{"id":28895,"date":"2007-07-14T01:12:00","date_gmt":"2007-07-14T01:12:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/14\/sincronicita-multiverso-e-significato-della-persona\/"},"modified":"2007-07-14T01:12:00","modified_gmt":"2007-07-14T01:12:00","slug":"sincronicita-multiverso-e-significato-della-persona","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/07\/14\/sincronicita-multiverso-e-significato-della-persona\/","title":{"rendered":"Sincronicit\u00e0, multiverso e significato della \u00abpersona\u00bb"},"content":{"rendered":"<p><em>&quot;Una mattina d&#8217;ottobre del 1829, la goletta australiana<\/em> Mermaid <em>salp\u00f2 da Sydney diretta a Collier Bay, nella parte occidentale del continente. Il capitano Samuel Nolbrow era al comando della nave, sulla quale erano imbarcati 18 uomini d&#8217;equipaggio e 3 passeggeri. Dopo quattro giorni di navigazione, il<\/em> Mermaid <em>si trovava nel pericolosissimo Stretto di Torres, fra Australia e Nuova Guinea. All&#8217;improvviso il barometro cominci\u00f2 a scendere a precipizio, mentre cupi banchi di nuvole nere si avvicinavano minacciosamente. Poi il vento cadde ela nave si immobilizz\u00f2. Prima di mezzanotte, una violenta tempesta si scaten\u00f2 sulla zona, investendo in pieno la nave, che fu sbattuta contro un banco di coralli e si sfasci\u00f2 irreparabilmente, nonostante gi sforzi disperati dell&#8217;equipaggio. I 21 uomini abbandonarono precipitosamente la nave tuffandosi in mare e raggiunsero a nuoto uno scoglio distante una cinquantina di metri al luogo del disastro. Il capitano vi giunse per ultimo e pot\u00e9 constatare con sollievo che tutti e 21 erano in salvo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tre giorni e tre notti trascorsero prima che qualche nave passasse nella zona e si accorgesse ei naufraghi. Finalmente, il quarto giorno, il brigantino<\/em> Swiftsure <em>li avvist\u00f2 e li raccolse, proseguendo poi il viaggio. Ma, per una strana coincidenza, anche questa nave, cinque giorni dopo, si trov\u00f2 nel bel mezzo di una violenta corrente non segnata sulle carte e and\u00f2 a sfasciarsi sugli scogli.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La nave fu abbandonata in fretta e, fortunatamente, anche stavolta tutti riuscirono a mettersi in salvo. La sera stessa del naufragi, si trov\u00f2 a passare di l\u00ec la goletta<\/em> Governor Ready<em>, con 32 uomini d&#8217;equipaggio, che prest\u00f2 immediatamente soccorso ai naufraghi, accogliendoli a bordo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La goletta, un po&#8217; appesantita, riprese il viaggio. Circa tre ore dopo, stranissima coincidenza, un incendio violento e improvviso divamp\u00f2 sulla nave, costringendo tutti i passeggeri a calarsi nelle scialuppe di salvataggio. Disgraziatamente, si trovavano a molte miglia al largo della costa e per di pi\u00f9 in un punto decisamente fuori mano. C&#8217;era di che disperarsi. Ma non pass\u00f2 molto che, improvvisamente, apparve in lontananza il cutter australiano<\/em> Comet<em>, sbattuto fuori rotta da una tempesta. La nave rispose prontamente ai segnali di richiamo dei naufraghi. Ma l&#8217;accoglienza che questi trovarono a bordo fu piuttosto fredda. Un clima di sospetto, di intolleranza, di superstiziosa diffidenza s&#8217;impadron\u00ec della nave, sulla quale aleggiava il presentimento di qualche altro disastro. Dopo cinque giorni di navigazione, per un&#8217;incredibile coincidenza, una violenta bufera si abbatt\u00e9 sulla nave, danneggiandola irreparabilmente, Fu calata in mare l&#8217;unica scialuppa disponibile, e mentre la nave affondava gli uomini degli altri equipaggi non ebbero altra risorsa che lanciarsi in mare alla disperata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Rimasero a galla, aggrappandosi ai relitti, per 18 interminabili giorni, lottando contro il freddo, la fame e gi squali in agguato. Poi, finalmente, quando erano ormai allo stremo delle forze, furono miracolosamente scorti da una nave postale di passaggio, lo<\/em> Jupiter, <em>che li trasse in salvo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La cosa pi\u00f9 inverosimile era che c&#8217;erano tutti: in ben quattro naufragi, non una sola persona aveva perso la vita. Ora l&#8217;incubo sembrava finito&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma la misteriosa forza che sottende il corso degli eventi non era evidentemente ancora sazia, o forse non aveva ancora raggiunto il suo imperscrutabile obiettivo. Fatto sta che, per una&#8230; coincidenza, anche lo<\/em> Jupiter <em>and\u00f2 a sbattere contro uno scoglio e col\u00f2 a picco. Nella nuova tragedia, forse, le labbra di qualcuno furono sfiorate da un moto di riso al pensiero di questa pazzesca catena di circostanze, che non aveva ormai pi\u00f9 nulla di reale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per fortuna, vicino al luogo dell&#8217;ennesimo naufragio, si trovava la nave passeggeri<\/em> City of Leeds <em>che recuper\u00f2 la nutrita massa di naufraghi, portandoli poi in salvo a Sydney. Cinque naufragi ,uno dietro l&#8217;altro: morti, nessuno; feriti, nessuno. Incredibile!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una semplice coincidenza? Forse, ma ci sono casi in cui sembra davvero che un&#8217;oscura entit\u00e0-guida manovri gli eventi, sottraendoli al caso, per dirigerli intenzionalmente verso fini che appaiono squisitamente umani&#8230;&quot;<\/em>(da <em>Grande enciclopedia del mare<\/em> dir. Da Folco Quilici, Roma, Armando Curcio ed., s. d., vol. 7, pp. 2438-39).<\/p>\n<p>Ora, da sempre scienza e filosofia hanno adottato, come regola di lavoro, quella di seguire la regola dei fenomeni e di scartare l&#8217;eccezione; o, al massimo, di considerare quest&#8217;ultima come la conferma della regola stessa. David Hume faceva notare come, alla base del principio di causa-effetto, vi sia in realt\u00e0 la forza dell&#8217;abitudine: \u00e8 l&#8217;abitudine, cio\u00e8 l&#8217;osservazione di un gran numero di casi uniformi, che ci permette di formulare le cosiddette &quot;leggi&quot; scientifiche o anche, semplicemente, di fare previsioni del tipo: &quot;domani, prima delle sei, il sole si lever\u00e0 all&#8217;orizzonte&quot;. Ma che cosa succederebbe se noi, nel formulare la nostra concezione generale del mondo, lasciassimo stare la norma (che non \u00e8 altro, appunto, che abitudine) e andassimo a caccia delle eccezioni? Secondo noi, non tarderemmo ad accorgerci che esse <em>sono infinitamente pi\u00f9 numerose di quanto comunemente si possa immaginare<\/em> e che quanto sappiamo del mondo naturale, per non parlare di quello soprannaturale, \u00e8 veramente pochissimo: come se, raccogliendo qualche briciola caduta dalla mensa, cercassimo di farci un&#8217;idea del pranzo sontuoso che \u00e8 disposto <em>sopra<\/em> la tavola, ma che noi &#8211; strisciando al suolo &#8211; non possiamo vedere. Per parafrasare sir Isaac Newton (proprio lui: uno dei &#8216;padri nobili&#8217; del la moderna Rivoluzione scientifica!), l&#8217;uomo stesse su una spiaggia a raccogliere conchiglie, briciole di conoscenza, mentre il vasto mare dell&#8217;ignoto si estende davanti a lui. Dove vogliamo arrivare con questo ragionamento? Semplicemente a rovesciare la nostra abituale percezione delle cose e ad ammettere, con Shakespeare, che &quot;vi sono pi\u00f9 cose fra cielo e terra di quante ne possa sognare tutta la nostra filosofia&quot; (<em>Amleto,<\/em> Atto primo).<\/p>\n<p>Dunque, le coincidenze. Sono molto pi\u00f9 frequenti di quanto non sembri, anche nella nostra vita quotidiana. Pensiamo a una persona che non vediamo pi\u00f9 da anni, ed ecco che quel giorno stesso la incontriamo; cerchiamo un libro che non riusciamo a trovare, ed ecco che ci cade ai piedi della vasta libreria, aperto &#8211; guarda caso &#8211; alla pagina giusta (episodio riferito da Colin Wilson). Carl Gustav Jung, da parte sua, era convinto che quelle che noi chiamiamo &#8216;coincidenze&#8217; fossero, in realt\u00e0, qualcosa di molto pi\u00f9 complesso e affascinante; egli preferiva parlare di &#8216;sincronicit\u00e0&#8217; e pensava che non siano affatto opera del caso, ma che siano il riflesso di un odine superiore, che traluce con fatica nel nostro mondo ordinario e che, tuttavia, vuole significarci <em>qualcosa,<\/em> a patto che siamo abbastanza desti per rendercene conto.<\/p>\n<p>Di norma, si pu\u00f2 dire che noi viviamo con inserito il &#8216;pilota automatico&#8217;: compiamo una serie di azioni pi\u00f9 o meno meccanicamente, ma senza che venga coinvolto il nostro livello coscienziale pi\u00f9 profondo. In altre parole, non siamo <em>veramente<\/em> consapevoli di quello che stiamo facendo, e tanto meno di <em>esserci<\/em>, come quando guidiamo l&#8217;automobile, ma lo facciamo in maniera automatica, senza <em>pensarci<\/em> e tanto meno senza vedere realmente il paesaggio lungo la strada. Inseriamo le marce, rallentiamo acceleriamo, regoliamo la luce dei fari, tutto senza concentrarci a fondo, ma piuttosto come un riflesso condizionato. Ebbene, anche il resto della nostra vita lo passiamo, di norma, in tal modo: col pilota automatico inserito. Sbrighiamo le nostre faccende ordinarie senza pensare davvero a quello che stiamo facendo, e tanto meno senza pensare a quello che noi <em>siamo.<\/em> Quei rari momento in cui ci\u00f2 avviene &#8211; ad es., perch\u00e9 stiamo vivendo un momento magico sul piano affettivo sperimentiamo una intensa sensazione di vitalit\u00e0 e ogni cosa, il canto degli uccelli che giunge dalla finestra aperta, il colore delle nuvole al tramonto, l&#8217;ombra dell&#8217;albero che si riflette sul muro bianco della casa, tutto questo viene percepito con una forza e con uno splendore assolutamente fuori dall&#8217;ordinario. \u00c8 allora che mettiamo in funzione l&#8217;emisfero destro del nostro cervello, quello della creativit\u00e0, e vediamo le cose con la profondit\u00e0 e al tempo stesso con la completezza che le rende intimamente <em>significative.<\/em> L&#8217;emisfero sinistro, quello della logica razionale, non sa fare questo: analizza, soppesa, valuta, ma non \u00e8 in gradi di percepire <em>il senso complessivo<\/em> di quanto percepisce con i cinque sensi, n\u00e9 &#8211; a maggior ragione &#8211; di quanto si pu\u00f2 sperimentare <em>al di l\u00e0 dei cinque sensi ordinari.<\/em><\/p>\n<p>Adesso torniamo all&#8217;episodio dei cinque naufragi a catena che abbiamo riportato all&#8217;inizio di queste pagine. La percezione ordinaria, la logica analitica dell&#8217;emisfero sinistro del nostro cervello non pu\u00f2 far altro che parlare di coincidenze, e sia pure straordinarie, e invocare l&#8217;amplissimo ventaglio di combinazioni possibili che il calcolo probabilistico dischiude. Bisogna per\u00f2 notare che non solo cinque navi hanno fatto naufragio, una dopo l&#8217;altra, mentre trasportavano gli equipaggi naufragati via via che esse andavano a fondo, ma che non si \u00e8 verificata neppure una perdita umana, anzi neppure un ferimento, nonostante le tempeste, gli incendi, il mare infestato dagli squali, ecc. Se i cinque naufragi consecutivi hanno del sorprendente, la totale assenza di vittime ha del miracoloso. \u00c8 come se due forze soprannaturali si siano disputate a lungo, accanitamente, il destino di tutte quelle persone: l&#8217;una, maligna, che voleva perderle ad ogni costo; l&#8217;altra, benevola, che le conduceva in salvo ogni volta, nonostante tutto. Se la posta in gioco era la vita degli equipaggi e dei passeggeri, alla fine la vittoria \u00e8 rimasta alla forza benigna: nessuno degli uomini e delle donne coinvolti in quella serie di vicende spettacolari e altamente drammatiche ha riportato neanche un graffio.<\/p>\n<p>Ma che dire di un mondo ove accadono circostanze cos\u00ec strabilianti, cos\u00ec lontane da ogni possibile spiegazione razionale? In generale, noi viviamo in un mondo &#8211; dal puto di vista fisico, diciamo: in un sistema .- caratterizzato dall&#8217;aumento costante ed inevitabile di entropia. Esso, per una legge inesorabile connaturata alla materia, procede da uno stato iniziale meno disordinato ad uno via via sempre pi\u00f9 disordinato. Avviene in natura quello che accade quando apriamo un mazzo di carte nuovo e lo disperdiamo alla rinfusa: da uno stato ordinato, con le carte divise per numero e per segno, si passer\u00e0 a uno stato disordinato, con le carte disposte a casaccio, senza alcun ordine logico. Oppure lasciamo cadere un vaso di terracotta sul pavimento: si romper\u00e0 in vari pezzi, e non torner\u00e0 mai pi\u00f9 allo stato iniziale; al massimo possiamo incollare pazientemente i cocci, ma per far questo, dovremo ricorrere al mastice e impiegare del lavoro: cio\u00e8, ancora, aumentare il gradi di entropia &#8211; di disordine &#8211; in altri sistemi, a vantaggio del sistema-vaso che vogliamo rabberciare. Da soli, i pezzi non torneranno mai assieme a ricomporre il vaso; come le carte, mescolate a caso, non torneranno mai all&#8217;ordine iniziale. I fogli di un manoscritto trascinati dal vento andranno vagando qua e l\u00e0; il vento potrebbe soffiare per anni ininterrottamente, ma non li riporter\u00e0 mai pi\u00f9 nella sequenza esatta. Se le cose stanno cos\u00ec, allora possiamo chiederci: la vicenda dei cinque naufragi consecutivi non \u00e8 forse paradossale perch\u00e9 in essa, accanto all&#8217;entropia, vi si vede operante una forza opposta, una forza che sembra procedere dal disordine verso l&#8217;ordine? Ad ogni naufragio, un salvataggio; ad ogni salvataggio, nessuna vittima: non \u00e8 questo un rovesciamento del secondo principio della termodinamica? Ora, in natura non c&#8217;\u00e8 che una &#8216;forza&#8217; che vada nella direzione opposta all&#8217;aumento del disordine: quella del fenomeno vita. La vita consiste precisamente in un passaggio della materia da uno stato meno ordinato ad uno pi\u00f9 ordinato &#8211; ma sempre a spese, si badi, di altri sistemi fisici esterni al sistema considerato, che da essi trae sostentamento &#8211; ad es., le radici dell&#8217;albero che traggono dalla terra il nutrimento, assorbendo l&#8217;acqua e i sali minerali in essa disciolti. Non appena la vita finisce, la tendenza al disordine riprende il sopravvento, con la dissoluzione graduale di ci\u00f2 che un tempo era l&#8217;organismo dell&#8217;essere vivente.<\/p>\n<p>Tutto questo sembra suggerire che il nostro mondo &#8211; meglio, la dimensione in cui viviamo &#8211; entri talvolta in contatto, misteriosamente, con altri mondi, con altre dimensioni ove vigono leggi diverse dalle nostre, e ove il secondo principio della termodinamica non \u00e8 la regola generale ma, forse, l&#8217;eccezione. Dimensioni ordinate, ove le cose vanno naturalmente al loro posto oppure ci tornano, se qualcosa le discosta da esso. Secondo Leibniz, noi viviamo gi\u00e0 adesso nel migliore dei mondi possibili. Tuttavia, senza scomodare la sua teoria dell<em>&#8216;armonia prestabilita<\/em>, dobbiamo tener presente che la dimensione qui-ed-ora non \u00e8 un fatto oggettivo e universalmente valido; dovremmo dire, piuttosto, che esistono tante dimensioni quante sono quelle che possiamo esperire, spostandoci su piani di consapevolezza sempre pi\u00f9 alti &#8211; o, ahim\u00e9, sempre pi\u00f9 bassi. Il piano di consapevolezza del mistico, dell&#8217;artista, dello scienziato non solo paragonabili a quelli dell&#8217;individuo comune, immerso nella torbida palude delle passioni e dei pensieri negativi che gli offuscano la visione delle cose. Ognuno ha gi\u00e0 qui e ora il suo Inferno e il suo Paradiso; e tanto pi\u00f9 in alto \u00e8 in grado di giungere, mediante un affinamento delle facolt\u00e0 spirituali, tanto pi\u00f9 libera, ampia ed equanime saranno la sua visone ed il piano di realt\u00e0 sul quale egli potr\u00e0 muoversi. N\u00e9 si creda che, in questo modo, noi vogliamo affermare che <em>i mondi possibili sono infiniti, perch\u00e9 dipendono esclusivamente dalla nostra visione soggettiva.<\/em> No: i mondi possibili sono infiniti e noi possiamo giungere ad avere una visione fugace di alcuni di essi, a condizione che riusciamo a realizzare un salto &#8216;quantico&#8217; nella nostra dimensione spirituale. La loro realt\u00e0 <em>oggettiva<\/em> &#8211; se per oggettiva s&#8217;intende che essa \u00e8 indipendente dalla nostra volont\u00e0, dai nostri desideri e dai nostri timori &#8211; si manifesta talvolta in circostanze occasionali, che nulla hanno a che fare con il nostro livello di evoluzione spirituale. Quando ci\u00f2 avviene, nessun beneficio e nessun vantaggio possiamo trarre dallo sguardo fuggevole che abbiamo avuto occasione di gettare su quegli orizzonti insospettati. Noi non sappiamo se qualcuno, fra i passeggeri e gli equipaggi delle cinque navi che, successivamente, fecero naufragio nelle acque australiane, ve ne sia stato qualcuno per il quale una tale straordinaria esperienza abbia favorito una presa di coscienza spirituale e dato inizio a una ricerca consapevole dei livelli di realt\u00e0 superiori. Certo, di irruzioni improvvise di realt\u00e0 &#8216;altre&#8217; nel nostro <em>continuum<\/em> spazio temporale ve ne sono sempre state moltissime, attestate dalle antiche cronache (nel caso dei Romani, dall&#8217;opera di Giulio Ossequiente) o semplicemente dalla banale stampa quotidiana; solo che noi non le sappiamo cogliere. I marinai di una nave in viaggio nell&#8217;Oceano pacifico (lo ricorda Vincent Gaddis nel suo libro sui misteri del mare) videro per giorni, e addirittura fotografarono &#8211; fotografie tutt&#8217;ora esistenti &#8211; i volti di due compagni annegati che si formavano sulla superficie dell&#8217;acqua, e che accompagnavano la scia del bastimento durante la navigazione. Potremmo citare migliaia di casi del genere; Charles Fort, lo studioso statunitense dei fatti inspiegabili, ne ha raccolto una bella mole nel suo <em>Libro dei dannati.<\/em> Le goccioline d&#8217;acqua alla superficie di un oceano possono disporsi a formare dei volti umani, dei volti perfettamente somiglianti a due persone scomparse in mare, per forza propria; e rimanere ferme in quella posizione per giorni e giorni, nonostante il movimento delle onde e il soffiare dei venti? Ecco un fatto <em>fisico<\/em> che va, chiaramente, contro il secondo principio della termodinamica: eppure decine di persone lo hanno potuto osservare e perfino documentare mediante la tecnologia. Niente stati emotivi alterati, dunque; niente superstizioni, isterismi o allucinazioni: una pellicola fotografica non soffre di allucinazioni. E allora, signori scienziati? Perch\u00e8 voltate la testa dall&#8217;altra parte, perch\u00e9 non volete guardare? Vi secca ammettere ci\u00f2 che non sapete spiegare? Strano: credevamo che la scienza fosse appunto il <em>tentativo<\/em> dell&#8217;intelligenza umana di confrontarsi con ci\u00f2 che essa non sa immediatamente spiegare. E voi, signori filosofi? Tanto il vostro materialismo quanto il vostro idealismo uscirebbero turbati dall&#8217;ammissione che fatti del genere <em>accadono realmente,<\/em> e molto pi\u00f9 spesso di quanto si creda? Vi sono addirittura persone scomparse nel nulla, e sotto gli occhi di numerosi testimoni attendibili. Tale il fatto accaduto all&#8217;agricoltore David Lang il 23 settembre 1880 presso Gallatin, nel Tennessee: spar\u00ec davanti a casa sua, sotto gli occhi della moglie e dei figli, oltre che di un amico; p\u00e8er qualche tempo si ud\u00ec ancora la sua voce, poi silenzio. Lo scrittore Ambrose Bierce, che conobbe il fato, ne rimase abbastanza impressionato da scrivere un racconto su tale soggetto, intitolato <em>La difficolt\u00e0 di attraversare un campo.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, la nostra dimensione spazio-temporale \u00e8 parte di una sorta di grande poliedro con innumerevoli facce; e queste facce, talvolta, interagiscono fra loro, creando circostanze che a noi paiono assolutamente inspiegabili. Abitiamo quindi in un universo a enne dimensioni, in un <em>multiverso<\/em>; e talvolta, come Alice nel corso delle sue avventure, attraversiamo lo specchio o cadiamo nella tana del coniglio, e <em>ci troviamo dall&#8217;altra parte.<\/em><\/p>\n<p>Sorge spontanea la domanda se, negli universi paralleli al nostro, vi sono altre &#8216;versioni&#8217; del nostro io; o meglio se, in esse, il nostro io percorre altre linee spazio-temporali, realizzando tutte quelle possibilit\u00e0 che, qui, sono rimaste allo stato teorico mano a mano che noi, nel corso della nostra vita, abbiamo realizzato il nostro destino. Naturalmente, per tentar di rispondere a questa domanda dobbiamo prima definire che cosa sia un &quot;io&quot;, il che non \u00e8 affatto auto-evidente. Per il buddhismo Theravada, noi non abbiamo un io ma un complesso di idee sempre cangianti, alle quali attribuiamo &#8211; erroneamente &#8211; una unit\u00e0 coscienziale. In questa sede, per\u00f2, non abbiamo la possibilit\u00e0 di approfondire un simile discorso e quindi ci limitiamo ad osservare che, se anche fosse vero che l&#8217;&quot;io&quot; \u00e8 una illusione (o, almeno, che lo \u00e8 il &quot;piccolo io&quot; col quale tendiamo a identificare i nostri mutevoli stati di coscienza), nondimeno, finch\u00e9 l&#8217;illusione permane, essa \u00e8 pur sempre una realt\u00e0-per-noi. Di conseguenza ci poniamo il problema se questa realt\u00e0-per-noi, questa <em>persona<\/em> che ha una identit\u00e0, una storia, una sua visone del mondo, sia limitata alla dimensione spazio-temporale che sperimentiamo nella vita ordinaria, o se ne esistano innumerevoli &#8216;repliche&#8217; o &#8216;riproduzione&#8217; nelle altre dimensioni del multiverso.<\/p>\n<p>Poniamo che l&#8217;essere umano sia in gradi di costruire una macchina capace di &#8216;fotocopiare&#8217; le persone con un grado di esattezza del cento per cento: le copie sarebbero allora qualcosa di <em>diverso<\/em> dall&#8217;originale? E se l&#8217;originale morisse, la sua copia cos\u00ec riprodotta sarebbe <em>la stessa persona<\/em> dell&#8217;originale, o sarebbe diversa? A queste domande ha risposto, o cercato di rispondere, il filosofo Derek Parfit nel suo celebre saggio <em>Ragioni e persone,<\/em> nel quale, col tipico approccio pragmatista e utilitarista della tradizione anglosassone, risponde senza batter ciglio che la copia <em>sarebbe esattamente la stessa persona dell&#8217;originale.<\/em> Tra l&#8217;altro, egli afferma: <em>&quot;Noi non siamo entit\u00e0 esistenti separatamente, indipendentemente dal nostro cervello e dal nostro corpo, nonch\u00e9 dai vari eventi fisici e mentali tra loro interrelati. La nostra esistenza implica solo l&#8217;esistenza del nostro cervello e del nostro corpo, il compimento dei nostri atti, l&#8217;elaborazione dei nostri pensieri e l&#8217;occorrere di certi altri eventi fisici e mentali.&quot;<\/em>(Milano, Mondadori, 1989, p. 278). Un&#8217;opera di quasi 700 pagine fitte fitte per sostenere che noi e le nostre eventuali fotocopie saremmo esattamente la stessa persona, dato che noi non siamo alro che il nostro cervello. Umberto Galimberti sarebbe d&#8217;accordo, visto che da anni va ripetendo proprio la stessa cosa. Non che sia una tesi particolarmente originale: \u00e8 una diretta derivazione dell&#8217;empirismo lockiano e dello scetticismo humiano, nonch\u00e9 del materialismo e del riduzionismo di matrice positivistica.<\/p>\n<p>Noi, per\u00f2, non ne siamo convinti. Se l&#8217;uomo fosse solo un cervello, allora sarebbe semplicemente un computer; e, ovviamente, due computer perfettamente identici <em>sono<\/em> la stessa cosa. Almeno in teoria. In pratica, non si troveranno mai due macchine <em>assolutamente identiche.<\/em> E quanto agli individui, dubitiamo assai che essi si riducano al solo cervello. Al contrario, che il cervello non possa essere l&#8217;organo della nostra conoscenza del mondo, \u00e8 gi\u00e0 stato brillantemente sostenuto da Erminio Rizzi (su <em>Filosofia oggi,<\/em> vol. II-III, 2005, pp. 193-94). Riportiamo la parte conclusiva del suo ragionamento, impeccabile per chiarezza e rigore:<\/p>\n<p><em>&quot;&#8230; poich\u00e9 esigiamo che i corpi siano cose, ossia esistenze in s\u00e9, sebbene si risolvano sempre in nostre idee, ossia in qualcosa che ci appartiene, per cui non potrebbero essere in alcun modo indipendenti dalla conoscenza che ne abbiamo? Ebbene, non si pu\u00f2 risolvere tale problema supponendo che i corpi siano cose (esistenze in s\u00e9), che si offrono in se stesse e da se stesse alla nostra conoscenza. (&#8230;) Infatti, le presentazioni non potrebbero n\u00e9 essere date al cervello, come parte del nostro corpo quale cosa, n\u00e9 emergere da esso (n\u00e9, ovviamente, il cervello medesimo potrebbe uscire fuori di s\u00e9 per raggiungere ci\u00f2 che gli fosse esterno). (&#8230;) Qui \u00e8 stato sostenuto che i corpi sono esistenze formali, ossia nostre mere idee, sia pure aventi (in quanto concepite al fine di chiarire la possibilit\u00e0 della materia data sensibile) un valore oggettivo, secondo cui esse avrebbero come controparti cose. Il valore di esistenza dei copri \u00e8 dunque formale, nel senso che essi acquistano l&#8217;esistenza grazie appunto alla forma (sia pure condizionatamente rispetto alla materia data sensibile). Ci\u00f2 vuol dire che quello che concepiamo circa i corpi medesimi (la loro stessa esistenza, le loro variazioni, ecc.) ha un valore formale, nel senso che non trova affatto corrispondenza in una realt\u00e0 che non si risolva in quello stesso concepire, cio\u00e8 che stia al di l\u00e0 di esso (come, invece, lo starebbe una realt\u00e0 di corpi quali cose).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Conviene osservare che la considerata esigenza che i corpi siano cose si manifesta anche nella nostra pretesa che le anticipazioni (in cui tutte le leggi scientifiche empiriche si risolvono) siano, in momenti futuri, verificabili. In verit\u00e0, nulla assicura che ci\u00f2 avvenga, cio\u00e8 che valga l&#8217;induzione (vale a dire che il futuro assomiglia al passato), senza la quale non potremmo certo parlare di nostre conoscenze. Infatti, non possiamo essere certi che la predetta somiglianza continuer\u00e0 ad esserci, poich\u00e9 i corpi non sono affatto esistenze in s\u00e9, permanenti, e la materia data sensibile non \u00e8 affatto in nostro potere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si pu\u00f2 concludere cos\u00ec: circa i problemi mente-corpo, la filosofia deve avere per compito dimostrare che i corpi sono esistenze formali, di natura spirituale; la scienza deve avere per compito di procedere nello studio del cervello, quale organo di un corpo materiale, ma avendo coscienza del valore formale e dei limiti del suo conoscere.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Se, dunque (sulla scia di Berkeley) dobbiamo riconoscere che i corpi hanno solo un&#8217;esistenza formale e di natura spirituale, allora chiediamoci: cosa intende Parfit per &#8216;entit\u00e0&#8217;, quando afferma che essa \u00e8 caratterizzata semplicemente dall&#8217;esistenza del nostro cervello e del nostro corpo? In realt\u00e0, nient&#8217;altro che una nostra <em>idea.<\/em> Dunque la &#8216;persona&#8217; <em>non<\/em> \u00e8 semplicemente il nostro corpo, ma una forma di consapevolezza che comprende l&#8217;idea del corpo (mio e delle cose &#8216;esterne&#8217;), <em>pi\u00f9 un qualche cosa d&#8217;altro<\/em> che non \u00e8 nel cervello e nemmeno nel corpo. Il corpo, infatti, non potrebbe avere conoscenza, e tanto meno consapevolezza, di ci\u00f2 che \u00e8 al di fuori del corpo; anzi non potrebbe avere neanche consapevolezza di s\u00e9 come &#8216;entit\u00e0&#8217;, ma solo come <em>sensazione,<\/em> temporanea e sempre cangiante. No: la persona \u00e8 un&#8217;<em>essenza,<\/em> qualche cosa che esiste indipendentemente dal cervello e dal corpo; e che nessun fotocopiatore potrebbe mai riprodurre cos\u00ec fedelmente da annullarne l&#8217;unicit\u00e0 ed irripetibilit\u00e0, perch\u00e9 l&#8217;essenza \u00e8 qualcosa che, per definizione, trascende il livello sensibile e rimanda alla sfera del noumeno, della cosa in s\u00e9: in altre parole, rimanda al livello dell&#8217;Essere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;Una mattina d&#8217;ottobre del 1829, la goletta australiana Mermaid salp\u00f2 da Sydney diretta a Collier Bay, nella parte occidentale del continente. 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