{"id":28887,"date":"2016-11-01T08:13:00","date_gmt":"2016-11-01T08:13:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/11\/01\/silenzio-meraviglia-e-splendore-del-bosco\/"},"modified":"2016-11-01T08:13:00","modified_gmt":"2016-11-01T08:13:00","slug":"silenzio-meraviglia-e-splendore-del-bosco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/11\/01\/silenzio-meraviglia-e-splendore-del-bosco\/","title":{"rendered":"Silenzio, meraviglia e splendore del bosco"},"content":{"rendered":"<p>Ogni bosco ha una sua particolare atmosfera, una sua specifica tonalit\u00e0, una sua voce, o perfino un silenzio, assolutamente inconfondibili.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo di citt\u00e0, l&#8217;uomo moderno che non ha mai vissuto a contatto con la natura, e che, anche se entra in contatto con essa, lo fa per mezzo di troppi strumenti artificiali, e, quel che \u00e8 peggio, foderato di troppe intercapedini mentali, tanto che ben poco vede, ode e comprende, di ci\u00f2 che gli sta dinanzi, non riesce, forse, nemmeno a immaginare che un bosco non sia uguale ad un altro, neppure se si tratta di un bosco popolato dalle stesse specie arboree, e neppure se due boschi si trovano a breve distanza l&#8217;uno dall&#8217;altro. In realt\u00e0, ogni bosco ha una sua fisionomia particolare, inconfondibile; specialmente se si tratta di boschi primevi, cio\u00e8 di foreste vergini, o, in ogni caso, di boschi piuttosto antichi, nei quali non si riconosca pi\u00f9 tanto, o non si riconosca affatto, la mano ordinatrice dell&#8217;uomo, ma nei quali si respiri ancora l&#8217;alito possente della natura, cos\u00ec com&#8217;era quando essi ancora non conoscevano impronta di piede umano, n\u00e9 mai erano stati visti e percorsi da creature intelligenti.<\/p>\n<p>Ebbene: chi, dotato di un minimo d&#8217;esperienza e di un certo gradi sensibilit\u00e0 e fantasia, si addentri in un bosco antico, allontanandosi dai sentieri e dai segni della presenza umana, l\u00e0 dove i boscaioli hanno aperto dei varchi nella barriera di tronchi, o dove le tracce delle ruote dei trattori o dei fuoristrada sono rimaste impresse nel terreno molle dopo la pioggia, e si lasci, per cos\u00ec dire, prendere per mano e condurre dal senso dell&#8217;avventura e dall&#8217;istinto della libert\u00e0, a patto che liberi la mente dai pensieri quotidiani, e dai riflessi condizionati e dai ricordi della vita cittadina, si trover\u00e0 come proiettato, in men che non si dica, letteralmente in un altro mondo, anzi, addirittura in un&#8217;altra dimensione, della quale non aveva neanche sospettato l&#8217;esistenza, pur se, mano a mano che i sensi si adeguano a quel nuovo paesaggio e si familiarizzano con quelle nuove impressioni, in qualche strana maniera egli si rende conti di aver sempre saputo, di aver sempre sospettato l&#8217;esistenza di quella dimensione, che non si trova realmente al di fuori di lui, ma che giaceva semi-assopita proprio nelle profondit\u00e0 dell&#8217;animo suo.<\/p>\n<p>In altre parole, esiste, fin dai primordi, una silenziosa e misteriosa empatia, anzi, di pi\u00f9, una sorta di alleanza, se non di vera e propria simbiosi, fra l&#8217;anima dell&#8217;uomo e l&#8217;anima del bosco: perch\u00e9 anche un&#8217;antica selva, crediamo, possiede, a suo modo, un&#8217;anima; non nel senso propriamente teologico della parola, senza dubbio, e nondimeno in un senso profondo, e non puramente simbolico: una specie di vita intima e nascosta, che \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 della semplice somma aritmetica delle funzioni vitali delle singole piante che la compongono, e dei singoli animali che vi abitano; qualche cosa d&#8217;inesprimibile a parole, perch\u00e9 non vi sono concetti razionali capaci di afferrarla in tutta la sua estensione e la sua profondit\u00e0, e tuttavia indubitabilmente, inequivocabilmente viva e presente, cos\u00ec come la si pu\u00f2 percepire non appena si penetri un poco al suo interno e ci si lasci afferrare dal suo fascino primordiale &#8212; beninteso, dopo essersi spogliati dai gingilli della tecnologia: radioline, computer e telefonini, ma spogliati anche, e soprattutto, del modo di pensare, materialista ed utilitaristico, tipico della vita moderna. Non tutti, forse, sono in grado di farlo: in alcune persone, i ritmi e le abitudini della vita moderna sono penetrati cos\u00ec a fondo, che non se ne possono pi\u00f9 spogliare &#8212; e, del resto, non ne provano alcun desiderio.<\/p>\n<p>Ecco un brano dell&#8217;ottimo Daniello Bartoli (Ferrara, 1608- Roma, 1685), <em>Selva antica<\/em>, che rievoca queste arcane sensazioni in maniera, come al solito, straordinariamente viva ed efficace (da: Daniello. Bartoli, <em>Dei simboli trasportati al morale<\/em>, ed. di Bologna, 1677, pp. 573-574; cit. in: Fausto Montanari-Mario Puppo, <em>Antologia della letteratura italiana<\/em>, Torino, Societ\u00e0 Editrice Internazionale, 1967, vol. II, pp. 405-406):<\/p>\n<p><em>Evvi mai venuto in talento di darvi a trasportare dalla curiosit\u00e0, o dal diletto, per entro una selva; e a guisa di smarrito, entrar passo passo d&#8217;uno errore in un altro, avvolgendovi per essa come per un laberinto, fino a venir dov&#8217;ella, nel suo pi\u00f9 intimo e pi\u00f9 segreto, \u00e8 parimente pi\u00f9 orrida, pi\u00f9 solitaria, pi\u00f9 oscura, pi\u00f9 densa? Dico l\u00e0, dove non giugnendo a farsi sentire n\u00e9 taglio di scure, n\u00e9 violenza di turbine che vi possa, vi si vive da quelle piante in pace fino all&#8217;ultima decrepita de&#8217; quattro e de&#8217; cinquecento anni. Que&#8217; gran corpi d&#8217;albero selvaggi e robusti, e que&#8217; loro gran rami, che sono ciascun da s\u00e9 un intero e grande albero, e tutti insieme fanno una selva in aria, piantata sopra un medesimo tronco: e di quegli stessi tronchi i pi\u00f9 vecchissimi, smidollati e cavernosi: e quelle ombre sopra ombre, d&#8217;alberi sopra alberi: e quella luce, mezza tra viva e morta, che v&#8217;\u00e8 fatta non dal giorno che non vi nasce, non dal sole che non vi penetra, ma da un non sapete qual misto d&#8217;infiniti riverberi senza niuno primo lune da cui si veggono cominciati: e finalmente, quell&#8217;eterno silenzio, quel&#8217;eterna solitudine, quel maestoso orrore; non v&#8217;avran riempito l&#8217;animo d&#8217;ammirazione, di stupore, d&#8217;un non so che simile a riverenza? Quanto si \u00e8 a noi (dir\u00e0 Plinio, scrivendone come idolatro): non magis auro fulgentia atque ebore simulacra, quam lucos, et in silentia ipsa adoramus [non adoriamo le statue splendenti di oro ed avorio pi\u00f9 dei boschi e in essi gli stessi silenzi: Pl., Nat. Hist., 1, XII, cap. I].<\/em><\/p>\n<p><em>I boschetti di piante o sterili e sempre vive, o fruttifere e di bello aspetto, piantati a mano e ad arte, con gli alberi interzati, con lunghi e diritti viali per entro, con ombre per tutto chiare e dolci, cagionano diletto al vederli, e al passeggiarli, e vi si diporta cantando. Ma in una tal selva si riman tutto immobile, rimirando e tacendo; e s\u00ec dilettevole \u00e8 quell&#8217;innocente orrore ch&#8217;ella mette, che tutta l&#8217;anima sembra adunarsi in se stessa al goderne. Gli antichi dunque credevano esservi una, diremo cos\u00ec, rustica divinit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p>Meraviglioso, straordinario scrittore, il padre Bartoli, anche se non \u00e8 mancato e non manca &#8211; fra i critici moderni, ovviamente &#8212; chi vorrebbe quasi negargli la qualifica di autentico scrittore, riducendolo al livello d&#8217;un semplice mestierante, o, addirittura, a quello di un giocoliere della parola, ma di una parola vuota di contenuto e sprovvista di qualsiasi profondit\u00e0 interiore. Che sciocchezza! Parla cos\u00ec colui che, sprofondato sino al collo nei suoi pregiudizi razionalisti e positivisti, ma, nondimeno (anzi, appunto per questo!), ritenendosi la persona pi\u00f9 libera che vi sia mai stata al mondo nei confronti di qualunque pregiudizio &#8212; perch\u00e9 cos\u00ec vuole il vangelo della modernit\u00e0, laica e tollerante, si capisce, ma sempre a senso unico &#8212; non arriva neppure a sospettare che vi sia un&#8217;altra forma di conoscenza, diversa da quella scientifico-matematica, e che esistano altre maniere di sentire e di scoprire la realt\u00e0, che non seguono le vie del Logos strumentale e calcolante. Tuttavia, ci\u00f2 detto, non indugiamo oltre su questo terreno e rimandiamo ad altra occasione una pi\u00f9 ampia contestazione dei detrattori di Daniello Bartoli come scrittore &#8212; del resto, un certo Giacomo Leopardi lo teneva in altissima stima, e tanto crediamo che possa gi\u00e0 bastare &#8212; e ritorniamo al fascino arcano di un antico bosco.<\/p>\n<p>Fascino indefinibile, abbiamo detto: fascino che non tutti arrivano a percepire, ma che, quando lo si percepisce, se ne rimane incantati, estasiati, e come trasportati improvvisamente fuori dal tempo e dallo spazio ordinari. Inutile dire che esso aumenta a dismisura se si tratta, per caso, di una escursione notturna: in tal caso, le ombre, i silenzi, la stessa qualit\u00e0 dell&#8217;aria, assumono una intensit\u00e0 differente, che non ha nulla a che vedere con ci\u00f2 di cui si pu\u00f2 fare esperienza alla luce del giorno, per quanto flebile questa possa apparire a causa del cielo nuvoloso o della densit\u00e0 dei tronchi e del fogliame. Allora, anche l&#8217;improvviso sbattere d&#8217;ali di un barbagianni, anche il semplice stormire delle fronde alla brezza notturna, evocano immediatamente emozioni intense e indescrivibili, che attingono agli strati pi\u00f9 sommersi della nostra vita interiore e che ci riportano alle memorie confuse dell&#8217;inconscio collettivo, allorch\u00e9, in balia di forze naturali tanto pi\u00f9 possenti di loro, i nostri progenitori guardavamo allo spettacolo del mondo con un animo infinitamente pi\u00f9 umile e disposto allo stupore, di quel che non accadrebbe, oggi, al bambino pi\u00f9 ingenuo e propenso a fantasticare.<\/p>\n<p>Bench\u00e9 siano quasi tutti solenni, e, in un certo senso, augusti, pure vi sono dei boschi dall&#8217;aspetto relativamente gaio, o sereno, ed altri dai quali, invece, promana una indefinibile tristezza, una atmosfera che intimidisce; e ci\u00f2 non dipende solo dal tipo di specie vegetali che lo costituiscono, o dalla struttura del paesaggio &#8212; di pianura, di collina, di montagna &#8212; ma anche da qualcos&#8217;altro, pi\u00f9 sottile e pi\u00f9 arduo da riconoscere e definire. Pu\u00f2 essere l&#8217;et\u00e0 delle piante: quelle pi\u00f9 antiche tendono ad assumere proporzioni imponenti, ma anche a contorcersi, a piegarsi, e infine a rovinare al suolo, scoprendo le radici; pu\u00f2 essere la presenza, o l&#8217;assenza, di specie epifite, di liane, di rampicanti, di edera selvatica, di muschi, di licheni sparsi sui tronchi; pu\u00f2 essere la natura del sottobosco, &quot;pulito&quot;, tranne il tappeto di foglie morte, come nelle faggete, oppure arduo, intricato, quasi impenetrabile, simile ad un groviglio labirintico di cespugli, di arboscelli, di erbacce, di ortiche, di felci, di equiseti dalle proporzioni insolitamente sviluppate. Oppure pu\u00f2 trattarsi della presenza, o dell&#8217;assenza, di animali, specialmente di uccelli, con i loro rumori ed i loro versi caratteristici, che il bravo ornitologo non fatica a riconoscere, uno per uno. Perch\u00e9 vi sono boschi ove s&#8217;intuisce una fitta presenza di animali, di caprioli, di scoiattoli, di tassi, d&#8217;insetti; e altri nei quali sembra regnare uno strano, irreale silenzio, e non si vede volare neppure un moscerino, neppure una libellula, e non si ode il richiamo d&#8217;un uccello, n\u00e9 si riconosce, sul terreno, l&#8217;impronta d&#8217;uno zoccolo, come se quel luogo fosse stato silenziosamente e misteriosamente abbandonato da tutti i suoi abitanti alati, nonch\u00e9 da quelli a due o a quattro zampe.<\/p>\n<p>Le sensazioni che si provano in un antico bosco dipendono, poi, in gran parte, dall&#8217;ora del giorno e dalle condizioni atmosferiche, oltre che dalla stagione. Un bosco in primavera fa un effetto ben diverso dal medesimo bosco, allorch\u00e9 vi si penetra in autunno; e un bosco visto nella luce radente dell&#8217;alba non suscita le stesse emozioni di un bosco che incomincia a dileguare nelle ombre rosseggianti del tramonto. Quando l&#8217;aria \u00e8 limpida e tersa, poi, l&#8217;effetto che fa un bosco \u00e8 completamente diverso da quello che produce se vi \u00e8 la presenza della nebbia: la nebbia \u00e8 come un sudore vivo, che sgocciola sui tronchi e lungo il fogliame, e provoca un sottofondo di minuscoli tonfi, quando le gocce di umidit\u00e0 condensata cadono a terra. E che dire di un bosco che pare trattenga il respiro nell&#8217;ardore implacabile di una torrida estate, o di un bosco congelato nel ghiaccio del crudo inverno, magari in montagna, quando la galaverna ricopre i tronchi con il suo incredibile vestito scintillante, e nuvolette di vapore si solidificano in maniera sorprendente, non appena escono dalla bocca o dalle narici del solitario visitatore?<\/p>\n<p>Eppure, per quanto possano variare le condizioni esterne, vi \u00e8 una nota di fondo che \u00e8 sempre la stessa, perch\u00e9 non trae origine dal paesaggio esteriore, ma dalle profondit\u00e0 dell&#8217;anima. Ed \u00e8 questo l&#8217;aspetto pi\u00f9 prezioso, pi\u00f9 delicato e pi\u00f9 inesprimibile che produce una escursione nel fitto di un&#8217;antica foresta: in un certo senso, \u00e8 come ripercorrere all&#8217;indietro il viaggio dell&#8217;anima e ritrovare la strada di casa, della nostra vera dimora, che non \u00e8 di questo mondo, ma di un altro. Il mistero pi\u00f9 grande di tutti, infatti, non \u00e8 mai nelle cose che sono fuori di noi, ma dentro noi stessi: \u00e8 il mistero del nostro esserci, del nostro stupirci e del nostro interrogarci; \u00e8 il mistero della nostra origine e del nostro ultimo destino. Per questa ragione, una escursione nel fitto di un bosco, specialmente se si \u00e8 da soli e in uno stato di serenit\u00e0 e di distacco dalle preoccupazioni e dalle ansie d&#8217;ogni giorno, \u00e8, prima di tutto, una vera e propria esperienza mistica, e solo secondariamente una esperienza di tipo materiale, turistica o sportiva, o in qualunque altro modo vogliamo chiamarla. Perch\u00e9 gi\u00e0 il bisogno di dare un nome preciso a tutte le cose, di classificarle, di catalogarle, per quanto sia indubbiamente utile sul piano della chiarezza scientifica, non \u00e8 di nessun aiuto, anzi, si rivela decisamente dannoso, quando si va alla ricerca dell&#8217;<em>essenziale<\/em>.<\/p>\n<p>Ecco: una passeggiata nel bosco \u00e8 un viaggio alla ricerca di ci\u00f2 che \u00e8 essenziale. Si tratta di mettersi in ascolto, di spogliarsi del falso sapere, d&#8217;imparare dalla semplicit\u00e0 delle piante: le quali altro non chiedono, per vivere, che i sali disciolti nel terreno, acqua e luce; indi si slanciano verso il cielo, con tutte le loro energie, in una maniera che nessuno scienziato ha mai saputo spiegare. La biologia, infatti, non sa dire in qual modo la linfa salga lungo il tronco di venti, trenta metri d&#8217;altezza: secondo le leggi della fisica, ci\u00f2 \u00e8 semplicemente impossibile. Eppure avviene, e possiamo vederlo dovunque. E anche l&#8217;anima nostra si protende verso l&#8217;alto: come e perch\u00e9, non sappiamo spiegarlo..<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ogni bosco ha una sua particolare atmosfera, una sua specifica tonalit\u00e0, una sua voce, o perfino un silenzio, assolutamente inconfondibili. 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