{"id":28870,"date":"2015-12-22T03:19:00","date_gmt":"2015-12-22T03:19:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/12\/22\/siamo-pronti-per-affrontare-il-viaggio\/"},"modified":"2015-12-22T03:19:00","modified_gmt":"2015-12-22T03:19:00","slug":"siamo-pronti-per-affrontare-il-viaggio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/12\/22\/siamo-pronti-per-affrontare-il-viaggio\/","title":{"rendered":"Siamo pronti per affrontare il Viaggio?"},"content":{"rendered":"<p>Siamo pronti per affrontare il Viaggio? Il Viaggio con la &quot;v&quot; maiuscola \u00e8 l&#8217;unico viaggio che conta davvero nella vita umana, dopo che ci si \u00e8 sbizzarriti a viaggiare nello spazio o, magari, nella fantasia e nell&#8217;interiorit\u00e0: quello verso la dimensione dell&#8217;assoluto e dell&#8217;eterno; ed \u00e8 un viaggio per il quale non c&#8217;\u00e8 bisogno di preparare le valigie, n\u00e9 occorre preoccuparsi di acquistare il biglietto, perch\u00e9 si parte senza bagagli e senza mezzi di trasporto &#8211; ma si parte. Irrevocabilmente. Perch\u00e9 quello \u00e8 un viaggio di sola andata.<\/p>\n<p>Non \u00e8 detto, per\u00f2, che debba essere una partenza triste, tanto meno che debba essere accompagnata da angoscia e disperazione; al contrario: pu\u00f2 essere, anzi, dovrebbe essere, la partenza pi\u00f9 rasserenante di tutte, quella verso il porto definitivo, dopo tanto vagare irrequieto lungo percorsi e attraverso esperienze e situazioni che tanto spesso ci hanno deluso, e lasciati con un senso di amaro in bocca.<\/p>\n<p>Nel Medioevo esisteva addirittura la Confraternita della Buona Morte: era una delle pi\u00f9 antiche e si occupava delle esequie ai defunti, ovviamente non solo in senso materiale, ma soprattutto spirituale e religioso. Eco il punto: per i nostri avi &#8211; e, in verit\u00e0, anche per i nostri nonni &#8211; si moriva bene, quando si moriva in grazia di Dio; si moriva male, quando l&#8217;anima era lontana da Lui, immersa nelle tenebre del peccato. Dante ha scritto il suo immortale poema per ricordarci questa semplice verit\u00e0; ma noi moderni ce ne siamo completamente dimenticati, e leggiamo la \u00abDivina Commedia\u00bb come se fosse una specie di romanzo avventuroso. Questo \u00e8 l&#8217;atteggiamento giusto per non capirci nulla. Povero Dante, se avesse potuto immaginare una cosa del genere: che sarebbe sopraggiunta una generazione talmente pazza e stolta da non porsi nemmeno pi\u00f9 la domanda decisiva sul senso del vivere e del morire, e da considerare come semplici favolette le verit\u00e0 di fede sull&#8217;Inferno, sul Purgatorio e il Paradiso.<\/p>\n<p>Per lui, come per San Francesco d&#8217;Assisi, e come per tutti i cattolici, di allora e di sempre, esistono due morti: quella del corpo e quella dell&#8217;anima. La prima colpisce tutti gli uomini indistintamente; la seconda, coloro che non hanno avuto il timor di Dio. \u00c8 questa che bisogna temere, non l&#8217;altra. In effetti, la morte \u00e8 una porta e come una seconda nascita: su che cosa, l&#8217;uomo moderno lo ha dimenticato. Tutto proiettato nella dimensione terrena, immanente, a forza di tenere gli occhi rivolti in basso, ha disimparato ad alzare lo sguardo verso l&#8217;alto. Si crede intelligente, evoluto, progredito, perch\u00e9 la scienza gli ha rivelato molti segreti della natura; ma ha trascurato la cosa pi\u00f9 importante di tutte: la vita dell&#8217;anima, da cui dipende il giusto atteggiamento verso la morte. Su questo, la scienza non ha nulla da dirgli: dopo averlo illuso di essere divenuto quasi onnipotente, perch\u00e9 capace di manipolare la natura a suo piacimento, e perfino il patrimonio genetico degli esseri viventi, lo lascia poi solo davanti al mistero dei misteri: quello essenziale, e l&#8217;unico per il quale non esista una risposta scientifica. E siccome alla morte l&#8217;uomo moderno non vuol pensare, questo pensiero segreto gli avvelena l&#8217;esistenza: lo rode, lo consuma, lo esaspera, lo terrorizza. Non vorrebbe pensarci; nasconde al proprio sguardo non solo le immagini della morte, ma anche quelle della malattia e della vecchiaia, che potrebbero, in qualche modo, ricordargliela; e, cos\u00ec facendo, rimanda il tempo della salutare riflessione su se stesso, sul proprio scopo, sulla propria m\u00e8ta, trovandosi poi impreparato nell&#8217;ora suprema.<\/p>\n<p>Due sono i fardelli pi\u00f9 pesanti che rendono difficoltoso il momento del distacco: i rimorsi e i rimpianti. Entrambi stanno a significare che non si \u00e8 in pace con se stessi, che non ci si \u00e8 pacificati con la propria vita: pertanto, che non si \u00e8 pronti a separarsi da essa. Questo rende le cose difficili: \u00e8 come se \u00a0una zavorra ostacolasse i movimenti proprio quando si avrebbe bisogno di muoversi con la massima leggerezza. I rimorsi mordono il cuore con la coscienza del male che si \u00e8 fatto; i rimpianti, con la coscienza del bene che si avrebbe potuto fare.<\/p>\n<p>La morte, fine o inizio del viaggio? Una volta si parlava della &quot;buona morte&quot;, quando la vita umana era interamente avvolta e, per cos\u00ec dire, protetta dal sentimento religioso, dal battesimo all&#8217;estrema unzione; oggi, in tempi di secolarizzazione rampante, di edonismo sfrenato e di nichilismo assoluto, parlare di &quot;buona morte&quot; potrebbe sembrare una macabra ironia. Come potrebbe essere buona la morte, se ci priva per sempre, irrevocabilmente, di quel bene prezioso che \u00e8 la vita? Pure, bisogna ammettere che anche molti credenti hanno fatto una gran confusione su questo tema. A forza di &quot;svolte antropologiche&quot;, di &quot;umanesimi cristiani&quot; e di &quot;dialoghi&quot; con il mondo moderno, anche nelle sue forme pi\u00f9 aberranti e pi\u00f9 esplicitamente anticristiane, hanno finito per dimenticarsi che la vita, s\u00ec, \u00e8 un bene prezioso, ma non \u00e8 un bene assoluto; e, soprattutto, che non \u00e8 un bene definitivo, ma piuttosto mezzo e strumento per il raggiungimento di quello. Vale a dire che si sono dimenticati dell&#8217;essenziale. A meno che non se ne siano dimenticati affatto, e che si siano impegnati in qualcosa di peggio: in un deliberato progetto di stravolgimento del cristianesimo, cos\u00ec come ce lo hanno tramandato duemila anni di Tradizione e di Sacre Scritture, e cos\u00ec come esso \u00e8 stato gelosamente e amorevolmente custodito dal Magistero della Chiesa, sia pure in mezzo a tante burrasche e a tanti smarrimenti, i quali hanno colpito tutti gli uomini, credenti compresi.<\/p>\n<p>Siamo pronti, dunque, per il gran Viaggio, in qualunque momento esso arrivi?<\/p>\n<p>Un uomo che seppe affrontare la morte con straordinaria compostezza e dignit\u00e0 fu il guerriero seminole Osceola, che, pur non essendo un capo (pare, anzi, che fosse figlio di un bianco e di una indiana), aveva acquistato un ascendente straordinario sui suoi compagni, che mantenne anche durante il lento e doloroso periodo della prigionia, a Fort Moultrie, nel South Carolina, dopo essere stato catturato con l&#8217;inganno dalle &quot;giacche azzurre&quot;, mentre si era recato a parlamentare sotto la protezione della bandiera bianca. L&#8217;autore di questa infamia era stato il generale Thomas Sidney Jesup, che non se ne mostr\u00f2 mai pentito (cfr. il nostro saggio: \u00abOsceola e la lotta dei Seminole per la libert\u00e0\u00bb, pubblicato parzialmente sul sito di Arianna Editrice in data 28\/08\/2007, e ripubblicato su \u00abIl Corriere delle Regioni\u00bb il 22\/12\/2015).<\/p>\n<p>La morte di Osceola, sopravvenuta per polmonite e per una gravissima infiammazione delle tonsille, all&#8217;et\u00e0 di soli ventinove anni, \u00e8 stata raccontata da un testimone oculare, che era anche un medico, il dottor Weedon, che lui stesso aveva chiesto gli stesse accanto negli ultimi momenti, insieme agli altri ufficiali del distaccamento; Weedon invi\u00f2 poi questa toccante testimonianza al celebre pittore George Catlin (1796-1972), l&#8217;amico degli Indiani, il quale, solo pochi giorni prima, ne aveva eseguito il ritratto, e che, ingannato da una certa apparenza di miglioramento nella malattia, era partito da Fourt Moultrie appena ventiquattro ore prima della fine di Osceola, avvenuta il 30 gennaio del 1838, col quale aveva stretto amicizia, come pure con gli altri capi indiani detenuti in quel luogo.<\/p>\n<p>La riportiamo qui di seguito (da: George Catlin, \u00abIl popolo dei Pellerossa. Usi, costumi, vita nella prateria degli Indiani d&#8217;America\u00bb; titolo originale: \u00abLetters and Notes on the Manners, Customs, and Conditions of North American Indians\u00bb; traduzione dall&#8217;inglese e note di Alberto Paleari, Milano, Rusconi, 1987, p. 521):<\/p>\n<p><em>\u00abCirca mezz&#8217;ora prima della fine, sembr\u00f2 accorgersi che stava per morire, e bench\u00e9 non fosse in grado di parlare mi fece capire a gesti che voleva che mandassi a chiamare i capi e gli ufficiali, cosa che io feci. A gesti disse alle sue mogli (ne aveva due, e aveva anche due bei bambini accanto a lui, di andare a prendergli il vestito pi\u00f9 bello, quello che indossava in guerra. Dopo si alz\u00f2 sul letto (che era appoggiato a terra) e indoss\u00f2 la camicia, i gambali, i mocassini, cinse la cintura di guerra, la sacca delle pallottole e il corno della polvere da sparo, poi si mise a fianco, sul pavimento, il coltello. Quindi chiese la sua pittura rossa e lo specchio, che gi venne tenuto davanti, mentre lui si tingeva mezzo volto, il collo, la gola, i polsi, il dorso delle manie anche il manico del coltello, come quando si \u00e8 giurato di combattere fino alla morte. Quindi mise il pugnale nel fodero, sotto la cintura, si sistem\u00f2 con cura il turbante sulla testa, con le tre piume di struzzo. Ora era addobbato di tutto punto, e perci\u00f2 si mise a giacere per riacquistare un po&#8217; di forze, quindi si rialz\u00f2 in piedi, e con un sorriso dolcissimo sul volto tese la mano a me e a tutti gli ufficiali e ai capi che gli stavano intorno. Ci strinse la mano in silenzio, e anche alle moglie e ai bambini. Poi fece segno di rimetterlo a giacere sul letto, il che fu fatto. A quel punto si tolse il coltello da scalpo dalla cintura e lo tenne ben saldo nella mano destra, puntandolo sull&#8217;altra mano, sopra il petto, e in un attimo, sorridendo, esal\u00f2 l&#8217;ultimo respiro, senza un segno di ribellione o un lamento.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Nei gesti lenti e solenni, nello scrupoloso rispetto del cerimoniale funebre, nella fierezza di volersi alzare in piedi, vestire e truccare da solo, nella generosit\u00e0 di quelle strette di mano rivolte a tutti, anche ai nemici, e, soprattutto, in quel sorriso incredibilmente luminoso, e quasi incongruo in quel luogo e in quella situazione, almeno secondo la mentalit\u00e0 dei bianchi, noi possiamo vedere un&#8217;anima che si accinge ad affrontare il Viaggio supremo con ammirevole sobriet\u00e0 e dignit\u00e0, oltre che con perfetto distacco: \u00e8 come se Osceola avesse fatto i conti con se stesso, con la propria vita, e si fosse sbarazzato per tempo di tutto quel che avrebbe potuto ritardare o complicare il momento della partenza: il fardello dell&#8217;Io, con il suo carico di rimorsi e di rimpianti.<\/p>\n<p>Quanti di noi saprebbero fare altrettanto?<\/p>\n<p>Eppure, chi non \u00e8 pronto al distacco in qualsiasi momento, \u00e8 una persona che ha ancora dei conti aperti con la vita: e avere dei conti aperti equivale a portarsi dietro il fardello dell&#8217;Io, anche nei tratti pi\u00f9 scabri e in salita, anche l\u00e0 dove si avrebbe un disperato bisogno di agilit\u00e0 e leggerezza. Ci viene data una vita intera per imparare a deporre il fardello dell&#8217;Io, almeno in parte, almeno qualche volta: e questo perch\u00e9 ci troviamo nelle condizioni di spiccare il salto, quando sar\u00e0 arrivato il nostro momento, come l&#8217;uccellino che si getta fuori dal nido per la prima volta. La saggezza della vita consiste in questo: nel capire che la vita stessa \u00e8 una lunga e paziente preparazione al distacco dall&#8217;Io. Se non si fa almeno un po&#8217; di pratica per tempo, poi ci trova smarriti nel momento decisivo, con il rischio di lasciarsi sopraffare dalla disperazione e dall&#8217;angoscia.<\/p>\n<p>Un modo di pensare molto moderno, molto banale, molto superficiale, vorrebbe che il pensiero della morte sia in contrasto con una vita gioiosa; che, per non denigrare la vita, non si pensi mai alla morte; che, per non sminuire la sua bellezza, si metta fra parentesi l&#8217;attesa del momento in cui si passer\u00e0 dalla dimensione del tempo a quella dell&#8217;eterno. \u00c8 un errore madornale, che fanno anche moti cosiddetti credenti. La vita \u00e8 bella, questo \u00e8 certo: \u00e8 una gioiosa avventura, un itinerario a dir poco affascinante, che pu\u00f2 aprirci davanti agli occhi spettacoli d0&#8217;incomparabile magnificenza. Per\u00f2 \u00e8 fuggevole, e fragile, e imperfetta: anche questo non va mai dimenticato. Non bisogna sacralizzare la vita in se stessa: la vita fisica non \u00e8 sacra, perch\u00e9 appartiene all&#8217;ordine della natura, e la natura \u00e8 imperfetta, ferita dalla realt\u00e0 del Peccato. Gli amici pi\u00f9 cari ci deludono e, talvolta, ci tradiscono; ovunque scorgiamo invidia, superbia, avarizia: pressoch\u00e9 insondabile \u00e8 il mistero della malizia umana, che ci colpisce anche l\u00e0 dove meno ce l&#8217;aspetteremmo. E a tutto questo bisogna aggiungere la malattia, la morte, gl&#8217;infortuni di ogni genere che possono colpirci in qualsiasi momento. Spesso, davanti a tale cose, gli uomini reagiscono con un misto di rabbia e d&#8217;incredulit\u00e0: si sentono ingannati e defraudati di qualcosa che spettava loro di diritto. Ma n on \u00e8 cos\u00ec, Niente ci spetta di diritto: neppure il corpo che abitiamo; neppure la terra su cui possiamo i piedi. Tutto ci \u00e8 dato in usufrutto e tutto pu\u00f2 esserci tolto, in qualunque istante.<\/p>\n<p>Tutto questo non \u00e8 pessimismo: \u00e8 realismo. Le cose stanno cos\u00ec. Noi non siamo padroni di nulla, assolutamente di nulla. E non siamo stati chiamati alla vita per passare da una ricerca del piacere a un&#8217;altra, ma per prepararci al Viaggio decisivo. \u00c8 l\u00ec che si vedr\u00e0 di che stoffa siamo fatti; prima di quel momento, \u00e8 sempre possibile fingere e mentire, farsi passare per ci\u00f2 che non si \u00e8, mettersi delle maschere &#8212; persino di fronte a se stessi. Non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che siamo creature, e che la dimensione terrena non \u00e8 la dimensione dell&#8217;Assoluto. Siamo solo dei viandanti, dei nomadi perennemente in cammino: se sostiamo per alzare le tende, lo facciamo solo per concederci un po&#8217; di riposo, e poi rimetterci in marcia. La vita \u00e8 questo; non una passeggiata di piacere.<\/p>\n<p>Chi non lo ha compreso, \u00e8 rimasto un bambino. Il mondo \u00e8 pieno di bimbi travestiti da adulti. Per\u00f2 affrontare il grande Viaggio in maniera consapevole non \u00e8 cosa da bimbi, ma da adulti. Un pensiero ci potr\u00e0 dare coraggio, se il cuore dovesse venir meno: che, in quell&#8217;arduo passo, non saremo soli&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Siamo pronti per affrontare il Viaggio? 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