione reciproca del \u00abSydney\u00bb, che affond\u00f2 senza lasciare alcun superstite dietro di s\u00e9, e del \u00abKormoran\u00bb, che affond\u00f2 anch&#8217;esso, ma che ebbe 82 morti e 317 naufraghi, in seguito salvati, catturati e trasferiti nei campi di prigionia dell&#8217;Australia (ove nel complesso subirono un trattamento umano, ma da cui fecero ritorno in patria solamente nel 1950), infuria una accesa polemica da parte britannica, e specialmente australiana. \u00c8 mai possibile, ci si chiese, che un incrociatore leggero della Marina da guerra, bene armato e protetto da corazze, sia stato cos\u00ec irreparabilmente danneggiato, nel giro di pochissimi minuti, e infine distrutto, da un semplice incrociatore ausiliario, ossia da una nave riadattata, proveniente dalla Marina mercantile, e dunque inferiore sia per armamento, sia, soprattutto, per protezione? Ed \u00e8 mai possibile che, dei 645 uomini dell&#8217;equipaggio, non uno solo sia riuscito a mettersi in salvo sulle scialuppe e ad essere, successivamente, tratto in salvo? Ed \u00e8 mai possibile, infine, che nessun relitto, nessun resto, nessun cadavere sia stato pi\u00f9 ripescato dalle acque dell&#8217;Oceano Indiano, a una cos\u00ec breve distanza dalla costa australiana e dall&#8217;isola di Dirk Hartog?<\/p>\n<p>La stampa, l&#8217;opinione pubblica, gli specialisti di cose navale non riuscivano a darsi pace. Si sospettava che vi fosse stato qualcosa di cui tutti erano rimasti all&#8217;oscuro, qualcosa di imprevedibile e di oscuro, di sinistro, che aveva determinato l&#8217;esito inaspettato del duello fra le due navi e la totale distruzione di quella australiana, con relativa, totale perdita dell&#8217;equipaggio. Le discussioni andarono avanti per anni, molto pi\u00f9 in l\u00e0 della fine della guerra: certo, era duro per le famiglie di quei 645 uomini non avere nemmeno un luogo ove recarsi per dare l&#8217;estremo saluto ai loro cari, nemmeno una tomba su cui deporre un fiore. Ed era ancor pi\u00f9 duro, per molti ufficiali di marina, ammettere che l&#8217;esito disastroso del combattimento era stato determinato, in buona sostanza, dalla pressoch\u00e9 inconcepibile imprudenza e ingenuit\u00e0, diciamo pure dalla incosciente leggerezza del suo comandante, il povero Joseph Burnett, che non aveva pi\u00f9 vice in capitolo per difendersi dalle accuse, per dissipare i sospetti.<\/p>\n<p>Fra le altre cose, si imputava alle direttive dell&#8217;Ammiragliato britannico la responsabilit\u00e0 di averlo mandato allo sbaraglio, con istruzioni piuttosto confuse per il caso di un incontro con navi corsare tedesche, in un&#8217;epoca in cui &#8212; le cose sarebbero cambiate pi\u00f9 tardi, a partire dal 1942-43 &#8212; risultava estremamente difficile, per non dire impossibile, avere informazioni precise, in tempo reale, circa una nave sospetta che venisse fermata nel corso di un pattugliamento marittimo. In pratica, la nave che compiva il riconoscimento restava esposta, per alcuni fatali minuti, ad una eventuale reazione della nave da essa fermata, prima che le potessero giungere, via radio, i dati relativi alla conferma della identit\u00e0 di quest&#8217;ultima. E, come se non bastasse, l&#8217;Ammiragliato britannico, all&#8217;epoca, era ancora propenso a che le navi corsare tedesche, se fermate in mare, possibilmente non dovessero venire distrutte, ma catturate intatte, in modo da poterle poi utilizzare in sostituzione del naviglio alleato distrutto appunto dai corsari.<\/p>\n<p>\u00c8 degno di nota che una situazione quasi identica a quella in cui venne a trovarsi il \u00abSydney\u00bb il 19 novembre 1941 si era verificata quasi due anni prima, nel gennaio del 1940, allorch\u00e9 l&#8217;incrociatore leggero \u00abNeptune\u00bb (il quale, guarda caso, era il gemello del \u00abSydney\u00bb) aveva fermato, al largo della costa africana occidentale, l&#8217;incrociatore ausiliario britannico \u00abQ\u00bb, del quale voleva controllare l&#8217;identit\u00e0, sospettandolo di essere un corsaro tedesco camuffato. In quella occasione, il comandante di quest&#8217;ultimo aveva segnalato all&#8217;Ammiragliato di Londra che, se la sua unit\u00e0 fosse stata realmente quello che il \u00abNeptune\u00bb aveva sospettato, avrebbe avuto tutto il tempo di sorprenderlo e infliggerli gravissimi danni, poich\u00e9 esso si era avvicinato fino a poche centinaia di metri e aveva atteso di effettuare il riconoscimento per parecchi minuti, esponendosi pressoch\u00e9 inerme ad una possibile, improvvisa reazione della nave fermata.<\/p>\n<p>Evidentemente, per\u00f2, tale segnalazione era caduta nel vuoto, o, quanto meno, non aveva prodotto alcun effetto pratica, poich\u00e9 al comandante Burnett, come agli altri suoi colleghi della Marina britannica (e di quelle dei Dominions, Australia e Nuova Zelanda comprese) non erano state fornite consegne pi\u00f9 precise e, soprattutto, ispirate ad una maggiore prudenza, in caso d&#8217;incontro con navi sospette in alto mare: in pratica, le istruzioni per un caso del genere erano talmente vaghe e generiche, che ciascun comandante poteva sentirsi libero di interpretarle nel senso che riteneva pi\u00f9 opportuno e confacente alla propria situazione; in pratica, di agire secondo le proprie personali convinzioni e abitudini in fatto di priorit\u00e0 da rispettare e del contegno da tenere riguardo alla sicurezza della propria nave.<\/p>\n<p>Quanto alla totale mancanza di superstiti del \u00abSydney\u00bb, a qualcuno venne in mente, quasi come un riflesso condizionato, la possibilit\u00e0 che l&#8217;autore del suo affondamento non sia stato solo, come tutti credono, e come vuole la versione ufficiale, il \u00abKormoran\u00bb, ma che la nave corsara tedesca sia stata affiancata, e aiutata, da un&#8217;altra unit\u00e0 da guerra, rimasta sconosciuta: e come non pensare a un sottomarino? Solo un sottomarino avrebbe potuto colpire e affondare l\u00ec&#8217;incrociatore australiano con i suoi siluri, e poi allontanarsi, facendo perdere le proprie tracce, anzi, facendo s\u00ec che la parte da esso avuta in quella battaglia, rimanesse del tutto ignorata. Qualcuno si spinse anche oltre e immagin\u00f2 che non si fosse trattato di un sommergibile tedesco &#8212; dall&#8217;esame dei registri navali della Kriegsmarine, in effetti, non risultava nulla del genere, neppure quando essi furono a disposizione dei ricercatori internazionali, dopo la fine della seconda guerra mondiale &#8211; ma giapponese. L&#8217;azione di un sottomarino poteva spiegare la distruzione del \u00abSydney\u00bb in una maniera che appariva meno sconvolgente per l&#8217;altissima opinione di s\u00e9 che avevano gli alti gradi della Marina imperiale britannica (e della Marine collegate dei Pesi del Commonwealth), meno lesiva &#8212; diciamolo pure &#8212; del loro amor proprio. Ci\u00f2 avrebbe &quot;assolto&quot;, almeno in parte, il comandante Burnett dal sospetto di aver agito con poca prudenza, e l&#8217;intero equipaggio dall&#8217;onta, se cos\u00ec la si vuol considerare, di essere stato ridotto all&#8217;impotenza da una nave molto inferiore sotto il profilo bellico, perch\u00e9 meno armata, meno protetta e meno veloce.<\/p>\n<p>Quanto alla totale mancanza di superstiti del \u00abSydney\u00bb, rimaneva un&#8217;altra possibilit\u00e0, almeno in via teorica, e sempre per placare l&#8217;amor proprio di quegli ufficiali e di quei tecnici della Marina che facevano fatica ad accettare i fatti, cos\u00ec come sembravano essersi svolti: la possibilit\u00e0 che Detmers, in spregio alle regole di guerra, avesse fatto aprire il fuoco a tradimento, vale a dire prima di avere ammainato la bandiera posticcia che innalzava sulla sua nave (una bandiera olandese, per la cronaca, stante la vicinanza delle Indie Orientali Olandesi: le quali, peraltro, erano in procinto di cadere sotto i colpi dell&#8217;invasione giapponese, fra il dicembre del 1941 e il principio del 1942) e di avere innalzato, come vuole il diritto di guerra, la bandiera della propria Marina. \u00c8 vero che tutte le testimonianze rese dai prigionieri erano concordi su questo punto, a partire dal comandante Detmers e fin gi\u00f9 all&#8217;ultimo marinaio: ma i testimoni, per l&#8217;appunto, erano tutti e solo tedeschi, mentre nessun marinaio australiano si era salvato. Le testimonianze asserivano, unanimemente, che erano trascorsi sei secondi esatti fra l&#8217;atto di ammainare la bandiera olandese e quello di innalzare la bandiera del Terzo Reich: sei secondi, alla fine dei quali, senza sprecarne nemmeno un settimo, i cannoni del \u00abKormoran\u00bb, dopo essere stati scoperti, avevano aperto il fuoco, scaraventando sull&#8217;allibito incrociatore australiano una vera e propria tempesta di ferro e fuoco.<\/p>\n<p>Ebbene, la discussione &#8212; del tutto accademica &#8212; si concentr\u00f2, allora, con le relative polemiche, ipotesi e congetture &#8212; intorno a quel grappolo di secondi. Era possibile, ci si chiedeva, che le cose fossero andate proprio in quel modo: che in appena sei secondi i marinai tedeschi avessero ammainato la bandiera olandese, innalzato la propria e solo dopo di ci\u00f2, e sia pure immediatamente dopo, aperto il fuoco? Non poteva essere accaduto che il comandante Detmers avesse barato nel raccontare i fatti, e i suoi marinai con lui, asserendo di avere aperto il fuoco solo dopo aver mandato a riva la bandiera con la croce uncinata, mentre invece lo aveva fatto prima, perpetrando, cos\u00ec, un vero e proprio crimine di guerra? Eppure, un poco alla volta, le polemiche finirono per calmarsi; tanto pi\u00f9 che la posizione di entrambi i relitti, quello del \u00abSydney\u00bb e quello del \u00abKormoran\u00bb, \u00e8 stata recentemente identificata, e le ricerche avviate dalle autorit\u00e0 australiane hanno confermato, per quanto possibile in simili casi, la versione ufficiale del combattimento navale, o, quanto meno, non hanno fornito alcun supporto a teorie alternative.<\/p>\n<p>Un discorso a parte andrebbe fatto per il cadavere recuperato il 6 febbraio 1942 sulla costa dell&#8217;Isola Christmas, che ha dati luogo, anch&#8217;esso, a infinite discussioni e ipotesi: il cadavere di un uomo giovane, di razza bianca, di statura piuttosto alta, indossante una divisa della Marina australiana. Il corpo era assai malridotto dalla lunga permanenza in acqua e dall&#8217;opera degli squali, che ne avevano divorato alcune parti; pure, l&#8217;ipotesi pi\u00f9 probabile \u00e8 che si trattasse di uno degli uomini formanti l&#8217;equipaggio del \u00abSydney\u00bb. Il cadavere venne sepolto sull&#8217;isola (che fu temporaneamente occupata dai Giapponesi, precisamente dal 31 marzo del 1942 al 1945, quasi al termine della seconda guerra mondiale) e, molto tempo dopo, sottoposto a vari esami, fra i quali, nel 2006, quello del DNA. Non \u00e8 stato possibile saperne molto di pi\u00f9; tuttavia, poco alla volta, e ammesso che si tratti di un membro del&#8217;equipaggio del \u00abSydney\u00bb, la rosa dei possibili &quot;candidati&quot; si \u00e8 molto ristretta: su un totale di 645 uomini, lo sconosciuto dell&#8217;Isola Christmas dovrebbe essere identificato in una cerchia di non pi\u00f9 di una cinquantina di essi. La statura (187 centimetri) e altri particolari anatomici hanno fornito indicazioni plausibili; va aggiunto che, nel corso degli esami, \u00e8 risultato che il cranio risultava ferito da una scheggia di granata tedesca, e sarebbe stata quella la causa della morte, non l&#8217;annegamento, anche se lo sfortunato marinaio indossava un galleggiante di salvataggio del tipo in uso nella Marina australiana.<\/p>\n<p>In conclusione, la breve ma micidiale battaglia navale del 19 novembre 1941 (appena trenta minuti di fuoco), presso l&#8217;isola Dirk Hartog, resta un episodio piuttosto sorprendente della seconda guerra mondiale, non tuttavia cos\u00ec misterioso, o addirittura inspiegabile, come lo si \u00e8 voluto considerare da parte britannica.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro &#8212; duole dirlo &#8212; che il comandante Burnett, veterano della prima guerra mondiale e gi\u00e0 segnalatosi, in Mediterraneo, nella battaglia di Punta Stilo contro la flotta italiana, ag\u00ec in maniera imprudente quando si accost\u00f2 a meno di un chilometro dalla nave tedesca e vi si mantenne per diversi minuti: minuti preziosi per il nemico, che, tergiversando nel rispondere ai segnali di riconoscimento, ebbe il tempo di predisporre i cannoni e ogni altra cosa per il combattimento imminente. \u00c8 chiaro che, cos\u00ec facendo, il \u00abSydney\u00bb rinunciava a uno dei suoi punti di forza, la maggiore velocit\u00e0, che gli avrebbe consentito di tenersi fuori della portata di eventuali batterie nemiche, pur continuando a tallonare la nave sospetta, s\u00ec da poterla prendere sotto il fuoco in qualsiasi momento. Ora, vicino com&#8217;era alla nave sconosciuta, l&#8217;equipaggio del \u00abSydney\u00bb era anche esposto al fuoco delle mitragliatrici nemiche, che, infatti, caus\u00f2 gravi perdite; cosa che non sarebbe accaduta se l&#8217;incrociatore leggero si fosse mantenuto a debita distanza.<\/p>\n<p>Non solo: pare ormai accertato che solo una parte dei serventi dell&#8217;incrociatore australiano fossero ai pezzi, pronti ad un eventuale combattimento: e anche questa \u00e8 una cosa difficilmente spiegabile, finch\u00e9 sussisteva la possibilit\u00e0 &#8212; e tale era appunto il caso &#8212; di dover entrare in azione improvvisamente, senza perdere neppure un istante. Non si \u00e8 mai vista una nave da guerra che si dispone ad affrontare una battaglia, o il rischio concreto e immediato di dover sostenere un combattimento, senza che tutto il personale di bordo, e specialmente quello delle artiglierie, sia stato comandato ai propri posti. E non si capisce perch\u00e9 l&#8217;elicottero non si sia alzato in volo, invece di aspettare, immobile, la sua fatale distruzione: dall&#8217;alto, avrebbe potuto tener d&#8217;occhio la nave fermata e riferire alcuni particolari utili alla sua identificazione.<\/p>\n<p>Il terzo errore fatale, una volta ingaggiata la battaglia, fu, probabilmente, quello di rinunciare a speronare la nave tedesca: con il fuoco a bordo, le batterie semidistrutte e quelle ancora efficienti bloccate dall&#8217;arresto del sistema di punteria, il \u00abSydney\u00bb, che aveva incassato anche un siluro e parecchi colpi sulla linea di galleggiamento, n\u00e9 poteva pi\u00f9 contare sull&#8217;attrezzatura antincendio, che era stata distrutta, non aveva davvero pi\u00f9 niente da perdere. Ma forse il suo comandante, in quel momento, era gi\u00e0 morto; forse egli, o chi lo aveva sostituito, sperava ancora di poter salvare la nave, o, quanto meno, potarsi pi\u00f9 vicino alla costa, in modo da permettere all&#8217;equipaggio di mettersi in salvo. Non lo sapremo mai, perch\u00e9 le ultime ore di vita della nave sono avvolte in una oscurit\u00e0 totale.<\/p>\n<p>L&#8217;inchiesta ufficiale della Marina australiana giunse alla conclusione che il comportamento del comandante Burnett non era stato dettato da leggerezza, ma certo rimaneva inspiegabile: una maniera compassionevole, ma formalmente corretta, di non infierire sulla sua memoria.<\/p>\n<p>Quegli studiosi e quei militari britannici che hanno immaginato chiss\u00e0 quali scenari romanzeschi per spiegare quel che a loro appariva inaccettabile, bisogna che si rassegnino: anche nella Marina pi\u00f9 potente del mondo si possono commettere degli errori, alcune volte: e questa fu una di esse.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo parlato a suo tempo, dell&#8217;epico, sanguinoso combattimento che ebbe luogo il 19 novembre 1941, al largo dell&#8217;estremit\u00e0 occidentale dell&#8217;Australia, fra l&#8217;incrociatore corsaro tedesco \u00abKormoran\u00bb, al<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[92],"class_list":["post-29101","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29101","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=29101"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/29101\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=29101"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=29101"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=29101"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}