{"id":28890,"date":"2008-11-27T09:09:00","date_gmt":"2008-11-27T09:09:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/11\/27\/una-pagina-al-giorno-una-rosa-fra-i-muri-dello-spielberg-di-silvio-pellico\/"},"modified":"2023-09-13T16:00:17","modified_gmt":"2023-09-13T16:00:17","slug":"una-pagina-al-giorno-una-rosa-fra-i-muri-dello-spielberg-di-silvio-pellico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/11\/27\/una-pagina-al-giorno-una-rosa-fra-i-muri-dello-spielberg-di-silvio-pellico\/","title":{"rendered":"Una pagina al giorno: Una rosa fra i muri dello Spielberg, di Silvio Pellico"},"content":{"rendered":"<p>Dai capitoli 86-87 de \u00abLe mie prigioni\u00bb di Silvio Pellico (Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1968259-263):<\/p>\n<p>\u00abIntanto, gi\u00e0 prima dell&#8217;uscita di Solera e Fortini, era venuto al mio povero Maroncelli un tumore al ginocchio sinistro. In principio il dolore era mite, e lo costringeva soltanto a zoppicare. Poi stentava a trascinare i ferri, e di rado usciva a passeggio. Un mattino d&#8217;autunno, gli piacque di uscir meco per respirare un poco d&#8217;aria: v&#8217;era gi\u00e0 neve; ed in un fatale momento, ch&#8217;io nol sosteneva, inciamp\u00f2 e cadde. La percossa fece immantinente divenire acuto il dolore del ginocchio. Lo portammo sul suo letto; ei non era pi\u00f9 in grado di reggersi. Quando il medico lo vide, si decise finalmente a fargli levare i ferri. Il tumore peggior\u00f2 di giorno in giorno, e divenne enorme e sempre pi\u00f9 doloroso. Tali erano i martirii del povero infermo, che non potea aver requie n\u00e9 in letto, n\u00e9 fuor di letto.<\/p>\n<p>Quando gli era necessit\u00e0 muoversi, alzarsi, porsi a giacere, io dovea prendere colla maggior delicatezza possibile la gamba malata, e trasportarla lentissimamente nella guida che occorreva. Talvolta, per fare il pi\u00f9 piccolo passaggio da una posizione all&#8217;altra, ci volevano quarti d&#8217;ora di spasimo.<\/p>\n<p>Sanguisughe, fontanelle, pietre caustiche, fomenti or asciutti, or umidi, tutto fu tentato dal medico. Erasno accrescimenti di strazio, e niente pi\u00f9. Dopo i bruciamenti colle pietre si formava la suppurazione. Quel tumore era tutto piaghe; ma non mai diminuiva, non mai lo sfogo delle piaghe recava alcun lenimento al dolore.<\/p>\n<p>Maroncelli era mille volte pi\u00f9 infelice di me; nondimeno, oh quanto io pativa per lui! Le cure d&#8217;infermiere mi erano dolci, perch\u00e9 usate a s\u00ec degno amico. Ma vederlo cos\u00ec deperire, fra s\u00ec lunghi atroci tormenti, e non potergli recar salute! E presagire che quel ginocchio non sarebbe mai pi\u00f9 risanato! E scorgere che l&#8217;infermo tenea pi\u00f9 verisimile la morte che la guarigione! E doverlo continuamente ammirare pel suo coraggio e per la sua serenit\u00e0! Ah, ci\u00f2 m&#8217;angosciava in modo indicibile! In quel deplorabile stato, ei poetava ancora, ei cantava, ei discorreva; ei tutto facea per illudermi, per nascondermi una parte de&#8217; suoi mali. Non potea pi\u00f9 digerire, n\u00e9 dormire; dimagrava spaventosamente; andava frequenemente in deliquio; e tuttavia, in alcuni istanti raccoglieva la sua vitalit\u00e0 e faceva animo a me.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 ch&#8217;egli pat\u00ec per nove lunghi mesi non \u00e8 descrivibile. Finalmente fu conceduto che si tenesse un consulto. Venne il protomedico, approv\u00f2 tutto quello che il medico avea tentato, e senza pronunciare la sua opinione sulla infermit\u00e0 e su ci\u00f2 che restasse a fare, se n&#8217;and\u00f2.<\/p>\n<p>Un momento appresso, viene il sottintendente, e dice a Maroncelli: &quot;Il protomedico non s&#8217;\u00e8 avventurato di spiegarsi qui in sua presenza; temeva ch&#8217;ella non avesse la forza di sentirsi annunziare una dura necessit\u00e0. Io l&#8217;ho assicurato che a lei non manca il coraggio.<\/p>\n<p>&#8211; Spero, disse Maroncellli, d&#8217;averne dato qualche prova, in soffrire senza urli questi strazi. Mi si proporrebbe ma?&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; S\u00ec, signore, l&#8217;amputazione. Se non che il protomedico, vedendo un corpo cos\u00ec emunto, esita a consigliarla. In tanta debolezza, si sentir\u00e0 ella capace di sostenere l&#8217;amputazione? Vuol ella esporsi al pericolo?&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Di morire? E non morrei in breve egualmente, se non si mette termine a questo male?<\/p>\n<p>&#8211; Dunque faremo subito relazione a Vienna d&#8217;ogni cosa, ed appena venuto il permesso d&#8217;amputarla&#8230;<\/p>\n<p>&#8211; Che? Ci vuole un permesso?<\/p>\n<p>&#8211; S\u00ec, signore.&quot;<\/p>\n<p>Di l\u00ec ad otto giorni, l&#8217;aspettato consentimento giunse.<\/p>\n<p>Il malato fu portato in una stanza pi\u00f9 grande; ei dimand\u00f2 ch&#8217;io lo seguissi.<\/p>\n<p>&quot;Potrei spirare sotto l&#8217;operazione, &#8211; diss&#8217;egli; &#8211; che io mi trovi almeno tra le braccia dell&#8217;amico.&quot;<\/p>\n<p>La mia compagnia gli fu conceduta.<\/p>\n<p>L&#8217;abate Wrba, nostro confessore (succeduto a Paulowich), venne ad amministrare i sacramenti all&#8217;infelice. Adempiuto questo atto di religione, aspettavamo i chirurghi, e non comparivano. Maroncelli si mise ancora a cantare un inno.<\/p>\n<p>I chirurghi vennero alfine: erano due. Uno, quello ordinario della casa, cio\u00e8 il nostro barbiere, ed egli, quando occorrevano operazioni, aveva il diritto di farle di sua mano, e non voleva cederne l&#8217;onore ad altri. L&#8217;altro erra un giovane chirurgo, allievo della scuola di Vienna, e gi\u00e0 godente fama di molta abilit\u00e0. Questi, mandato dal governatore per assistere all&#8217;operazione e dirigerla, avrebbe voluto farla egli stesso, ma gli convenne contentarsi di vegliare all&#8217;esecuzione.<\/p>\n<p>Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe gi\u00f9: io lo tenea fra le mie braccia. Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello. Il vecchio chirurgo tagli\u00f2, tutto intorno, la profondit\u00e0 di un dito; poi tir\u00f2 in su la pelle tagliata, e continu\u00f2 il taglio sui muscoli scorticati.. Il sangue fluiva a torrenti dalle arterie, ma queste vennero tosto legate con filo di seta. Per ultimo si seg\u00f2 l&#8217;osso.<\/p>\n<p>Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un&#8217;occhiata di compassione, poi, voltosi al chirurgo operatore, gli disse:<\/p>\n<p>&quot;Ella m&#8217;ha liberato d&#8217;un nemico, e non ho modo di rimunerarnela.&quot;<\/p>\n<p>V&#8217;era in un bicchiere sopra la finestra una rosa.<\/p>\n<p>&quot;Ti prego di portarmi quella rosa&quot;, mi disse.<\/p>\n<p>Gliela portai. Ed ei l&#8217;offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: &quot;Non ho altro a presentarle in testimonianza della mia gratitudine.&quot;<\/p>\n<p>Quegli prese la rosa e pianse.\u00bb<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile dire per quale motivo un libro come \u00abLe mie prigioni\u00bb, che, quando apparve (nel 1832), fu giudicato dal cancelliere austriaco Metternich pi\u00f9 dannoso all&#8217;Austria di una battaglia perduta, e che ancora mezzo secolo fa era letto e commentato fin nelle scuole elementari, sia caduto oggi in una autentica dimenticanza.<\/p>\n<p>Le persone di una certa et\u00e0 lo ricordano bene, perch\u00e9 la maestra ne ha parlato loro; ma la maggior parte dei giovani lo ignorano. Eppure, crediamo che l&#8217;episodio della rosa di Piero Maroncelli sia gi\u00e0 di per s\u00e9 sufficiente a mostrare che, fuor della polemica politica contingente, si tratta di un libro di memorie di prim&#8217;ordine, sobrio e dignitoso quanto pu\u00f2 esserlo stato un libro di quel genere in pieno Romanticismo e in pieno fervore risorgimentale.<\/p>\n<p>Crediamo che la ragione di questo immeritato oblio non sia tanto di ordine stilistico (se cos\u00ec fosse, una sorte analoga avrebbe dovuto toccare a \u00abI promessi sposi\u00bb di Manzoni e, magari, anche alle \u00abOperette morali\u00bb di Leopardi, per non parlare, poi, delle \u00abUltime lettere di Jacopo Ortis\u00bb di Ugo Foscolo. Lo stile, del resto &#8211; lo ripetiamo &#8211; non \u00e8 pi\u00f9 sforzato o ridondante di molte opere in prosa di quel periodo, e, semmai, decisamente pi\u00f9 scarno e cronachistico &#8211; e, quindi, pi\u00f9 \u00abmoderno\u00bb &#8211; della maggior parte di esse.<\/p>\n<p>No: la vera ragione \u00e8, probabilmente, la stessa che &#8211; allora &#8211; suscit\u00f2 perplessit\u00e0 e ripulsa fra una larga parte del pubblico: quella politica. Ai sostenitori dell&#8217;Austria esso parve un libro spietatamente accusatore, pur dietro l&#8217;apparente impassibilit\u00e0 e la mancanza di una esplicita condanna di quel governo; ai liberali, viceversa, esso parve insopportabilmente fiacco, spento, rinunciatario e, soprattutto, imperdonabilmente cattolico.<\/p>\n<p>Sappiamo tutti che il rapporto fra liberalismo e cattolicesimo fu, durante tutto il Risorgimento e anche dopo l&#8217;Unit\u00e0, complesso e difficile; e sappiamo tutti che quella di Alessandro Manzoni fu una delle poche, felici eccezioni.<\/p>\n<p>Di norma, essere buoni cattolici significava essere difensori dell&#8217;ordine costituito e quindi, fra le altre cose, sudditi devoti dell&#8217;imperatore austriaco; cos\u00ec come essere liberali significava, come minimo, diffidare della Chiesa, se non anche annoverarla senza tanti complimenti fra i nemici da abbattere.<\/p>\n<p>Di mezzo c&#8217;era la spinosissima questione del potere temporale della Chiesa; e, a dire il vero, non soltanto quella.<\/p>\n<p>Sia come sia, il libro spiacque alle due opposte fazioni dei liberali e dei reazionari, per ragioni essenzialmente politiche; e non poteva essere diversamente.<\/p>\n<p>\u00c8 buffo (ma anche un po&#8217; triste) pensare che, a distanza di centottant&#8217;anni, le cose non sono cambiate poi molto.<\/p>\n<p>Oggi che non solo le vicende del Risorgimento e dell&#8217;unit\u00e0 d&#8217;Italia, ma anche quelle che condussero, nel 1918, alla dissoluzione dell&#8217;Austria-Ungheria, ci appaiono in una pi\u00f9 oggettiva visuale storica, non siamo pi\u00f9 tanto convinti che la scomparsa del grande impero danubiano sia stata un bene per l&#8217;Europa; n\u00e9 che il nazionalismo &#8211; principio che spingeva i Carbonari a sfidare il duro carcere dello Spielberg, presso Brno, in Moravia &#8211; sia stato poi tanto positivo, visto ci\u00f2 che ha prodotto in Bosnia, in Kosovo, in Cecenia, in Abkhazia, in Tibet, e visto ci\u00f2 che rischia di produrre ancora, nel mondo, durante i prossimi anni. Di conseguenza, non siamo pi\u00f9 cos\u00ec monoliticamente sicuri che Pellico e Maroncelli &#8211; al di l\u00e0 dei loro nobilissimi ideali e del loro spirito di totale abnegazione &#8211; stessero dalla parte giusta della storia (\u00e8 un dubbio che ha gettato un&#8217;ombra anche su figure assai pi\u00f9 grandi del Risorgimento, a cominciare da Garibaldi).<\/p>\n<p>Una parte degli storici odierni inclina ormai a pensare che quel vecchio impero plurinazionale rappresentava un principio &#8211; quello dinastico &#8211; che avrebbe potuto mettere l&#8217;Europa al riparo dal richiamo distruttivo dei nazionalismi, e scongiurare la distruzione politica del nostro continente, provocata da due guerre mondiali.<\/p>\n<p>E non manca neppure chi, essendo &#8211; come noi &#8211; nato e vissuto in una ex provincia di quell&#8217;impero plurisecolare, non pu\u00f2 non aver provato una nostalgia per quella efficientissima amministrazione, scrupolosamente onesta, e per quell&#8217;ottimo servizio scolastico: due istituzioni a paragone delle quali ci\u00f2 che esisteva negli altri Stati d&#8217;Italia era semplicemente penoso.<\/p>\n<p>Lo stesso Alcide De Gasperi, quando volle iscriversi all&#8217;universit\u00e0 e dovette scegliere fra l&#8217;Austria e l&#8217;Italia, a dispetto dei propri sentimenti filo-italiani, dal suo Trentino si port\u00f2 a Vienna e non a Milano o Firenze, per il semplice fatto che i costi di iscrizione alle universit\u00e0 italiane erano semplicemente proibitivi.<\/p>\n<p>Del resto, pu\u00f2 essere un caso che proprio quelle province le quali, fino a meno di un secolo fa, facevano parte dell&#8217;Impero asburgico, come quelle di Trento, Trieste e Gorizia, possiedano oggi una delle migliori amministrazioni e, in fondo, una delle migliori classi dirigenti, a paragone di quelle che affliggono il resto d&#8217;Italia?<\/p>\n<p>Da quando l&#8217;Austria se ne \u00e8 andata, non si \u00e8 mai pi\u00f9 vista, al di qua delle Alpi, una amministrazione pubblica altrettanto scrupolosa ed efficiente: questo \u00e8 un fatto e, per quanto possa riuscire sgradito al nostro orgoglio nazionale, pure dobbiamo onestamente prenderne atto. Saremo anche un popolo di eroi, di santi, di artisti e di navigatori, ma Dio non ci ha dato il genio dell&#8217;amministrazione e, specialmente, quello della buona amministrazione. C&#8217;\u00e8 qualcuno che riesca a immaginarsi una vicenda come quella dei rifiuti di Napoli verificarsi dalle parti di Klagenfurt, Monaco, Innsbruck o Salisburgo? Se si vuol essere onesto, bisogna ammettere di no.<\/p>\n<p>Per cui, la causa per la quale si spesero uomini come Pellico e il <em>pathos<\/em> da cui \u00e8 percorso il libro \u00abLe mie prigioni\u00bb, si sono un tantino appannati e hanno lasciato il posto ad altre considerazioni, pi\u00f9 spassionate e obiettive, forse, in sede di giudizio storico.<\/p>\n<p>Questo, da un lato.<\/p>\n<p>Dall&#8217;altro lato, c&#8217;\u00e8 il vivo sentimento religioso, che attraversa quel libro dalla prima all&#8217;ultima pagina e che ne \u00e8, in fondo, non solo il filo conduttore, ma anche l&#8217;autentico protagonista. Ed \u00e8 noto che il Pellico si decise a pubblicarlo su espresso parere del suo consigliere spirituale, un sacerdote di Torino che lo segu\u00ec dopo il rientro dallo Spielberg.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo che il libro ci si presenta come una galleria di personaggi amabilmente presentati, senza mai un pensiero amaro, ma con il massimo della simpatia umana e della gratitudine: i compagni di sventura, il famoso carceriere Schiller &#8211; vecchio burbero dal cuore d&#8217;oro -, la giovane e romantica Zanze, che, nel carcere dei Piombi di Venezia, viene dal Pellico a farsi consolare delle sue pene d&#8217;amore, ma gli porta anche una ventata di grazia e di freschezza femminile.<\/p>\n<p>\u00abLe mie prigioni\u00bb \u00e8 il libro di un credente, che l&#8217;esperienza di dieci anni di carcere duro, dal 1820 al 1830 (inizialmente era stato condannato a morte, poi a quindici anni) non ha allontanato dalla fede, ma, al contrario, ve lo ha rafforzato pi\u00f9 che mai; e il suo libro non vuol essere una testimonianza politica, ma umana e cristiana. Ed \u00e8 questo aspetto che gli ex compagni carbonari di Silvio Pellico e, in genere, i patrioti d&#8217;ispirazione liberale &#8211; per non parlare dei democratici &#8211; non poterono n\u00e9 vollero perdonargli.<\/p>\n<p>Il libro venne da essi accolto, pi\u00f9 o meno, come potrebbe esserlo, oggi, una dissociazione in carcere, o all&#8217;uscita dal carcere, di un membro delle \u00abBrigate Rosse\u00bb, da parte dei suoi ex compagni rimasti \u00abduri e puri\u00bb: con fastidio, incredulit\u00e0 e un malcelato disprezzo.<\/p>\n<p>Non gi\u00e0 che Silvio Pellico avesse rinnegato le proprie convinzioni patriottiche; ma aveva rinnegato i mezzi violenti e, in qualche modo, aveva preso congedo dall&#8217;idea di un regno della giustizia da instaurare in terra, mediante la lotta politica. Ecco, a questo non credeva pi\u00f9. Non era quindi, per usare il linguaggio dell&#8217;odierno politichese, un \u00abpentito\u00bb, nel senso di uno che abbia abiurato; per\u00f2 aveva fatto qualche cosa, se possibile, di ancor pi\u00f9 grave agli occhi dei liberali e dei rivoluzionari: aveva negato legittimit\u00e0 all&#8217;idea di poter instaurare in terra il regno del bene, con le armi della lotta politica e militare.<\/p>\n<p>Certo, aveva pure &#8211; diciamo cos\u00ec &#8211; delle attenuanti: dallo Spielberg era uscito fisicamente spezzato; ma chi lo conosceva bene, sapeva che non era stato ci\u00f2 a indurlo a modificare le sue precedenti convinzioni.<\/p>\n<p>No, la verit\u00e0 era un&#8217;altra: e cio\u00e8 che Pellico era un uomo onesto e generoso, ma influenzabile: era stato liberale in casa del conte Porro, liberale convinto; divenne poi conservatore in casa dei marchesi di Barolo, conservatori e ferventi cattolici. Se avesse conosciuto prima questi ultimi, forse non avrebbe simpatizzato per la Carboneria, n\u00e9 sarebbe finito allo Spielberg.<\/p>\n<p>Il suo patriottismo era sincero, ma la sua indole era pi\u00f9 contemplativa che militante; pi\u00f9 introversa che aperta; pi\u00f9 pessimista che fiduciosa di poter cambiare il mondo in meglio. In fondo, era un moderato che non sperava pi\u00f9 di veder realizzato in terra il regno della giustizia.<\/p>\n<p>Ha osservato in proposito Angelo Roman\u00f2 (in S. Pellico, \u00abScritti scelti\u00bb, Torino, a cura di A. Roman\u00f2, Loescher Editore, 1960, pp. 10-11):<\/p>\n<p>\u00abI pi\u00f9 accaniti contro di lui furono i liberali, che scorgevano nella sua conversione al cattolicesimo , nelle sue continue esortazioni alla mansuetudine, nella sua condanna dell&#8217;azione politica violenta e rivoluzionaria, nel suo sostanziale legittimismo i segni di una rinuncia che assomigliava al tradimento.<\/p>\n<p>Questi attacchi addoloravano il Pellico: ma non c&#8217;\u00e8 dubbio che sia &quot;Le mie prigioni&quot; sia le opere successive, e in particolare il trattatello &quot;Doveri degli uomini&quot; scritto subito dopo utilizzando anche appunti presi in carcere, contenevano un&#8217;ideologia in netto contrasto con quella dei patrioti liberali. Nel capitolo IX dei &quot;Doveri&quot;, che tratta del &quot;Vero patriotta&quot;, si legge infatti: &quot;S&#8217;egli \u00e8 cittadino privato, l&#8217;onore e la prosperit\u00e0 del principe e del popolo sono egualmente suo vivissimo desiderio, e nulla che vi si opponga opera egli, ma anzi tutto opera ci\u00f2 che pu\u00f2, a fine di contribuirvi. Ei sa che in tutte le societ\u00e0 vi sono abusi, e brama che si vadano correggendo, ma abborre dal furore di chi vorrebbe correggerli con rapine e vendette; perocch\u00e9 di tutti gli abusi questi sono i pi\u00f9 temibili e funesti. Ei non invoca, n\u00e9 suscita dissensioni civili; egli \u00e8 anzi coll&#8217;esempio e colle parole moderatore, per quanto pu\u00f2, degli esagerati, e fautore d&#8217;indulgenza e di pace&#8230;&quot;.<\/p>\n<p>Sopra concetti di questo tipo, in cui \u00e8 dichiarata la volont\u00e0 di risolvere nell&#8217;interiorit\u00e0 religiosa dell&#8217;individuo i contrasti e gli squilibri della realt\u00e0 storica e sociale, si fonda la concezione di vita che impronta gli ultimi due decenni della sua esistenza e dalla quale \u00e8 condizionato d&#8217;ora in poi il suo comportamento intellettuale e pratico.<\/p>\n<p>Ridotta, dopo la pubblicazione dei &quot;Doveri&quot; (1834) e la composizione di alcune nuove tragedie (\u00abGismonda da Mendrisio\u00bb, \u00abTommaso Moro\u00bb, \u00abCorradino\u00bb) male accolte alla loro rappresentazione, l&#8217;attivit\u00e0 letteraria, il Pellico , divenuto nel frattempo segretario e bibliotecario dei marchesi di Barolo, si dedica all&#8217;amministrazione degli istituti benefici, sale d&#8217;asilo, ricoveri, che lo zelo e la piet\u00e0 della marchesa Giulia avevano fondato e mantenevano. Vandeana d&#8217;origine, la marchesa avversava, nel ricordo della rivoluzione francese, le nuove idee: ci\u00f2 non imped\u00ec al Pellico di stabilire, con lei e col marito, rapporti di stretta familiarit\u00e0 e, dopo la morte della madre e del padre (avvenuta l&#8217;una nel 1837 e l&#8217;altra nell&#8217;anno successivo), di andare a vivere nel loro palazzo, dove rimase anche dopo la morte del marchese.<\/p>\n<p>Questa sistemazione mete in luce una singolare coincidenza: il giovane Pellico aveva vissuto in casa di un nobile liberale, il conte Porro, ed era stato con lui liberale e cospiratore; il Pellico anziano vive in casa di nobili pii e conservatori, ed \u00e8 con loro pio e conservatore. Se ne pu\u00f2 dedurre qualche osservazione sul debole temperamento del Pellico, sulla sua propensione a subire e influenze dell&#8217;ambiente, sulla sostanziale superficialit\u00e0 delle sue opinioni, sulla sua incapacit\u00e0 di elaborare in proprio una coerente concezione culturale.\u00bb<\/p>\n<p>Ad ogni modo, la pagina de \u00abLe mie prigioni\u00bb che descrive l&#8217;amputazione della gamba dell&#8217;amico Piero Maroncelli \u00e8 una gran pagina: sobria ed eloquente, come pu\u00f2 esserlo un documento umano ridotto all&#8217;essenziale.<\/p>\n<p>Quell&#8217;uomo che guarda con compassione la propria gamba amputata mentre la portano via, e che offre al chirurgo che l&#8217;ha operato &#8211; senza anestesia! &#8211; una rosa trovata l\u00ec per caso, con parole tanto semplici quanto toccanti, ci resta impresso nel fondo dell&#8217;animo.<\/p>\n<p>E poco importa se il Maroncelli era poi, secondo gli storici, un uomo incredibilmente superficiale e vanesio: il Maroncelli che vive in questa pagina di Silvio Pellico \u00e8 un grande, un forte, che vivr\u00e0 nella nostra memoria fino a che vivremo noi, che l&#8217;abbiamo letta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dai capitoli 86-87 de \u00abLe mie prigioni\u00bb di Silvio Pellico (Novara, Istituto Geografico De Agostini, 1968259-263): \u00abIntanto, gi\u00e0 prima dell&#8217;uscita di Solera e Fortini, era venuto<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[13,25],"tags":[92],"class_list":["post-28890","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-una-pagina-al-giorno","category-letteratura","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28890","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=28890"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/28890\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=28890"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=28890"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=28890"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}