{"id":28936,"date":"2013-03-12T04:27:00","date_gmt":"2013-03-12T04:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/03\/12\/la-solitudine-delluomo-moderno-e-il-frutto-avvelenato-del-progresso\/"},"modified":"2013-03-12T04:27:00","modified_gmt":"2013-03-12T04:27:00","slug":"la-solitudine-delluomo-moderno-e-il-frutto-avvelenato-del-progresso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2013\/03\/12\/la-solitudine-delluomo-moderno-e-il-frutto-avvelenato-del-progresso\/","title":{"rendered":"La solitudine dell\u2019uomo moderno \u00e8 il frutto avvelenato del \u201cprogresso\u201d"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile, come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai.<\/p>\n<p>Eppure le citt\u00e0 sono piene di traffico; le strade, i negozi e gli uffici sono invasi e percorsi da una folla che non rallenta mai, che non decresce; i palazzi sono pieni di appartamenti e gli appartamenti sono quasi tutti occupati, anzi si fa a gara per assicurarsene uno, per quanto caro, non appena si libera; le scuole, le universit\u00e0 sono frequentate da legioni di studenti; cinema, ristoranti, palestre, biblioteche, ovunque bisogna prenotarsi col numero e mettersi in fila per entrare; i campi sportivi rigurgitano di folla; le autostrade sono intasate di veicoli che portano uomini e donne in tutte le direzioni, e innumerevoli altri si spostano continuamente in corriera, in treno, in aereo, in navi da crociera, da una citt\u00e0 all&#8217;altra, da uno stato all&#8217;altro, da un continente all&#8217;altro.<\/p>\n<p>E non si \u00e8 mai soli; non ci si riesce proprio, neanche a volerlo, neanche a cerarlo, neanche a supplicarlo: folla al supermercato, folla in banca, folla in ospedale, folla all&#8217;ufficio postale, folla al bar, folla all&#8217;agenzia turistica, folla sui campi da sci, folla in albergo, folla in riva al lago, folla sui sentieri, folla sul vaporetto, folla al corso di danza, folla al concerto rock, folla in discoteca, folla alle oasi naturalistiche, folla al santuario, folla in confessionale, folla in casa di riposo, folla al call center, folla davanti alla toilette, folla alle lezioni di yoga, folla allo spaccio aziendale, folla all&#8217;ufficio anagrafe, folla alle assicurazioni, folla al bowling, folla al solarium, folla in sala d&#8217;attesa del medico o del dentista&#8230;<\/p>\n<p>\u00c8 un diluvio di folla, dovunque, in ogni momento del giorno e della notte, d&#8217;estate e d&#8217;inverno, in citt\u00e0 e fuori, al mare e ai monti: pallida o abbronzata, stanca o scattante, di giovani e di vecchi, di indigeni e stranieri, di furbi e di fessi, di buoni e di cattivi; come dice Ortega y Gasset, in nessuna epoca della storia si \u00e8 mai vista una tal quantit\u00e0 di folla in giro per il mondo; e non per qualche circostanza eccezionale, ma sempre, abitualmente, senza pause, senza rallentamenti.<\/p>\n<p>Sono sempre pi\u00f9 rari, sempre pi\u00f9 precari i luoghi non ancora presi d&#8217;assalto dalla folla; vien da chiedersi dove mai fosse tutta questa folla, prima di rendesi cos\u00ec visibile: se ne stava in casa, se ne stava in fabbrica, se ne stava in chiesa, oppure dove?<\/p>\n<p>E dire che ai tempi di Ortega gli abitanti della Terra superavano di poco il miliardo di persone; oggi siamo arrivati a sette miliardi, in meno d&#8217;un secolo, e la corsa non si ferma, non vuol saperne di fermarsi: forse dovremo davvero andare a colonizzare qualche altro corpo celeste, forse sar\u00e0 la volta buona che incominceremo a popolare il fondo dei mari e degli oceani, come nei romanzi di Jules Verne; oppure verranno costruite delle grandi stazioni orbitanti nello spazio e la popolazione comincer\u00e0 a disperdersi su di esse e sulle astronavi di collegamento, sugli incrociatori galattici, come nei telefilm di \u00abStar Trek\u00bb&#8230;<\/p>\n<p>Intanto, per\u00f2, la solitudine aumenta, si fa sempre pi\u00f9 acuta, \u00e8 come un grido soffocato, silenzioso, che prorompe da migliaia, da milioni di petti di uomini e donne; una solitudine assurda, inspiegabile, grottesca, che attanaglia le persone in mezzo a delle folle strabocchevoli: come morir di sete non gi\u00e0 nel deserto, ma in mezzo a una terra ubertosa e verdeggiante, solcata da fiumi e allietata da fontane e cascate.<\/p>\n<p>Le citt\u00e0 affollatissime, simili a deserti allucinati; i palazzi e i grattacieli, con decine e centinaia d&#8217;appartamenti, simili a spettrali torri popolate da fantasmi; gli autobus, i tram, i veicoli privati che sfrecciano nel buio della notte, simili a fuggevoli sprazzi di luce, che si perdono poi subito nel caos tentacolare, mentre subito degli altri sopraggiungono senza pose, senza pace, mai: si direbbe un brutto sogno&#8230;<\/p>\n<p>Eppure si era meno soli quando si era di meno; quando si era meno numerosi, meno concentrati, meno affollati.<\/p>\n<p>Non stiamo parlando di una solitudine fisica, evidentemente, ma di una solitudine psicologica, intellettuale, morale e spirituale.<\/p>\n<p>Psicologica: perch\u00e9 ciascuno \u00e8 talmente preso da se stesso, dai ritmi insostenibili della modernit\u00e0, dai tristi riti del consumismo, da non riuscire pi\u00f9 a comunicare con gli altri, nemmeno con la propria moglie o il proprio marito; nemmeno con i propri figli o con i propri genitori.<\/p>\n<p>Intellettuale: perch\u00e9 ci sentiamo tutti come delle monadi senza porte e senza finestre e perch\u00e9 ce ne siamo convinti a forza di sentirlo dire e ripetere dai nostri m\u00e2itres \u00e0 penser, dalla casta sacerdotale degli intellettuali, tutti d&#8217;accordo su questo punto, tutti impegnati a rigirare il coltello nella piaga di questo nostro disperante isolamento.<\/p>\n<p>Morale: perch\u00e9 nella lotta per la vita, di darwiniana memoria, non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 posto per il tu, \u00e8 gi\u00e0 anche troppo stare dietro al proprio io, difendersi dalle innumerevoli minacce esterne: ciascuno pensa per s\u00e9 e nessuno pensa a tutti quanti, dato che Dio, che forse ci pensava prima, ormai \u00e8 morto, ucciso dalle nostre stesse mani.<\/p>\n<p>Spirituale: perch\u00e9 la vita dell&#8217;anima si \u00e8 congelata in se stessa, nella superbia intellettuale e nella delirante volont\u00e0 di onnipotenza; sicch\u00e9 ciascuno si muove come nel vuoto, annaspa come se stesse precipitando, grida ma senza voce, solo muovendo la bocca; e nessuno lo sente.<\/p>\n<p>Nessuno lo sente anche perch\u00e9, nella societ\u00e0 di massa, la folla domina incontrastata sull&#8217;individuo: una persona che si mette a gridare, attira l&#8217;attenzione di tutti; cento, mille, diecimila persone che gridano tutte insieme, inducono solo ciascun altro ad alzare il volume della voce.<\/p>\n<p>\u00c8 anche vero che la solitudine, di per s\u00e9, non costituisce necessariamente un male: pu\u00f2 essere, anzi, un gran bene; pu\u00f2 offrire l&#8217;occasione per concedersi una pausa in cui riflettere, in cui raccogliersi, in cui ritrovare se stessi.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo moderno la vede senz&#8217;altro come un male, perch\u00e9 ha perso la capacit\u00e0 di stare da solo, anche per periodi limitatissimi: bastano poche ore di solitudine per mandare in crisi molte persone, bastano pochi giorni senza la televisione (surrogato indispensabile di una compagnia umana) per piombare uomini e donne in una specie di terrore del vuoto, del silenzio.<\/p>\n<p>Bisognerebbe perci\u00f2 domandarsi da che cosa nasca questa paura abnorme, patologica, della solitudine; e se le vie che abbiamo intrapreso per esorcizzarla siano realmente quelle idonee allo scopo, o se non siano altro che dei vani palliativi per spostare il problema o per fare finta di non vederlo e doverlo, cos\u00ec, affrontare.<\/p>\n<p>Esistono, dunque, una solitudine &quot;buona&quot; ed una solitudine &quot;cattiva&quot;: la prima ci aiuta a costruire noi stessi, a realizzarci, a ritrovarci se, talvolta, tendiamo ad allontanarci da noi stessi e a perderci nel gran mare degli impegni e dell&#8217;agire; la seconda ci sprofonda nella tristezza, nello scoramento, ci blocca, ci paralizza e ci irrigidisce, come una gelida mano ferrata che ci afferra nella sua stretta e sembra volerci spezzare.<\/p>\n<p>Noi abbiamo disimparato l&#8217;importanza e l&#8217;utilit\u00e0 della prima e abbiamo equiparato ogni forma di solitudine alla seconda, dichiarandole guerra senza quartiere, come ad un nemico pericolosissimo, cos\u00ec come abbiamo dichiarato guerra a tante altre cose: alla nostra parte pi\u00f9 vera e profonda &#8211; che, appunto, ha bisogno di silenzio per rivelarsi e farsi udire -, alla natura, agli istinti (tutti, indiscriminatamente), ai sentimenti, al prossimo come nostro fratello, al sacro e alla trascendenza, a Dio come Padre, alla sofferenza (senza distinguere quella utile e necessaria da quella inutile e superflua), alla vecchiaia e alla morte.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio l&#8217;aver dichiarato guerra alla natura, e quindi alla morte, in nome di una battaglia insensata che chiamiamo &quot;progresso&quot; e che fatalmente si ritorce contro noi medesimi, che ci ha resi cos\u00ec fragili e irragionevoli di fronte alla solitudine: perch\u00e9 la solitudine \u00e8 necessaria per ascoltare la voce interiore, e la voce interiore ci ricorda che dobbiamo morire: non per gettarci nell&#8217;angoscia, ma per spronarci a vivere in maniera degna.<\/p>\n<p>Ecco, allora, che abbiamo bisogno di stordirci in mezzo alla folla, in mezzo alle voci, in mezzo ai rumori, per negare la solitudine, per cancellarla dal nostro orizzonte esistenziale, dalla realt\u00e0 concreta dalla nostra vita quotidiana: ma l&#8217;essere immersi nella folla non ci fa sentire meno soli, e il chiasso non ci aiuta a ritrovare le strade della vera comunicazione, solo vero antidoto &#8211; quest&#8217;ultimo &#8211; alla solitudine stessa.<\/p>\n<p>I luoghi dove la folla cerca di esorcizzare l&#8217;angoscia della solitudine sono anche i pi\u00f9 rumorosi e quelli che meno si prestano alla comunicazione e alla socializzazione: centri commerciali, discoteche, stadi; entrare al bar per fare quattro chiacchiere con un amico \u00e8 divenuto problematico, se non impossibile, perch\u00e9 la musica a tutto volume rende difficile sia parlare che ascoltare; e, come se non bastasse la musica, da qualche anno ci si sono messi pure i giochi elettronici, le slot-machines per mangiare soldi ai clienti: cos\u00ec, la partita solitaria di una singola persona provoca un disturbo acustico e psicologico ad altre dieci, venti o trenta.<\/p>\n<p>E non parliamo della televisione, che porta il rumore e il chiacchiericcio insulso fin dentro l&#8217;intimit\u00e0 delle nostre case, delle nostre stanze (perch\u00e9 in molte case vi sono diversi apparecchi televisivi, uno per ogni stanza, s\u00ec da poter continuare a drogarsi con essa in ogni momento, senza dover litigare con la moglie o con il fratello per la scelta del canale, anche stando a letto, prima di scivolare nel sonno) e ci isola dai nostri stessi congiunti; n\u00e9 abbiamo vergogna di stordirci con programmi televisivi che vorrebbero essere allegri e divertenti ma in cui, di allegro, c&#8217;\u00e8 solamente il suono delle risate pre-registrate: tristezza nella tristezza, finzione nella finzione, squallore nello squallore.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 una cosa \u00e8 certa: la folla non \u00e8 il contrario della solitudine; non \u00e8 la sua negazione, il suo rovesciamento; e meno ancora \u00e8 lo strumento per fronteggiarla e per sconfiggerla: essa non ne \u00e8 che la manifestazione estrema e pi\u00f9 appariscente, l&#8217;ultimo stadio sulla via dell&#8217;alienazione che la solitudine stessa ha fatto penetrare in noi.<\/p>\n<p>La folla \u00e8 la quintessenza della solitudine, in quanto essa ha di pi\u00f9 maligno, di pi\u00f9 paralizzante, di pi\u00f9 sordido; e questo proprio perch\u00e9 essa \u00e8 la negazione radicale dell&#8217;autentica comunicazione, dell&#8217;autentico relazionarsi delle persone con se stesse e con l&#8217;altro.<\/p>\n<p>La folla \u00e8 sempre la manifestazione dell&#8217;inquietudine, dell&#8217;agitazione, delle esasperazione emotiva: una folla \u00e8 capace di qualunque degradazione, di qualunque laidezza, di qualunque bestialit\u00e0: il fatto di essere in tanti, in troppi, smorza e cancella il senso della responsabilit\u00e0 individuale, della ragionevolezza, della distinzione del bene e del male: non c&#8217;\u00e8 follia, non c&#8217;\u00e8 crimine che una folla non sia capace di compiere, qualora di presentino le circostanze adatte.<\/p>\n<p>Ed eccoci tornati alla domanda che ci facevamo all&#8217;inizio: dov&#8217;era la folla, prima che l&#8217;avvento della societ\u00e0 di massa la rendesse cos\u00ec visibile, cos\u00ec onnipresente, cos\u00ec invasiva?<\/p>\n<p>Non era da nessuna parte: non c&#8217;era.<\/p>\n<p>La folla si formava solo in circostanze particolari, ritualizzate dalla societ\u00e0: feste e spettacoli, sagre e cerimonie, scandendo e accompagnando i ritmi delle stagioni e della vita: il Natale e il carnevale, il santo patrono e le rogazioni, il battesimo e il funerale; ma non era una folla nel senso che intendiamo noi, perch\u00e9 ciascun individuo si rapportava agli altri e alla comunit\u00e0, si completava in questa, rafforzava il proprio senso di appartenenza e, quindi, la propria identit\u00e0; mentre la folla moderna \u00e8 spersonalizzante, ognuno vi s&#8217;immerge per scomparirvi, omologarsi, travestirsi, mimetizzarsi, stordirsi ed annullarsi, cercando l&#8217;oblio.<\/p>\n<p>La solitudine cattiva, dalla quale ci si deve difendere, \u00e8 nella povert\u00e0 e nell&#8217;inaridimento della nostra dimensione sociale; nel nostro cercare la folla per fuggire dagli altri, dal rapporto autentico con l&#8217;altro, che \u00e8 sempre profondo e personale &#8211; oppure non \u00e8.<\/p>\n<p>Il paradosso risiede nel fatto che, per comunicare realmente con l&#8217;altro, bisogna prima conoscere se stessi; e, per conoscere se stessi, bisogna essere se stessi, o meglio, diventare se stessi: e quindi saper amare la solitudine, saperla cercare e non fuggire; cos\u00ec come, per imparare a nuotare, bisogna cercare ed amare il contatto con l&#8217;acqua, non fuggirlo.<\/p>\n<p>Ma come potr\u00e0 l&#8217;uomo moderno, che \u00e8 l&#8217;uomo della folla, imparare ad amare la propria solitudine, se \u00e8 proprio ci\u00f2 da cui fugge spasmodicamente, compulsivamente?<\/p>\n<p>Egli deve spezzare un circolo vizioso: ma non potr\u00e0 mai farlo, se non depone la paura della morte&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo moderno soffre di solitudine: di una solitudine demoralizzante, angosciosa, intollerabile, come il freddo atroce di un inverno che non finisce mai. 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