{"id":29002,"date":"2008-01-09T02:47:00","date_gmt":"2008-01-09T02:47:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/09\/tutto-lo-splendore-dellessere-in-un-umile-tronco-dalbero\/"},"modified":"2008-01-09T02:47:00","modified_gmt":"2008-01-09T02:47:00","slug":"tutto-lo-splendore-dellessere-in-un-umile-tronco-dalbero","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/01\/09\/tutto-lo-splendore-dellessere-in-un-umile-tronco-dalbero\/","title":{"rendered":"Tutto lo splendore dell&#8217;essere in un umile tronco d&#8217;albero"},"content":{"rendered":"<p>A prima vista lo si direbbe un albero comunissimo, un acero come tanti altri; eppure ha una particolarit\u00e0 che lo rende speciale.<\/p>\n<p>La sua base \u00e8 formata da tre distinti tronchi, che si uniscono, anzi si sfiorano, a circa mezzo metro da terra, e poi di nuovo si separano, protendendo i loro fusti in tre diverse direzioni. \u00c8 un unico albero, con delle radici uniche, ma al tempo stesso sono tre alberi che s&#8217;intrecciano, si abbracciano e si fondono per separarsi di nuovo, ma pi\u00f9 come tre grossi rami di un solo organismo che come tre piante distinte.<\/p>\n<p>Tuttavia, non \u00e8 questa la cosa pi\u00f9 affascinante.<\/p>\n<p>La cosa pi\u00f9 affascinante non si nota da lontano, bisogna passarle accanto per vederla; e bisogna non andare troppo di fretta. Camminando distratti, la si nota appena o non la si nota affatto: ed \u00e8 un vero peccato.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 a mezzo metro dal suolo, l\u00e0 dove i tre fusti convergono e si toccano fino ad intrecciarsi in una stretta vigorosa, con le loro linee forti e slanciate, simili a grossi felini che giocano e si rotolano fingendo di graffiarsi, si apre una misteriosa cavit\u00e0.<\/p>\n<p>Una cavit\u00e0 che pare una grotta in miniatura, ma non tanto in miniatura da sembrare un giocattolo; al contrario, simile a una vera grotta.<\/p>\n<p>Ha una forma irregolare ma, al tempo stesso, stranamente familiare, come un ipogeo costruito dalla mano dell&#8217;uomo; oppure, forse, da qualche benevola e fantasiosa divinit\u00e0 dei boschi, dei monti e della vegetazione. Al centro di essa, i tronchi allacciati formano una volta a sesto acuto, come quella di una cattedrale gotica, sostenuta dalle forti colonne; alle due estremit\u00e0 rimane invece aperta, per\u00f2 le sue pareti, incurvate dallo slancio dei fusti che si chinano su di essa, racchiudendola e proteggendola, fanno s\u00ec che non sia possibile scorgere contemporaneamente le due porte spalancate, se non compiendo un mezzo giro intorno all&#8217;albero.<\/p>\n<p>I tronchi che ne formano le pareti esterne sono in parte ricoperti di muschio: ora d&#8217;un verde tenue e chiarissimo, ora pi\u00f9 scuro, come un sontuoso tappeto di morbido velluto; e tempestate da macchie di licheni color grigio e, in parte, color crema. Inoltre, sul lato pi\u00f9 in ombra della cavit\u00e0, presso l&#8217;apertura &quot;posteriore&quot; (rispetto al vialetto che corre a fianco dell&#8217;acero) prospera una folta colonia di funghi, che formano come un festone bruno a pi\u00f9 strati sovrapposti, soffici e morbidi all&#8217;aspetto e sempre imbevuti di umidit\u00e0.<\/p>\n<p>Un ulteriore tocco di suggestione \u00e8 dato dalle fitte venature di edera che corrono lungo i tronchi, impreziosendo l&#8217;insieme; fitte ma non tali da ricoprire interamente la corteccia e da nasconderla, tanto pi\u00f9 che si tratta di un&#8217;edera dalle foglie eleganti e minute, simili a un arazzo artisticamente disposto sulle spalle del gigante arboreo.<\/p>\n<p>Le possenti radici che emergono dalle zolle erbose, l&#8217;incrociarsi insolito dei tronchi, la ricca tappezzeria di muschi, licheni, funghi ed edera, tutto ci\u00f2 costituisce una vera festa per lo sguardo, ma non \u00e8 ancora tutto, n\u00e9 il meglio del tesoro di poesia che questo albero magico offre a chi lo sa vedere.<\/p>\n<p>Abbiamo lasciato per ultima, infatti, la particolarit\u00e0 pi\u00f9 seducente e, in un certo senso, pi\u00f9 commovente di questa umile meraviglia della natura: quella che conferisce alla grotta arborea la sua inconfondibile ed esotica bellezza.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 l&#8217;interno della cavit\u00e0 \u00e8, quasi sempre, invasa dall&#8217;acqua piovana, che evapora solo molto lentamente e solo nella stagione pi\u00f9 calda. Per la maggior parte dell&#8217;anno, e specialmente dalla fine dell&#8217;estate alla tarda primavera, la minuscola grotta si trasforma in un incredibile, suggestivo laghetto: un laghetto dalle acque calme e ombreggiate, relativamente profonde, poich\u00e9 non se ne vede il fondo. E quasi sempre, non solo in autunno, sulla superficie del laghetto galleggiano trasognate alcune foglie cadute dai rami, elegantissime e di svariati colori, dal bruno al rosso al giallo al verde, immobili come fossero rapite da un&#8217;estatica visione o come se ascoltassero la voce del silenzio.<\/p>\n<p>Non sono mai troppe, non formano un tappeto che nasconde la superficie dell&#8217;acqua; per la maggior parte, essa rimane libera e riflette l&#8217;azzurro del cielo, i rami che si slanciano verso l&#8217;alto e il manto di foglie che li riveste in tutto il suo splendore.<\/p>\n<p>\u00c8 come un mondo, un mondo in miniatura.<\/p>\n<p>Nemmeno un monaco zen avrebbe saputo far di meglio, se pure avesse potuto predisporre questo angolo di paradiso come si predispongono le rocce e si pettina la ghiaia nel cortile dei monasteri buddhisti giapponesi, calcolando sapientemente le proporzioni, il ritmo dei pieni e dei vuoti, l&#8217;equilibrio e l&#8217;armonia delle forme, allo scopo di evocare l&#8217;idea dell&#8217;assoluto, dell&#8217;eterno, della perfezione.<\/p>\n<p>\u00c8 un lago incantato racchiuso in uno scrigno magico, che vive appartato e ieratico la sua vita fiabesca, immerso in una perenne semioscurit\u00e0: come un antichissimo antro delle ninfe, evocato dalle preghiere di un sacerdote pagano. L&#8217;acqua che vi si raccoglie non \u00e8 mai torbida, riflette sempre la chiarit\u00e0 del cielo; e le foglie che vi galleggiano suggeriscono l&#8217;immagine delle ninfee in uno stagno cinto da verdi prati, ove una bionda divinit\u00e0 femminile debba affacciarsi da un momento all&#8217;altro, irresistibilmente attratta dall&#8217;amenit\u00e0 del luogo, come nella remota mitologia di qualche popolo slavo o, magari, celtico (cfr. il nostro recente articolo <em>Nel mito polacco di Zywia e Swetawa l&#8217;eterno richiamo dell&#8217;umana compassione<\/em>).<\/p>\n<p>Ma la cosa pi\u00f9 affascinante \u00e8 la forma stessa del laghetto: sinuosa, allungata: come una creatura addormentata negli anfratti del legno, come uno specchio dei desideri che si allarga e si restringe, ora offrendosi invitante alla calda luce del sole, ora ritraendosi nel seno di un crepuscolo fuori del tempo, perduto nei sogni di una fiaba.<\/p>\n<p>Quasi ogni giorno, da molti anni, passiamo davanti all&#8217;acero meraviglioso; e non una volta abbiamo omesso di tributare i doverosi omaggi alla sua bellezza, al suo mistero, al senso di pace ineffabile che vi aleggia intorno. E mai una volta abbiamo visto qualcuno altro fare altrettanto, o anche solamente rallentare il passo per ammirare il suo incanto indefinibile. Ma la cosa non ci dispiace, in fondo: le grandi attrazioni esigono la complicit\u00e0 del segreto.<\/p>\n<p>La razza miserevole di quanti non possono mai fare a meno di ridurre ogni cosa alla misura del loro prontuario psicanalitico &#8211; preferibilmente di stretta osservanza freudiana &#8211; potrebbero sbizzarrirsi a volont\u00e0 su una tale attrazione. Certamente parlerebbero di richiamo inconscio della sessualit\u00e0, di allegoria della vagina umida e buia, di desiderio del ritorno nella dolce e protettiva oscurit\u00e0 dell&#8217;utero materno. E certamente lo metterebbero in relazione con la nostra antica passione per la speleologia, che ci spinse &#8211; in anni ormai lontani &#8211; a penetrare arditamente nelle viscere profonde della terra, ove regnano il buio e un silenzio primordiali.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0, forse c&#8217;\u00e8 anche questo. \u00c8 possibile, perch\u00e9 no? Solo gli stupidi dicono <em>no, mai<\/em> davanti a qualcosa che \u00e8 pi\u00f9 grande di loro.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 il mistero che avvolge l&#8217;esistenza \u00e8 pi\u00f9 grande di noi e, soprattutto, \u00e8 pi\u00f9 grande della ragione strumentale e calcolante con la quale pretendiamo sempre di afferrare, ingabbiare, etichettare, imbalsamare le cose.<\/p>\n<p>Le cose sono misteriose; tutte.<\/p>\n<p>E tremendamente affascinanti, per chi le sa vedere nella giusta lue.<\/p>\n<p>Vi sono persone che potrebbero attraversare una intera foresta senza mai fermarsi a cogliere una scintilla di bellezza, un barlume di eterno. Ma, per chi ha occhi capaci di vedere e non solo di guardare, anche un solo albero, anche un solo filo d&#8217;erba possono dischiudere le porte invisibili dell&#8217;assoluto.<\/p>\n<p>Abbiamo a suo tempo sostenuto, in un altro scritto, che l&#8217;uomo \u00e8 essenzialmente un <em>viator<\/em>, ossia un viaggiatore, un viandante o, se si preferisce, un pellegrino (cfr. il nostro precedente articolo <em>L&#8217;uomo \u00e8 un viandante con la doppia cittadinanza<\/em>), per il fatto che, sin da quando viene al mondo, ogni essere umano si trova a vivere contemporaneamente su due distinti piani di realt\u00e0: quello del relativo e quello dell&#8217;assoluto.<\/p>\n<p>Allo stesso modo, esistono essenzialmente due tipi di viaggiatori: quelli del mondo fisico e quelli del mondo spirituale. I primi si spingono in paesi lontani, verso gli estremi orizzonti conosciuti; scalano montagne, scendono nelle caverne, attraversano i mari e gli oceani a bordo di fragili imbarcazioni. Li agita un&#8217;inquietudine che non si appaga mai del tutto, neanche dopo la conquista delle vette pi\u00f9 alte e difficili, neanche dopo aver superato gli estremi orizzonti del mondo conosciuto. Li brucia, li divora un bisogno indomabile di rimettersi in cammino, di lanciare un&#8217;altra sfida verso l&#8217;ignoto, dopo ogni battaglia e ogni trionfo.<\/p>\n<p>I secondi sono ugualmente attratti dalle smisurate lontananze, dalle sublimi altezze e dalle oscure profondit\u00e0, per\u00f2 hanno compreso che sarebbe fatica vana quella di voler realizzare il loro miraggio di scoperta nel mondo materiale, appunto perch\u00e9 \u00e8 solo un miraggio. Hanno compreso che il vero viaggio non \u00e8 e non sar\u00e0 mai quello del corpo, ma piuttosto quello dell&#8217;anima.<\/p>\n<p>Viaggiare nello spirito non richiede meno coraggio n\u00e9 meno forza, tenacia e intelligenza di quanta ne richieda scalare le montagne o penetrare negli abissi della terra. Probabilmente ne richiede di pi\u00f9; ma, in compenso, si tratta di muovere i passi nella direzione giusta, verso una meta che non delude, che non genera eternamente inquietudine e senso d&#8217;incompletezza.<\/p>\n<p>Tra il viaggio esteriore e quello interiore v&#8217;\u00e8, pi\u00f9 o meno, la stessa differenza che esiste fra gli amori terreni e l&#8217;amore assoluto, divino: quelli, prima o poi, deludono e sempre lasciano l&#8217;amaro in bocca, quello appaga come una fonte perenne, freschissima.<\/p>\n<p>Scrive sant&#8217;Agostino nel X libro delle <em>Confessioni:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi letti dei fumi e l&#8217;immensit\u00e0 dell&#8217;oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Quel che cerchiamo veramente \u00e8 dentro di noi, non fuori; e anche un umile tronco d&#8217;albero ce ne pu\u00f2 accendere la nostalgia.<\/p>\n<p>La verit\u00e0 dell&#8217;Essere \u00e8 nell&#8217;intimo della nostra anima.<\/p>\n<p>Santa Teresa d&#8217;Avila, che di meditazione e di unione mistica col divino ne sapeva qualcosa, ha paragonato l&#8217;anima umana a un <em>castello interiore<\/em> in cui vi sono innumerevoli dimore e al cui centro risplende, irradiando la sua luce tutto intorno, Dio stesso (S. Teresa d&#8217;Avila, <em>Cammino di perfezione. Castello interiore,<\/em> Alba, Edizioni Paoline, 1976, p. 273):<\/p>\n<p><em>&quot;Non dovete immaginarvi queste dimore una dietro l&#8217;altra, come poste in fila, ma portare il vostro sguardo al centro, che \u00e8 l&#8217;abitazione o il palazzo dove sta il Re e far conto che sia un<\/em> palmito <em>[pianta della famiglia delle palme, tutta ricoperta di foglie, che cresce in abbondanza nel Levante di Spagna e in Andalusia] in cui, prima d&#8217;arrivare al frutto, si trova una fitta ricopertura di foglie che lo circondano da ogni parte.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Peccato che tanto spesso ci dimentichiamo di possedere un castello interiore, un meraviglioso palazzo nel quale abita la nostra anima; e ci riduciamo a vivere nelle buie cantine maleodoranti, fra topi e ragnatele: condannati all&#8217;ignoranza e all&#8217;esilio di noi stessi proprio dalla nostra smania insaziabile di piaceri e dalla brama del potere.<\/p>\n<p>Ma il castello interiore \u00e8 sempre l\u00ec, che ci attende.<\/p>\n<p>Anche la cavit\u00e0 di un acero dalla forma un po&#8217; insolita pu\u00f2 accenderci nel cuore il ricordo di esso, e spingerci a farvi gioiosamente ritorno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A prima vista lo si direbbe un albero comunissimo, un acero come tanti altri; eppure ha una particolarit\u00e0 che lo rende speciale. 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