{"id":28926,"date":"2008-08-17T01:41:00","date_gmt":"2008-08-17T01:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/08\/17\/soffocati-dalle-cose-non-dette-riempiamo-il-silenzio-dinutili-rumori\/"},"modified":"2008-08-17T01:41:00","modified_gmt":"2008-08-17T01:41:00","slug":"soffocati-dalle-cose-non-dette-riempiamo-il-silenzio-dinutili-rumori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/08\/17\/soffocati-dalle-cose-non-dette-riempiamo-il-silenzio-dinutili-rumori\/","title":{"rendered":"Soffocati dalle cose non dette riempiamo il silenzio d&#8217;inutili rumori"},"content":{"rendered":"<p>Le parole pi\u00f9 importanti della nostra vita sono quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di pronunciare, neanche a noi stessi, nel silenzio della coscienza.<\/p>\n<p>Se questo \u00e8 vero &#8211; e crediamo che sia vero, almeno per la grande maggioranza degli esseri umani e per la quasi totalit\u00e0 della nostra vita -, allora la conclusione \u00e8 a dir poco sconvolgente: significa, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, che abbiamo sprecato quasi tutte le occasioni di essere noi stessi, di esprimere quel che andava detto, di essere leali davanti al nostro dovere di comunicare col mondo &#8211; e anche con la parte pi\u00f9 vera e profonda del nostro essere.<\/p>\n<p>Ci siamo gi\u00e0 occupati, in termini generali, del dramma delle \u00abvite mancate\u00bb e delle loro implicazioni sul piano esistenziale (cfr. F. Lamendola, <em>La vita \u00abmancata\u00bb come problema filosofico<\/em>, consultabile sul sito di Arianna Editrice), concludendo che l&#8217;essere umano \u00e8 oggetto di una duplice chiamata: quella relativa all&#8217;esistenza (come tutti gli altri enti) e quella relativa al <em>senso<\/em> che egli pu\u00f2 e deve dare alla propria esistenza (a differenza di tutti gli altri enti, o almeno di quelli esperibili mediante i sensi).<\/p>\n<p>Cos\u00ec pure, abbiamo gi\u00e0 avuto occasione di riflettere sul problema della vita etica &#8211; di cui la parola \u00e8 una espressione notevole &#8211; nel saggio <em>Il grido della coscienza ferita \u00e8 una invocazione al reintegro nell&#8217;Essere<\/em> (sempre sul sito di Arianna). In quella sede, avevamo sostenuto che, per agire rettamente, \u00e8 necessario vedere rettamente: vedere l&#8217;Essere come \u00e8 in se stesso, in modo veridico e non deformato; e, in secondo luogo, accordare la volont\u00e0 con la conoscenza, indirizzandola nel senso dell&#8217;azione etica cos\u00ec come la verit\u00e0 dell&#8217;Essere ce la indica, alla luce del valore. E avevamo concluso che la meta dell&#8217;anima non \u00e8 il soddisfacimento dei suoi bisogni estemporanei, ma il ritorno alla dimora dell&#8217;Essere; e che, di conseguenza, finch\u00e9 il grido dell&#8217;anima ferita si leva nel buio della coscienza sofferente, vi \u00e8 ancora una possibilit\u00e0 di redenzione; ma allorch\u00e9 quel grido viene messo a tacere del tutto, l&#8217;anima \u00e8 perduta.<\/p>\n<p>Dunque, perch\u00e9 la nostra vita acquisti un senso, \u00e8 necessario che si accordi con l&#8217;itinerario del ritorno verso l&#8217;Essere; e, perch\u00e9 la nostra anima risponda degnamente alla propria chiamata, bisogna che noi impariamo a pronunciare le parole importanti, che contano, invece di stordirci con mille rumori che hanno la sola funzione di coprire il richiamo dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Il grido della coscienza ferita \u00e8 gi\u00e0 una parola significativa, perch\u00e9 mette a nudo la nostra sofferenza e la nostra impotenza, strappando il velo ipocrita delle \u00abbuone maniere\u00bb e consegnandoci alla consapevolezza della nostra povert\u00e0, della nostra debolezza e della nostra inadeguatezza. \u00c8 un momento di sincerit\u00e0 dolorosa, brutale, che ci libera dalla condizione di manichini bene ammaestrati e ci restituisce alla nostra condizione di esseri umani, che sentono nella propria carne il pungiglione dell&#8217;insufficienza della misura terrena. \u00c8 il primo passo verso la scoperta della trascendenza; ma, di per s\u00e9, non \u00e8 affatto sufficiente e non conduce ad alcuna liberazione, se rimane chiuso in se stesso.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 il grido si articoli in parola discorsiva, perch\u00e9 divenga reale comunicazione con gli altri e con l&#8217;Altro, e non rimanga un semplice sfogo, per quanto umano e degno di rispetto, \u00e8 necessario che la coscienza ferita vada oltre la propria indigenza e la propria angoscia.<\/p>\n<p>E quale coscienza non viene ferita dalla vita, prima o poi? Quale coscienza pu\u00f2 dire di non aver mai ricevuto il <em>vulnus<\/em> che le rivela tutta la sua fragilit\u00e0?<\/p>\n<p>Eppure, bisogna evitare le sterili secche dell&#8217;amarezza e compiere un salto di qualit\u00e0, per proiettarsi al di l\u00e0 delle cause contingenti del proprio turbamento, cogliendo le ragioni ultime, strutturali, della nostra finitezza e della nostra relazione con l&#8217;Assoluto (cfr. il precedente articolo <em>Oltrepassare la delusione per non sciupare la bellezza del mondo<\/em>). Tutti, prima o dopo, siamo rimasti atrocemente delusi; ma ci\u00f2 non significa che il modo giusto di reagire sia quello di nascondere il nostro vero io dietro un fiume incessante di parole inautentiche, di discorsi insinceri e banali, che ci facciano da schermo, peraltro illusorio, contro nuove delusioni.<\/p>\n<p>\u00c8 necessario, infatti, che noi portiamo nel mondo non la nostra delusione, la nostra amarezza ed il nostro rancore, ma bens\u00ec la nostra freschezza, il nostro entusiasmo e la nostra capacit\u00e0 di scorgere lo splendore del mondo, ovunque profuso da un ospite tanto generoso, quanto discreto e rispettoso della nostra autonomia. Solo se riusciremo a conoscerci con onest\u00e0, a perdonarci senza vigliaccheria e a volerci bene senza eccessive indulgenze, potremmo partecipare al dono di tutta quella bellezza in cui siamo immersi, e che &#8211; tanto spesso &#8211; non riusciamo neppure a vedere.<\/p>\n<p>Probabilmente, per un insieme di paura, amarezza, calcolo e astuzia a buon mercato, non abbiamo mai detto le parole che dovevamo dire alla nostra donna o al nostro uomo, ai nostri genitori, ai nostri figli, ai nostri amici.<\/p>\n<p>Abbiamo sempre parlato di stupidaggini, eludendo l&#8217;essenziale.<\/p>\n<p>Queste persone, che diciamo di amare e rispettare, probabilmente non hanno mai udito uscire dalle nostre labbra le uniche parole che erano in diritto di ascoltare; le uniche parole che avremmo avuto il dovere di dire loro.<\/p>\n<p>E la nostra pusillanimit\u00e0 si spinge al punto che, molto probabilmente, quelle parole di verit\u00e0 non abbiamo avuto il coraggio e la franchezza di dirle nemmeno a noi stessi, nell&#8217;intimit\u00e0 inaccessibile della nostra coscienza.<\/p>\n<p>Ma forse non \u00e8 troppo tardi per cambiare.<\/p>\n<p>Il primo passo, se veramente siamo stufi e nauseati da tutta la nostra inautenticit\u00e0, dovr\u00e0 essere quello di imporre il silenzio nel rumore incessante &#8211; e per lo pi\u00f9 inutile &#8211; della nostra esistenza; rumore che noi stessi, in buona parte, provochiamo, per non dover sentire le parole di verit\u00e0 con le quali talvolta gli altri, e sempre l&#8217;Altro, ci interpellano.<\/p>\n<p>In genere, noi abbiamo una gran paura del silenzio. Appena arriviamo a casa, accendiamo la radio o la televisione, per sentire parole che facciamo finta di credere importanti, allo scopo di non udire quelle che lo sono davvero: la domanda con cui l&#8217;Essere ci chiama, e la risposta che noi dovremmo dargli &#8211; e che \u00e8, poi, la risposta che dovremmo dare anche alla parte pi\u00f9 vera di noi stessi.<\/p>\n<p>Invece abbiamo una tale paura di udire quelle parole, che faremmo qualunque cosa, letteralmente, pur di non sentirle.<\/p>\n<p>Ma quali sono queste parole di verit\u00e0, che da un lato non vorremmo udire, dall&#8217;altro non siamo disposti a pronunciare?<\/p>\n<p>Ciascuno di noi le sa, in fondo alla propria coscienza; e ciascuno di noi pu\u00f2 udirle, se appena si decide a fare un po&#8217; di silenzio e ad abbassare le proprie difese. Per ciascuno hanno un contenuto diverso; pure, se volessimo individuarne il denominatore comune, potremmo dire che hanno a che fare con il dovere di essere se stessi, di ringraziare la ricchezza del mondo, di lodare la sapienza del disegno complessivo in cui sono tessute le nostre vite. Variano, da un individuo all&#8217;altro, i dettagli; ma il tono generale \u00e8 il medesimo: impegnarsi alla fedelt\u00e0 verso la propria chiamata, ringraziare, lodare.<\/p>\n<p>Si dir\u00e0 che non sempre la sincerit\u00e0 \u00e8 una virt\u00f9; che, a volte, tacere \u00e8 meglio che parlare; che la nostra franchezza potrebbe ferire altri.<\/p>\n<p>Sono obiezioni fragili, se solo si riflette che <em>prima<\/em> \u00e8 necessario stabilire un principio: quello della lealt\u00e0 verso se stessi e verso l&#8217;altro; <em>poi<\/em>, si possono contemplare delle eccezioni, caso per caso, laddove se ne presenti l&#8217;opportunit\u00e0 o la necessit\u00e0. Ma le eccezioni non possono incrinare la regola; e la regola \u00e8 che non bisogna temere la verit\u00e0.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che, troppo spesso, ci siamo abituati a barare con noi stessi, a mentire a noi stressi, ad auto-ingannarci, perch\u00e9 avremmo troppa vergogna a guardare in faccia la realt\u00e0, a vedere fino a che punto ci siamo allontanati da ci\u00f2 che avremmo dovuto fare, da ci\u00f2 che avremmo potuto essere. E, nei confronti del prossimo, non siamo certo propensi a una maggiore sincerit\u00e0.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, una prima, importante conclusione alla quale siamo pervenuti: non sappiamo pronunciare le parole che dovremmo dire, perch\u00e9 non abbiamo il coraggio di guardarci dentro; cio\u00e8, in ultima analisi, perch\u00e9 non ci piace quel che vediamo guardandoci; perch\u00e9 non siamo soddisfatti di noi stessi, non abbiamo stima di quello che siamo diventati. Anche se, a parole &#8211; parole menzognere, questa volta &#8211; sembra tutto il contrario, e non facciamo altro che lodarci.<\/p>\n<p>Da che cosa si riconosce una persona che non si piace, che non si stima, che non ha un rapporto equilibrato e armonioso con se stessa?<\/p>\n<p>In primo luogo, proprio da questo: che non \u00e8 mai in grado di dire le parole che dovrebbe dire; di aprire una finestra di verit\u00e0 sul proprio essere, rapportandosi in maniera leale e trasparente con se stessa e con il prossimo.<\/p>\n<p>La persona che non si ama e non si stima \u00e8 portata alla chiacchiera, al vaniloquio, al continuo abuso del linguaggio: eccede per non essere colta in fallo, per non tradirsi; per non tradire il segreto che si porta dentro; e, cio\u00e8, che non si vuole bene.<\/p>\n<p>Per volersi davvero bene, \u00e8 necessario rispondere degnamente alla chiamata; scuotere la propria pigrizia, rinunciare alle furberie da quattro soldi, comprese quelle con se stessi.<\/p>\n<p>Viceversa, molto spesso le persone imboccano la via opposta: soffocano il proprio disagio interiore e cercano una conferma del proprio valore da parte degli altri, e sia pure una conferma superficiale come pu\u00f2 esserlo quella dell&#8217;attrazione fisica. \u00c8 il modo pi\u00f9 sicuro per anestetizzare quel grido della coscienza ferita che avrebbe, almeno, il benefico effetto di rivelare tutta l&#8217;intima insoddisfazione che si nasconde dietro tanti atteggiamenti narcisistici.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 niente da fare: per quanto stordita dai rumori insulsi e abbrutita dalle dissimulazioni, la coscienza rimane pur sempre un organo terribilmente esigente, che non si lascia ingannare con tanta facilit\u00e0.<\/p>\n<p>Non ci si pu\u00f2 voler bene per finta. Volersi bene \u00e8 una faccenda seria, che nasce solo da un atteggiamento di seriet\u00e0 verso se stessi. La coerenza, la lealt\u00e0, la sincerit\u00e0, sono atteggiamenti seri; il nascondimento, la furbizia e la dissimulazione, non lo sono.<\/p>\n<p>Non esistono maniere inautentiche di volersi bene; non esistono surrogati, espedienti o simulazioni efficaci. O ci si vuol bene, oppure no. Ma, per volersi bene, bisogna avere stima di se stessi: bisogna essere capaci di guardarsi nello specchio dritto in viso, senza provare la tentazione di abbassare gli occhi.<\/p>\n<p>Farsi ammirare dagli altri per la propria avvenenza fisica, per la propria ricchezza o per il potere che si esercita, \u00e8 la scorciatoia pi\u00f9 facile, ma non serve a nulla; non aiuta a stare veramente meglio con se stessi, a riconciliarsi con la propria coscienza.<\/p>\n<p>A qualcuno pu\u00f2 sembrare che la coscienza sia un lusso di cui si pu\u00f2 fare a meno, e che si pu\u00f2 vivere benissimo anche ignorandola e mettendone a tacere la voce. E, di fatto, vi sono individui talmente induriti nel compiacimento della propria finitezza, che riportare in luce il loro io pi\u00f9 autentico \u00e8 una durissima impresa, quasi come scavare a mani nude nella viva roccia.<\/p>\n<p>Pure, i casi di una coscienza totalmente sradicata e di una esigenza trascendente del tutto rimossa, sono estremamente rari.<\/p>\n<p>Per la stragrande maggioranza degli esseri umani, per quanto sprofondati nel buio di un edonismo che \u00e8 solo il rovescio della medaglia della nausea di s\u00e9, c&#8217;\u00e8 sempre la possibilit\u00e0 di rientrare in possesso della parte migliore di se stessi, ascoltando le parole della chiamata e rispondendo con le parole del ringraziamento e della lode.<\/p>\n<p>Queste, in fondo, sono le vere parole degne di un essere umano. Non la chiacchiera insulsa, la lusinga insincera, l&#8217;imprecazione, il lamento o la bestemmia; ma il <em>s\u00ec<\/em> alla chiamata e la gratitudine nei confronti della vita. Tutto il resto \u00e8 un di pi\u00f9, talvolta gradevole; ma <em>solo questo<\/em> \u00e8 l&#8217;essenziale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le parole pi\u00f9 importanti della nostra vita sono quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di pronunciare, neanche a noi stessi, nel silenzio della coscienza.<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30180,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[55],"tags":[92],"class_list":["post-28926","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-psicologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-psicologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28926","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28926"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28926\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30180"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28926"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28926"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28926"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}